Filippesi

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P. Teodorico da Castel S. Pietro

La fisionomia di questa lettera è inconfondibile tra le altre paoline, anche nel gruppo della prigionia, al quale appartiene.

Ne fanno uno scritto del tutto a sé il tono tipicamente familiare e il contenuto, lontano da ogni disposizione logica e solo occasionalmente ( 2,6-11 ) dogmatico.

È una lettera ispirata alla confidenza più cordiale e scevra d'ogni preoccupazione: Paolo sa che con i fedeli di Filippi non c'è pericolo di malintesi, come, per esempio, con gli spiriti inquieti di Corinto.

Coi Filippesi può fare anche eccezione alla regola impostasi di non accettare aiuti e doni dalle comunità; e tuttavia anche qui conserva, su questo punto ( 4,10-19 ), un tono di superiorità che fa sentire come il dono accettato non vincoli la sua libertà apostolica.

Alcune battute polemiche non sono dirette a membri della comunità, ma a nemici dichiarati della predicazione paolina, i giudaizzanti ( 3,2-11 ) estranei, a quanto pare, a questa Chiesa; o, se si tratta di suoi membri, essi sono talmente decaduti dalla linea di condotta propria del cristiano da meritare il titolo di « nemici della croce di Cristo » ( 3,18s ).

La lettera mette in luce i rapporti costanti intercorsi tra l'apostolo e la prima comunità fondata in Europa ( verso il 50 d. C.; At 16,12-40 ), nella quale non hanno avuto presa ne false dottrine ne preoccupanti divisioni d'animi.

Non per questo Paolo omette di premunire i fedeli contro ogni pericolo di deviazione dottrinale e raffreddamento di fervore e di fare un discreto rilievo in merito alle piccole beghe personali che dividono due donne molto in vista nella comunità: Evodia e Sintiche ( 4,2 ).

Frequenti sono le note di gioia, così da giustificare un accostamento al terzo Vangelo.

Ma è la gioia austera di un prigioniero, che s'indirizza a una comunità provata dalla persecuzione fino dai suoi primi giorni; una comunità risultante, in prevalenza, di poveri e tuttavia sempre generosa: 2 Cor 8,1-6.

Il contenuto di Filippesi non si lascia chiudere nello schema consueto - parte dottrinale e parte pratica - con le solite suddivisioni; è difficile, anzi, dare a queste pagine, uscite impetuose dal cuore di Paolo, una disposizione logica.

Alle notizie riguardanti la presente condizione dell'apostolo o di altri vicini a lui, come Epafrodito, si affiancano esortazioni a una vita cristiana sempre più fervorosa, corroborate, in qualche caso, da motivi d'indole dottrinale.

Semplice è il succedersi dei pensieri, legati da un filo sottile, con molta spontaneità, a parte qualche passaggio brusco e inatteso, come in 3,1s

Occasione per scrivere la lettera fu il ristabilimento di Epafrodito da una grave malattia e il suo imminente ritorno a Filippi ( 2,25-30 ).

Sulla malattia di Epafrodito la comunità era stata informata; ma che un'altra lettera sia stata scritta da Paolo ai Filippesi ( 3,1.18 ) durante la malattia di Epafrodito è assai dubbio, anche perché Paolo ringrazia qui dei doni inviatigli; ne è probabile che sia tornato due volte sullo stesso argomento, data la chiara intenzione di mantenersi indipendente di fronte a questi donativi.

Mentre scrive, Paolo è senza dubbio prigioniero ( 1,7.13.17 ), ma di quale prigionia si tratta?

A questo proposito sono state avanzate tre ipotesi di cui non è tuttavia possibile esporre a fondo gli argomenti.

La questione ha la sua importanza anche per la determinazione della data di composizione dello scritto.

Alcuni hanno pensato alla prigionia di Cesarea di cui parlano At 23,31-26,32 il che suggerirebbe un'epoca di composizione intorno al 58.

Indicazioni in questo senso si troverebbero nella nostra lettera in 1,10; 4,10 ( 1,13 ).

Altri fanno invece l'ipotesi di una prigionia a Efeso che, se non è menzionata espressamente nel libro degli Atti, non è però in contraddizione con i fatti riportati in At 19 e avrebbe il vantaggio di spiegare meglio alcuni particolari della lettera.

Ciò anticiperebbe ancora il suo tempo di composizione, forse al 55 ( 56 ).

L'opinione tradizionale ha però sempre collocato la lettera durante la prigionia romana di Paolo, dal 61 al 63, fondandosi specialmente sulla menzione del « pretorio » in 1,13 e della « casa di Cesare » in 4,22.

A dire il vero non è il caso di insistere troppo su tali particolari giacché chiamavasi « pretorio » anche la sede di un magistrato romano in provincia, e « quelli della casa di Cesare » era titolo che poteva essere portato anche da funzionari, particolarmente liberti dell'imperatore, residenti fuori di Roma.

A rigore, le due espressioni possono perciò essere portate a sostegno anche delle due precedenti opinioni.

Queste poi hanno il vantaggio di anticipare un poco la data della lettera, il che spiega meglio il suo tono e il suo contenuto, non dissimili dalle grandi lettere precedenti ( in 2,2-11 il persistere del pericolo giudaico fa pensare a una data non lontana dalla crisi galatica ) e abbastanza diversi, invece, nelle lettere ai Colossesi e agli Efesini.

Inautenticità, negata solo dai critici più radicali, è oggi quasi comunemente ammessa anche dai critici non cattolici.

Anche a prescindere dalle non poche testimonianze esterne, i caratteri paolini di questo scritto sono talmente pronunciati da non potersi conciliare con l'ipotesi di un falso.

Più insistente è l'affermazione della sua mancanza di unità.

Si vorrebbe che fosse una miscellanea di più lettere paoline.

Un redattore avrebbe unite alcune missive di Paolo ( 3,1 ), alle quali accennerebbe anche Policarpo ( Ad Philip. 3,2 ).

I segni che diversi scritti paolini sarebbero confluiti in questa lettera si avrebbero nei passaggi repentini di 2,19; 3,2; 4,2.10.

Ma il plurale usato da Policarpo può indicare anche una sola lettera, come il latino « litterae ».

È vero che 3,1 sembra iniziare la chiusa di una lettera e che poi il dettato riprende con raccomandazioni già fatte in passato ( 3,1b ) e che non solo i vv 2.18, ma tutto il capitolo ricorda le vigorose polemiche delle grandi lettere; ma si può supporre un intervallo nella stesura dello scritto, durante il quale Paolo avrebbe ricevuto informazioni sulle mene dei giudaizzanti e sulla cattiva condotta di alcuni membri, forse, della stessa comunità.

Contro i tentativi di sezionarlo in due brevi lettere di Paolo, integrate con passi dottrinali ( 2,6-11 ) all'inizio del sec. II, o di attribuire questi a un marcionita, che verso il 140 avrebbe voluto accreditare le teorie di Marcione e divulgarle sotto il nome di Paolo, ha reagito decisamente la maggioranza dei critici.

Le discontinuità della composizione possono spiegarsi per la libertà propria del dettato di una lettera familiare.

Conferenze

Don Federico Tartaglia

Lettera ai Efesini

Card. Gianfranco Ravasi

Paolo e Timoteo a tutti i santi che sono a Filippi

Cristo Gesù umiliò se stesso fino alla morte di croce per questo Dio lo ha esaltato

Opera della carne e frutti dello Spirito il messaggio morale delle lettere ai Galati e ai Filippesi


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