Libro della vita

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Capitolo 18

In cui tratta del quarto grado di orazione; comincia a spiegare in modo eccellente la grande dignità a cui viene elevata dal Signore l'anima che si trova in questo stato.

Serve per incoraggiare molto coloro che si danno all'orazione, a cercare di pervenire a così alto stato, raggiungibile anche sulla terra, sebbene non per nostro merito, ma per la bontà del Signore.

Si legga con attenzione, perché l'esposizione è fatta con grande sottigliezza e contiene argomenti importantissimi.

1. Il Signore m'insegni le parole con cui io possa dire qualcosa della quarta acqua.

Qui è molto necessario il suo aiuto, ancor più che per la terza, perché in quella l'anima sente di non essere morta del tutto, mentre qui possiamo dire che lo è, essendo realmente morta al mondo.

Se non che, ripeto, è ancora in grado di capire d'essere quaggiù, di sentire la sua solitudine e di giovarsi di tutti i mezzi esterni per far intendere quello che prova, sia pure con segni.

In tutta l'orazione, nelle varie forme di essa di cui ho parlato, il giardiniere lavora sempre un po', benché in questi ultimi gradi il lavoro sia accompagnato da tanta gioia e consolazione che l'anima non vorrebbe mai lasciarlo; pertanto, non si sente come una fatica, ma come una gioia.

Ma qui non c'è coscienza, c'è solo il godimento, senza sapere di che.

Si sente di godere un bene dove si racchiudono, uniti, tutti gli altri beni, ma non si comprende tale bene.

Tutti i sensi sono presi da questo godimento, in modo che nessuno resta libero di occuparsi in altre cose, esterne o interne.

Prima era loro permesso – ripeto – di manifestare con alcuni segni la grande gioia che sentivano; qui l'anima gode incomparabilmente di più e può manifestare molto meno, perché il corpo rimane senza forza, né l'anima ne ha per poter comunicare quella gioia.

In quel momento ogni cosa le sarebbe di grave imbarazzo e tormento, e disturberebbe il suo riposo.

Aggiungo che se è unione di tutte le potenze, anche volendolo, l'anima non può occuparsi di nulla, trovandosi in questo stato, e se lo potesse non sarebbe più unione.

2. Come avvenga questo fatto che si chiama unione e cosa sia, non so spiegarlo.

Se ne parla nella teologia mistica, ma non ne conosco i termini, e neanche so intendere che cosa sia la mente né in che differisca dall'anima o dallo spirito.

Mi sembra che sia tutt'uno, anche se l'anima talvolta esce di se stessa come un fuoco che, ardendo, sprigiona fiamme, e talvolta aumenta con impeto: la fiamma sale, così, molto più in alto del fuoco, ma non per questo è di diversa natura, essendo la stessa fiamma che sta nel fuoco.

Questo, le signorie vostre, con la loro dottrina, lo capiranno, perché non so dirne di più.

Ciò che intendo spiegare è quello che l'anima prova quando sta in questa divina unione.

3. Si sa ormai cosa sia unione: due cose distinte in una.

Oh, mio Signore, quanto siete buono!

Vi lodino, mio Dio, tutte le creature, poiché ci avete tanto amato che possiamo con verità parlare di questa comunicazione che, pur in questo esilio, avete con le anime; e anche se esse sono virtuose, è sempre per effetto di grande larghezza e magnanimità: quella propria di voi, mio Signore, che date da par vostro.

Oh, liberalità infinita, quanto sono meravigliose le vostre opere.

Esse riempiono di ammirazione chi, per intendere queste verità, non ha in nessun modo l'intelletto occupato in cose della terra.

Il fatto, poi, che concediate così sovrane grazie ad anime che vi hanno tanto offeso, certo non mi fa capire più nulla, e quando comincio a pensare a questo, non posso procedere oltre.

Dove andare che non sia tornare indietro?

Non so pertanto come ringraziarvi per così grandi grazie: a volte non trovo nulla di meglio che dire spropositi.

4. Molte volte, quando mi accade di ricevere queste grazie o quando Dio comincia a darmele ( poiché, stando pienamente in esse, ho già detto che è impossibile far nulla ) gli dico: « Signore, badate a quel che fate, non dimenticatevi così presto dei miei grandi peccati; visto che li avete dimenticati per darmene il perdono, vi supplico di ricordarvene per porre un limite alle grazie.

Non versate, o mio Creatore, un così prezioso liquore in un vaso così incrinato, poiché avete visto già altre volte che io torno a spargerlo fuori; non ponete un simile tesoro dove ancora non si è perduto totalmente – come dovrebbe essere – il desiderio di umane consolazioni; sarebbe sciupato perché male speso.

Come affidare il potere di questa città e le chiavi della sua fortezza a un governatore così vile che al primo assalto dei nemici li lascia entrare?

Non sia così grande il vostro amore, eterno Re, da porre a rischio gioielli tanto preziosi!

E come, mio Signore, dar motivo di ritenerli di poco conto il metterli nelle mani di un essere così spregevole, ignobile, fiacco, miserabile e di nessuna importanza come me perché, per quanto con il vostro favore – e non ne occorre poco, essendo come sono – mi sforzi di non perderli, non posso riuscire a farne trarre giovamento ad alcuno; infine, sono una donna, e non una donna virtuosa, ma spregevole.

Porre i talenti in una terra così ingrata è come non solo nasconderli, ma sotterrarli.

Voi, o Signore, non siete solito concedere simili ricchezze e grazie a un'anima se non perché essa giovi a molte altre.

Voi sapete, mio Dio, che vi supplico di ciò fermamente, con tutto il cuore – come già ve ne ho supplicato alcune volte –, giacché ritengo giusto perdere il maggior bene che si possa avere sulla terra, perché voi lo diate a chi se ne gioverà meglio di me, per vostra maggior gloria ».

5. Queste e altre cose mi è accaduto di dire molte volte.

Poi ho costatato la mia stoltezza e poca umiltà, perché il Signore sa bene ciò che conviene fare e come la mia anima non aveva forze per salvarsi, se Sua Maestà non me ne avesse provveduto con tante grazie.

6. Intendo anche parlare delle grazie e degli effetti che tale unione lascia nell'anima, che cosa essa possa fare di suo, e se può aver parte nell'arrivare a così alto stato.

7. Accade, dunque, che si produca questa elevazione dello spirito o unione con l'amore celeste.

A mio giudizio, c'è differenza fra unione ed elevazione in questa stessa unione.

A chi non l'ha provato sembrerà di no, mentre a me pare che, pur essendo in fondo la stessa cosa, il Signore vi opera in modo diverso, e nel volo dello spirito aumenta molto il distacco dalle creature.

Io ho visto chiaramente che è una grazia particolare, benché – ripeto – sia o sembri tutt'una con l'unione.

Se è vero che un fuoco piccolo è anch'esso un fuoco come uno grande, si vede, però, bene la differenza tra l'uno e l'altro: in un fuoco piccolo, prima che un piccolo pezzo di ferro si arroventi, passa molto tempo; ma se il fuoco è grande, anche se il pezzo è grosso, in pochissimo tempo sembra cambiare del tutto natura.

Così mi sembra sia di queste due specie di grazie del Signore e sono certa che chi è arrivato ai rapimenti lo intenderà bene.

Se non ne ha fatto esperienza, invece, gli sembrerà uno sproposito, come può anche essere; infatti, se una persona come me vuol parlare di un tale argomento e far capire, anche in piccola parte, ciò alla cui spiegazione sembra impossibile, per mancanza di parole adeguate, dare anche solo l'avvio, non è improbabile che dica spropositi.

8. Ma credo che il Signore mi aiuterà nel mio intento, ben sapendo Sua Maestà che esso, dopo l'adempimento dell'obbedienza, non è altro se non quello di attrarre le anime a un bene così elevato.

Non dirò nulla che non abbia lungamente sperimentato.

È vero che, quando cominciai a scrivere di quest'ultima acqua, mi sembrava impossibile saperne trattare, più difficile che parlare in greco, talmente mi appariva irto di difficoltà.

Pertanto, deposta l'idea, andai a comunicarmi.

Sia benedetto il Signore che così favorisce gli ignoranti!

Oh, virtù dell'obbedienza che tutto puoi!

Dio illuminò la mia mente alcune volte con le parole e altre offrendomi il modo in cui dovevo dirle, perché, come già nella precedente orazione, sembra che Sua Maestà voglia dire anche qui quello che non posso né so dire.

Questa è la pura verità; pertanto quello che vi sarà di male – è chiaro – viene dal mare di tutti i mali che sono io.

Così dico che, se vi fossero persone – e ve ne devono essere molte – giunte ai gradi di orazione di cui il Signore ha fatto grazia a questa miserabile, che volessero trattarne con me, credendo d'essere fuori di strada, il Signore aiuterà la sua serva perché riesca a indicare il sentiero della verità.

9. Ora, parlando di quest'acqua che viene dal cielo per riempire e impregnare con la sua abbondanza tutto il giardino, se il Signore non smettesse mai di darla ogni volta che ve ne fosse bisogno, si capisce facilmente quale riposo ne avrebbe il giardiniere.

E se non vi fosse mai inverno, ma sempre primavera, non mancando mai fiori né frutta, ben s'intende di quale gioia godrebbe; ma, finché viviamo, ciò è impossibile: bisogna sempre, quando manca un'acqua, procurare l'altra.

Questa del cielo viene, molte volte, quando il giardiniere meno se l'aspetta.

Veramente, da principio, è quasi sempre dopo una lunga orazione mentale: durante tale ascesa il Signore viene a prendere quest'uccellino e lo depone nel nido perché si riposi.

Poiché lo ha visto volare a lungo e adoperarsi con l'intelletto, con la volontà e con tutte le sue forze a cercare Dio e compiacerlo, vuole dargliene il premio sin da questa vita; e che gran premio!

È tale che basta un istante di gioia per ripagarlo di tutte le pene che possa aver sofferto.

10. Mentre l'anima sta così cercando il suo Dio, si sente, con grandissima gioia, quasi del tutto venir meno, per una specie di deliquio; a poco a poco le mancano il respiro e le forze fisiche, tanto che non può muovere neppure le mani, se non a prezzo di un grande sforzo; gli occhi le si chiudono senza che li voglia chiudere o, se ritiene aperti, non vede quasi nulla, né, se legge, riesce a pronunciare una sillaba e quasi neppure a distinguere le lettere; vede che ci sono lettere, ma poiché l'intelletto non le è di aiuto, non è capace di leggerle, pur volendo; ode ma non capisce quello che ode.

Così che i sensi non le servono più, anzi le sono di danno perché le impediscono di stare in pace.

Superfluo dire che non può parlare, poiché non riesce a mettere insieme una parola, né ha la forza, qualora ci riuscisse, di pronunciarla, perché ogni forza fisica si perde, mentre aumentano quelle dell'anima, per farla meglio godere della sua gioia.

Il diletto esteriore che allora si prova è pur esso grande e sensibile.

11. Per quanto duri, questa orazione non è mai di danno, almeno a me non lo è mai stata, né ricordo che il Signore mi abbia una sola volta fatto questa grazia e che io – per malata che fossi – ne risentissi, anzi ne uscivo sempre migliorata.

Ma che male può fare un bene così grande?

Sono tanto evidenti i suoi effetti esteriori che non si può dubitare della grandezza della causa che li produce, e se, per l'eccesso della gioia, il Signore ci toglie le forze, è per ridarcele in maggior grado.

12. È vero che in principio è di così breve durata – almeno così era per me – che allora né mediante questi segni esteriori né con la sospensione dei sensi si fa conoscere.

Ma si capisce bene dalla sovrabbondanza delle grazie quanto debba essere stato grande il fulgore del sole che lì risplendeva, se ha fatto struggere l'anima così.

Si noti che, a mio parere, per quanto lungo sia il tempo della sospensione di tutte le potenze in cui si viene a trovare l'anima, è assai breve; è molto se dura una mezz'ora.

Credo di non averlo mai avuto così a lungo.

È vero che è difficile poter computare il tempo, perché si è fuori dei sensi, ma intendo dire che le potenze tutte insieme rimangono sospese per poco, essendovene sempre qualcuno che torna in sé.

La volontà è quella che si mantiene assorta, ma le altre due potenze tornano presto a importunarla; perseverando essa nella quiete, si arrestano di nuovo; stanno per un po' tranquille e poi riprendono la loro attività.

13. In quest'alternativa si possono passare, come si passano in realtà, alcune ore nell'orazione perché, una volta che le due potenze abbiano cominciato a gustare quel vino celeste e a inebriarsene, tornano facilmente a sospendersi per usufruirne di più: così si accompagnano alla volontà e godono tutt'e tre.

Ma questo stato di sospensione completa, senza alcun disturbo dell'immaginazione – la quale, a mio parere, rimane anch'essa del tutto sospesa –, ripeto che dura poco, anche se le potenze non si riprendono così perfettamente da non restare alcune ore come stordite, mentre Dio torna di tanto in tanto ad attrarle a sé.

14. Ora veniamo a quello che l'anima sente nel proprio intimo in questo stato.

Lo dica chi lo sa, perché è cosa che non si può intendere e tanto meno esprimere.

Mi stavo domandando, mentre mi disponevo a scrivere di questo, tornando dalla comunione e uscita da questa stessa orazione di cui parlo, cosa facesse allora l'anima.

Il Signore mi disse queste parole: «Si strugge tutta, figlia mia, per meglio immergersi in me; ormai non è più lei che vive, ma io; non potendo comprendere ciò che intende, il suo è un non intendere intendendo ».

Chi ne abbia fatto esperienza capirà qualcosa di questo, essendo tanto oscuro ciò che le avviene che non si può spiegare più chiaramente.

Posso dire soltanto che l'anima si vede unita a Dio e ne ha una tale certezza che in nessun modo potrebbe non crederlo.

Tutte le potenze, in questo momento, vengono meno, essendo sospese così totalmente che, come ho detto, non ci si accorge assolutamente che operino.

Se si stava meditando su un brano della passione, se ne perde la memoria come se mai si fosse avuto presente; se si legge, non c'è più ricordo di ciò che si leggeva e non c'è la possibilità di fermarsi a meditare; se si prega, lo stesso.

Sembra che a quella farfalletta importuna della memoria si brucino le ali e non possa più agitarsi.

La volontà è certo tutta occupata nell'amore, ma non sa come ama.

L'intelletto, se intende, non capisce come intenda, per lo meno non può comprendere nulla di ciò che intende.

A me sembra che non intenda affatto perché – ripeto – non intende se stesso; non riesco a capire questo mistero.

15. Mi è accaduto all'inizio di essere vittima di una grave ignoranza, non sapere, cioè, che Dio è in tutte le cose e, poiché mi sembrava che mi stesse molto vicino, lo ritenevo impossibile.

Eppure non potevo rinunciare a credere che stesse lì, perché mi sembrava di aver visto chiaramente la sua presenza.

Quelli che non erano istruiti mi dicevano che vi era soltanto con la sua grazia.

Ma non potevo convincermene perché, ripeto, mi pareva che fosse proprio presente, e questo dubbio mi dava pena.

Me ne liberò un dottissimo religioso dell'Ordine del glorioso san Domenico, il quale mi disse che Dio è realmente presente e mi spiegò come egli si comunica alle nostre anime, dandomi così una grande consolazione. Bisogna notare e capire bene che sempre quest'acqua del cielo, questo insigne favore di Dio, arricchisce l'anima di grandissimi tesori, come ora dirò.

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