La Verginità

LXIV - Ciò che soffriamo per Cristo, anche se è fastidioso, è fonte di piacere

Quando senti parlare di pianto, non nutrire dei cupi sospetti: queste lacrime procurano un piacere che neanche il riso di questo mondo riesce a procurare.

Se non ci credi, ascolta le parole di Luca: « Frustati, gli apostoli si ritirarono dal cospetto del sinedrio pieni di gioia ».

Eppure, non è questa la natura della frusta: di solito, essa non procura né piacere né gioia, ma dolore e sofferenza.

Ma se la natura della frusta non riesce a procurare gioia, la fede in Cristo è invece così forte, che domina la natura delle cose.

Se è vero che le fruste producono piacere a causa di Cristo, perché ti meravigli, quando le lacrime producono lo stesso effetto, sempre a causa di Cristo?

Per questo Egli chiama « giogo soave e carico leggero » quella che prima aveva chiamato « strada stretta e piena di tormenti ».

Per sua natura, la cosa è dolorosa ma diventa leggera grazie alla scelta compiuta da chi realizza la virtù ed alla buona speranza.

Per questo è possibile vedere che chi ha scelto la strada stretta e piena di tormenti in luogo di quella larga e pianeggiante vi cammina con maggiore impegno, non perché non venga tormentato, ma perché è superiore ai tormenti e non ne risente, com'è invece naturale che risentano gli altri.

Anche la vita verginale ha i suoi tormenti; ma quando li paragoniamo a quelli del matrimonio, non possiamo più dare loro questo appellativo.

LXV - Tutte le fatiche richieste dalla verginità non equivalgono ai soli dolori del parto, conseguenza del matrimonio

Dimmi: la vergine, in tutta la sua vita, sopporta forse quello che si può dire ogni anno deve sopportare la donna sposata, vittima dei dolori e dei gemiti causati dal parto?

Così forte è la tirannia di questo dolore, che anche la Scrittura divina, quando vuole alludere alla prigionia, alla fame, alla pestilenza ed ai mali più insopportabili, chiama tutto questo « dolori del parto ».

Anche Dio li ha imposti alla donna come un castigo ed una maledizione: non parlo della generazione pura e semplice, ma della generazione in queste condizioni, di quella cioè accompagnata da fatiche e da dolori.

« Nei dolori - è detto infatti - genererai i tuoi figli ».

La vergine, invece, si trova al di sopra di questi dolori e di questa maledizione.

Chi ha abolito la maledizione della legge, assieme ad essa ha abolito anche quest'altra maledizione.

LXVI - É più piacevole camminare che lasciarsi portare in giro dai muli

1. « Ma è piacevole farsi portare in giro dai muli per la piazza ».

Si tratta soltanto di un lusso inutile, privo di qualsiasi piacere.

Come la tenebra non è migliore della luce, come l'essere rinchiusi non è preferibile all'essere liberi, come l'aver bisogno di molte cose non si può anteporre al non aver bisogno di niente, così non si trova meglio neanche colei che non usa i propri piedi.

Tralascio tutti i fastidi che quest'abitudine costringe a sopportare.

Questa donna non può uscire da casa quando vuole, ma spesso è costretta a rimanervi, anche se una ragione seria la spinge ad andar fuori: si trova nello stesso stato dei mendicanti che, avendo i piedi mutilati, non hanno modo di spostarsi.

Se per caso il marito tiene impegnati i muli, ecco affacciarsi i meschini egoismi, le liti, i lunghi silenzi; se invece è lei ad agire così senza pensare alle conseguenze, finisce con il rivolgere la propria rabbia contro se stessa per aver trascurato il marito, e con l'essere continuamente rosa dal rimorso prodotto dalla sua insolenza.

Come sarebbe stato meglio per lei se avesse usato i piedi - per questo Dio ce li ha fatti - evitando tutti questi fastidi, piuttosto che esporsi agl'inevitabili effetti di così forti crucci ed egoismi per amore della comodità!

Non sono però solo questi i motivi che la trattengono in casa: accade la stessa cosa se i muli hanno male ai piedi - si tratti di uno solo di essi o di tutti e due.

Anche quando vengono condotti al pascolo - e questo capita ogni anno e per più giorni - è costretta a rimanere a casa come una prigioniera: non può uscire neanche se la chiama fuori un bisogno impellente.

2. Chi poi dicesse che in tal modo essa evita gl'incontri con la folla e non è costretta a subire gli sguardi di ogni suo conoscente e ad arrossire, mostra d'ignorare totalmente ciò che difende la natura femminile e ciò che invece la ricopre di vergogna.

A queste due cose sono estranee sia il mostrarsi che il nascondersi, giacché il secondo effetto è prodotto dalla sfacciataggine interiore che non è in grado di tenere a freno l'anima, mentre il primo è prodotto dalla saggezza e dal pudore.

Per questo molte donne che pure non conoscono la prigionia di cui si è parlato e che camminano in piazza in mezzo alla folla non solo non si attirano il biasimo dei detrattori, ma grazie alla loro saggezza finiscono con l'avere molti ammiratori: attraverso il loro aspetto, il loro incedere, le loro vesti poco ricercate, fanno trapelare il raggio risplendente della loro compostezza interiore.

Al contrario, non poche di quelle che se ne stanno sedute in casa si fanno una cattiva fama.

La donna che rimane chiusa, più di quella che appare in pubblico, può infatti mostrarsi a chi vuole vederla in tutta la sua sfacciataggine e sfrontatezza.

LXVII - É fastidioso avere molte serve

« Ma forse il gran numero di ancelle fa piacere ».

Questo è il piacere peggiore, giacché comporta un numero di preoccupazioni uguale a quello delle serve: quando una di loro si ammala e muore, l'agitazione e lo scoraggiamento sono inevitabili.

Ma forse sono sopportabili questi inconvenienti ed altri ancora, come ad esempio il darsi ogni giorno da fare per reprimere la pigrizia, eliminare le frodi, far cessare ogni forma d'inciviltà, correggere tutti gli altri vizi.

Ma la cosa più brutta - suole capitare specialmente nel caso in cui le serve sono molte - si verifica quando nella loro schiera se ne trova una bella.

É inevitabile che questo si verifichi quando se ne ha un gran numero, giacché i ricchi vogliono che le ancelle di loro proprietà siano non solo numerose, ma anche belle.

Quando una di loro risplende tra le altre, sia che catturi il padrone con un incantesimo, sia che non riesca a produrre nulla in più di un'ammirazione nei propri riguardi, la padrona si addolora ugualmente, vedendosi superata, se non sul piano dell'amore, per lo meno su quello della bellezza fisica e dell'ammirazione.

Quando le cose che nel matrimonio sembrano splendide ed invidiabili comportano tanti tormenti, che cosa si può dire a proposito di quelle dolorose?

LXVIII - Della tranquillità offerta dalla verginità

1. La vergine, al contrario, non sopporta nulla di tutto ciò.

La sua modesta casa non conosce agitazione, ogni grido è bandito da essa: come in un porto calmo il silenzio domina su tutto ciò che vi si trova dentro.

Un'altra tranquillità, superiore allo stesso silenzio, permea poi la sua anima, giacché essa non ha a che fare con nessuna cosa umana, ma discorre continuamente con Dio e tiene sempre fisso il suo sguardo su di Lui.

Chi potrebbe misurare questo piacere?

Quale discorso sarebbe mai in grado di esprimere la gioia dell'anima che si trova in questo stato? Nessuno.

Coloro che gioiscono del Signore sono i soli a conoscere la grandezza di tale gioia e a rendersi conto di come essa superi di gran lunga ogni possibile raffronto.

2. « Ma la vista di una gran quantità d'argento procura sempre un gran piacere agli occhi ».

Quant'è meglio invece guardare il cielo e raccogliere da esso un piacere molto più grande!

Come l'oro è molto più risplendente e luccicante dello stagno e del piombo, così lo è il cielo rispetto all'oro, all'argento e ad ogni altra materia.

E mentre la contemplazione del cielo non causa preoccupazioni, l'altra contemplazione è legata a molte ansie, che guastano sempre i nostri desideri.

Non vuoi guardare il cielo? Almeno, potresti guardare l'argento esposto in piazza.

Come dice il beato Paolo, « vi parlo per farvi vergognare », giacché vi mostrate così sensibili all'amore per le ricchezze.

Non so che cosa dire.

A tal proposito, mi prende un grande imbarazzo: non riesco a capire come mai quasi tutto il genere umano non consideri fonte di piacere la possibilità di un godimento facile e rilassato, e provi al contrario piacere soprattutto nelle preoccupazioni, nelle tensioni e nelle inquietudini.

3. Come mai l'argento esposto in piazza non li rallegra come quello che si trova in casa?

Eppure il primo è più risplendente e lascia l'anima libera da ogni inquietudine.

« Perché - si risponde - il primo non è mio, mentre il secondo lo è ».

Ciò che produce il piacere è dunque la cupidigia, non la natura dell'argento: se così fosse, anche l'argento esposto in piazza dovrebbe procurare un piacere simile.

Se poi tu volessi richiamarti all'uso, allora ti farei notare che il vetro è molto migliore: potrebbero dirtelo gli stessi ricchi, che fanno fabbricare per lo più i loro bicchieri con quest'altro materiale.

Se poi il loro orgoglio li costringe a far fare anche dei bicchieri d'argento, fanno prima mettere dentro il vetro, e poi fanno rivestire d'argento la parte esterna, mostrando in tal modo che, quando si beve, il vetro è più gradevole e più adatto, mentre l'argento serve solo all'orgoglio ed alla millanteria.

E che cosa significa la frase « Mio e non mio »?

Se l'esamino bene, vedo che si tratta solo di semplici parole.

4. Molti durante la loro vita non riescono ad impedire che l'argento sfugga loro di mano.

Chi riesce a conservarlo fino alla fine, al momento della morte non ne è più padrone, lo voglia o no.

Si può constatare che non solo nel caso dell'argento e dell'oro, ma anche nel caso dei bagni, dei giardini e di tutto ciò che riguarda la casa l'idea del « mio e non mio » non è che una semplice parola.

Mentre tutti possono usare gli oggetti preziosi, i loro presenti proprietari hanno in più di chi non li possiede soltanto le preoccupazioni che essi producono.

Gli uni si limitano a goderseli; gli altri, pur preoccupandosi tanto, raccolgono gli stessi frutti che i primi raccolgono senza darsi alcuna pena.

LXIX - Le mense sontuose sono fonti di molti disturbi

1. Chi poi ammira il gran lusso della tavola, di cui sono prova la moltitudine delle carni tagliate, i vini troppo dispendiosi, i manicaretti ricercati, le arti dei camerieri, dei pasticcieri e dei cuochi, e la folla dei parassiti e dei convitati, sappia che i ricchi, in tali circostanze, non stanno meglio dei loro cuochi.

Come infatti questi ultimi hanno paura dei loro padroni, così essi hanno paura degl'invitati, nel timore che qualcuno di essi critichi le cose che sono state preparate per loro con tanta fatica e tante spese.

In questo i padroni sono uguali ai servi; sotto un altro punto di vista, però, i servi si trovano avvantaggiati rispetto a loro: i padroni devono infatti temere non solo i critici, ma anche gl'invidiosi.

Da tali banchetti nascono spesso delle invidie che cessano solo dopo aver fatto correre i pericoli più gravi.

« Ma il potersi cibare spesso di molte cose è piacevole ». Per carità!

2. Quale piacere possiamo mai provare, quando da questi lussi spuntano il mal di testa, le dilatazioni del ventre, le depressioni psichiche, i capogiri, le vertigini, gli annebbiamenti della vista ed altri disturbi ancora più strani?

Sarebbe augurabile che i danni prodotti da queste sregolatezze si fermassero ai disturbi di un solo giorno.

Invece, proprio da tali mense si originano per lo più le malattie più incurabili: la gotta, la tisi, l'epilessia, la paralisi, le convulsioni, assediano il corpo fino all'ultimo respiro.

Potremmo indicare un piacere capace di controbilanciare questi mali?

E quale regime austero non saremmo disposti a seguire, pur di liberarci da essi?

LXX - La semplicità è più utile e più piacevole del lusso

1. La semplicità, invece, è ben diversa: estranea a tutti questi inconvenienti, produce solo salute e benessere.

Che essa è preferibile al lusso, lo puoi constatare tu stesso: innanzitutto, resti sano e non sei disturbato da quelle malattie, ciascuna delle quali basta da sola a spegnere e a distruggere le fondamenta di ogni piacere; in secondo luogo, puoi gustare meglio gli stessi cibi.

Come mai? Perché il piacere è prodotto dal desiderio, e a sua volta il desiderio è prodotto non dalla sazietà e dalla pienezza, ma dal bisogno e dall'indigenza.

Queste due cose non si trovano mai nei banchetti dei ricchi, mentre compaiono sempre nei pasti dei poveri: meglio di qualsiasi cameriere e cuoco, fanno gocciolare in abbondanza il miele sui cibi messi sulla tavola.

I ricchi mangiano senza aver fame, bevono senza aver sete, e si mettono a dormire prima che sopravvenga un forte bisogno di sonno.

I poveri, invece, prima devono aver bisogno di tutte le varie cose, e solo successivamente le possono gustare: è proprio questo, più di ogni altra cosa, ad accrescere il piacere.

2. Perché mai, dimmi, Salomone chiama dolce il sonno del servo, dicendo: « Dolce è il sonno per il servo, sia che mangi molto sia che mangi poco »?

Forse perché il suo letto è molle?

Ma per lo più dormono su di un pavimento o su di un pagliericcio.

Forse per la libertà di cui godono?

Ma non possono disporre neanche di un istante.

Forse per la loro vita facile?

Non c'è un momento in cui non siano battuti dalle pene e dalle miserie.

Che cosa rende allora dolce il loro sonno?

Le fatiche, ed il poter prendere sonno solo dopo averne sentito il bisogno.

I ricchi invece, se la notte non li sorprende immersi nell'ubriachezza, sono condannati a rimanere sempre svegli, e a rivoltarsi e ad agitarsi sui loro molli letti.

LXXI - Il lusso guasta anche l'anima

Si potrebbe fare anche un'altra descrizione dei fastidi, dei danni e dell'indecenza del lusso, enumerando le malattie che imprime sull'anima, di gran lunga più numerose e pericolose di quelle corporee.

Esso, in effetti, rende molli, deboli, insolenti, millantatori, lascivi, violenti, intemperanti, irascibili, crudeli, ignobili, cupidi, servili, inetti in quasi tutte le cose utili e necessarie; tutti gli effetti opposti sono invece prodotti dalla frugalità.

Ma ora dobbiamo passare ad un altro argomento: fatta questa semplice aggiunta, ritorniamo alle parole dell'apostolo.

Se le cose che sembrano invidiabili sono così piene di mali e fanno cadere sull'anima e sul corpo una così fitta pioggia di malattie, come possiamo parlare delle cose dolorose?

Mi riferisco alla paura dei magistrati, ai movimenti popolari, alle insidie dei delatori e degl'invidiosi, mali tutti che assediano soprattutto i ricchi e che anche le donne sono destinate a sperimentare in maggior misura, data la loro incapacità di sopportare virilmente le relative vicissitudini.

LXXII - Il lusso, oltre a causare gli altri mali di cui si è parlato, rende intollerabili le vicissitudini della vita

Ma perché parlare delle donne?

Anche gli uomini diventano infatti infelice preda di tali vicissitudini.

Chi vive nella semplicità non teme i cambiamenti; chi invece si consuma nella vita molle e dissoluta, se per caso o per fatalità piomba nell'indigenza, muore prima ancora di poter sopportare tale cambiamento, non essendovi né abituato né preparato.

Per questo il beato Paolo dice « Costoro soffriranno i tormenti della carne; io cerco di risparmiarvi », ed aggiunge subito dopo « Il tempo che resta è breve ».

LXXIII - Il momento presente non si addice al matrimonio

1. « Ma cos'ha a che fare tutto questo con il matrimonio? » qualcuno potrebbe forse chiedere.

Ha molto a che fare.

Se infatti il matrimonio è richiuso nella vita presente, mentre in quella futura gli uomini « né sposano né vengono sposati »; se il tempo presente volge al termine e la resurrezione è alle porte, questo non è il momento dei matrimoni e dei beni materiali, ma dell'indigenza e di tutta quella rimanente saggezza che ci può giovare nell'al di là.

La vergine, finché resta a casa con la madre, si dà molto pensiero dei suoi giuochi infantili; una volta messo lo scrigno nella sua stanza, tiene con sé la chiave che racchiude tutti i giocattoli che vi sono riposti, e ne può disporre pienamente: si preoccupa di custodire quei piccoli e stupidi oggetti nella stessa misura in cui i sovrintendenti delle grandi case si preoccupano di amministrarle.

Quando però si fidanza ed il momento delle nozze la costringe a lasciare la casa paterna, allora, staccatasi da quei vili ed umili balocchi, non può non pensare al governo della casa, al gran numero dei beni e degli schiavi, alla cura del marito, ed a tutte le altre incombenze più gravi ancora di queste, che pure sono numerose.

Così dobbiamo fare anche noi: quando siamo condotti alla vita perfetta, degna degli uomini adulti, dobbiamo lasciare tutte le cose di questa terra - veri e propri giocattoli infantili - e pensare al cielo, ed allo splendore e alla gloria della vita celeste.

2. In effetti, siamo uniti ad uno sposo che esige di essere amato da noi a tal punto, che non dobbiamo esitare a separarci per amor suo non solo dalle cose di questa terra, piccola e di scarso valore, ma anche dalla vita stessa, qualora fosse necessario.

Poiché dunque dobbiamo passare all'altra vita, stacchiamoci dai pensieri meschini.

Se dovessimo lasciare una povera casa per trasferirci in una reggia, non penseremmo agli oggetti d'argilla, ai mobili, ed alle altre povere suppellettili domestiche.

Neanche ora dobbiamo quindi preoccuparci delle cose terrene; il momento presente ci chiama ormai in cielo, come dice Paolo scrivendo ai Romani: « La salvezza è adesso più vicina di quanto non lo fosse nel momento in cui ricevemmo la fede: la notte è avanzata, il giorno è prossimo ».

Altrove dice: « Il tempo che ci resta qui è breve: chi ha la moglie si comporti come se non l'avesse ».

3. Perché dunque dovrebbero aver bisogno del matrimonio coloro che non ne usufruiranno più e che si troveranno nelle stesse condizioni di chi non è sposato?

E perché dovrebbero pensare alle ricchezze, ai beni, alle cose della vita materiale, se il loro io è ormai fuori stagione ed inopportuno?

Se chi è in procinto di presentarsi ad un tribunale terreno per rendere conto dei suoi misfatti, quando il giorno fatidico si avvicina non pensa più non solo alla moglie ma neppure a mangiare ed a bere e concentra il proprio pensiero unicamente sulla propria difesa, a maggior ragione noi, quando siamo sul punto di presentarci non ad un tribunale terreno, ma alla tribuna celeste per rendere conto delle nostre parole, delle nostre azioni e dei nostri pensieri, dobbiamo staccarci da tutte le gioie e da tutti i dolori relativi alle cose presenti e preoccuparci solo di quel terribile giorno.

« Chi viene da me - dice il Signore - ma non è capace di odiare il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e la propria anima, non può essere mio discepolo.

E non può essere mio discepolo neanche chi non carica su di sé la propria croce e non mi segue ».

4. E tu continui a perdere il tuo tempo desiderando tua moglie e pensando alle risa, alla dissolutezza ed al lusso? « Il Signore è vicino ».

Tu ti preoccupi e ti assilli per le ricchezze? « Il regno dei cieli è prossimo ».

Tu badi alla casa, al lusso ed agli altri piaceri? « Passa l'aspetto di questo mondo ».

Perché allora ti tormenti per le cose di quaggiù che non rimangono ma si consumano, e trascuri invece quelle che restano e sono durature?

Non ci saranno più né matrimoni, né parti, né piaceri, né accoppiamenti, né ricchezze abbondanti, né cure dei beni materiali, né nutrimenti, né vesti, né coltivazioni, né viaggi per mare, né arti, né costruzioni, né città, né case: ci saranno invece un'altra condizione ed un altro modo di vivere.

Tutte le cose di quaggiù scompariranno tra breve.

Questo significa la frase: « Passa l'aspetto di questo mondo ».

Perché dunque mostriamo tanto zelo nel preoccuparci di cose da cui spesso ci separiamo prima di sera, come se dovessimo rimanere quaggiù per tutta l'eternità?

Perché scegliamo questa vita penosa, mentre Cristo ci chiama a una vita tranquilla?

« Voglio - dice infatti l'apostolo - che non abbiate preoccupazioni. Chi non è sposato pensa alle cose del Signore ».

LXXIV - Come mai Paolo, pur volendoci liberi da ansie, ci comanda di preoccuparci

1. Come puoi allora volerci liberi da ansie, se poi ci getti in un'altra preoccupazione?

Perché questa non è una vera preoccupazione, così come il provare tormenti per amore di Cristo non è un vero tormento: non perché la natura delle cose cambi, ma perché la volontà di chi sopporta con gioia questi dolori riesce a dominare anche la natura.

É giusto dire che prova ansie chi si preoccupa di cose di cui non potrà godere a lungo, e spesso neanche per poco tempo; ma è anche del tutto logico mettere nella schiera di coloro che se ne restano tranquilli chi dalle proprie preoccupazioni raccoglie dei frutti maggiori.

Ma a parte questo, la differenza tra la prima e la seconda preoccupazione è così grande, che la seconda, paragonata alla prima, non può più essere ritenuta tale: tanto più leggera e sopportabile è rispetto all'altra.

Tutto questo l'abbiamo dimostrato nel nostro discorso precedente.

« L'uomo celibe si preoccupa delle cose del Signore, l'uomo sposato di quelle del mondo »; ma quest'ultimo passa, mentre il Signore resta.

2. Non basta forse questo a dimostrare il valore della verginità?

La differenza che c'è tra Dio ed il mondo corrisponde alla superiorità della seconda preoccupazione rispetto alla prima.

Come puoi dunque permettere il matrimonio, se esso c'inchioda alle preoccupazioni e ci allontana dalle cose dello spirito?

« Per questo - risponde l'apostolo - ho detto "chi ha la moglie si comporti come se non l'avesse"; chi è già legato o sta per legarsi renda più lento questo legame in un altro modo ».

Giacché non puoi romperlo una volta che te ne sei cinto, rendilo almeno più sopportabile.

Se vogliamo, possiamo eliminare tutte le cose superflue ed evitare di aggiungere alle preoccupazioni insite nella natura del matrimonio altre maggiori, prodotte dalla nostra indolenza.

LXXV - Com'è possibile non avere la moglie pur avendola

1. Chi poi volesse sapere con maggiore chiarezza che cosa significa la frase « Non avere la moglie pur avendola », pensi allo stato in cui si trovano i « crocifissi » che non l'hanno.

Qual à la loro condizione? Non sono costretti a comprare un gran numero di ancelle, di oggetti d'oro e di collane, case splendide e grandi, e tante misure di terreno: lasciate tutte queste cose, si preoccupano di un'unica veste e del nutrimento.

Si può giungere a praticare questa filosofia anche se si ha una moglie.

Le parole dette prima « Non negatevi l'uno all'altro » riguardano solo l'unione carnale: in questo caso specifico l'apostolo prescrive che l'uno deve seguire l'altro, e non lascia nessuno dei due sposi padrone di sé; ma quando si tratta della pratica della filosofia riguardante le vesti, il modo di vita e tutte le altre cose, i coniugi non sono più soggetti l'uno all'altro.

I mariti possono, anche se le mogli non vogliono, eliminare ogni lusso e scacciare la folla delle preoccupazioni che li sommerge; ed analogamente le mogli, da parte loro, se non vogliono non possono essere costrette a truccarsi, ad essere vanagloriose ed a preoccuparsi delle cose superflue.

É giusto che sia così.

Il desiderio carnale è infatti naturale: per questo è degno di molta commiserazione, e per questo nessuno dei due sposi può negarsi all'altro contro la sua volontà.

Al contrario, il desiderio del lusso, della servitù superflua, delle preoccupazioni inutili non proviene dalla natura, ma nasce dall'indolenza e dalla grande tracotanza.

Per questo l'apostolo non costringe le persone sposate ad essere soggette l'una all'altra in tali casi, come avviene invece nell'altro.

2. Non abbiamo la moglie pur avendola quando non diamo ascolto ai pensieri superflui delle donne, dettati dalla loro leziosità e dalla loro mollezza, e quando ci limitiamo ad accogliere solo quella preoccupazione aggiuntiva che riguarda l'anima della donna che ci è stata affidata e che ha scelto una vita basata sulla saggezza e la semplicità.

Che intende dire proprio questo, l'apostolo lo mostra nelle parole seguenti: « Chi piange si comporti come chi non piange, chi gioisce dei beni come chi non gioisce ».

Chi non gioisce non si preoccupa dei beni, e chi non piange non sopporta a malincuore la povertà né respinge la frugalità.

Questo significa « non avere la moglie pur avendola », questo significa fare uso del mondo senza abusarne.

3. « Chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo ».

Se dunque in entrambi i casi ci sono le preoccupazioni - nel primo però sono vane ed inutili, anzi dolorose, giacché, come dice l'apostolo, « costoro soffriranno i tormenti nella carne », mentre nel secondo producono dei beni ineffabili - perché non scegliamo questo secondo tipo di ansie, che non solo ci procurano così belle e numerose ricompense, ma sono anche meno forti delle altre?

A che cosa pensa la donna non sposata?

Forse alle ricchezze, ai servi, agli amministratori, ai terreni ed al resto?

Deve forse sorvegliare i cuochi, i tessitori e la rimanente servitù? Per carità!

Non pensa a nulla di tutto ciò ma soltanto ad edificare la propria anima e ad adornare il suo santo tempio non con trecce, ori o perle, non con cosmetici e belletti, non con altre cose fastidiose e misere, ma con la santità di corpo e di spirito.

4. « La donna sposata - dice Paolo - si preoccupa invece di piacere al marito ».

Sagace com'è, non si mette ad esaminare i particolari, e non ricorda le sofferenze fisiche e psichiche a cui vanno incontro le mogli per piacere ai mariti - il loro corpo è torturato, imbellettato e tormentato con altre punizioni, mentre la loro anima è riempita di bassezze, adulazioni, ipocrisie, meschinità e pensieri superflui ed inutili.

Alludendo a tutto ciò con una sola parola, lascia riflettere sull'argomento la coscienza degli ascoltatori; e dopo aver mostrato in tal modo l'eccellenza della verginità ed averla sollevata fino al cielo, passa di nuovo a parlare della liceità del matrimonio, sempre nel timore che qualcuno scambi la verginità per un precetto.

Non si contenta quindi delle esortazioni fatte in precedenza: dopo aver detto « Non ho un ordine del Signore » e « La vergine se si sposa non pecca », aggiunge qui « Non perché voglia gettare su di voi un laccio ».

LXXVI - Il « laccio » non è rappresentato dalla verginità, ma dalla nostra mancanza di entusiasmo

1. A tal proposito, ci si potrebbe chiedere a buon diritto come mai l'apostolo dica qui « Non perché voglia gettare su di voi un laccio »: eppure, in precedenza aveva chiamato la verginità « liberazione dai legami », aveva detto che ci consigliava per il nostro bene per evitarci tormenti e preoccupazioni e per risparmiarci, ed aveva in tal modo mostrato che questa pratica era leggera e sopportabile.

Di che cosa si tratta? A dire il vero egli ha chiamato « laccio » non la verginità - non sia mai! - ma la scelta di questo bene compiuta sotto la spinta della violenza e della costrizione.

In effetti, le cose stanno proprio così.

Tutto ciò che si accetta sotto la spinta della violenza e contro la propria volontà, anche se è molto leggero, diventa la cosa più insopportabile e soffoca la nostra anima più di un laccio.

Per questo Paolo ha detto « Non perché voglia gettare su di voi un laccio ».

Queste parole significano: vi ho enumerato e mostrato tutti i beni della verginità; pur tuttavia, dopo aver fatto questo, lascio a voi la scelta e non voglio condurvi alla virtù contro la vostra volontà.

Vi ho dato questi consigli non perché volessi tormentarvi, ma perché la vostra bella assiduità non venisse distrutta dalle occupazioni materiali.

2. Osserva anche qui la sagacia di Paolo: alla preghiera aggiunge di nuovo l'esortazione, e attraverso la concessione fa trapelare il consiglio.

Le sue parole « Non vi costringo ma vi esorto », e le altre che ha aggiunto « A causa del decoro e dell'assiduità », mostrano il carattere meraviglioso della verginità, ed i grandi vantaggi che da essa si ricavano nella vita conforme ai voleri di Dio.

La donna non può essere assidua se è prigioniera di preoccupazioni materiali e se si lascia trascinare da ogni parte, perché in tal caso il suo impegno ed il suo tempo libero si disperdono in più direzioni: verso il marito, verso la cura della casa e verso tutte le cose che il matrimonio è solito trascinare con sé.

LXXVII - La donna che si affanna per le cose materiali non può essere vergine

Che cosa dice dunque Paolo quando scaccia dal coro delle vergini quella vergine che - non sia mai! - ha varie occupazioni ed è alle prese con i problemi materiali?

Per essere vergini non basta infatti non sposarsi: occorre anche la purezza dell'anima, e per purezza io intendo non solo la lontananza dai desideri cattivi e turpi, dai belletti e dalle occupazioni, ma anche l'assenza di pensieri relativi a cose materiali.

Se ciò non si verifica, di quale utilità può essere la purezza fisica?

Come non c'è nulla di più vergognoso di un soldato che getta le armi e passa il suo tempo nelle bettole, cosi non c'è nulla di più indecoroso delle vergini prigioniere di preoccupazioni materiali.

Anche le cinque vergini avevano le lampade, ed avevano praticato la verginità, ma non ne avevano ricavato alcun frutto: le porte si chiusero, ed esse rimasero fuori e perirono.

La verginità è bella proprio perché elimina ogni motivo di preoccupazioni superflue e perché permette di consacrare tutto il tempo libero alle opere gradite a Dio: se questo non si verifica, diventa di gran lunga peggiore del matrimonio, giacché ricopre di spine l'anima e soffoca tutti i semi puri e celesti.

LXXVIII - Perché Paolo non condanna aspramente colui che pensa di comportarsi in modo sconveniente nei riguardi della figlia vergine

1. « Chi - dice Paolo - pensa di comportarsi in modo non conveniente nei riguardi della figlia vergine se lascia passare l'età giusta per il matrimonio, faccia pure ciò che vuole, se così deve essere; non pecca: ci si sposi pure ».

Perché dici « faccia pure ciò che vuole »?

Perché non correggi quest'opinione sbagliata, ma autorizzi il matrimonio?

Perché non hai detto « Se pensa di comportarsi in modo sconveniente nei riguardi della figlia vergine è un povero ed un infelice, giacché ritiene biasimevole una cosa degna di ammirazione »?

Perché - risponderebbe Paolo - si tratta di anime di uomini molto deboli, che ancora si trascinano per terra: non è possibile fare accostare subito al discorso sulla verginità le anime che si trovano in questo stato.

Chi infatti è attaccato in modo così passionale alle cose del mondo ed ammira la vita presente a tal punto da ritenere vergognoso, nonostante tali esortazioni, ciò che invece è degno dei cieli e vicino al tipo di vita degli angeli, come potrebbe tollerare un consiglio in tal senso?

E perché ci si deve meravigliare del fatto che Paolo si comporta così a proposito di una cosa consentita, quando adotta lo stesso atteggiamento nei confronti di cose proibite e contrarie alla legge?

2. Faccio un esempio: la scrupolosa osservanza dell'alimentazione, in base alla quale alcuni cibi si possono accettare, mentre altri vanno respinti, era una debolezza giudaica.

Pur tuttavia, c'era tra i Romani chi ne era ancora vittima.

Eppure, Paolo non solo non rimprovera severamente costoro, ma fa di più: lasciati andare i peccatori, critica chi vuole reprimere questa pratica, dicendo: « Perché giudichi il tuo fratello? »

Non si comporta però così quando scrive ai Colossesi: con molta libertà li rimprovera e li istruisce, dicendo « Che nessuno vi giudichi in base ai cibi ed alle bevande ».

Ed aggiunge: « Se siete morti in Cristo per quanto riguarda gli elementi del mondo, perché decretate ancora, come se foste ancora vivi nel mondo: non prendere, non gustare, non toccare? Tutto ciò è destinato a distruggersi con l'uso ».

3. Perché dunque si comporta così?

Perché i Colossesi erano già forti, mentre i Romani avevano bisogno di molta comprensione.

Egli aspettava che la fede si rafforzasse nelle loro anime: temeva che, se fosse andato a strappare il loglio prima del momento giusto, anche le piante del retto insegnamento sarebbero state estirpate dalla radice.

Per questo non li riprende aspramente, anche se non li lascia andare senza avvertirli: li rimprovera, ma in modo velato e nascosto, nel momento in cui critica altri.

Le parole « Il fatto che stia in piedi o cada, riguarda il suo Signore » sembrano infatti chiudere la bocca ai detrattori, ma in realtà mordono l'anima dell'interessato, giacché mostrano che così si comportano non le persone sicure che stanno bene in piedi, ma quelle che ancora vacillano, che non sanno stare dritte e che rischiano di cadere.

4. Anche nel nostro caso Paolo osserva la stessa regola a causa della grande debolezza di colui che si vergogna della verginità.

Non gli si rivolge apertamente, ma lodando chi sa conservare vergine la propria figlia gli assesta un forte colpo.

Che cosa dice? « Chi resta saldo nel suo cuore ».

Queste parole sono state dette per porre in risalto il contrasto con colui che si lascia portare in giro con troppa facilità ed a caso, e che non sa camminare con passo sicuro né rimanere fermo coraggiosamente.

Osserva quindi come Paolo, accortosi che le sue parole riescono a far presa sull'anima dell'interlocutore, cerchi di temperarle adducendo un motivo che non merita biasimo.

Dopo aver detto « Chi resta saldo nel suo cuore », aggiunge « non essendo sottoposto a costrizioni ed avendo piena libertà ».

Eppure, sarebbe stato più logico dire: « Chi resta saldo e non considera la verità una vergogna ».

Ma queste parole sarebbero state troppo forti.

Per questo ne usa al loro posto altre, cercando di consolare l'interlocutore e dandogli la possibilità di ricorrere a quest'altro motivo.

Impedire la verginità quando si è sotto costrizione non è così grave come impedirla per un senso di vergogna: la prima eventualità dipende da un'anima debole e misera, la seconda da un'anima depravata, che non è in grado di giudicare rettamente la natura delle cose.

5. Ma non era ancora giusto il momento di usare parole troppo severe, che pure sarebbero state giuste, giacché neanche quando si è sottoposti ad una costrizione è lecito frapporre ostacoli alla figlia che ha deciso di rimanere vergine: occorre, al contrario, opporsi nobilmente a tutto ciò che mira ad annullare questo bell'impulso.

Ascolta ciò che dice a tal proposito Cristo: « Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me ».

Quando facciamo una cosa gradita a Dio, chi ci vuole ostacolare va considerato un nemico, sia egli il padre, la madre o chiunque altro.

Ma Paolo, che doveva ancora sostenere il peso dell'imperfezione degli ascoltatori, ha scritto le parole: « Chi resta saldo senza essere sottoposto a costrizioni ».

Non si è però fermato ad esse, anche se le frasi « senza essere sottoposto a costrizioni » ed « avendo piena libertà » significano la stessa cosa.

Allungando il discorso ed abbondando nelle concessioni, cerca di consolare le anime semplici e mediocri; per di più, aggiunge un'altra condizione: « Chi giura nel suo cuore ».

Non è infatti sufficiente essere soltanto liberi, né si è pienamente responsabili solo grazie a questa libertà: la buona azione si verifica quando si decide e si giudica.

Quindi, per fugare il rispetto che la sua grande condiscendenza annulli la differenza tra i due stati, egli la ricorda di nuovo, anche se timidamente: Di conseguenza, chi fa sposare la figlia agisce bene, e chi non la fa sposare agisce ancora meglio.

Qui, sempre per lo stesso motivo, non indica la misura di questo è meglio; ma se vuoi rendertene conto, ascolta le parole di Cristo: « Non sposano né vengono sposati, ma sono come gli angeli in cielo ».

Vedi qual è la differenza, e come la verginità, quand'è vera, eleva l'essere mortale?

LXXIX - I seguaci di Elia non differivano in nulla dagli angeli; fu la verginità a renderli tali

1. In che cosa, dimmi, differivamo dagli angeli Elia, Eliseo e Giovanni, questi sinceri amanti della verginità?

In nulla, a parte il fatto di essere legati alla natura mortale.

Se però si esaminano bene gli altri aspetti, si vede che non erano affatto inferiori a loro; e quello che sembra uno svantaggio, torna a loro grande lode.

Considera infatti quanto coraggio e quanta saggezza abbia richiesto loro - che pure vivevano sulla terra ed erano soggetti alle necessità della natura mortale - il raggiungimento della virtù angelica.

Che fu proprio la verginità a renderli tali, risulta evidente dalla loro vita: se avessero avuto moglie e figli non avrebbero potuto abitare con tanta facilità nel deserto, né disprezzare le loro case e le altre comodità della vita.

Staccati da tutti questi legami, vivevamo sulla terra come se si trovassero in cielo.

Non avevano bisogno di muri, di tetti, di letti, di tavole, e di nessun'altra di queste cose: il loro tetto era il cielo, il loro letto la terra, la loro tavola il deserto.

2. La sterilità del deserto, che agli altri uomini sembra causa di fame, per questi santi era fonte di una grande abbondanza: non avevano bisogno né di viti, né di torchi, né di campi coltivati, né di campi mietuti.

Abbondanti e dolci bevande erano fornite dalle fonti, dai fiumi e dagli stagni; per quanto riguardava poi la tavola, al primo di loro un angelo ne apparecchiò una meravigliosa, straordinaria e più sontuosa di quelle a cui sono abituati gli uomini: « Un unico pane - è detto - è sufficiente per una carestia di quaranta giorni.

Il secondo fu spesso nutrito, mentre operava dei miracoli, dalla grazia dello spirito, che non nutrì solo lui, ma anche altri tramite lui.

E Giovanni, che era più di un profeta ed il più grande degli uomini nati da una donna, non aveva neppure bisogno di un nutrimento umano: non il grano, o il vino, o l'olio, ma le cavallette ed il miele selvatico conservavano la vita del suo corpo.

Vedi la forza della verginità?

Essa ha messo in condizione di comportarsi come se non avessero più il corpo, come se avessero già raggiunto il cielo, come se fossero già immortali, degli uomini che erano ancora legati al sangue ed alla carne, che camminavano ancora per terra, e che erano ancora soggetti alle necessità della natura mortale.

LXXX - In che cosa consistono il decoro e assiduità

1. Tutto era superfluo per loro: non solo le cose veramente superflue quali il lusso, le ricchezze, la potenza, la gloria e tutta la schiera delle chimere, ma anche le cose che sembrano necessarie, quali le case, le città e le arti.

In questo consiste l'essere « decorosi ed assidui », in questo consiste la virtù della verginità.

Sono certo cose ammirevoli e degne di molte corone l'avere la meglio sulla furia dei desideri ed il saper frenare l'anima impazzita; ma la verginità diventa veramente ammirevole quando le si accompagna una vita di questo tipo, perché da sola essa è debole e non basta a salvare chi la possiede.

Lo potrebbero testimoniare le donne che, pur praticando ancor oggi la verginità, sono così lontane da Elia, Eliseo e Giovanni quanto lo è la terra dal cielo.

2. Come, se si eliminano il decoro e l'assiduità, si recidono anche i nervi della verginità, allo stesso modo, se la si possiede insieme alla migliore condotta di vita, si possiedono anche la radice e la fonte dei beni.

Come la terra grassa e feconda nutre la radice, così la migliore condotta di vita nutre i frutti della verginità: per meglio dire, la vita « crocifissa » è la radice ed il frutto della verginità.

Fu essa infatti ad ungere per la corsa meravigliosa quelle persone generose, recidendo tutti i loro legami e mettendole in condizione di volare verso il cielo con piedi agili e leggeri, come se fossero degli esseri alati.

Se non si deve pensare né alla moglie né ai figli, la povertà è molto facile; essa avvicina al cielo e libera non solo dalle paure, dalle preoccupazioni e dai pericoli, ma anche da tutte le altre difficoltà

LXXXI - Della grande bellezza della povertà

1. Chi non ha nulla disprezza tutto come se possedesse tutto, ed ostenta una grande sicurezza nei confronti dei magistrati, dei principi ed anche di colui che è cinto di un diadema.

Chi disprezza le ricchezze, proseguendo per la sua strada, giunge facilmente a disprezzare anche la morte.

Elevatosi al di sopra di queste cose, parla a tutti con grande sicurezza, senza aver paura di nessuno e senza tremare.

Chi invece si occupa delle ricchezze, è schiavo non solo di esse, ma anche della gloria, degli onori, della vita presente ed in una parola di tutte le cose materiali.

Per questo Paolo chiama l'amore per le ricchezze « radice di tutti i mali ».

La verginità è pero in grado di essiccare questa radice e di piantarne in noi un'altra - la migliore - che fa germogliare tutti i beni: la libertà, la sicurezza, il coraggio, lo zelo ardente, il caldo amore per le cose celesti, il disprezzo per tutte le cose terrene.

Così si realizzano « il decoro e assiduità ».

LXXXII - Critiche mosse a coloro che affermano che chi pratica la verginità si augura di poter andare nel seno di Abramo

1. Ma qual è il sapiente discorso che fanno molti?

« Il patriarca Abramo - si dice - aveva moglie, figli, beni, greggi e mandrie; ciò nonostante, sia Giovanni battista che Giovanni evangelista - che erano entrambi vergini -, sia Paolo che Pietro - che rifulgevano per la loro continenza - si auguravano di poter andare nel suo seno ».

Ma chi ti ha detto questo, o mio caro?

Quale profeta? Quale evangelista?

Cristo in persona - mi si risponde - Vista infatti la grande fede del centurione, Cristo disse: « E molti verranno dall'oriente e dall'occidente, e si sdraieranno con Abramo, Isacco e Giacobbe ».

Anche Lazzaro è visto dal ricco nell'atto di godere assieme a lui.

Ma cos'ha a che fare tutto questo con Paolo, Pietro e Giovanni?

Paolo e Giovanni non erano Lazzaro, né « i molti che verranno dall'oriente e dall'occidente » rappresentano il coro degli apostoli.

Il vostro discorso è quindi superfluo e vano.

2. Se invece vuoi conoscere esattamente i premi degli apostoli, ascolta le parole di chi li assegna: « Quando il figlio dell'uomo siederà sul trono della sua gloria, anche voi che mi avete seguito sederete su dodici troni, per giudicare le dodici tribù d'Israele ».

Qui non si parla affatto né di Abramo, né di suo figlio, né del figlio di suo figlio, né del seno che li accoglierà, ma di una dignità molto più grande: essi sederanno a giudicare i loro discendenti.

La differenza non risulta solo da questo, ma anche dal fatto che molti otterranno ciò che ha ottenuto Abramo: « molti - dice il Signore - verranno dall'oriente e dall'occidente e si sederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe »; nessuno invece prenderà posto sui troni, con la sola eccezione del coro dei santi apostoli.

3. Dimmi: pensate ancora ai greggi, alle mandrie, ai matrimoni ed ai figli?

Perché non dovremmo - mi si risponderebbe - se molti di coloro che sono rimasti vergini, dopo avere tanto faticato, si augurano di giungere lì?

Ed io ricorderò una cosa ancora più importante: molti di coloro che sono rimasti vergini non giungeranno né nel seno di Abramo né in una sede inferiore, ma nella Geenna, come stanno a dimostrare le vergini chiuse fuori della camera nuziale.

Ma allora la verginità non è uguale, o addirittura inferiore al matrimonio?

Il tuo esempio la rende inferiore.

Questo solo infatti rimane da sospettare in base al vostro discorso, se è vero che Abramo, che pure era sposato, ora riposa e gode, mentre chi è rimasto vergine si trova nella Geenna.

Ma le cose non stanno affatto così: la verginità non solo non è peggiore, ma è di gran lunga migliore del matrimonio.

Come mai? Perché non fu il matrimonio a rendere cosi virtuoso Abramo, ne la verginità a perdere quelle sciagurate vergini: le virtù dell'anima fecero rifulgere il patriarca, mentre la vita viziosa consegnò al fuoco le vergini.

Abramo infatti, pur vivendo nel matrimonio, si preoccupava di realizzare i pregi propri della verginità, vale a dure il decoro e l'assiduità.

4. Le vergini invece, pur avendo scelto la verginità, caddero nel vortice della vita e nelle preoccupazioni proprie del matrimonio.

« Che cosa ci può dunque impedire - mi si obietta - di salvare l'assiduità anche ora, rimanendo sposati ed avendo i figli, i beni e tutte le altre cose? »

Innanzi tutto, nessuno è ora come Abramo, e non gli si avvicina neanche un po'.

Egli infatti pur essendo ricco, disprezzava i beni più dei poveri, e pur avendo una moglie sapeva dominare i piaceri più delle persone vergini; mentre quest'ultime sono ogni giorno bruciate dal desiderio, egli spense la fiamma e non si legò a nessuna affezione: non solo lasciò la concubina, ma la scacciò anche dalla sua casa, per eliminare ogni motivo di rissa e di discordia.

Ora non sarebbe facile trovare qualcosa di simile.

LXXXIII - A noi non viene proposto lo stesso metro di virtù che era stato proposto agli uomini del Vecchio Testamento

1. Ma a parte questo, ripeto ciò che avevo detto al principio: non ci è richiesto lo stesso metro di virtù che veniva richiesto ai patriarchi.

Ora infatti non si può essere perfetti se non si vende tutto e se non si rinunzia a tutto - non solo ai beni ed alla casa, ma anche alla propria anima; in quei tempi, invece, non si conoscevano ancora esempi di una moralità così severa.

« E allora? - mi si chiede -. Adesso conduciamo una vita più severa di quella del patriarca? »

Lo dovremmo e ci è stato ordinato, ma non la conduciamo, e per questo siamo molto inferiori a quel giusto: che a noi vengano richieste prove più difficili, è evidente a tutti.

Per questo la Scrittura non esprime la sua ammirazione per Noè in modo assoluto, ma con un'aggiunta limitativa.

Dice infatti: « Noè, che era giusto e perfetto nella sua generazione, piaceva a Dio ».

Non dice semplicemente « perfetto », ma aggiunge « in quel periodo »: molti sono i tipi di perfezione che si determinano a seconda delle differenti epoche, e con il passare del tempo ciò che prima era perfetto diventa imperfetto.

2. Faccio un esempio: allora la perfezione consisteva nel vivere secondo la legge.

« Chi mette in pratica le prescrizioni - è detto - vivrà in esse ».

Cristo però, una volta giunto tra noi, ha mostrato che questa perfezione era in realtà imperfetta.

Dice infatti: « Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli ».

Allora soltanto l'omicidio era ritenuto un misfatto; adesso, l'ira e le offese possono da sole mandare nella Geenna.

Allora era punito solo l'adulterio; ora, neanche lo sguardo cupido gettato su di una donna resta impunito.

Allora era considerato proveniente dal Maligno solo lo spergiuro; adesso, è considerato tale anche il giuramento.

« Ciò che si aggiunge - dice il Signore - proviene dal Maligno ».

Allora, agli uomini era richiesto solo di riamare chi li amava; adesso, questa cosa così importante ed ammirevole appare così imperfetta, che noi, anche dopo averla realizzata, non possediamo nulla in più dei pubblicani.

LXXXIV - É giusto che per gli stessi atti virtuosi a noi ed agli uomini dell'Antico Testamento non venga accordata la stessa ricompensa

1. Perché mai dunque per gli stessi atti virtuosi non viene accordata a noi ed agli uomini dell'Antico Testamento la stessa ricompensa, e perché noi, se vogliamo ottenere lo stesso trattamento che è riservato loro, dobbiamo dar prova di una virtù più grande?

Perché ora si riversa su di noi in abbondanza la grazia dello spirito, e perché grande è il dono rappresentato dalla venuta di Cristo, che da bambini che eravamo ci ha resi uomini perfetti.

Quando i nostri figli arrivano all'adolescenza, noi pretendiamo da loro degli atti virtuosi molto più impegnativi: una volta che sono divenuti adulti, non ammiriamo più allo stesso modo gli atti che lodavamo all'epoca della loro prima infanzia, ma ingiungiamo loro di dar prova di altre virtù, d'importanza ben maggiore.

Allo stesso modo, Dio ai primi tempi non pretese dei grandi atti virtuosi dalla natura umana, perché era ancora bambina.

Dopo avere fatto ascoltare agli uomini i profeti e gli apostoli ed aver concesso loro la grazia dello spirito, Egli accrebbe però l'importanza delle azioni virtuose da compiere: era giusto, giacché assegnò anche dei premi maggiori e delle ricompense molto più fulgide.

A chi realizza queste virtù non sono infatti riservate la terra e le cose della terra, ma il cielo ed i beni che superano ogni capacità di comprensione.

2. Non è dunque assurdo, dopo che si è divenuti uomini, continuare a rimanere piccoli come prima?

Allora la natura umana era lacerata nel suo intimo e vittima di una guerra implacabile.

Spiegando questa situazione, Paolo così parlò: « Vedo nelle mie membra un'altra legge che combatte contro la legge della mia mente e che mi cattura con la legge del peccato che si trova nelle mie membra ».

Ma ora le cose non stanno più così.

« Ciò che era impossibile alla legge perché era debole a causa della carne, Dio l'ha reso possibile mandando a causa del peccato il proprio figlio rivestito di una carne simile a quella del peccato e condannando il peccato della carne ».

Ringraziando Dio di questo, Paolo disse: « O me misero, chi mi libererà da questo corpo di morte?

Rendo grazie a Dio tramite Gesù Cristo ».

3. La punizione che ci tocca è quindi giusta: pur essendo liberi, non vogliamo correre come le persone legate; ma neanche se corressimo come loro potremmo sfuggire alla punizione.

Chi infatti gode di una pace più sicura deve innalzare dei trofei molto più grandi e splendenti di quelli che può innalzare chi è tanto oppresso dalla guerra.

Se ci volgiamo verso le ricchezze, il lusso, le donne e la cura degli affari, quando mai potremo diventare uomini, quando mai potremo vivere secondo lo spirito, quando mai potremo pensare alle cose del Signore?

Forse quando ce ne andremo via di qui?

Allora però non sarà più il momento delle fatiche e delle gare, ma delle corone e dei castighi.

Allora anche la vergine se non avrà l'olio nella sua lampada, non potrà farselo dare dalle altre vergini, e dovrà rimanere fuori; e chi si presenterà con indosso un vestito sudicio, non potrà uscire per cambiarlo, ma sarà gettato nel fuoco della Geenna: anche se invocherà Abramo, non otterrà nulla.

Quando il giorno del giudizio è giunto, quando la tribuna è pronta, quando il giudice è già seduto, quando il fiume di fiamme già scorre ed ha luogo l'esame delle nostre azioni, non ci è più consentito di deporre i nostri peccati, ma siamo, volenti o nolenti, trascinati al castigo che essi meritano.

Nessuno potrà più intercedere per noi, neanche chi possiede la stessa sicurezza di quei grandi e straordinari uomini di allora, neanche un Noè, un Giobbe o un Daniele, neanche chi prega per i propri figli e le proprie figlie: sarà tutto inutile.

4. I peccatori dovranno essere puniti in eterno, così come i virtuosi dovranno essere onorati in eterno.

Che non ci sarà fine né per i premi né per i castighi l'ha mostrato Cristo, là dove ha detto che sia la vita che la punizione saranno eterne.

Quando accoglierà quelli alla sua destra e condannerà quelli alla sua sinistra, Egli aggiungerà: « Questi ultimi andranno al castigo eterno, mentre i giusti andranno alla vita eterna ».

Dobbiamo quindi sforzarci mentre siamo ancora qui: chi ha la moglie si comporti come se non l'avesse, e chi non l'ha veramente pratichi assieme alla verginità tutte le altre virtù; solo così non avremo modo di lamentarci inutilmente dopo la nostra dipartita da qui.

Indice