Matteo

Salvatore Garofalo

L'antica tradizione cristiana, a cominciare dal vescovo Papia, un asiatico che scrive intorno al 125, è concorde nell'affermare che il primo Vangelo scritto fu opera dell'apostolo Matteo, il quale lo indirizzò agli Ebrei di Palestina adoperando, per il suo libretto, la lingua allora parlata nella patria di Gesù: l'aramaico, che fin dal sec. IV aveva soppiantato l'ebraico.

Tutto quello che i vangeli ci dicono della vita di Matteo si riduce alla sua vocazione: pubblicano, cioè esattore delle imposte a Cafarnao sulle rive del lago di Tiberiade, fu chiamato da Cristo a far parte del gruppo privilegiato dei dodici discepoli mentre attendeva alle funzioni della sua professione e volle offrire a Gesù ed ai colleghi esattori un banchetto per festeggiare il suo mutamento di vita.

I cataloghi degli apostoli lo elencano al settimo o all'ottavo posto.

Un particolare caratteristico è che aveva due nomi: Matteo (ebr. Mattai, abbreviaz. di Matania) e Levi ( Mt 9,9-13 ).

L'annunzio dell'evangelo agli Ebrei di Palestina non proponeva una rivoluzione ma una conclusione.

Israele era da secoli in attesa che la sua storia, il cui significato profondo era appunto l'aspettazione della salvezza assicurata dall'avvento del Messia inviato da Dio che aveva retto i fili della vicenda del popolo eletto, si concludesse con « i giorni » dell'Atteso.

L'evangelo non presentava una soluzione inedita del travaglio d'Israele ma il raggiungimento delle antiche speranze.

L'attesa messianica era documentata nei libri sacri del V. T.; Gesù stesso aveva sfidato i suoi nemici sul terreno delle Scritture ( Gv 5,39 ) e l'ultimo tocco da lui dato alla formazione dei dodici, araldi dell'evangelo, era stato appunto quello di « aprire la loro mente alla intelligenza delle Scritture » ( Lc 24,45 ).

La prima predicazione evangelica ( Atti ) vedrà apostoli e propagandisti cristiani impegnati in discussioni, non sempre pacifiche, il cui tema era appunto l'adempimento delle profezie nella persona, nell'insegnamento e nell'opera di Gesù.

Tutti e quattro i Vangeli riflettono ovviamente questo stato di cose, ma dal fatto che Mt. cita il V. T. circa settanta volte - di queste citazioni ventuna sono profezie avveratesi nella vita di Gesù - mentre negli altri tre Vangeli si trovano complessivamente soltanto quarantanove citazioni di cui ventiquattro profezie, si può agevolmente dedurre che egli pone una particolare attenzione a dimostrare che Gesù compiva l'attesa di Israele.

Inoltre, il carattere apertamente - anzi violentemente - antifarisaico del Vangelo, più che dalla psicologia dell'autore il quale, come ex-pubblicano, doveva aver sentito tutto il peso del disprezzo dei farisei che consideravano gli uomini di quella professione come pubblici peccatori, deriva dal fatto che l'ambiente palestinese era sotto l'influsso e l'incubo del fariseismo che, per lungo tempo ancora dopo la morte di Gesù, conservò il suo potere sulle masse popolari.

A prescindere anche dallo sforzo dei filologi, i quali, specialmente in questi ultimi anni, si sono dedicati con particolare cura a ricercare la primitiva forma originale aramaica di Mt., nell'attuale testo sono tuttora visibilissime le tracce di una origine e destinazione giudaico-palestinese del libretto.

Il popolo di Palestina è « la casa d'Israele », Gerusalemme è « la città santa », il tempio è « il luogo santo » - espressioni squisitamente ebraiche - il termine « genti, gentili » per indicare i pagani conserva un significato religioso sfavorevole, nessuna preoccupazione di spiegare - come avviene per lo più negli altri Vangeli - gli usi giudaici e la disciplina religiosa d'Israele a cui allude alle volte il racconto.

Il regno messianico è indicato, alla maniera ebraica, come « regno dei cieli », dove « cicli » è una sostituzione tipicamente giudaica del nome di Dio.

Il Vangelo aramaico primitivo di Matteo è scomparso.

Nel sec. il Papia affermava che ognuno si ingegnava a tradurlo « come poteva », il che, tra l'altro, significa che il libretto originale ebbe una diffusione anche fuori della Palestina.

Dovette appunto essere questa la causa - insieme con la guerra del 70 fra Giudei e Romani, che portò alla devastazione della Palestina, alla distruzione del tempio di Gerusalemme e alla dispersione della comunità cristiana indigena - che determinò l'urgenza di una traduzione in una lingua accessibile a tutto il mondo civile del tempo.

La tradizione cristiana antica non accenna a un divario tra il testo primitivo e questa traduzione e considera la seconda allo stesso grado del primo.

La Chiesa, fin dagli inizi, ha conservato come testo ispirato, nel canone dei libri sacri, la traduzione greca, di cui non si conosce l'autore.

Non è impossibile che essa possa essere opera dello stesso Matteo, come non è escluso che i tentativi di traduzione di cui parlava Papia possano essere stati fatti in iscritto e riguardassero parti scelte o tutto intero il libretto.

Il greco di Mt. manifesta una certa cura dello stile, ma aderisce più ai canoni della stilistica semitica che di quella greca, il dettato è dignitoso e talvolta solenne.

È certo che la traduzione è antichissima e risale alla fine del primo secolo.

Il primo Vangelo presenta due spiccati caratteri: è impersonale ed è, più evidentemente degli altri, distribuito in cinque grandi complessi letterari.

Ne è segno una formula redazionale di gusto semitico che si trova al termine di cinque grandi sezioni del Vangelo: « Quando Gesù ebbe finito questi discorsi… », significativamente modificata la quinta volta: « Quando Gesù ebbe finito tutti questi discorsi… » ( 7,28; 11,1; 13,53; 19,1; 26,1 ).

Il racconto della infanzia e della passione di Gesù fanno blocco a sé ( cc. 1-2 e 26-28 ).

La clausola citata inquadra effettivamente cinque grandi complessi ricchi soprattutto di insegnamenti del divino Maestro: il discorso della montagna ( cc. 5-7 ), il discorso sulla missione degli apostoli ( 9,35-11,1 ), l'antologia delle parabole sul regno di Dio ( c. 18 ), il discorso escatologico ( cc. 24-25 ), preceduto da una lunga invettiva contro il fariseismo ( c. 23 ).

I fatti della vita di Gesù e il resto del materiale raccolto da Mt. ruotano intorno ai cinque grandi « discorsi » ambientandoli, offrendo dei saggi di peregrinazioni apostoliche del Signore e gli elementi per giudicare l'ostilità da lui incontrata negli ambienti farisaici.

Un'altra clausola che ricorre con identica formulazione tre volte : « Da allora cominciò… » ( 4,17; 11,20; 16,21 ), sembra distinguere tre tappe nello svolgimento del ministero di Gesù.

La prima volta sta ad indicare l'inizio della predicazione in Galilea che ha attirato l'attenzione principale dei tre primi Vangeli; la seconda volta sottolinea le minacce di Gesù alle città galilee che non hanno saputo comprendere e apprezzare le opere da lui compiute; la terza volta indica l'inizio della preparazione particolare dei dodici apostoli al mistero e alla tragedia del Calvario.

Fatta eccezione per alcuni episodi che avevano una loro imprescindibile collocazione - come l'infanzia di Gesù ( 1,18-2,23 ), la predicazione di Giovanni il precursore ( 3,1-12 ), il battesimo e la tentazione di Gesù nel deserto ( 3,13-4,11 ), la passione - nel primo Vangelo non si trova nessuna precisa indicazione cronologica; la nascita di Gesù è indicata addirittura con una formula di transizione ( 2,1 ).

In sostanza, Mt. non è una antologia di detti e di fatti distaccata da qualsiasi inquadramento storico e topografico, ma non è neppure una biografia di Gesù; tuttavia esso è adattissimo, e la preferenza che gli ha riservato l'antichissima tradizione cristiana lo dimostra, per una comprensione essenziale dell'insegnamento di Gesù e della sua opera.

L'episodio di Cesarea di Filippo, dove Pietro, su esplicita richiesta del Cristo, pronunzia a nome degli apostoli una solenne professione di fede in Gesù, è un culmine del vangelo ( 16,13-19 ).

Ormai la sinagoga giudaica, inflessibile nella sua ostinazione e irriducibile nella sua incomprensione, è ripudiata e cede il passo alla Chiesa, il regno dei cieli promesso dal Padre per mezzo dei profeti e fondato da Gesù Cristo.

Questo testo ha meritato a Mt. la qualifica di « Vangelo della Chiesa », ed effettivamente il primo evangelista è il solo ad usare il termine Chiesa.

Il mutamento del nome imposto a colui che fu già Simone e diventa « pietra » ( 16,17s ) indica, alla maniera semitica, il nuovo destino del pescatore di Galilea che sarà il fondamento e il capo visibile della Chiesa, al quale sono conferiti supremi poteri in vista della continuazione nel tempo dell'opera del Figlio di Dio.

L'impersonalità di Mt. permette di considerarlo come una sintesi della tradizione e dell'insegnamento apostolico di Gerusalemme, fondamento più che punto di partenza della evangelizzazione del mondo.

Fino a che punto la sistemazione del materiale evangelico sia da attribuirsi a Mt. e quali fonti anche scritte abbia potuto usare non è facile dirlo.

È probabile che egli abbia avuto a disposizione una raccolta di testi del V. T. - undici di questi testi sono introdotti da una identica formula di citazione - che rappresentavano il tracciato apologetico di una predicazione agli Ebrei.

In quel torno di tempo gli esseni palestinesi di Qumran ( la località presso il mar Morto dove sono avvenute sensazionali scoperte di testi biblici e giudaici ) redigevano elenchi del genere.

È probabile che Mt. sia stato scritto a Gerusalemme, culla della evangelizzazione cristiana, e che la stesura aramaica debba risalire più o meno agli anni tra il 50 e il 60, quando l'apostolato di Paolo fra i pagani aveva esasperato l'ostilità dei Giudei contro i seguaci di Gesù alla quale Mt. dedica tanta attenzione.

In ogni caso, il libretto è anteriore al 70: la catastrofe della nazione giudaica è, infatti, considerata dal Vangelo come un avvenimento ancora da avverarsi; se Mt. avesse scritto dopo la tragedia di Gerusalemme e della nazione ebraica, non si spiegherebbe come mai avesse rinunziato a menzionare con particolare evidenza e concretezza questo avvenimento che, per lo scopo di Mt., aveva una importanza e un significato definitivi : si avveravano clamorosamente le previsioni e le minacce di Gesù relative al mondo giudaico che aveva crocifisso il Messia inviategli da Dio.


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