Summa Teologica - I-II

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Articolo 4 - Se ci possa essere una virtù morale senza le virtù intellettuali

Infra, q. 65, a. 1; De Virt., q. 5, a. 2; Quodlib., 12, q. 15, a. 1; In 6 Ethic., lectt. 10, 12

Pare che ci possa essere qualche virtù morale senza le virtù intellettuali.

Infatti:

1. Come dice Cicerone [ De invent. 2,53 ], la virtù morale è « un abito connaturato, consentaneo alla ragione ».

Ma la natura, pur essendo consentanea a una ragione superiore che la muove, non esige che tale ragione si trovi con essa in un medesimo soggetto: come dimostrano gli esseri naturali privi di conoscenza.

Quindi ci può essere in un uomo una virtù morale connaturata, che inclina ad acconsentire alla ragione, sebbene la sua ragione non sia provvista di virtù intellettuali.

2. Le virtù intellettuali danno all'uomo il perfetto uso della ragione.

Sta però il fatto che alcuni poco raffinati nell'uso della ragione sono virtuosi e accetti a Dio.

Quindi è chiaro che le virtù morali possono fare a meno delle intellettuali.

3. Le virtù morali producono un'inclinazione a ben operare.

Ma alcuni hanno un'inclinazione naturale a operare il bene anche a prescindere dal giudizio della ragione.

Perciò le virtù morali possono esistere senza le intellettuali.

In contrario:

S. Gregorio [ Mor. 22,1 ] afferma che « le altre virtù, senza il prudente comportamento di quelle appetitive, non possono essere virtù ».

Ma la prudenza, come si è spiegato [ a. 3, ad 1; q. 57, a. 5 ], è una virtù intellettuale.

Quindi non ci possono essere le virtù morali senza le intellettuali.

Dimostrazione:

Le virtù morali possono esistere senza certe virtù intellettuali, quali la sapienza, la scienza e l'arte, ma non senza l'intelletto e la prudenza.

Non possono esistere senza la prudenza perché le virtù morali sono abiti elettivi, cioè fatti per compiere una buona scelta.

Ma perché una scelta sia buona si richiedono due cose.

Primo, la retta intenzione del fine: e questa si ottiene mediante le virtù morali, che inclinano le potenze appetitive al bene consentaneo alla ragione, cioè al debito fine.

Secondo, la debita accettazione dei mezzi per conseguirlo: e questa non può ottenersi che in base alla ragione, in quanto essa rettamente consiglia, giudica e comanda; il che è proprio della prudenza e delle virtù annesse, come sopra [ q. 57, aa. 5,6 ] abbiamo spiegato.

Quindi non ci possono essere virtù morali senza la prudenza.

E conseguentemente neppure senza [ l'abito del ] l'intelletto.

Infatti mediante questo abito conosciamo i primi princìpi per sé noti, sia in campo speculativo che in campo pratico.

Come quindi in campo speculativo la retta ragione, che argomenta da princìpi naturalmente noti, presuppone l'intelligenza dei princìpi, così la presuppone la prudenza, che è la retta ragione delle azioni da compiere.

Analisi delle obiezioni:

1. L'inclinazione naturale degli esseri irrazionali è senza un'elezione, o scelta: perciò tale inclinazione non richiede la ragione.

Invece le virtù morali sono accompagnate da una scelta: e così richiedono per il loro compimento che la ragione sia provvista di virtù intellettuali.

2. Non si richiede che nel virtuoso l'uso della ragione sia perfetto in tutto, ma basta che lo sia rispetto alle azioni virtuose da compiere.

E in questo senso l'uso della ragione è perfetto in tutte le persone virtuose.

Perciò anche quelli che sono giudicati semplici, in quanto privi delle astuzie mondane, possono essere prudenti secondo il comando evangelico [ Mt 10,16 ]: « Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe ».

3. La buona inclinazione naturale alla virtù è una virtù iniziale, ma non è una virtù perfetta.

Infatti tale inclinazione può essere tanto più pericolosa quanto più è forte, senza l'intervento della retta ragione, che rende buona la scelta dei mezzi adatti per il debito fine.

Come un cavallo che corre, se è cieco, tanto più inciampa e si ferisce quanto più corre.

Sebbene quindi le virtù morali non siano la retta ragione, come diceva Socrate [ cf. a. 2 ], tuttavia non sono soltanto « secondo la retta ragione », in quanto inclinano a ciò che ad essa è conforme, come volevano i Platonici; si richiede invece che siano anche « accompagnate dalla retta ragione », come insegna Aristotele [ Ethic. 6,13 ].

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