Summa Teologica - III

Articolo 2 - Se il carattere sia un potere spirituale

In 4 Sent., d. 4, q. 1, a. 1

Pare che il carattere non sia un potere spirituale.

Infatti:

1. « Carattere » è lo stesso che « figura »: poiché nella lettera agli Ebrei [ Eb 1,3 ], dove il latino dice « figura della sostanza del Padre », il greco ha carattere.

Ma la figura è la quarta specie della qualità, e quindi differisce dalla potenza, o potere, che è la seconda specie della qualità.

Perciò il carattere non è un potere spirituale.

2. Dionigi [ De eccl. hier. 2,3,4 ] scrive che « la divina beatitudine accoglie nella partecipazione di sé il battezzato e gli si comunica con la propria luce, come con un suo contrassegno ».

E così pare che il carattere sia una specie di luce.

Ma la luce appartiene alla terza specie della qualità.

Quindi il carattere non è un potere o potenza, che appartiene alla seconda specie della qualità.

3. Il carattere viene definito da alcuni: « Il segno santo della comunione nella fede e della sacra ordinazione conferito dal pontefice ».

Ora, il segno è nella categoria della relazione, non in quella della potenza.

Il carattere dunque non è un potere spirituale.

4. La potenza o potere ha natura di causa e di principio, come spiega Aristotele [ Met 5,12 ].

Invece il segno, che entra nella definizione del carattere, ha piuttosto natura di effetto.

Il carattere dunque non è un potere spirituale.

In contrario:

Aristotele [ Ethic. 2,5 ] insegna che « nell'anima ci sono tre cose: la potenza, l'abito e la passione ».

Ma il carattere non è una passione, poiché la passione passa presto, mentre il carattere è indelebile, come vedremo [ a. 5 ].

E neppure è un abito.

Poiché un abito non può servire indifferentemente al bene e al male, mentre il carattere ha questa capacità: alcuni infatti ne usano bene, altri male.

Il che non può capitare agli abiti: poiché gli abiti virtuosi « nessuno può usarli male » [ Agost., De lib. arb. 2,19.51 ], e gli abiti viziosi nessuno può usarli bene.

Resta dunque che il carattere è un potere, o facoltà.

Dimostrazione:

Come si è già detto [ a. 1 ], i sacramenti della nuova legge imprimono il carattere, poiché deputano gli uomini al culto di Dio secondo la religione cristiana.

E così Dionigi [ l. cit. ], dopo aver affermato che « Dio comunica se stesso al neofita mediante il segno [ sacramentale ] », aggiunge: « rendendolo divino e comunicatore delle cose divine ».

Il culto divino infatti consiste sia nel ricevere i beni divini, sia nel comunicarli agli altri.

Ora, per l'uno e per l'altro compito si richiede una facoltà, o potere: infatti per comunicare qualcosa ad altri occorre una potenza attiva, e per ricevere occorre una potenza passiva.

Quindi il carattere implica un potere spirituale in ordine alle cose che sono proprie del culto divino.

Bisogna però osservare che questa potenza spirituale è strumentale, come si è notato sopra [ q. 62, a. 4 ] in riferimento alla virtù che si trova nei sacramenti.

Infatti avere il carattere sacramentale spetta ai ministri di Dio, e il ministro ha funzione di strumento [ Polit. 1,2 ], come aveva già notato Aristotele.

Come quindi la virtù che risiede nei sacramenti rientra in un genere non per sé, ma per riduzione, essendo un'entità transeunte e incompleta, così anche il carattere non rientra propriamente in un genere, o in una specie, ma si riduce alla seconda specie della qualità.

Analisi delle obiezioni:

1. La figura non è che una delimitazione della quantità.

Quindi si trova propriamente solo nelle realtà materiali, e viene attribuita a quelle spirituali in senso metaforico.

Ora, qualsiasi realtà viene catalogata in un genere o in una specie solo per ciò che le compete in senso proprio.

Quindi il carattere non può rientrare nella quarta specie della qualità: sebbene alcuni l'abbiano affermato.

2. Nella terza specie della qualità vi sono soltanto le passioni sensibili, o qualità sensibili.

Ma il carattere non è una luce sensibile.

Quindi non appartiene alla terza specie della qualità, come hanno detto alcuni.

3. La relazione, il cui concetto è implicito nel termine « segno », deve avere qualcosa come suo fondamento.

Ma la relazione di quel segno che è il carattere non può avere per fondamento immediato l'essenza dell'anima, poiché in tal caso spetterebbe per natura a ogni anima.

È dunque necessario ammettere nell'anima qualcosa che sia il fondamento di tale relazione, e questo qualcosa è la realtà del carattere.

Perciò il carattere non può rientrare nel genere della relazione, come alcuni hanno sostenuto.

4. Il carattere ha natura di segno solo se viene considerato in connessione con il rito sensibile che lo imprime, ma considerato in se stesso ha natura di principio, nel senso che abbiamo illustrato [ nel corpo ].

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