La città di Dio

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Immortalità del politeismo

10 - È dovuta all'istigazione dei dèmoni

Si adduce a difesa che non erano vere le cose dette contro gli dèi, ma false e immaginarie.

Ma proprio questo è più empio se si tenesse presente il rispetto religioso.

Se poi si pensa alla malvagità dei demoni, che cosa di più maliziosamente furbo per ingannare?

Quando infatti il disonore si getta contro il concittadino più ragguardevole buono e utile alla patria, tanto è più indegno perché è più contrario ed estraneo alla sua condotta.

Quali pene dovrebbero dunque applicare quando si fa al dio una ingiuria tanto infamante, tanto evidente?

Ma gli spiriti maligni, che essi reputano dèi, vogliono che si dicano di loro anche i misfatti che non hanno compiuti.

Così avvolgono come con reti le coscienze umane e le trascinano con sé alla pena prestabilita.

Tali misfatti potrebbero averli commessi gli uomini, ma i demoni sono lieti che siano considerati dèi perché sono lieti degli errori degli uomini e perché con le mille arti di nuocere14 e ingannare si sostituiscono a loro per essere adorati essi stessi.

Potrebbe anche essere che quei misfatti siano veri di certi individui, tuttavia gli spiriti ingannatori accettano volentieri che siano attribuiti immaginariamente alla divinità affinché sembri quasi che a commettere azioni crudeli e turpi l'autorità competente si trasferisca dal cielo alla terra.

I Greci, sentendosi schiavi di simili divinità, non pensavano che, date le loro infamanti rappresentazioni teatrali, i poeti dovessero risparmiare gli uomini o perché bramavano di essere assimilati ai loro dèi o perché temevano di farli arrabbiare cercando per sé una reputazione più onorata e reputandosi così migliori di loro.

11 - Coerenza greca incoerenza romana

Attiene a questa coerenza che stimarono degni di qualche alta carica nello Stato anche gli attori teatrali di quei drammi.

Infatti, come si ricorda anche nel citato libro Sullo Stato, Eschine ateniese, sommo oratore, sebbene da giovane avesse recitato tragedie, ebbe incarichi nello Stato; Aristodemo, anche egli attore tragico, fu più volte mandato ambasciatore a Filippo per importanti problemi riguardanti la pace e la guerra.15

Non era ritenuto compatibile, dal momento che, secondo loro, le arti e gli spettacoli drammatici erano accetti agli dèi, di relegare nel luogo e nel numero di coloro che le eseguivano.

I Greci, con disonestà certamente, ma con piena coerenza ai propri dèi, diedero queste disposizioni.

Infatti essi che non osarono sottrarre la condotta dei cittadini alla denigrazione della lingua dei poeti e degli attori, poiché vedevano che anche la condotta degli dèi, e con loro consenso e compiacimento, era da essi screditata, pensarono non solo di non disprezzare anzi di onorare nell'amministrazione dello Stato anche gli uomini da cui erano eseguiti spettacoli che ritenevano graditi alle divinità venerate.

Che ragione avevano di onorare i sacerdoti giacché per loro mezzo offrivano agli dèi vittime gradite e di disprezzare gli attori dal momento che avevano appreso dietro loro informazione a offrire quel piacere o onore agli dèi che li richiedevano, e se non si faceva, si arrabbiavano?

Tanto più che Labeone, che dichiarano buon intenditore in materia,16 distingue le divinità buone dalle cattive proprio dalla diversità del culto.

Afferma appunto che gli dèi cattivi sono resi propizi con le stragi e le cerimonie funebri, i buoni con ossequi piacevolmente lieti come, a sentir lui, spettacoli, conviti, banchetti sacri.

Come stia tutta questa faccenda, lo discuterò dopo,17 se Dio mi aiuterà.

Ora un cenno per quanto riguarda il presente argomento.

O gli onori si tributano tutti a tutti in quanto buoni, giacché non è possibile che si diano dèi cattivi, a meno che, essendo spiriti immondi, non siano tutti cattivi; oppure con un certo discernimento, come è sembrato a Labeone, si tributano gli uni ai buoni, gli altri ai cattivi.

Comunque sia, con molta coerenza i Greci hanno in onore entrambi, i sacerdoti da cui si offrono vittime, e gli attori per mezzo dei quali si eseguono spettacoli.

Così non possono essere incolpati di fare ingiustizia ad alcuno degli dèi se gli spettacoli sono graditi a tutti, ovvero, e sarebbe più riprovevole, a quelli che ritengono buoni se gli spettacoli sono amati soltanto da loro.

12 - Giustizia ed empietà della legge sul teatro

Ma i Romani, come Scipione vanta nel citato dialogo Sullo Stato non vollero che la condotta e la reputazione fossero soggette a denigrazioni e insulti dei poeti, perché contemplarono la pena di morte per chi ardisse comporre simile poesia.

Hanno stabilito questa sanzione con onestà verso se stessi, ma con superbia e irreligiosità verso i loro dèi.

Sapendo che essi non solo sopportano ma gradiscono di essere denigrati dalle ingiurie e le maldicenze dei poeti, han ritenuto se stessi e non gli dèi immeritevoli di quelle calunnie e si sono difesi da esse con una legge, ma hanno perfino inserito queste nefandezze nelle feste degli dèi.

E così, o Scipione, lodi che ai poeti romani sia stata negata la licenza di lanciare diffamazioni contro uno dei cittadini, anche se sai che non hanno risparmiato nessuno dei vostri dèi?

E così ti è sembrato di dover considerare di più la reputazione della vostra curia che del Campidoglio, anzi della sola Roma che di tutto il cielo?

In tal modo si proibì ai poeti anche per legge di menare la lingua maledica contro i tuoi concittadini e poi si permise che lanciassero tranquilli contro i tuoi dèi insulti tanto gravi senza che lo proibisse un senatore, un censore, un imperatore, un pontefice.

Era sconveniente, secondo te, che Plauto o Nevio dicessero male di Publio o Gneo Scipione o Cecilio di Marco Catone e fu conveniente che il vostro Terenzio stimolasse il libertinaggio dei giovani con l'adulterio di Giove ottimo massimo.

13 - Onore degli dèi e disonore degli attori

Ma forse, se fosse vivo, mi risponderebbe: "Come potevamo volere che quegli oltraggi non rimanessero impuniti, se gli dèi stessi vollero che fossero riti sacri, quando introdussero nelle usanze romane gli spettacoli teatrali, in cui quei fatti sono esaltati, recitati, messi in azione e ordinarono che fossero dedicati e dati in loro onore?".

Dunque perché non si è capito che non sono dèi veri e per niente degni che lo Stato tributasse loro onori divini?

Era assolutamente sconveniente e inopportuno onorarli qualora avessero richiesto spettacoli con infamie contro i Romani.

E allora, scusate, come si è pensato di doverli onorare, come non si è capito che erano spiriti detestabili dal momento che col desiderio d'ingannare hanno richiesto che fra i loro titoli d'onore si ricordassero i loro misfatti?

Parimenti i Romani, sebbene fossero già costretti da una nociva superstizione ad adorare dèi che, come capivano, s'erano fatti dedicare drammi indecorosi, tuttavia memori della propria dignità e decoro, non onorarono gli attori di tali drammi come i Greci.

In Cicerone il citato Scipione dice: Poiché consideravano indecorosi l'arte e lo spettacolo teatrale, vollero che gli addetti ad essi fossero privi dei diritti civili e allontanati dalla tribù con nota infamante del censore.18

Nobile principio giuridico e da computarsi fra le benemerenze di Roma, ma vorrei che fosse coerente con se stessa, che imitasse se stessa.

A norma di diritto se qualcuno dei cittadini romani avesse scelto di far l'attore, non solo non gli si dava accesso alle cariche ma con nota del censore non gli si consentiva di appartenere alla propria tribù.

Oh coscienza amante della civiltà vera e autenticamente romana!

Ma mi si potrebbe chiedere di rimando: "Per quale coerente principio gli attori teatrali sono considerati inabili alle cariche e gli spettacoli teatrali sono inseriti nelle onoranze prestate agli dèi?

La moralità romana per lungo tempo non conobbe le arti del teatro, giacché se si fossero introdotte come divertimento per la tendenza umana al piacere, si sarebbero insinuate a discapito della morale.

E gli dèi richiesero che fossero loro presentate.

Perché dunque si rifiuta l'attore se mediante lui si onora il dio?

E con quale faccia si bolla l'esecutore della licenziosità teatrale se il promotore è adorato?".

In questa contestazione, rispondo io, se la vedano fra di loro Greci e Romani.

I Greci ritengono di onorare ragionevolmente gli attori perché onorano gli dèi sollecitatori degli spettacoli teatrali; i Romani non tollerano che dagli attori sia disonorata neanche una tribù della plebe e tanto meno la curia del senato.

In questo dibattito il seguente sillogismo coglie l'essenziale del problema: prima premessa dei Greci: se dèi simili si devono adorare, certamente anche uomini simili si devono onorare; seconda premessa dei Romani: ma per niente affatto uomini simili si devono onorare; conclusione dei cristiani: dunque per niente affatto dèi simili si devono adorare.

14.1 - Platone contro i poeti

Chiedo poi perché anche i poeti autori di drammi di tal fatta, ai quali dalla legge delle dodici tavole è stato proibito di ledere la reputazione dei cittadini, se scagliano insulti così ignominiosi contro gli dèi, non sono considerati infami come gli attori.

Per quale ragione è stato stabilito che siano infamati gli attori e onorati gli autori di favole poetiche e di dèi privi di ogni decoro?

O si deve piuttosto dare la palma al greco Platone che, figurando con la ragione uno Stato ideale, ritenne che i poeti si devono cacciare dalla città come nemici della verità?

Egli non tollerava gli oltraggi contro gli dèi e non voleva che le coscienze dei cittadini fossero corrotte per mollezza dalle favole.19

E adesso confronta l'umanità di Platone che, per non far corrompere i cittadini, caccia i poeti dalla città con la divinità degli dèi che chiede in proprio onore gli spettacoli teatrali.

Platone, anche se dialetticamente non convinse, consigliò tuttavia la leggerezza e dissolutezza dei Greci affinché non fossero neanche scritti i drammi; gli dèi estorsero col comando alla ponderatezza e morigeratezza dei Romani che fossero perfino eseguiti.

E vollero che non solo fossero eseguiti ma anche dedicati, offerti in voto e presentati loro solennemente.

A chi a buon conto lo Stato tributerebbe più onestamente onori divini?

A Platone che proibisce queste oscenità e nefandezze o ai demoni che godono di ingannare così uomini ai quali quegli non riuscì a dimostrare irrefutabilmente i veri valori?

14.2 - Platone e la legge romana

Labeone ha pensato di computare Platone fra i semidei come Ercole e Romolo.

Considera i semidei superiori agli eroi ma li colloca entrambi fra le divinità.

Tuttavia io non dubito di considerare Platone, che Labeone chiama semidio, non soltanto superiore agli eroi ma anche agli stessi dèi.

Le leggi dei Romani sono vicine alla speculazione di Platone poiché egli condanna tutte le favole poetiche ed essi tolgono ai poeti la libertà di dir male per lo meno degli uomini; egli priva i poeti della stessa cittadinanza ed essi privano dei diritti civili per lo meno gli attori delle favole drammatiche e se ardissero opporsi agli dèi che richiedono gli spettacoli, forse li priverebbero di tutto.

Dunque i Romani non potrebbero mai ricevere o aspettare dai propri dèi leggi per difendere la moralità e reprimere l'immoralità perché di gran lunga li superano con le proprie leggi.

Gli dèi in proprio onore richiedono spettacoli teatrali, i Romani rifiutano agli attori tutti gli onori.

Gli dèi comandano che si celebrino in loro onore con le immaginazioni poetiche gli oltraggi contro se stessi, i Romani distolgono la sfrontatezza dei poeti dall'oltraggio contro gli uomini.

Platone considerato semidio si oppose alla licenziosità di dèi così fatti e mostrò che cosa si doveva stabilire con un temperamento come quello dei Romani, giacché addirittura non voleva che in uno Stato ben costituito esistessero i poeti stessi che favoleggiassero a capriccio o proponessero da imitare ad uomini infelici i misfatti degli dèi.

Io non ritengo Platone né un dio né un semidio e non lo metto alla pari né con un angelo del sommo Dio né con un profeta veritiero né con un apostolo né con un martire del Cristo né con un qualsiasi cristiano.

Con l'aiuto di Dio tratterò a suo luogo il motivo di questa mia opinione.20

Ma giacché i pagani pensano che sia un semidio, ritengo che forse non si può considerarlo superiore a Romolo ed Ercole.

E lo si potrebbe anche perché di lui né storico ha scritto né poeta ha immaginato che abbia ucciso il fratello o compiuto qualche azione criminosa.

Ma è certamente superiore a Priapo o ad Anubi dalla testa di cane e al limite anche a Febbre, divinità queste che i Romani in parte ricevettero dal di fuori, in parte divinizzarono come indigeti.

Dèi simili non potevano in alcun modo impedire con sani ordinamenti e leggi i grandi mali spirituali e morali che sovrastavano o provvedere ad estirpare quelli già introdotti.

Anzi essi provvidero a far nascere e crescere i misfatti perché desideravano far conoscere alle masse mediante solenni spettacoli teatrali azioni malvagie o loro o presentate come loro, di modo che, data l'autorità divina, spontaneamente si accendesse la passione umana.

E invano gridava Cicerone che trattando dei poeti ha detto: Appena loro sono giunte la richiesta e l'approvazione della massa come se fosse un autorevole e saggio maestro, addensano folte tenebre, introducono grandi timori, accendono dannose passioni.21

15 - Romolo dio Quirino

Vi fu un criterio nella scelta degli dèi, sia pure falsi, o è piuttosto adulazione?

Perché intanto non ritennero Platone neanche degno di un tempietto, pur considerandolo semidio?

Eppure si era impegnato con eccellenti opere filosofiche a non far decadere la moralità con i mali spirituali che più degli altri si devono evitare.

E poi hanno ritenuto Romolo superiore a molti loro dèi, sebbene una loro dottrina esoterica lo presenti non dio ma semidio.22

Gli hanno perfino destinato un sacerdote flamine.

Questo tipo di sacerdozio nella religione romana fu, come dimostra il berretto, tanto in onore che si ebbero soltanto tre flamini destinati a tre divinità, il Diale a Giove, il Marziale a Marte, il Quirinale a Romolo.23

Per gratitudine dei cittadini egli accolto in cielo fu chiamato Quirino.

Dunque Romolo in questo onore ebbe la prelazione su Nettuno e Plutone, fratelli di Giove e anche su Saturno loro padre.

Così tributarono a lui un sacerdozio analogo a quello grande tributato a Giove e a Marte, che poi ne era il padre.

Fu forse per riguardo a lui.

16 - Gli dèi romani non danno leggi

Se i Romani avessero potuto ricevere leggi morali dai propri dèi, non avrebbero dopo alcuni anni dalla fondazione di Roma preso in prestito dagli Ateniesi le leggi di Solone.24

Tuttavia non le conservarono come le avevano ricevute ma si sforzarono di renderle migliori e più perfette.

Eppure Licurgo aveva fantasticato di avere stabilito le leggi per gli Spartani con l'autorità di Apollo.25

I Romani da saggi che erano non vollero crederlo e per questo non le derivarono da lui.

Si tramanda che Numa Pompilio, successore di Romolo nel regno, stabilì alcune leggi che non erano affatto sufficienti per amministrare lo Stato.26

Egli organizzò anche molti riti religiosi ma non si dice che abbia ricevuto le leggi dalle divinità.

Dunque gli dèi non si preoccuparono affatto che capitassero ai loro adoratori mali spirituali, mali sociali, mali morali; eppure sono mali tanto grandi che, secondo l'affermazione di alcuni loro uomini dottissimi, pur rimanendo le città, gli Stati sono annientati.

Anzi, come è stato detto dianzi, gli dèi si diedero da fare perché i mali aumentassero.

17 - Ingiustizia romana contro i Sabini, Collatino e Camillo

Ma forse non sono state stabilite dalle divinità leggi per il popolo romano, perché, come dice Sallustio, il diritto e la morale presso di loro non avevano efficacia in virtù delle leggi ma della natura?27

Da tale diritto e morale suppongo che derivi il ratto delle Sabine.

Che cosa di più giuridico e morale che le figlie di altri, richiamate col pretesto di uno spettacolo, non fossero date in matrimonio dai genitori ma prese con la violenza ad arbitrio di chi voleva?

Se i Sabini agivano contro il diritto nel rifiutare le fanciulle richieste, molto più contro il diritto era rapirle senza che fossero date in matrimonio.

Era più giusto far guerra con una popolazione che aveva rifiutato a corregionali e confinanti le proprie figlie chieste come mogli che con una popolazione che le richiedeva perché rapite.

Era preferibile che avvenisse una guerra simile.

Allora Marte avrebbe aiutato il figlio che combatteva per vendicare con le armi il rifiuto delle unioni coniugali e avere così le donne che desiderava.

Come vincitore poteva forse giustamente per diritto in tempo di guerra prendere le fanciulle che gli erano state negate ingiustamente, ma senza alcun diritto rapì in tempo di pace le fanciulle rifiutate e condusse una guerra ingiusta contro i loro genitori giustamente indignati.

Ma il fatto si verificò con un risultato favorevole.

Infatti sebbene a ricordo di quell'inganno si perpetuò lo spettacolo dei giochi del circo, non piacque nella città e nei popoli dominati l'esempio di quel crimine.

I Romani dunque hanno sbagliato piuttosto nel divinizzare Romolo dopo quella ingiustizia che nel concedere con qualche legge o usanza d'imitarne l'esempio nel rapire donne.

In base a questo diritto e morale, dopo l'espulsione del re Tarquinio e figli, dato che un suo figlio aveva violentato Lucrezia, il console Giunio Bruto costrinse a rinunciare alla carica e fece esiliare, a causa del nome e parentela con i Tarquini, il marito della stessa Lucrezia e suo collega Lucio Tarquinio Collatino, uomo moralmente incolpevole.

E commise questo delitto col favore o per lo meno con la tolleranza del popolo, sebbene proprio dal popolo Collatino e lo stesso Bruto avessero ricevuto il consolato.

Di questo diritto e morale fu vittima anche Marco Camillo, l'uomo più grande di quel tempo.

Egli sconfisse con molta bravura i Veienti, nemici temibili del popolo romano e occupò la loro città ricchissima dopo una guerra durata dieci anni, durante la quale l'esercito romano per errori di strategia era stato più volte gravemente battuto, quando già Roma trepidava nell'incertezza di scampare.

Eppure fu chiamato in giudizio per l'invidia dei denigratori del suo valore e per l'impertinenza dei tribuni della plebe.

Capì l'ingratitudine della città che aveva salvata al punto che certo della condanna andò in volontario esilio e fu anche condannato in contumacia all'ammenda di diecimila assi di rame.

Poco dopo avrebbe di nuovo salvato l'ingrata patria dai Galli.

Non mi va di addurre altri fatti immorali e ingiusti, da cui era messo in subbuglio lo Stato quando i patrizi tentavano di sottomettere la plebe e questa rifiutava di sottomettersi e i fautori dell'uno e dell'altro partito agivano per amore di dominare senza pensare affatto al giusto e all'onesto.

18.1 - L'immoralità romana …

M'impongo un limite dunque e preferisco addurre come testimone Sallustio che a difesa dei Romani ha espresso quel giudizio da cui ha avuto inizio questo nostro discorso: Il diritto e la morale presso di loro non avevano efficacia in virtù delle leggi, ma della natura.28

Lodava quel tempo in cui, dopo l'espulsione dei re, lo Stato fece rapidi progressi in un periodo di tempo incredibilmente breve.

Tuttavia nel primo libro della sua storia e quasi all'inizio di esso ammette che anche allora, quando l'amministrazione dello Stato passò dai re ai consoli, dopo poco tempo nella città si ebbero le ingiustizie dei potenti, il dissidio fra plebe e patrizi e altre discordie civili.

Egli ricorda, è vero, che il popolo romano visse con grande moralità e massima concordia fra la seconda e l'ultima guerra cartaginese ma dice che causa di questa moralità non fu l'amore della giustizia ma il timore di una pace malsicura perché Cartagine era ancora in piedi.

Per questo anche il grande Nasica per reprimere la dissolutezza e conservare i buoni costumi in modo che i vizi fossero repressi dal timore non voleva che Cartagine fosse distrutta.

Il citato Sallustio soggiungeva: Ma la discordia, l'amore alle ricchezze e al potere e gli altri mali che di solito provengono dal benessere, dopo la distruzione di Cartagine, crebbero a dismisura.29

Ci fa capire dunque che anche prima di solito sorgevano e crescevano.

E adducendo le ragioni del suo pensiero prosegue: Infatti le ingiustizie dei potenti e a causa di esse il dissidio della plebe con i patrizi e le altre discordie si ebbero in città fin dal principio e soltanto durante l'espulsione dei re, quando si ebbero il timore da parte di Tarquinio e la difficile guerra con l'Etruria, si amministrò con legislazione giusta e moderata.30

Puoi notare per quale motivo abbia detto che il timore fu la causa per cui, per breve tempo, con la cacciata ossia espulsione dei re, si amministrò in certo senso con legislazione giusta e moderata.

Si temeva la guerra che il re Tarquinio, estromesso dal regno e da Roma e alleatosi con gli Etruschi, conduceva contro i Romani.

Ascolta dunque che cosa soggiunge: In seguito i patrizi trattarono la plebe come schiava, ne disposero della vita e dell'opera con diritto regio, la privarono della proprietà dei campi e amministrarono da soli con l'esclusione di tutti gli altri.

La plebe, oppressa dalle vessazioni e soprattutto dalle tasse giacché doveva subire l'imposta e insieme il servizio militare per le continue guerre, occupò armata il monte sacro e l'Aventino e così rivendicò i tribuni della plebe e gli altri diritti.

Fine delle discordie e della lotta fra le due parti fu la seconda guerra punica.31

Puoi notare da quale tempo, e cioè dal breve tempo dopo la cacciata dei re, come siano vissuti i Romani di cui ha detto: Il diritto e la morale presso di loro non avevano efficacia in virtù delle leggi ma della natura.

18.2 - … denunziata da Sallustio …

Ora se si costata che quel periodo si deve giudicare favorevolmente perché si ritiene che allora lo Stato romano fu eticamente perfetto, che cosa dovremmo dire e pensare del periodo successivo?

Infatti lo Stato, trasformatosi a poco a poco, per usare le parole del medesimo storico, da eticamente perfetto è divenuto eticamente depravato,32 cioè, come ha già detto, dopo la distruzione di Cartagine.

Si può leggere nella sua Storia come Sallustio narra e giudica in succinto quei tempi e in considerazione di quali mali, provenienti dal benessere, dimostra che si è giunti alle guerre civili.

Da quel tempo, egli dice, i costumi dei nostri antenati andarono alla rovina, non un po' alla volta come prima, ma con l'impeto di un torrente, la gioventù divenne talmente dissipata dall'amore del fasto e del denaro tanto da poter dire giustamente che erano stati messi al mondo individui incapaci di avere un patrimonio e insofferenti che altri lo avessero.33

Sallustio aggiunge molte osservazioni sui vizi di Silla e sulla depravazione dello Stato e gli altri scrittori sono d'accordo, sebbene con uno stile molto inferiore.

18.3 - … è dovuta alla carenza di una norma morale

Si può osservare tuttavia, come penso, e se si riflette facilmente si può giudicare fino a qual punto con il dilagare dell'immoralità lo Stato fosse decaduto prima della venuta del nostro re celeste.

I fatti avvennero non solo prima che Cristo presente nel mondo avesse cominciato a insegnare ma anche prima che fosse nato da una vergine.

In definitiva i Romani non osano imputare tanti e così gravi mali di quei tempi, o sopportabili prima o insopportabili e orribili dopo la distruzione di Cartagine, ai propri dèi che con malvagia astuzia istillano nelle coscienze umane dei pregiudizi per cui tali vizi infittiscono.

E allora perché imputano i mali presenti a Cristo che con una dottrina di salvezza vieta di adorare dèi falsi e bugiardi e denunziando e condannando con divina autorità le dannose e criminose passioni umane, gradualmente in ogni dove riscatta da questi mali la propria famiglia e la sottrae al mondo che rovina nel malcostume?

Da essa fonderà una città eterna veramente gloriosa non per lo strepito della vanagloria ma per il giudizio della verità.

19 - La moralità e la tradizione cristiana

Dunque lo Stato romano, trasformandosi un po' alla volta, da eticamente perfetto è divenuto eticamente molto depravato.

Non lo dico io per primo ma i loro scrittori, da cui lo abbiamo appreso pagando, lo hanno detto tanto tempo prima della venuta di Cristo.

Dunque prima della venuta di Cristo e dopo la distruzione di Cartagine i costumi dei nostri antenati andarono alla rovina non un po' alla volta come prima, ma con l'impeto di un torrente, tanto la gioventù era divenuta depravata per amore del fasto e del denaro.34

Ed ora ci leggano i comandamenti dei loro dèi al popolo romano contro l'amore del fasto e del denaro.

E magari gli avessero celato continenza e moderazione e non gli avessero richiesto anche incontinenza e depravazione, alla quale davano una dannosa autorizzazione con una falsa autorità divina.

Leggano poi attraverso i profeti, il santo Vangelo, gli Atti e le Lettere degli Apostoli, i nostri numerosi comandamenti contro l'amore al denaro e al piacere.

Essi non sono proposti con frastuono come nelle controversie dei filosofi ma risuonano con divina autorevolezza attraverso le parole di Dio quasi provenienti da oltre le nubi agli uomini di ogni nazione adunati in assemblea a questo scopo.

Eppure i Romani non imputano ai loro dèi che lo Stato prima della venuta di Cristo era eticamente decaduto a causa dell'amore al fasto e al denaro e di costumi crudeli e depravati, ma rimbrottano alla religione cristiana ogni sciagura che in questo tempo la loro superbia e mollezza hanno potuto subire.

Ma se i re della terra e tutti i popoli, i magistrati e tutti i giudici della terra, ragazzi e ragazze, anziani e giovani, ( Sal 148,11-12 ) ogni età capace di ragionare ed entrambi i sessi e perfino i gabellieri e i soldati, cui si rivolge Giovanni il Battezzatore, ( Lc 3,12-14 ) si preoccupassero di ascoltare insieme i suoi comandamenti di giusta e onesta moralità, lo Stato abbellirebbe col proprio benessere la piattezza della vita presente e scalerebbe la vetta della vita eterna per regnare in una perfetta felicità.

Ma poiché un tale ascolta, l'altro disprezza e molti sono più amici dei vizi i quali lusingano al male che della vantaggiosa asprezza delle virtù, ai servi di Cristo, siano essi re, magistrati o giudici, siano soldati o abitanti delle province, siano ricchi o poveri, liberi o schiavi, d'entrambi i sessi, si comanda di sopportare perfino uno Stato moralmente corrotto e, se è necessario, anche ingiusto e di prepararsi anche con questa sopportazione un luogo distinto nell'assemblea veramente santa e augusta degli angeli e nello Stato del cielo, in cui è legge la volontà di Dio.

Indice

14 Virgilio, Aen. 7, 338
15 Cicerone, De rep. 4, 11, 13
16 Macrobio, Saturn. 1, 18, 21
17 Macrobio, Saturn. 2, 29.2; 3, 17
18 Cicerone, De rep. 4, 10, 10
19 Platone, Politeia 377b-383c. 606e-608b;
Cicerone, Tuscul. 2, 11, 27
20 Cicerone, Tuscul. 8, 4
21 Cicerone, De rep. 4, 9, 9
22 Ennio, Ann., fr. 59;
Cicerone, De rep. 2, 10, 20;
Tuscul. 1, 12, 28;
De nat. deor. 2, 24, 62;
Plinio, Nat. hist. 28, 4;
Plutarco, Quaest. rom. 62
23 Livio, Ab Urbe cond. 1, 20, 2
24 Livio, Ab Urbe cond. 3, 31, 8
25 Cicerone, De divin. 1, 43, 96
26 Cicerone, De leg. 2, 8-10
27 Sallustio, Catil. 9, 1
28 Sallustio, Hist. 1, fr. 13
29 Sallustio, Hist. 1, fr. 10
30 Ibid
31 Ibid
32 Sallustio, Catil. 5, 9
33 Sallustio, Hist. 1, fr. 14
34 Ibid