Evidenza di un amore

1 - Il problema Cristo nel fenomeno Sindone

Gesù di Nazareth, un oscuro falegname vissuto in un'insignificante provincia alla periferia dell'impero romano, ignorato dai potenti del suo tempo, mal compreso e contestato dal suo popolo, condannato a una morte infame, nei torbidi di una Pasqua ebraica a Gerusalemme, ha diviso in due la storia: prima e dopo Cristo, e continua a dividere l'umanità.

Sarà un segno di contraddizione, per la rovina e la salvezza di molti, aveva, detto di lui, profeticamente, un vecchio sacerdote, accogliendolo nel Tempio quaranta, giorni dopo la nascita.

Effettivamente si discuteva di lui per adorarlo o per ucciderlo quand'era appena nato a Betlemme di Giudea, si discuteva di lui mentre per le strade assolate della Palestina annunziava il più rivoluzionario messaggio che la storia ricordi, si discuteva di lui, maledicendolo come un impostore o invocandolo figlio di Dio, mentre moriva crocifisso sul Golgota e si continua a discutere da duemila anni con crescente sbigottimento di fronte al suo sepolcro vuoto.

Allora come oggi qualcuno vide e credette.

I più, pur intimamente scossi dalla parola del Rabbi di Nazareth, non trovano il coraggio di credergli seriamente, molti si ostinano nel rifiuto, nell'incredulità, nell'odio, perché la sua presenza, persino la sua ombra, mette in crisi.

Il suo messaggio, la sua storia normalissima e straordinaria, la sua morte misteriosa, l'incrollabile certezza di chi giura di averlo visto risorto continuano a dividere la storia tra fede e incredulità, devozione e disprezzo.

Tutte le culture, tutte le filosofie hanno dovuto confrontarsi con questo scomodo giustiziato.

Per gli antichi Ebrei Cristo era uno scandaloso bestemmiatore,

per la cultura romano-ellenistica era un pazzo predicatore dell'assurdo,

per i potenti del l'Impero dei Cesari quel profeta di Galilea era un illuso rivoluzionario da strapazzo,

per il colto Rinascimento non era che un moralista plebeo, incapace di adeguarsi al progresso,

per la cultura scientifica era un evanescente fantasma fuori posto nel mondo del concreto,

per i moderni storicisti Cristo è soltanto un grand'uomo divinizzato dai discepoli dopo la scomparsa del suo corpo dal sepolcro,

per la critica radicale non è altro che un mito senza consistenza storica,

per le moderne filosofie materialistiche è occhio dei popoli, narcotico borghese per alienare le plebi proletarie.

Nonostante tutto Gesù di Nazareth resta un segno di contraddizione per la coscienza dell'umanità.

2 - Anche la Sindone segno di contraddizione

L'inevitabile problema-Cristo grava pregiudizionalmente sul fenomeno-Sindone trasformando un antico documentò di medicina legale in preziosa reliquia per i credenti o in pericolosa montatura per i non credenti.

La Sindone accumula in sé una quantità così impressionante di convergenze con il racconto evangelico della Passione di Gesù Cristo che per qualunque altro personaggio si concluderebbe semplicemente trattarsi del suo lenzuolo funebre.

Ma, trattandosi di Gesù Cristo, le dimostrazioni non basteranno mai e lo scetticismo, o almeno il cauto riserbo, rimane d'obbligo.

Quando nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia alla Sorbona e agnostico convinto, dichiara alla Accademia delle Scienze che, in base alle analisi scientifiche, l'Uomo della Sindone non poteva essere che il Cristo dei Vangeli, diversi colleghi si ritennero offesi, lo irrisero e lo insultarono e l'Accademia di Francia rifiutò di pubblicare la sua relazione.

Se si trattasse di Sargon, di Achille o di uno dei Faraoni, scriveva Delage commentando la cosa, nessuno avrebbe trovato da eccepire, se l'ipotesi che l'uomo della Sindone sia Gesù Cristo non ha buona udienza presso certa gente è perché molti credono che si tratti di una questione religiosa che fa velo al raziocinio.

Io considero Gesù Cristo come un personaggio storico e non vedo perché ci sia da spaventarsi cimentandosi con una traccia tangibile della sua esistenza.

Forse aveva intuito le profonde, inevitabili implicazioni religiose del problema-Sindone un altro agnostico: l'anatomista Evelaque.

Invitato a dare un giudizio su uno studio che l'insigne chirurgo Pierre Barbet voleva pubblicare sulla Sindone, ammetteva: "Amico mio, se le cose stanno come voi avete scritto, allora Cristo è veramente risorto.

L'abate Ulisse Chevalier invece, nel 1900, ricordando d'aver letto che la Sindone era stata dipinta dissotterrò alcune fra le migliaia di pergamene che sapeva a memoria e pubblicò uno studio critico sulle origini del Santo Lenzuolo con un'appendice di ben cinquanta documenti, sostenendo che si trattava di un falso.

Nel 1901 l'Accademia lo premiò con una medaglia d'oro, anche se quel prodigio di erudizione aveva rifiutato pregiudizionalmente financo di vedere le foto della Sindone e nonostante che dei cinquanta documenti prodotti otto non nominano neppure la Sindone, otto sono al massimo ambigui, cinque sono parti extrapolate dai precedenti e cinque semplici commenti degli archivisti, uno è uno scritto satirico di Calvino sulle reliquie in generale e ben quattordici sono addirittura favorevoli alla autenticità della reliquia.

Pirandello forse pensava a simili prodigi di erudizione quando scriveva: " La ragione è un lume che portiamo davanti agli occhi e che ci serve a perderci nel buio ".

3 - Da una scoperta casuale una provocazione per il nostro secolo.

Il fenomeno-Sindone è al centro di un crescente interesse oggi, nel secolo dell'elettronica, assai più che nel pio Medio Evo, quando anche dotti uomini di Chiesa erano convinti che fosse un semplice dipinto devozionale.

Fu la fotografia, una delle grandi scoperte del nostro tempo, a rivelare il mistero di una presenza insospettata proprio quando un pazzo superuomo annunziava al mondo: Dio è morto, noi l'abbiamo ucciso.

Nell'imminenza dell'estensione del 1898 concessa per le nozze del futuro re Vittorio Emanuele III un sacerdote, professore di fisica, aveva chiesto di effettuare una fotografia, per poter avere una copia fedele da lasciare esposta quando la preziosa reliquia veniva rinchiusa nella sua urna segreta.

Il re era contrario perché temeva una speculazione commerciale, ma poi si lasciò convincere.

L'incarico dì fare una fotografia della Sindone fu affidato ad un appassionato fotografo, l'avvocato Secondo Pia, un professionista serio che poté vantarsi di non aver mai ritoccato un negativo.

Il programma dell'estensione era come sempre intensissimo: in otto giorni sarebbero sfilate nel Duomo di Torino ben 800.000 persone.

Al fotografo furono riservati due brevi intervalli mentre gli scaccini rimettevano in ordine il Tempio.

Il primo tentativo fallì per l'irregolarità della illuminazione elettrica, non l'aveva ancora mai esperimentata nessuno, e per il calore provocato dall'arco voltaico che spezzò i filtri smerigliati posti come diffusori di luce.

La sera del 28 maggio, al secondo ed ultimo tentativo, il fotografo trovò una difficoltà imprevista, oltre alla mancanza di alcuni pezzi del suo imponente armamentario che intanto gli erano stati rubati.

La Principessa Clotilde, terrorizzata dal terribile calore e dalla luce delle lampade, aveva fatto disporre davanti al Lenzuolo una lastra di cristallo che creava fastidiosi riflessi.

Erano le 11 della notte quando il Pia, sistemate le impalcature necessario, espose per 14 minuti la prima lastra, 51 x 65 cm. ed era mezzanotte quando, completata la seconda esposizione con una posa di 20 minuti, raccolse le sue preziose lastre e si affrettò verso casa.

Qui doveva rivelarsi il prodigio.

L'effetto dei bagni chimici cominciò via via a rivelare l'imponente cornice che inquadrava la Sindone, poi apparvero la grandi macchie delle bruciature, poi cominciò ad apparire l'immagine del corpo e del volto.

A questo punto il fortunato fotografo si sentì venir meno: quella figura cogli occhi socchiusi nel riposo della morte era reale, quello era forse il volto del Signore, e lui, nell'oscurità del suo laboratorio, era il primo uomo che poteva contemplarlo dopo XIX secoli?

La figura della Sindone svelava il suo mistero: era un negativo fotografico in formato naturale e sulla lastra appena esposta si trasformava in uno splendido ritratto in positivo.

Chiuso nella camera oscura, scrisse Pia più tardi, provai una intensa emozione quando, durante lo sviluppo, vidi per la prima volta comparire in positivo sul mio negativo il Santo Volto con una tale chiarezza che rimasi di gelo.

Da alcune ombre misteriose impresse duemila anni fa nell'oscurità di una tomba cominciava a sprigionarsi una luce sconcertante.

Bene ha detto Einstein: La luce è l'ombra di Dio.

Quelle misteriose ombre di Dio cominciavano ad essere luce per gli uomini del nuovo secolo, che doveva poi rivelarsi come il secolo dell'immag ne.

Il Cardinale Anastasio Ballestrero, Arcivescovo di Torino, custode della Sindone, sottolinea il valore cristiano di questa immagine straordinaria; "Tutti conosciamo la figura, il volto che questo documento sconcertante rivela, è il Volto del Signore che patisce per noi uomini e per la nostra salvezza.

L'immagine non è mai la realtà, ma è un cammino verso la realtà, è un annuncio di una realtà, è il richiamo ad una realtà e può anche diventare la nostalgia di una realtà.

È certo un'immagine che non lascia indifferenti nessuno, è un'immagine che emoziona e sorprende e che suscita interrogativi profondi.

Ecco, questo a me pare che sia il valore più grande della Sindone."

4 - La regina delle immagini non teme la scienza

Dalla avventurosa scoperta della prima fotografia gli esperimenti e gli studi non si sono più fermati.

Nell'estensione del 1951, per il matrimonio di Umberto di Savoia, il fotografo Giuseppe Enrie poté eseguire dodici pose, con calma e senza cristallo di protezione e le sue immagini, a tutt'oggi insuperate per precisione e bellezza, hanno invaso il mondo.

Nel 1969 il Cardinale Michele Pellegrino, Arcivescovo di Torino, nominò una Commissione di studi e autorizzò un esame segreto della Sindone durante il quale vennero riprese le prime foto a colori.

Nel 1975 la Sindone fece la sua prima apparizione sugli schermi televisivi in Mondovisione e fu sottoposta a nuovi esami scentifi ci.

Dopo l'Ostensione straordinaria, del 1976, organizzata per il quarto centenario della Sindone a Torino, per quasi una settimana il venerato Lenzuolo rimase a disposizione di una équipe di scienziati e ricercatori, credenti e agnostici, cattolici, protestanti ed ebrei.

Questa Reliquia straordinaria sembra non aver paura della scienza moderna e ha superato con disinvoltura ogni genere di esami: chimici, fotografici, fotometrici, radiografici, medico-legali.

Persino la sua polvere antica è stata esaminata e nessun dubbio serio è rimasto circa la sua autenticità.

Ma, trattandosi della Sindone di Cristo, le prove non bastano mai e c'è sempre chi giura che non può essere possibile che sia autentica.

Ma la Sindone continua a stupire il mondo con il fascino silenzioso del suo mistero.

5 - La terribile eloquenza del Segno di Giona

La Sindone è forse la risposta provvidenziale allo spirare di un secolo pieno di illusioni che insultava Cristo come i Giudei sui Gol gota.

"Se sei veramente Figlio di Dio scendi dalla Croce e mostrati vincitore".

Come il Vangelo la Sindone provoca questa generazione perversa mostrandole il Segno di Giona, cioè un figlio d'uomo composto nella maestà della morte, che esce dalle viscere della terra, gettato misteriosamente sui lidi del nostro tempo a turbarne la sufficienza.

Dietrich Bonhoffer, il coraggioso testimone di Cristo tra i fratelli, morto vittima della follia nazista, intuì che la teologia, cioè ogni discorso serio su Dio, nel nostro secolo avrebbe dovuto prendere le mosse dal rovescio della storia, all'opposto di troppa devozione sentimentale, di tanta grazia a buon mercato, grazia senza sequela, senza croce, senza Gesù vivente e incarnato.

In questa età adulta, diceva Bonhoffer, Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio, Dio si lascia cacciare dal mondo, sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e soltanto così rimane con noi e ci aiuta.

La dottrina su Cristo inizia nel silenzio, parlare di cristo significa tacere, tacere su Cristo significa parlare.

Gli occhi che hanno visto Auschwitz e Hiroshima non potranno più contemplare Dio, esclama Hemingway.

Forse non potranno più contemplare il vecchio buon Dio da operetta, facile consolatore di infantili delusioni, forse spariranno dall'empireo tormentato del nostro tempo i pallidi dei della metafisica, immutabili e insensibili nella loro inumana perfezione, ma ad Auschwitz come a Hiroshima, come ad ogni angolo del pianeta sofferenza, Dio geme con gli sconfitti, Cristo muore con i poveri scuotendo la storia con i sussulti della sua interminabile agonia.

Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo, scriveva Pascal, ma fino ad allora il mondo non potrà dormire tranquillo.

Padre Massimiliano Kolbe, l'eroico sacerdote polacco che volle morire in un campo di sterminio nazista, per salvare un altro condannato, atterriva i suoi aguzzini con l'insostenibile mitezza del suo sguardo, tanto che gli imponevano di voltarsi e di non guardarli quando entravano nel bunker della fame dove si consumava il suo martirio.

Dalla Sindone un uomo martoriato giudica il mondo con la terribile eloquenza del suo muto dolore.

In quella carne miserabile, scrive Francois Mauriac, uscita da un abisso di umiliazione e di tortura, Dio risplende con una grandezza dolce e terribile, e quel volto augusto richiama all'adorazione forse ancor più dell'amore.

Di fronte ad uno sguardo di una infinita mitezza, di una incredibile serenità tra tanto tormento inutilmente l'uomo tenta di profanare il mistero del silenzio con il vuoto delle sue parole o con il non senso del dubbio.

L'Uomo della Sindone si impone proprio al nostro secolo con la maestà, invincibile della mitezza. "Sei tu, sei tu!" grida a Cristo il nostro tempo, come Dostojevski nella leggenda del Grande Inquisitore, "Sei tu! non risponderci, taci, e che potresti dire ancora? so troppo bene quel che vuoi dire, non hai il diritto di aggiungere nulla a ciò che già dicesti una volta.

Perché sei tornato a disturbarci? Sei venuto a disturbarci, lo sai anche tu "

Siamo in un momento in cui Dio ci parla in modo più toccante e fecondo attraverso il suo silenzio, scrive Italo Mancini commentando Bonhoffer, Cristo diventa l'oggetto di un grande amore, di una immensa pietà, perché ha accettato, attraverso la morte, di indicare la presenza di Dio al mondo, nel segno doloroso e opaco d'una conturbante assenza.

Scrive il Moltman: "Se vogliamo sapere chi è Dio, dobbiamo inginochiarci ai piedi di una croce, perché il vero volto del Dio cristiano va cercato unicamente dove la parola che ha scandalizzato Pietro lo ha indicato presente.

Nell'oscurità del Venerdì Santo venne la luce della Pasqua."

6 - Più che un'immagine, è una presenza

"In quel triste periodo che va dal 1890 al 1910, scrive Paul Claudel, periodo di materialismo e di scetticismo aggressivi e trionfanti, quanti sforzi furono compiuti per offuscare la divinità di Cristo, per nascondere quel Volto di cui non si può sostenere lo splendore, per ridurre il fatto cristiano, cancellandone i contorni sotto le "bende intricate dell'erudizione e del dubbio.

Il Vangelo ridotto a brandelli non costituiva che un ammasso di materiali incoerenti e sospetti.

La figura di Gesù svaniva sommersa in una foschia di letteratura storicistica e romanzesca.

Finalmente ci si era riusciti. Gesù non era che un pallido contorno, un incerto lineamento fluido, prossimo a svanire.

Maddalena poteva ora andare al Sepolcro, le avevano definitivamente sottratto il suo Signore.

Ed ecco che, dopo secoli di oblio, l'immagine dimenticata riappare di colpo sulla tela, con una veracità spaventosa, con l'autenticità di un documento incontestabile ed un fatto attuale.

Diciannove secoli sono cancellati di colpo, il passato è trasferito nell'immediato presente, quello che i nostri occhi hanno visto, dice Giovanni nel Vangelo, quello che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita è lì, in un'impronta, in un'immagine che porta in sé la propria garanzia.

Improvvisamente, nel 1898, dopo Strauss, a coronamento di tanto prodigioso lavoro di indagini e di esegesi realizzato dal secolo che muore, noi siamo in possesso della fotografia di Cristo.

È una fotografia non fatta da mani d'uomo tra quel Volto e noi non c'è alcun intervento umano.

Lui ha impregnato questo negativo e questo negativo a sua, volta rapisce il nostro spirito.

La scoperta fotografica della Sindone di Torino è così grande, conclude Paul Claudel, così importante che non esito a paragonarla a una seconda Resurrezione.

Più che un'immagine è una presenza.

È un negativo, come dire? una testimonianza nascosta, oserei dire, un po' come la Sacra Scrittura, in grado di rivelare un'evidenza.

7 - Il fascino misterioso del più bello tra i figli dell'uomo

Da sempre l'umanità ha cullato il profondo desiderio di vedere Dio.

Gesù di Nazareth si è presentato come immagine di Dio, come la rivelazione incarnata del Padre dei Cieli.

Non risulta dai Vangeli che Gesù fosse riconoscibile per il fascino del suo aspetto fisico.

La donna di Samaria, incontrandolo al pozzo di Giacobbe, lo canzona come un Giudeo qualunque, Giuda deve indicarlo ai nemici con il suo tradimento, le guardie, gli inservienti del Gran Sacerdote lo maltrattano come un pover'uomo qualsiasi, anche dopo la Resurrezione Maria di Mandala lo confonde con l'ortolano, i discepoli di Emmaus non lo riconoscono sotto le mentite spoglie di un compagno di viaggio, i discepoli sul lago lo credono un fantasma.

Eppure molti abbandonarono ogni cosa e lo seguirono conquistati al suo primo sguardo.

Quando noi amiamo, scrive Francois Mauriac, ci meravigliamo dell'indifferenza altrui davanti al viso che riassume per noi tutto lo splendore del mondo.

Quei tratti che riflettono il cielo e la cui sola vista ci fa fremere di gioia o d'angoscia altri non pensano nemmeno di guardarli.

Quel fascino penetrante e irresistibile che conquistò Pietro, Giacomo, Giovanni, che conquistò le folle e l'amore sincero di uomini e donne, è ancora impresso forse nel misterioso Lenzuolo di Torino.

La Sindone, per chi sa contemplarla come segno di una autentica, inconfondibile presenza, può manifestare l'uomo-Dio dominatore dei cuori, capace di guarire gli innumerevoli ciechi nati del nostro tempo, che hanno smarrito la luce della speranza.

Paolo VI, il Papa che ha interpretato il tormento e le delusioni del nostro tempo, così diceva in occasione dell'Ostensione; "Noi pensiamo all'ansioso desiderio che la presenza di Gesù nel Vangelo suscitava di vederlo.

Più che curiosità attrazione. Così Zaccheo che, come ricorda l'Evangelista Luca, cercava di vedere Gesù, così i Greci, arrivati a Gerusalemme proprio al momento della manifestazione Messianica cosiddetta delle Palme, i quali si rivolgono all'apostolo Filippo chiedendo: Noi vogliamo vedere Gesù.

Vedere Gesù, noi pensiamo alla faccia straziata e sfigurata, di Cristo paziente quale ce la descrive il Profeta Isaia: Non ha alcuna bellezza ne splendore.

Noi l'abbiamo visto e non aveva alcuna apparenza.

L'ultimo degli uomini, l'uomo dei dolori, e noi l'abbiamo considerato come un lebbroso, Lui, il più bello dei figli degli uomini.

Sì, noi ripensiamo a quel Volto benedetto che nella notte della Trasfigurazione sul Monte abbaglia gli occhi esterefatti dei tre discepoli in una apparizione indimenticabile, quasi esoterica, teologica, che Gesù apre davanti a loro, ma che poi, all'Ultima Cena, quando uno, con ingenuo trasporto, gli chiede di fargli vedere il Padre invisibile ed ineffabile, dichiara: "Chi vede me, vede il Padre".

Allora, quale fortuna, quale mistero vedere Gesù, Lui, proprio Lui.

Ma per noi, lontani nel tempo e nello spazio, questa beatitudine è sottratta?

Come anche noi potremo fissare lo sguardo in quel viso umano che in Lui rifulge quale figlio di Dio e figlio dell'uomo?

Siamo forse anche noi come i viandanti sul cammino di Emmaus con gli occhi annebbiati che non riconobbero Gesù risorto nel pellegrino che li accompagnava?

Ovvero dovremo rassegnarci, con la tradizione attestata, ad esempio da Sant'Ireneo e da Sant'Agostino, a confessare del tutto ignote a noi le sembianze umane di Gesù?

Fortuna grande dunque la nostra se questa asserita superstite effigie della Sacra Sindone ci consente di contemplare qualche autentico lineamento dell'adorabile figura fisica di Nostro Signore Gesù Cristo e se davvero essa soccorre alla nostra avidità oggi tanto accesa di poterlo anche visibilmente conoscere.

Raccolti intorno a così prezioso e pio cimelio crescerà in noi tutti, credenti o profani, il fascino misterioso di Lui e risuonerà nei nostri cuori il monito evangelico della sua voce, la quale ci invita a cercarlo poi là, dove egli ancora si nasconde e si lascia scoprire, amare e servire in umana figura.

"Tutte le volte che voi avrete fatto qualche cosa per uno dei minimi miei fratelli, lo avrete fatto a me"

Anche il Cardinale Anastasio Ballestrero invita a considerare la Sindone non tanto, o non soltanto come un documento sul quale discutere, ma piuttosto una testimonianza del Cristo giunta a noi in un modo storicamente ancora incerto, ma meravigliosamente esplicita per la meditazione cristiana.

"Noi sappiamo che nella Santa Sindone l'immagine misteriosa dell'Uomo Crocifisso è sconvolgente.

È un segno al quale possiamo fare riferimento per rendere più viva la nostra meditazione sulla Passione e Morte del Signore.

È un segno al quale possiamo guardare per vedere in quell'Uomo Crocifisso non solo il Signore Gesù al quale noi crediamo e che noi amiamo e adoriamo, ma anche tutti i fratelli crocifissi ai quali siamo legati dalla carità del Vangelo e nei quali possiamo e dobbiamo amare il Salvatore."

Davanti alla Sindone, raccolti nella fede e nell'amore per l'uomo-Dio morto per noi e vivente per la nostra speranza, preghiamo con Papini: "Noi, gli ultimi, ti aspettiamo, aspetteremo ogni giorno te, Crocifisso, che fosti tormentato per nostro amore e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore".

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