Il lavoro dell'uomo

Scheda N° 5

Una nuova teologia del lavoro

Il lavoro viene interpretato come il luogo in cui l'uomo collabora al piano di Dio, realizzando le condizioni per la venuta dei " cieli nuovi " e delle " nuove terre ", che sono l'oggetto ultimo della promessa divina.

Il Regno, già presente nella storia come dono del Signore, esige la pronta risposta dell'uomo.

Il lavoro è il mezzo attraverso il quale tale presenza si fa efficace nel concreto processo della liberazione umana e della umanizzazione del cosmo.

La valorizzazione del lavoro non dipende perciò dalla sua sacralizzazione esterna, ma dalla sua intrinseca finalizzazione alla promozione umana.

Non è più sufficiente la purezza delle intenzioni interiori:

è necessario tener conto della qualità di ciò che si produce, delle modalità dei processi produttivi e della loro capacità di interpretare globalmente i bisogni umani.

Ciò non esclude, ovviamente, la consapevolezza del limite del lavoro umano.

Il cristiano acquisisce questa consapevolezza contemplando il " lavoro " di Dio.

All'azione del Padre, tesa a dare gioiosamente la vita alle cose, subentra infatti l'opera del Figlio, contrassegnata dall'accettazione della sofferenza e della morte.

Essa è compiuta dall'opera dello Spirito, nell'attuale tempo della Chiesa:

Egli sollecita insieme all'impegno storico e all'attesa vigilante della venuta imprevedibile del Signore Gesù.

Senso del lavoro e senso della festa

Il cristiano deve perciò evitare tanto il rischio dell'inazione, quanto quello - non meno pericoloso - della mitizzazione del lavoro.

L'attività dell'uomo deve infatti essere considerata come un momento essenziale della crescita umana, ma non come un momento esclusivo.

Paradossalmente, nella prospettiva cristiana, l'obiettivo a cui il lavoro tende e che in definitiva lo invera il suo superamento nella gioia della festa e della contemplazione.

È dunque compito dell'uomo liberare il lavoro, contribuendo, mediante l'azione sociale e politica, a umanizzarlo; ma è anche compito dell'uomo liberarsi dal lavoro, nel senso di fare spazio nella propria esistenza a quelle esperienze di interiorizzazione, che favoriscono l'incontro con il Signore.

È come dire che la riflessione cristiana sul lavoro deve andare di pari passo con una analoga riflessione sul non-lavoro come tempo-forte di autentica realizzazione umana.

Sull'esempio di Dio creatore, che il settimo giorno si riposa, anche il credente deve recuperare il tempo libero come ambito di " ri-creazione " umana e spirituale.

Solo così il lavoro riacquista il suo senso e l'impegno di trasformazione della realtà il suo spessore originario, la sua destinazione cioè a servire l'uomo, dando pieno compimento all'opera della creazione e predisponendo le condizioni per l'attuazione definitiva del Regno di Dio.

Errori da evitare nell'evangelizzazione sul posto di lavoro

Se si vuole annunciare il Vangelo nel mondo del lavoro occorre diventare un vangelo vissuto tra i compagni.

Occorre condividere le loro difficoltà, le fatiche, le incomprensioni;

occorre gioire per quando riesce loro bene qualche ruolo affidato e per quando essi raggiungono particolari traguardi desiderati.

La realizzazione di una così profonda condivisione è possibile, e si potrà attuare con continuità e in modo non superficiale, solo a chi avrà Gesù nel cuore, solo a chi si impegnerà ogni giorno a seguirlo più da vicino.

Gesù che vive in noi è Dio, ma Dio è amore.

L'amore verso i compagni potrà cambiare i loro cuori ed essere mezzo di evangelizzazione solo se sarà vero e rifletterà l'amore di Gesù che vive in noi.

Ciò richiede che i nostri comportamenti sul lavoro, ed ovunque, scaturiscano da un profondo rapporto di amore con Dio che vive in noi.

Vengono ora indicati alcuni comportamenti non buoni ed errati, che vanno evitati da ogni vero testimone di Cristo.

1. Assumere atteggiamenti da predicatore o da "superman".

2. Dare risposte categoriche che scaturiscano da un'eccessiva sicurezza di sé.

3. Mettere in ridicolo eventuali affermazioni errate, fatte dai compagni.

4. Tacciare gli interlocutori di ignoranza religiosa.

5. Dare risposte che scaturiscano più dal proprio sentire che dalla Parola di Dio.

6. Dare risposte come certe, pur non conoscendo bene l'argomento.

7. Dire "fiumi" di parole per convincere l'interlocutore senza lasciargli un sufficiente spazio per esporre la propria opinione.

8. Interrompere l'interlocutore per impedirgli di continuare ad esporre la propria idea religiosa ritenuta da noi errata.

9. Eclatanti incoerenze tra le affermazioni che si fanno e il come si vive.

10. Guardare i compagni dall'alto in basso, ritenendosi superiori a loro in quanto meglio preparati dal punto di vista religioso.

11. Partecipare o acconsentire tacitamente a spiritosaggini o barzellette che abbiano per oggetto persone o cose sacre, con qualche idea di immoralità o doppi sensi.

12. Non essere se stessi, fingere di essere buoni cattolici.

13. Non ammettere i propri limiti.


Testo tratto da: . Piana - G. Brambilla,

"La morale". Spiegazione e documenti dell'agire dei cristiani", LDC 1992.