Gesù Cristo rivelazione dell'uomo

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Capitolo dodicesimo - VII

VII. La morte di Cristo

Il tratto più sorprendente della rivelazione cristiana sulla morte, è che Dio ha fatto della morte il mistero dell'amore di Cristo per il Padre e nello stesso tempo il mistero dell'amore del Padre per Cristo, e, attraverso lui, per tutti gli uomini.

La morte umana è diventata avvenimento di salvezza, per Cristo e il mondo.

Questa trasformazione della morte avviene nell'avvenimento dell'esistenza umana di Cristo, cioè nell'esperienza della nostra morte.

Perché, in sostanza Cristo, è morto della nostra morte: di quella stessa morte della razza umana decaduta in Adamo.

Come la nostra, la sua morte è termine biologico di una storicità vissuta e, nello stesso tempo, compimento, dall'interno, di una vita umana personale.

L'originalità del cristianesimo è che Cristo ci ha redenti precisamente mediante la sua morte e non mediante alcun altra azione possibile.

È entrato in questa esistenza che non riesce a compiersi che attraverso il passaggio della morte.

In piena libertà ha assunto questa morte, che è manifestazione del peccato nel mondo, per farne l'espressione di quel sì alla volontà del Padre che il peccato nega.

La vita di Cristo, con tutte le sue azioni, ci riscatta nella misura in cui la morte è presente nella vita tutta intera: ma poiché è nella morte che la persona raggiunge la sua realizzazione definitiva, è appunto nella sua morte che Cristo ci salva e ci riscatta.14

L'uomo Gesù ha vissuto la nostra morte in tutto ciò che ha di minaccioso, di tenebroso; in tutto ciò che rappresenta di rottura, di angoscia, di totale smarrimento, di esperienza dell'impotenza umana, di prova, di tentazione suprema della libertà.

Più di chiunque, Gesù ha sperimentato una morte di solitudine completa, di sofferenze corporali indicibili, di umiliazioni e di fallimento completo.

Niente di ciò che la morte rappresenta di annientamento dell'esistenza umana gli fu risparmiato.

Cristo non nega la morte, ma dà alla morte la sua verità, il suo senso più profondo.

La morte, che è la manifestazione concreta del peccato dell'uomo e della sua rottura con Dio, diventa in Cristo l'espressione suprema della sottomissione a Dio.

Il peccato e l'amore raggiungono qui il loro massimo effetto.

Al momento in cui il peccato degli uomini raggiunge il colmo e crocifigge il giusto, la morte di Cristo è abbraccio d'amore del Figlio che si consegna al Padre.

L'amore pure raggiunge il colmo, perché Gesù mantiene fino in fondo la sua alleanza col Padre: « Mio Dio sei Tu ».

Attraverso la sua resa totale al Padre e mediante la sua speranza in lui, Cristo ha vinto la morte.

È questo dono di se stesso al mistero del Dio-amore, nell'accettazione del suo fallimento sulla croce, che ha dato un senso all'esistenza umana finalmente realizzata nella morte.

La morte, così abbracciata dall'obbedienza di Cristo, diventa, senza perdere il suo carattere terribile, tutt'altra cosa, cioè la resa di tutto l'uomo a Dio per vivere della sua vita.

Mediante la sua unione a Dio nella morte, Cristo, infatti, passa alla vita stessa di Dio.

La morte gli ha aperto il cammino del Dio vivente che risuscita i morti.

Cristo ci rivela così una dimensione nuova della grazia della salvezza; la sua morte acquista, al momento in cui abbonda il peccato, la potenza sovrabbondante che permette di vincerla.

La morte, che era annientamento dell'esistenza ed espressione del peccato, diventa, in Cristo, abbandono all'amore e al potere salvifico di Dio, dialogo d'amore con l'Amore.

Cristo trasforma la morte in sacramento in segno espressivo ed efficace della realizzazione assoluta dell'esistenza umana in Dio.15

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14 K. RAHNER, « Théologie de la mort », pp. 150-153.
15 J. ALFARO, Christianisme, chemin de libération, pp. 57-48; X. LEON-DUFOUR, Face a la mort, ]ésus et Paul, Paris, 1979, pp. 150-162.