Signore insegnaci a pregare

Scheda N° 10

" Chi prega si salva, chi non prega si danna".

Questa forte affermazione di S. Alfonso sembra che oggi faccia meno impressione di una volta, perché si è sbiadita in noi la convinzione della assoluta necessità della preghiera.

Preghiamo poco e male.

Troviamo mille scuse: non so cosa dire, non ho tempo...

Preghiamo solo per chiedere; quando siamo con l'acqua alla gola, come se la preghiera fosse un salvagente che si tiene sulla barca con piacere, ma augurandosi di non doverlo usare.

E invece la preghiera dovrebbe essere il momento della gioia, il tempo più bello, più desiderato, perché è il momento in cui ci mettiamo alla scuola dello Spirito Santo.

È Lui il protagonista, l'unico maestro di preghiera che ci insegna a dare del tu a Dio, a chiamarlo "papà", assicurandoci che siamo suoi figli ( cfr. Rm 8,16 ).

E ancora lo Spirito che parla in noi e per noi e "viene in aiuto della nostra debolezza, perché noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, mentre lo Spirito stesso prega Dio per noi con sospiri che non si possono spiegare a parole.

E Dio che conosce i nostri cuori, conosce anche le intenzioni dello Spirito che prega per i credenti come Dio vuole" ( Rm 8,26-27 ).

Se dunque è lo Spirito il protagonista della preghiera, l'atteggiamento più giusto è quello dell'ascolto, l'atteggiamento di Samuele:

"Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta" ( 1 Sam 3,10 ),

l'atteggiamento di Maria seduta ai piedi di Gesù, nella casa di Betania, che ascolta la sua parola.

E Gesù dice: "Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta" ( Lc 10,42 ).

L'ascolto esige silenzio.

La voce del Signore è "tenue come una brezza leggera" ( 1 Re 19,12 ):

per sentirla occorre fare silenzio in noi stessi e attorno a noi, allontanando gli sguardi e i pensieri da noi stessi, dalle nostre preoccupazioni, dai nostri bisogni per concentrarli su di Lui, il Signore.

Possiamo allora cominciare il nostro dialogo con un atto di umiltà:

"Signore, Tu mi scruti e mi conosci, Tu sai quando seggo e quando mi alzo.

Da lontano conosci i miei progetti... Ti è noto ogni mio passo.

Non ho ancora aperto bocca e già sai quello che voglio dire" ( Sal 139,1-4 ).

Signore, tu mi parli e io non so risponderti.

Apri le mie labbra, apri il mio cuore.

Fa' che mi renda conto delle tenerezze del tuo amore.

Sei contento di me? Che cosa vuoi che io faccia?

Lui ci parla nella Bibbia, ci svela le meraviglie del suo amore, i suoi progetti, le sue promesse: ci parla negli avvenimenti lieti o tristi della vita e noi siamo allora mossi a sentimenti di gratitudine o di supplica.

Sì, anche di supplica.

È significativo che circa 50 salmi su 150 e tra i più belli, siano riservati alla supplica che l'orante, umiliato dal dolore, rivolge al suo Dio.

Bellissimo il salmo 56: "I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli; non sono forse registrate nel tuo libro?".

Gesù stesso del resto ci ha invitato alla preghiera di domanda:

" Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto" ( Mt 7,7 ).

Ma i desideri che si affollano nel nostro cuore, sono veramente tutti per cose buone e utili?

È di fede che "Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse" ( D. Bonhoffer ).

"Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono" ( Mt 7,11 )

ecco che cosa dobbiamo chiedere.

E si chiede non per informare Dio sulle nostre necessità.

"Il Padre vostro sa di che avete bisogno" ( Mt 6,32 ),

ma per sottoporre alla sua luce le nostre speranze, i nostri desideri e vagliarli, purificarli, convinti che la scelta che farà Dio sarà certamente migliore della nostra.

E allora è meglio dire:

"O Signore, dona ciò che giova al mio vero bene" ( dalla Liturgia ).

La preghiera di domanda diventa così un atto di fede nel suo amore.

Lui sa quello che va bene per me: mi fido di lui.

Anche i genitori spesso non danno ai figli quello che chiedono, ma anche questo è un segno di amore.

E allora prego, non per convertire Dio a me, ma per convertire me a Lui, per mettermi dalla sua parte, per comprendere e fare la sua volontà.

E si giunge così al cuore della preghiera, la preghiera di Gesù:

"Padre, non la mia, ma la tua volontà si compia";

la preghiera di Maria: "Si compia in me la tua parola".

Ecco: pregare è prima di tutto mettersi a disposizione di Dio, ascoltare e accogliere la sua parola, anche quando è tagliente come spada, impetuosa come un uragano, anche quando giudica e condanna le nostre ipocrisie, i nostri egoismi, ed esige un cambiamento.

La preghiera non può mai essere un alibi, una fuga dalle responsabilità.

Si prega non per pretendere che Dio faccia al nostro posto quello che dobbiamo fare noi.

Non si può pregare per la conversione dei fratelli senza assumere l'iniziativa della testimonianza e dell'annuncio;

non si può pregare perché cessino le sofferenze, senza fare dei gesti che leniscano qualche sofferenza;

non si può pregare perché finisca lo sfruttamento dei forti sui deboli, senza compiere atti di giustizia;

non si può pregare perché sia risolto il problema della fame nel mondo, senza impegnarsi nella condivisione:

il Vangelo non dice: " Chi ha due mantelli preghi per chi non ne ha", dice: "Ne dia uno a chi non ne ha".

La preghiera diventa amore e ci inserisce nella vita di Dio che è l'AMORE.