Libro della vita

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Capitolo 2

Tratta di come andò man mano perdendo queste virtù e di quanto importi, nella fanciullezza, frequentare persone virtuose.

1. Mi sembra che la causa prima d'ogni mio male stia in quanto ora dirò.

A volte considero quale errore commettano i genitori che non si adoperano in tutti i modi perché i loro figli abbiano sempre davanti agli occhi esempi di virtù.

Infatti, pur essendo mia madre così virtuosa come ho detto, del positivo che aveva non appresi nulla o quasi nulla, giunta all'uso della ragione: molto male, invece, mi arrecò qualcosa in lei di meno perfetto.

Era appassionata di libri di cavalleria, senza, però, ricevere da questo passatempo il danno che ne ricevetti io, perché non trascurava per esso il suo lavoro, procurandone solo il rapido disbrigo nell'intento di darsi alla loro lettura.

E forse lo faceva per non pensare alle sue grandi sofferenze e occupare i suoi figli in modo che non si sviassero dietro altre cose.

Questo, però, rincresceva tanto a mio padre che bisognava far attenzione perché non se ne accorgesse.

Io cominciai a prendere l'abitudine di leggerli, e da quel piccolo suo difetto ebbero inizio il raffreddarsi dei miei buoni desideri e le mie manchevolezze in tutto il resto.

Né mi sembrava che vi fosse alcun male nello spendere tante ore del giorno e della notte in così vana occupazione e di nascosto da mio padre.

Me ne estasiavo a tal punto che, se non avevo un libro nuovo, non mi sembrava di avere alcuna gioia.

2. Cominciai a portare abiti di lusso e a desiderare di piacere, cercando di far bella figura; a curare molto le mani e i capelli, a usare profumi e a far ricorso a tutte le possibili vanità, che erano molte, essendo io molto raffinata.

Non avevo cattiva intenzione, perché non avrei voluto che mai nessuno offendesse Dio per causa mia.

Ebbi per molti anni esagerata cura della mia persona e di altre ricercatezze nelle quali non scorgevo alcuna colpa.

Ora so quanto nocive dovevano essere.

Avevo alcuni cugini che soli godevano della libertà di accedere in casa, giacché altre persone non vi erano ammesse a causa della gran riservatezza di mio padre.

Avesse voluto Dio che si fosse guardato anche da costoro, perché ora conosco il pericolo di frequentare, nell'età in cui si deve cominciare a coltivare la virtù, persone che, lungi dal capire la vanità del mondo, inducono anzi ad ingolfarsi in esso.

Erano quasi della mia età, un po' più grandi di me.

Stavamo sempre insieme; mi amavano molto.

La conversazione si svolgeva su ciò che faceva loro piacere; così ascoltavo la storia delle loro simpatie e delle loro fanciullaggini per nulla buone; e il peggio fu che l'anima si abituò a ciò che fu causa di tutto il suo male.

3. Se mi fosse concesso dar consigli, direi ai genitori di fare molta attenzione, in questa età, alle persone che trattano con i loro figli, perché è un momento assai pericoloso, in cui la nostra natura è più portata al peggio che al meglio.

Così accadde a me che avevo una sorella molto più grande di età, dalla cui bontà e onestà – che era molta – non imparavo nulla, mentre appresi tutto il male possibile da una parente che frequentava assiduamente la nostra casa.

Era di un comportamento così leggero che mia madre aveva fatto di tutto per allontanarla, quasi presagisse il male che doveva venirmi da lei, ma disponeva di tante occasioni per introdursi da noi, che non v'era potuta riuscire.

Affezionatami a questa parente, con lei si svolgevano la mia conversazione e le mie chiacchiere, perché non solo mi assecondava in tutti i passatempi che io desideravo, ma mi ci spingeva lei stessa, mettendomi anche a parte delle sue relazioni e vanità.

Fino a quando cominciai a trattarla, che fu all'età di quattordici anni, o forse anche di più ( voglio dire quando strinse con me tale amicizia che mi rese partecipe delle sue confidenze ), non mi sembra che io avessi mai abbandonato il Signore per grave colpa, né perduto il timor di Dio, benché fosse più forte in me quello di mancare all'onore.

Ciò, in verità, ebbe il potere di non farmi perdere del tutto l'onore, né mi sembra che in questo per nessuna cosa al mondo avrei potuto cambiare, né che ci fosse alcun amore umano che potesse indurmi a capitolare.

Magari avessi avuto tanta forza per non andare contro l'onore di Dio quanta me ne dava il mio istinto per non perdere quello che credevo fosse l'onore del mondo!

E non consideravo che lo perdevo per molte altre vie.

4. Nel cercarlo ponevo, infatti, da persona vana, somma cura, ma non facevo ricorso a nessun mezzo necessario per conservarlo: cercavo solo con ogni attenzione di non perdermi del tutto.

Mio padre e mia sorella soffrivano molto di quest'amicizia e me la rimproveravano spesso.

Ma siccome non potevano eliminare le occasioni dell'ingresso di tale parente in casa, le loro diligenze non approdavano a nulla, tanto più che la mia astuzia in materia di cose nocive era grande.

Talvolta, mi spaventa il danno che arreca una cattiva compagnia; se non ne avessi fatto esperienza, non potrei crederlo così grave; credo che il male sia peggiore specialmente nell'età giovanile.

Vorrei che i genitori imparassero dal mio esempio a far molta attenzione a questo riguardo.

Quella compagnia, infatti, mi cambiò a tal punto che non mi restò quasi più nulla della mia indole e dei miei propositi improntati a virtù.

Anzi, mi sembra che questa parente e un'altra persona, dedita allo stesso genere di passatempi, mi lasciassero un'impronta profonda delle loro miserie.

5. Da ciò comprendo quanto vantaggio procuri una buona compagnia e sono convinta che se allora avessi frequentato persone virtuose, sarei rimasta salda nella virtù perché, potendo avere a quell'età chi mi avesse insegnato a temere Dio, l'anima sarebbe andata acquistando forze per non cadere.

Invece, perduto interamente questo timore, mi rimase solo il sentimento dell'onore che mi tormentava in tutto quel che facevo anche se, appena pensavo che le mie azioni non si sarebbero risapute, mi arrischiavo a far cose che erano certamente e contro il mio onore e contro Dio.

6. Dapprima – a quanto mi sembra – mi pregiudicarono le circostanze che ho detto, ma non dovette essere colpa di quella parente, bensì mia, perché in seguito per fare il male bastò la mia astuzia perversa, aiutata dalle serve che avevo, nelle quali trovavo buona disposizione a ogni genere di malizia.

Se, invece, qualcuna mi avesse consigliato bene, forse ne avrei approfittato, ma erano accecate dall'interesse, come io dall'affetto.

Eppure non ero mai incline a gravi colpe – perché aborrivo per natura cose disoneste –, ma solo a passatempi di una piacevole compagnia; senonché, esposta all'occasione, il pericolo era ovvio e compromettevo anche mio padre e i miei fratelli.

Me ne liberò Dio in modo che si vide bene come si adoperasse contro la mia volontà perché non mi perdessi del tutto, sebbene il mio comportamento non potesse restare così segreto da non procurare molto scapito al mio onore e sospetti in mio padre.

Infatti, dopo neanche tre mesi, mi pare, che mi ero data a questa vanità, mi condussero in un monastero del luogo, dove si educavano persone della mia condizione, sebbene non di così spregevoli abitudini come me.

Ciò fu fatto con tale abile segretezza che soltanto io e qualche parente lo sapemmo, perché si attese una circostanza che non doveva far apparire imprevedibile tale decisione: quella del matrimonio di mia sorella, dopo il quale non era opportuno che io, già orfana di madre, restassi sola in casa.

7. Era così grande l'amore che mio padre mi portava e così grande la mia abilità nel dissimulare che egli, non potendomi credere tanto colpevole, non mi fece mancare mai il suo affetto.

Poiché era stato breve il tempo del mio traviamento, benché ne fosse trapelato qualcosa, probabilmente nessuno poteva affermare nulla di certo, anche perché io, temendo tanto per il mio onore, ponevo ogni mia cura nel far restare tutto segreto e non consideravo che non poteva esserlo per colui che tutto vede.

Oh, mio Dio, quale danno reca al mondo non dare a questa riflessione la dovuta importanza e pensare che possa rimanere segreta una cosa che sia contro di voi!

Sono sicura che si eviterebbero grandi mali se si capisse che quel che importa non è il guardarci dagli uomini, ma il guardarci dal dispiacere a voi.

8. I primi otto giorni soffrii molto, e più perché mi sorse il sospetto che si fosse capita la mia vanità che non per trovarmi lì.

Già, infatti, ero stanca di essa, e non mancavo d'avere gran timore di Dio quando gli recavo offesa, procurando di confessarmi subito.

Dopo un'iniziale grande inquietudine, passati otto giorni – e credo anche meno – mi sentivo molto più contenta che in casa di mio padre, e altrettanto contente erano tutte di stare con me, perché Dio mi aveva fatto la grazia di riuscire sempre gradita, dovunque mi trovassi, e così ero molto amata.

E benché io allora fossi molto contraria a farmi monaca, godevo nel veder tante buone suore, perché lo erano molto le religiose di quella casa, di grande modestia, pietà e raccoglimento.

Ciò nonostante, il demonio non cessava di tentarmi, procurando che quelli di fuori mi disturbassero con messaggi.

Ma siccome non era impresa facile, la persecuzione finì presto e la mia anima cominciò a riprendere le buone abitudini della mia prima età; capii, così, quanto sia grande la grazia che Dio concede a chi egli pone in compagnia dei buoni.

Mi sembra che Sua Maestà andasse pensando e ripensando per quale via potesse volgermi a sé.

Siate voi benedetto, Signore, che tanto mi avete sopportato! Amen.

9. C'era una cosa che forse mi poteva essere di qualche discolpa – se di colpe non ne avessi avute tante – ed è che trattavo con chi mediante il matrimonio mi sembrava che potesse far finire tutto bene.

Inoltre, informandomi dal mio confessore e da altre persone circa molte cose, mi sentivo dire che non andavo contro Dio.

10. Con noi educande dormiva una monaca per mezzo della quale, come ora dirò, sembra che il Signore abbia voluto cominciare a illuminarmi.

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