Libro della vita

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Capitolo 9

Parla del modo in cui il Signore cominciò a risvegliare la sua anima, a illuminarla in così fitte tenebre e a rafforzare le sue virtù affinché non l'offendesse più.

1. Ormai, dunque, la mia anima era stanca e, anche se lo voleva, le sue cattive abitudini non la lasciavano riposare.

Accadde un giorno che, entrando nell'oratorio, vidi una statua portata lì in attesa di una certa solennità che si doveva celebrare in casa e per la quale era stata procurata.

Era un Cristo tutto coperto di piaghe, e ispirava tale devozione che, guardandola, mi turbai tutta nel vederlo ridotto così, perché rappresentava al vivo ciò che egli ebbe a soffrire per noi.

Provai tanto rimorso per l'ingratitudine con cui avevo ripagato quelle piaghe, che pareva mi si spezzasse il cuore, e mi gettai ai suoi piedi con un profluvio di lacrime, supplicandolo che mi desse infine la forza di non offenderlo più.

2. Ero molto devota di santa Maria Maddalena e assai di frequente pensavo alla sua conversione, specie quando mi comunicavo; perché, sapendo che in quel momento il Signore stava certamente in me, mi prostravo ai suoi piedi, nella speranza che le mie lacrime non venissero disprezzate.

Ma non sapevo quel che dicevo ( facendo già molto chi mi consentiva di spargere lacrime per lui, visto che dimenticavo tanto presto quella pena ), e così mi raccomandavo a questa gloriosa santa perché mi ottenesse il perdono.

3. Quest'ultima volta, però, l'essermi prostrata davanti alla statua che ho detto lì posta, credo mi abbia giovato di più, perché avevo perduto ogni fiducia in me e confidavo unicamente in Dio.

Mi sembra d'avergli detto allora che non mi sarei alzata da lì finché non mi avesse concesso quello di cui lo supplicavo.

Sono certa di essere stata esaudita, perché da allora andai molto migliorando.

4. Questo era il mio metodo di orazione: non potendo discorrere con l'intelletto, cercavo di rappresentarmi Cristo nel mio intimo e mi trovavo meglio, a mio giudizio, ricercandolo in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo.

Mi pareva che, essendo solo ed afflitto, come persona bisognosa di conforto, mi avrebbe accolta più facilmente.

Di queste ingenuità ne avevo parecchie.

Mi trovavo assai bene specialmente nell'orazione dell'Orto degli ulivi; lì gli tenevo compagnia; pensavo al sudore e all'afflizione che aveva sofferto; desideravo, potendo, tergergli quel sudore così penoso ( ma ricordo che non osavo mai decidermi a farlo, perché mi venivano subito in mente i miei gravissimi peccati ).

Me ne stavo lì con lui fino a quando i miei pensieri me lo permettevano, essendo molti quelli che mi davano tormento.

Per vari anni, la maggior parte delle sere, prima di addormentarmi – allorché per dormire mi raccomandavo a Dio – meditavo sempre un po' su questo passo dell'orazione dell'Orto degli ulivi, fin da quando non ero ancora monaca, avendo sentito dire che si guadagnavano molte indulgenze.

Sono convinta che con questa meditazione la mia anima si sia molto avvantaggiata perché cominciai a praticare l'orazione, senza sapere che cosa fosse, e diventò poi un'abitudine così regolare che non avrei potuto trascurare di farmi il segno della croce prima di addormentarmi.

5. Ma, tornando a ciò che dicevo circa il tormento di alcuni pensieri, è insito nel metodo di fare orazione senza servirsi dell'intelletto che l'anima o è molto concentrata, o è molto smarrita, dico smarrita quanto a riflessione.

Se trae profitto, ne trae molto, perché dovuto all'amore.

Ma per giungere a questo occorre gran fatica, salvo che si tratti di persone che Dio vuol far pervenire all'orazione di quiete in breve tempo, come è avvenuto ad alcune persone di mia conoscenza.

Alle anime che vanno per questa strada giova molto un libro per raccogliersi presto.

A me giovava anche la vista della campagna, dell'acqua e dei fiori; queste cose mi ricordavano il Creatore, intendo dire che mi scuotevano, m'inducevano al raccoglimento e mi servivano da libro; mi giovava anche pensare alla mia ingratitudine e ai miei peccati.

In cose celesti e concetti elevati la mia intelligenza era così grossolana che mai e poi mai potei concepirli fino a quando il Signore non me ne fece venire a conoscenza in altro modo.

6. Ero così poco capace a raffigurarmi cose con l'intelletto che, se non si trattava di cose che vedevo realmente, non mi giovavo affatto della mia immaginazione, come accade, invece, ad altre persone che possono crearsi immagini su cui raccogliersi.

Io potevo pensare a Cristo solo come uomo, ma anche così non potei mai figurarmelo nella mia anima, per quanto leggessi della sua bellezza e ne contemplassi le immagini, se non come chi è cieco o sta al buio, il quale, anche se parla con una persona e sa di trovarsi con lei, perché ha la certezza della sua presenza, voglio dire lo capisce e lo crede, tuttavia non la vede.

Così accadeva a me quando pensavo a nostro Signore e per questo ho sempre amato le immagini.

Infelici coloro che per propria colpa perdono siffatto bene!

È evidente che non amano il Signore perché, se lo amassero, godrebbero nel vederne l'immagine, come quaggiù fa sempre piacere vedere il ritratto di coloro a cui si vuole bene.

7. In quel tempo mi dettero le Confessioni di sant'Agostino, forse per disposizione del Signore, perché io non cercai di averle non conoscendone l'esistenza.

Io sono molto devota di sant'Agostino perché il monastero dove fui da secolare era del suo Ordine, e anche perché egli fu peccatore.

Infatti, provavo molto conforto nei santi che il Signore rivolse al suo servizio dopo che erano stati peccatori, sembrandomi che mi fossero d'aiuto a sperare che come il Signore aveva perdonato a loro, poteva farlo anche con me.

Solo una cosa mi angustiava, come ho già detto: che essi, chiamati dal Signore una sola volta, non tornavano a cadere, mentre io ero stata chiamata già tante volte; ciò mi procurava una grande sofferenza.

Ma, considerando l'amore che mi portava, riprendevo coraggio, perché non ho mai diffidato della sua misericordia; di me, invece, assai spesso.

8. Oh, mio Dio, come mi spaventa l'ostinazione che dimostrò la mia anima, pur avendo tanti aiuti da Dio!

Mi è causa ancora di timore il pensare al poco dominio che avevo su di me e ai molti ostacoli che mi costringevano a non risolvermi a darmi tutta a Dio.

Appena diedi inizio alla lettura delle Confessioni, mi parve di ritrovarmi in esse e cominciai a raccomandarmi caldamente a questo glorioso santo.

Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che egli udì nell'orto, mi parve che il Signore la facesse udire a me, per quel che ebbe a sentire il mio cuore, e rimasi per lungo tempo tutta in lacrime, provando nel mio intimo una grande afflizione e pena.

Oh, mio Dio, quanto soffre un'anima nel perdere la libertà che la rende padrona di sé e quanti tormenti patisce!

Io ora mi meraviglio di come potessi vivere in tanta angoscia.

Sia lodato Iddio che mi diede vita per farmi uscire da una morte così funesta!

9. Mi sembra che la mia anima ricevesse allora grandi forze dalla divina Maestà, che dovette udire i miei lamenti e avere pietà delle mie lacrime.

Cominciò a crescere in me la propensione a stare più a lungo con Dio e ad allontanarmi dalle occasioni pericolose perché, in questo modo, subito ritornavo ad amare Sua Maestà.

Capivo bene, a quel che credo, di amarlo, ma non comprendevo, come avrei dovuto intenderlo, in che cosa consistesse amare davvero Dio.

Non avevo, mi pare, ancora finito di dispormi a servirlo, che Sua Maestà cominciava a ridonarmi le sue grazie.

Si sarebbe quasi detto che ciò che gli altri cercano di acquistare con gran fatica, il Signore si adoperava, con me, a farmelo accettare.

Infatti, in questi ultimi anni, era un continuo darmi grazie e favori.

Che io lo supplicassi di concedermeli, non ho mai osato farlo, neanche per quanto poteva riguardare tenerezza di devozione; gli chiedevo solo che mi concedesse la grazia di non offenderlo e che mi perdonasse i miei grandi peccati; vedendoli così grandi, non osavo, deliberatamente, desiderare favori né grazie.

Mi pareva già fin troppo buono verso di me, e fu davvero grande la sua misericordia a mio riguardo, nel consentire che gli restassi dinanzi, dopo avermi condotto alla sua presenza, giacché ben vedevo che se egli non si fosse adoperato a tal fine, io non vi sarei andata.

Solo una volta in vita mia mi ricordo di avergli chiesto grazie, trovandomi in uno stato di grande aridità; ma quando m'accorsi di ciò che facevo, rimasi tanto confusa che la stessa vergogna di vedermi così poco umile mi diede ciò che avevo osato chiedere.

Ben sapevo che era lecito chiedere questo, ma a me pareva che lo fosse solo per quelli che hanno la disposizione necessaria per aver cercato con tutte le loro forze di praticare la vera devozione, che consiste nel non offendere Dio ed essere disposti e pronti ad ogni forma di bene.

Mi sembrava che quelle mie lacrime fossero lacrime di donnicciola, senza efficacia, poiché con esse non ottenevo ciò che desideravo.

Eppure, ciò nonostante credo che mi siano valse a qualcosa perché, come ho detto, specialmente dopo queste due volte in cui furono dovute a così gran compunzione e sofferenza del mio cuore, cominciai a dedicarmi di più all'orazione e ad occuparmi meno di cose che potessero essermi di danno; benché ancora non le abbandonassi del tutto, tuttavia, come ho detto, Dio mi veniva aiutando a distaccarmene.

Poiché Sua Maestà non stava aspettando se non qualche buona disposizione in me, le grazie spirituali andarono crescendo nel modo che dirò; cosa insolita, perché il Signore non usa darle se non a coloro che vivono con maggior purezza di coscienza.

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