Lettera di Paolo a Tito
Giovanni Rinaldi
La lettera a Tito, uno dei discepoli prediletti che S. Paolo dopo l'evangelizzazione di Creta lasciò per qualche tempo nell'isola, chiude, con la seconda a Timoteo, scritta nello stesso torno di tempo ( circa 65-66 d. C. ), la serie delle lettere dell'apostolo.
Anche per questo essa ha i connotati del testamento spirituale.
Il teologo della redenzione, operata dal Cristo e partecipata per mezzo della fede nella parola dei suoi inviati, lascia anche qui qualche annotazione densa di pensiero e in formule non prive di novità ( 1,1 s.; 2,11 s.; 3,4 s. ); il vecchio lottatore contro i negatori di quelle stesse dottrine che erano il centro del messaggio cristiano, lascia intendere che la tempra non è mutata e potrebbe condurre altre battaglie per il trionfo della verità cristiana ( 1,10 s.; 3,9 s. ), ma in prevalenza parla l'apostolo, premuroso delle sorti delle Chiese di Cristo, il pastore, che ha per tutti una parola di ammonizione e incoraggiamento, il padre buono, che ha presenti tutti i suoi figli spirituali.
Solo la lettura dell'epistola darà pienamente il senso di umanità e cordialità che la ispira tutta.
Formalmente la breve lettera è come un'istruzione che l'apostolo da a Tito, già suo collaboratore nell'evangelizzazione dell'isola, rimasto poi là a «dar l'ultima mano» ( 1,5 ) al lavoro avviato: stabilire la gerarchia della Chiesa, sradicare le false dottrine degli ex-Giudei e ammonire tutti sui principali loro doveri, che Paolo stesso presenta in liste caratteristiche ( 1,7 ss.; 2,2-10 ), contenenti un formulario brevissimo di etica cristiana, fondato sull'esperienza e la rivelazione e ricco di finezze psicologiche e di sensibilità sociale ( 1,6.9; 2,5.8.10 ).
Come se dicesse: ecco il sommario ultimo, ristretto al massimo, della qualità di cristiano: adesione al Cristo con la fede, fuga da ogni teoria contraria alla verità cristiana, vita virtuosa regolata secondo i principi della ragione e dell'insegnamento divino.
Quando precisamente S. Paolo abbia soggiornato a Creta non si sa; probabilmente dopo la liberazione dalla prigionia romana del 63 d. C. e di ritorno dalla Spagna in un nuovo viaggio che intraprese per andare poi in Epiro ( 3,12 ), dove sarebbe stato arrestato e ricondotto in quella « seconda prigionia » a Roma, che terminò col martirio.