Marco

Salvatore Garolafo

Il secondo Vangelo è il più breve dei quattro e su un totale di seicentosettantotto versetti ( secondo le edizioni moderne ), soltanto una cinquantina rappresentano il contributo originale dell'autore alle memorie evangeliche.

Questo libretto è attribuito fin dalla più alta antichità cristiana a « Marco, interprete di Pietro » ( Papia ).

Gli altri scritti del N. T., Atti ed Epistole, contengono numerose informazioni relative a un personaggio di secondo piano nella storia dei primi anni cristiani che è chiamato Marco o Giovanni o Giovanni Marco ( At 12,12-25; At 13,5; At 15,37.39 ), caso di binonimia frequentissimo in quel tempo, soprattutto fra gli Ebrei che avevano contatto col mondo greco-romano.

Marco era figlio di una donna di Gerusalemme di condizione sociale agiata ( At 12,12-17 ) e cugino di Barnaba, un levita di Cipro che ebbe grande ascendente nella Chiesa primitiva.

Con Barnaba, Marco accompagnò Paolo nel primo viaggio missionario a Cipro e nell'Asia proconsolare ma, per ragioni ignote, a un certo momento si ritirò.

Per questo abbandono Paolo rifiutò di prender con sé nel secondo viaggio Marco, il quale segui Barnaba di nuovo a Cipro.

Dopo, lo troviamo al seguito di Pietro a Roma ( 1 Pt 5,13 ); l'assistenza a Pietro si alterna con una ripresa dei rapporti con Paolo, accanto al quale Marco si prodiga durante la prima prigionia romana ( Col 4,10; Fm 24 ), e che, alla fine della sua vita, solleciterà ancora i servigi di lui ( 2 Tm 4,11 ).

Le particolari relazioni di Marco con Pietro trovano la loro concreta espressione nell'appellativo di « figlio » col quale l'apostolo designa il suo fedele collaboratore ( 1 Pt 5,13 ).

Un episodio curiosissimo e senza conseguenze nel racconto evangelico - quello del giovinetto sorpreso nel Gethsemani dai soldati che arrestavano Gesù ( 14,51-52 ) - ha fatto pensare che l'autore, il ragazzo del giardino, abbia voluto lasciare traccia di sé nel libretto.

Egli non ha avuto di certo una parte attiva nella storia di Gesù, ma è stato a contatto intimo con gli uomini più rappresentativi della prima comunità cristiana.

L'originalità di Mc, nel senso che in esso è presentissima la personalità di un testimone-raccontatore, è diventata addirittura un luogo comune tra gli studiosi.

Lontano dalla compostezza di Mt. e dalla vigilata eleganza di Lc., lo stesso stile del Vangelo ne è una prova.

Il racconto si snoda con tutte le ripetizioni, le sovrabbondanze, le parentesi caratteristiche di un temperamento « visivo », con quelle catene di proposizioni agganciate monotonamente dalla congiunzione « e » che sono tipiche della narrativa ebraica.

Il frequente uso del presente storico da al testo un sapore di immediatezza che colpisce anche il più distratto lettore.

Il libretto, inoltre, è ricco di notazioni, di tratti pittoreschi, di minute circostanze, che non hanno una necessaria funzione nel racconto o nell'insegnamento che ne deriva, ma che dimostrano la presenza di uno che ha visto e che, anzi, soprattutto vede e racconta per far vedere.

È chiaro che tutto ciò che il narratore ascolta e vede è in funzione di un insegnamento, ma non si tratta di un ammaestramento astratto o inquadrato in uno schema rigido, esso balza vivo dalla vivacità di ciò che è raccontato.

La tradizione antica identifica il raccontatore in Pietro, capo degli apostoli - S. Giustino cita il vangelo come « Memorie di Pietro » - e, in verità, l'esame interno del libro non solo non è contrario ma favorisce questa identificazione; tuttavia, la stessa tradizione ne indica con sicurezza l'estensore nella persona di Marco.

Le caratteristiche interne di Mc. sono state già rilevate dalla più antica tradizione cristiana.

Eusebio stralcia da Papia una testimonianza di Giovanni l'anziano - che potrebbe anche essere l'apostolo prediletto di Gesù - secondo la quale « Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che si ricordava delle parole e delle azioni del Signore; non aveva ascoltato e seguito il Signore, ma più tardi, come già dissi, Pietro.

Orbene, poiché Pietro insegnava adattandosi ai vari bisogni degli ascoltatori, senza curarsi punto di offrire una composizione ordinata delle sentenze del Signore, Marco non c'ingannò scrivendo secondo che si ricordava; ebbe questa sola preoccupazione: di nulla tralasciare di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna » ( Storia Eccl. III, 39, 15 ).

Altre antiche testimonianze attribuiscono l'origine del libretto di Marco a una iniziativa della comunità cristiana romana - si parla, in particolare, di « alcuni cavalieri dell'imperatore » ( Clemente Alessandrino ) - la quale voleva conservare memoria della predicazione di Pietro.

Marco « il quale da gran tempo era discepolo dell'apostolo e sapeva a mente le cose dette da lui » fu pregato di esaudire il desiderio dei Romani.

In sé, queste notizie non hanno nulla di inverosimile.

Dagli stessi Vangeli è facile capire quanto un uomo vivace ed estremamente simpatico come Pietro dovesse piacere ai Romani.

La sua testimonianza a Gesù non solo si aureolava del prestigio del capo degli apostoli da Cristo stesso prescelto a fondamento della Chiesa, ma si animava in un racconto punteggiato di riferimenti concreti, infiorato talvolta di parole aramaiche pronunziate in un estremo tentativo di rendere, con la evocazione del suono, la forza e la suggestione particolare della parola viva di Gesù.

È necessario ricordare che un giorno l'evangelo è stato esperienza vissuta e patita da un manipolo di uomini che, dopo aver trascorso qualche tempo con un loro compaesano, si trovano di fronte alla esaltante realtà che egli è il Figlio stesso di Dio, centro della rivelazione e della storia, arbitro dei destini di tutti gli uomini e loro salvatore.

Tutto questo, per Pietro, doveva significare ben più che la preoccupazione di riferire monotonamente insegnamenti o episodi.

Ed è facile capire come di quei racconti ascoltati si volesse conservare memoria, per perpetuare non solo l'incanto della narrazione, ma una testimonianza viva di parole e di fatti, che nessuno avrebbe mai più direttamente ascoltata.

Nelle antiche testimonianze citate vai la pena anche di rilevare il contenuto critico, nel senso che esse sottolineano e danno ragione degli aspetti tipici del secondo Vangelo: quello di Mc. è un racconto fedele ma non ordinato; l'autore non ha voluto scrivere un libro secondo i procedimenti almeno elementari di una composizione letteraria.

Tutto, in Mc., obbedisce a una sola legge: la spontaneità, che non è conseguenza di una felice abilità di scrittore, ma dell'autenticità delle impressioni di un testimone insostituibile.

Se il suo libretto offriva ben poco di nuovo dal punto di vista del materiale raccolto, esso aveva, in compenso, l'incomparabile privilegio di riferire la testimonianza di colui che le comunità cristiane veneravano come il detentore di particolarissime promesse di Gesù e di una autorità che nessun altro eguagliava.

La spiegazione della mancanza di un ordine in Mc. data dalla tradizione cristiana è valevole: Pietro aveva riguardo alle necessità dei suoi ascoltatori.

Non aveva fatto così anche Gesù?

Quanti suoi insegnamenti non sono legati alle più varie circostanze, provocati da interrogazioni, incidenti, situazioni che si determinavano senza una logica?

L'importante era non lasciarsi sfuggire l'occasione, mentre l'insegnamento veniva componendosi non diciamo in sistema, ma, certo, in armonia.

La destinazione romana di Mc. è stata dedotta, oltre che dall'assenza di ciò che poteva avere un interesse strettamente giudaico, anche da alcuni elementi del testo, come certi latinismi di vocabolario e di sintassi del Vangelo.

È vero che la lingua greca del tempo, specialmente per ciò che riguardava la terminologia amministrativa e militare, risentiva l'influsso della nazione imperante, ma ciò non toglie che Mc. appaia più familiarizzato con la lingua latina di quel che non fosse un ebreo palestinese di lingua greca.

Singolari sono almeno i due casi in cui un vocabolo greco - in un testo greco! - è spiegato con il corrispondente termine latino ( 10,42; 15,16 ).

La possibilità della richiesta di divorzio da parte della donna ( 10,12 ) si riferisce piuttosto alla legge romana che a quella giudaica, e la significativa indicazione dei due figli del Cireneo ( 15,21 ) richiama irresistibilmente la menzione di un nome identico a quello di uno di essi - Rufo - che ricorre tra i saluti della lettera di Paolo ai Romani ( 16,13 ).

Una presenza di Pietro nel racconto di Mc. è stata vista fin dai tempi antichi nel fatto che di lui vengono riferite a preferenza cose indifferenti o sfavorevoli, mentre viene taciuto o mitigato ciò che poteva ritornargli ad onore; spontanea umiltà di un uomo che aveva tanti motivi per esser modesto.

L'ambito cronologico e la distribuzione dei fatti evangelici in Mc. sono in consonanza con gli estremi analoghi che il contenuto evangelico ha nella presentazione che appunto Pietro ne fa, nel porre le condizioni per l'eligendo successore dell'apostolo traditore ( At 1,21-22 ) e nel discorso al centurione Cornelio ( At 10,36-43 ) : predicazione e battesimo di Giovanni Battista ( 1,1-13 ); predicazione di Gesù in Galilea e nei territori circostanti ( 1,14-9,30 ); passaggio dalla Galilea a Gerusalemme e ministero nella città santa ( 10,1-13,37 ); passione, morte, risurrezione, ascensione di Gesù e missione degli apostoli ( 14,1-16,20 ).

Il Vangelo è preciso nella ambientazione della storia di Gesù e indica con molta evidenza le due grandi tappe dell'evangelo: incomprensione della folla, che decide il Maestro a dedicarsi tutto alla formazione dei discepoli; ma, in fondo, esso sembra avere una sola preoccupazione: mostrare Gesù nella sua realtà di uomo, nelle sue opere ( all'insegnamento non è dedicata molta parte ), nelle sue serene affermazioni di divinità.

Chi parla nel libro non discute, non difende, non è ansioso di citare a ogni passo il V. T.: enunzia e quasi impone la sua testimonianza, fondata sulla diretta esperienza.

Se c'è una insistenza questa porta sui miracoli : ne sono narrati diciannove, quattro in meno nei confronti di Mt. e di Lc., due dei quali si riferiscono a Pietro, ma due in proprio ( 7,31-37; 8,22-26 ).

L'evangelista predilige i prodigi di Cristo sugli ossessi dal diavolo; ne racconta quattro ( 1,23-28; 5,1-20; 7,24-30; 9,18-29 ) di cui uno in proprio.

Si trattava di argomenti particolarmente consoni a un pubblico che viveva in ambiente pagano per dimostrare i poteri sovrani del Cristo su ogni forza occulta o palese della natura e dello spirito e perché fosse ben chiaro il senso di titoli come « Dio » e « Salvatore » che venivano allora attribuiti anche agli imperatori di Roma.

Se la tradizione cristiana è concorde nell'affermare la successione cronologica Matteo-Marco, non concorda però sulla data precisa del secondo Vangelo.

La critica cattolica ha un punto fisso nella datazione dei tre primi Vangeli: essendo il discorso di Gesù sulla fine di Gerusalemme presentato come una profezia, il termine ultimo della redazione dei tre libretti deve precedere l'anno 70, in cui la profezia si avverò.

La più antica tradizione cristiana ( Papia, Ireneo ) afferma che Marco scrisse dopo la morte di Pietro ( a. 64 o 67 ); ma altri autori ( Clemente Aless., Origene ) sono per un tempo antecedente, più probabile almeno per alcune parti del libretto che Marco poté mostrare al suo maestro. Come luogo di edizione molti indicano Roma.


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