Profeti una missione a rischio

di Marisa Sfondrini

Testimoni della storia, testimoni di Dio

« È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai potenti di questo mondo, in una parola, di santità »1: questa frase di Paolo VI segue di poche parole quella già citata nel capitolo precedente in cui il Papa faceva esplicito richiamo alla necessità, per l'uomo moderno, di essere a contatto con testimoni ( della fede ) più che con maestri.

La storia degli Istituti Secolari, una storia vicina a noi, data la loro recente istituzione, già si dimostra ricca di figure esemplari nel senso indicato.

Molti, fra i laici consacrati negli I. S. già transitati nell'Eternità, possono essere riconosciuti come indicatori di percorso per quell'ideale itinerario, offerto dal Signore a ogni uomo e a ogni donna, che chiamiamo santità.

Alcuni di questi « santi » non canonizzati ( anche se per alcuni i processi canonici di beatificazione sono stati aperti e, in qualche caso, sono già arrivati a buon punto ) hanno avuto vicende che ci possono aiutare a scoprire come si possa incarnare una « Beatitudine » in modo particolare, in un preciso contesto storico, dentro vicende umane quotidiane, con uno stile di vita che rendono quell'uomo o quella donna un autentico e credibile testimone.

Fra le molte, che ormai la vicenda degli Istituti Secolari ci può fornire, abbiamo scelto alcune vite.

Ne riportiamo i dati biografici sommari, per poterle meglio inquadrare, insieme con testimonianze di amici, con brani da loro scritti, con aneddoti.

Abbiamo anche pensato di presentarli sotto il « segno » di una Beatitudine, ( Mt 5,3-18 ) quella che, pur secondo una nostra opinabilissima scelta, hanno maggiormente incarnato durante la loro vita.

Beati i poveri in spirito

Il primo personaggio al quale attribuire questa che, rubando l'espressione a un lessico qui inusuale, possiamo definire « la madre di tutte le beatitudini », è Giorgio La Pira, colui che già in vita - e non certo per rendergli gloria - è stato chiamato fra l'altro il « sindaco santo » ...

Dice, a proposito di questa definizione, un suo biografo, il giornalista Vittorio Citterich: « La povera gente che lo sentiva amico, diceva 'santo' in senso proprio, uomo di Dio, copia vivente del Vangelo, come aveva detto di lui il cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa.

Altri dicevano 'santo' nel senso di brav'uomo che, per far del bene, pasticciava con la politica e l'economia, producendo qualche confusione.

Certo è che La Pira, per gli uni e per gli altri, era un personaggio singolare di fronte al quale nessuno poteva passare indifferente ».2

Sicuramente, La Pira è un personaggio noto, non è stato cioè uno di quei testimoni che sono vissuti secondo lo stile della fiaccola messa sotto il moggio.

Ma ugualmente vale la pena, a nostro parere, ripercorrerne la vicenda: succede, infatti, a volte che l'apparente ovvietà di alcuni fatti, l'apparente notorietà degli stessi, finisca per farli calare nel più profondo oblio.

La Pira era nato a Pozzallo, in Sicilia, il 9 gennaio 1904.

Per mantenersi agli studi, a Messina, faceva il piazzista per la bottega di uno zio.

Appena laureato, era stato chiamato all'Università di Firenze presso la quale, nel 1933, vincerà un concorso per la cattedra di Istituzioni del diritto romano.

Il giovanissimo docente aveva, come sottolinea sempre Citterich, « tutti i talenti e i titoli scientifici per una carriera accademica che prometteva traguardi rapidi e sicuri ».3

Il giovane cattedratico venuto dalla Sicilia partecipa al dibattito culturale, molto ricco in quegli anni ( siamo nel 1927 ), ma sceglie un ambiente di vita lontano da quello accademico ufficiale e dominante.

Il suo stile di vita è profondamente diverso da quello dei colleghi.

Per abitarvi, ha scelto una cella del convento di San Marco.

Suo punto di riferimento non sono gli intellettuali del tempo, ma un povero prete, don Bensi, il parroco di San Michelino in via dei Servi, uno che, quando gli capitava fra mano un caso di difficile soluzione ( e solo il Signore sa quanti fossero ) apriva la finestra della sua stanza, che dava dritto dritto sulla cupola del Brunelleschi, per dirsi: « guarda, passerotto, guarda di che cosa siamo capaci noi pover'uomini, se ci riesce di aver fede ».4

All'inizio della sua carriera, La Pira sembra voler stare lontano dalla politica: siamo negli anni del fascismo, è opportuno ricordarlo.

È la sua fede « totale » a metterlo in rotta di collisione con il regime.

Un episodio risalente al 1935, anche questo riportato dalla biografia di Citterich, è chiarificatore.

Siamo al tempo della guerra per la conquista dell'Etiopia, in un periodo in cui il consenso popolare intorno al fascismo raggiunge il suo massimo grado.

Un giornale di regime schernisce il Negus perché ha offerto « la sua spada alla Madonna ».

Così racconta La Pira: « Allora pensai: ma è vero, l'Etiopia è una nazione cristiana, la Chiesa copta ha origini apostoliche, anche Agostino era africano.

Che diritto abbiamo noi di aggredire una nazione cristiana?

Che diritto abbiamo noi di crederci civili facendo la guerra ai compaesani di sant'Agostino?

Qui la storia non torna.

Stai a vedere che il Negus, offrendo la sua spada alla Madonna, è almeno più cristiano del duce o del re imperatore.

Ci pensavo ogni giorno, e andai alla Santissima Annunziata a pregare la Madonna per l'Etiopia ».5

Nel 1939 prenderà ufficialmente posizione contro il fascismo, fondando la rivista Principi; si da poi alla clandestinità per sfuggire all'arresto.

Passata l'immane bufera della seconda guerra mondiale, La Pira si troverà davanti a una nazione disastrata nelle città e nei cittadini, una nazione da ricostruire, uomini e donne da ricostruire, soprattutto.

E si troverà anche davanti alla splendida avventura della democrazia.

La Pira viene eletto nell'Assemblea costituente per partecipare alla elaborazione della carta costituzionale, la legge fondamentale del nuovo stato repubblicano.

L'opzione per la politica attiva era scattata in La Pira da un ragionamento, esposto nel 1944 all'Università Lateranense in un corso di orientamento sociale ( Roma era già stata liberata dagli Alleati ).

A proposito delle « premesse della politica ».

La Pira fa una dichiarazione scioccante: la crisi di cui la guerra è stata la più drammatica espressione « prima di essere crisi politica ed economica, è crisi di idee » sul destino dell'uomo e della società.

Ci viene ancora in aiuto Citterich che riporta una frase di La Pira: « Chi è Dio? Cosa è l'universo? Chi è l'uomo? Cos'è la società e la storia? Così il capitalismo come il marxismo sono anzitutto una risposta data a questi fondamentali problemi, la loro tecnica politica ed economica è una funzione di essi ...

Questa crisi è una crisi essenzialmente metafisica, ecco la conclusione.

Gli strumenti essenziali per la ricostruzione?

Bisogna anzitutto restaurare il tessuto ideale cristiano sul quale soltanto può essere riedificato un sistema vitale di civiltà ».6

Frase profetica, di cui possiamo misurare la portata storica anche in altre successive situazioni critiche, come quella tragica del 1992-1993 con la scoperta di « Tangentopoli » e la difficoltà del partito della Democrazia cristiana.

La Pira è con i « professorini », Dossetti, Lazzari, Fanfani e l'ancor giovane Aldo Moro.

Fa parte della mitica « commissione dei 75 » incaricata di redigere i principi fondamentali della Costituzione.

Deputato di Firenze nella prima legislatura, quella che vede nel 1948 la strepitosa vittoria di De Gasperi e della Democrazia cristiana, diventa sottosegretario al Ministero del lavoro ( ministro è Amintore Fanfani ).

Il 6 luglio 1951 diventa primo cittadino di Firenze, succedendo al comunista Mario Fabiano, uomo onesto e molto amato dai fiorentini.

Ed è forse in questa carica che La Pira sperimenta su di sé il valore della « beatitudine ».

« Beati i poveri in spirito », dice l'evangelista Matteo.

La Pira conosce questa povertà che è ben più alta e profonda di quella materiale ( che comunque pratica con un rigore perfino esagerato: non possiede nulla! ).

A proposito della « nulla tenenza » di La Pira alcuni dei suoi compagni di strada d'allora hanno poi raccontato che, se capitava loro di avere riunioni con La Pira in inverno, era meglio che ci andassero senza cappotto, altrimenti c'era il caso che qualcuno dei loro mantelli sparisse perché il « distratto » La Pira se ne impossessava non per sé ma per donarlo a qualche povero più povero di lui ( e non era cosa facile! ) e di loro, naturalmente.

La povertà « vera » di La Pira è in quegli anni quella di sentirsi preso per « pazzo » dai così detti ben pensanti.

Così è nell'episodio del salvataggio della Pignone, la fabbrica che nel 1953 minacciava di licenziare 1750 lavoratori.

La Pira si schiera a fianco degli operai che occupano la fabbrica e questo fa gridare allo scandalo anche a una buona fetta del mondo cattolico.

Per fortuna, La Pira troverà accanto a sé un arcivescovo di Firenze che lo comprende fino in fondo e che dirà di lui: « La Pira è scomodo? Ma si capisce, è una copia del Vangelo vivente.

L'affare Pignone è scomodo? Si capisce, però come non scegliere la parte di coloro che sono nell'angustia per l'incertezza del loro avvenire? ».7

La Pignone viene poi salvata dal capitale pubblico.

La povertà « in spirito » di La Pira è anche nella sua utopia di pace universale.

Francescano fino al midollo, pensa che i rapporti personali possano risolvere le contese politiche meglio delle conferenze al vertice dei grandi della terra.

Fra lo scandalo generale, convoca a Firenze i sindaci di tutte le città capitali del mondo: arrivano anche i sindaci di Mosca e di Pechino, delle grandi capitali, cioè, del « mostro » comunista.

Entro la cerchia delle mura della città del giglio la politica ritrova dimensioni umane: questa grande intuizione di La Pira è valida certamente, ma probabilmente solo a posteriori è possibile misurarne la portata profetica.

La Pira non si limita, però, al convegno di Firenze: come Francesco raggiunse il Sultano, così La Pira va lui stesso a Mosca e poi a Pechino.

Si reca Oltrecortina a sue spese, ma non certo da turista.

E probabilmente non è una semplice coincidenza che Nikita Krusciov proprio in quegli anni, nel corso dello storico XX congresso del Partito comunista denunci i guasti irrimediabili dello stalinismo e ne ripudi l'ideologia.

Forse dietro questa decisione, la prima che scalfisce il « sipario di ferro », stanno le lettere che La Pira e il nuovo « zar del Cremlino » si sono scambiati.

La permanenza di La Pira al Palazzo della Signoria durerà fino al 1965.

Poi il suo impegno politico sarà quasi totalmente assorbito da quella particolare forma di « Ostpolitik » che qualcuno chiamerà « dello spirito ».

Nel 1976, in puro spirito di obbedienza, si ricandiderà nelle liste della D.C. e sarà eletto deputato.

La morte lo coglierà il 5 novembre 1977.

A quella morte si può forse oggi applicare quanto La Pira stesso aveva detto nel giorno in cui aveva preso possesso della cattedra di diritto romano: « Se è vero che la storia della nostra vita è un tessuto di fatti orditi a svolgere la trama del nostro supremo destino - trama di misericordia e di bontà, tessuta insieme da Dio e dall'uomo ( ... ) -, l'atto che compio oggi ha dietro di sé altri atti, che ne sono come il germe e il preannunzio ».8


Maria Sticco è l'altra possibile testimone della beatitudine della povertà.

Nata il 23 novembre 1891, è così descritta da Armida Barelli: « Era laureanda di nobile famiglia, e nobile d'animo, giovane, fine artista, colta, timida e pur birichina, aveva subito il fascino soprannaturale di Giuseppina Taddei ( vecchia, brutta, sorda, quasi cieca, ma un'anima di profonda vita interiore ) che l'aveva portata a scoprire la sua vocazione di consacrazione a Dio, quale laica nel mondo, e perciò l'amava e la chiamava zia Beppina ».9

Perché la Sticco può essere chiamata valida testimone della beatitudine della povertà « in spirito »?

Anche lei per un motivo analogo a quello attribuito a La Pira.

La Sticco era ricca dentro, anzi ricchissima: di ingegno, di conoscenze « scientifiche » ( era docente universitaria ).

Scriveva con facilità e profondità, pur mantenendo quello stile semplice e accattivante che la rendeva facilmente leggibile anche da chi proprio letterato non era.

In un ambiente, come quello accademico, nel quale era facile assumere atteggiamenti arroganti, pur mascherati dietro una parvenza di umiltà, la Sticco non si lasciò mai tentare.

Di lei, dopo la morte avvenuta a Milano, il 17 marzo 1981, si dirà: « Il travaglio interiore tra il suo ideale di perfezione - umiltà, povertà e obbedienza - e la propria natura fatta per buttare via ogni schema e ogni angolosità della legge, durerà tutta la vita e ne sono testimonianza gli scritti intimi della sua opera postuma 'Fogli al vento' pubblicati dalle Edizioni O. R. ».10

Un altro segno di « povertà »: il pensiero continuo della morte e del peccato.

« Come morrò? Come sarà per me quel momento? ».

Non c'è mai un piccolo segno di autocompiacimento, anche di coscienza del proprio « valore ».

Maria Sticco è infatti profondamente conscia della propria condizione di creatura, come dice il salmista « concepita nel peccato ».

Ed anche in questo si misura il senso della povertà nella Sticco.

Si dice ancora di lei nelle noterelle apparse dopo la sua morte: « Anche il pensiero del peccato, dei suoi peccati, le stringe spesso l'animo e il suo giornale quotidiano è pieno di esami di coscienza e di propositi.

'Ricominciare', 'ricominciare da zero': questo lo schema dei suoi propositi che, anche nell'età avanzata, hanno il colore ingenuo di un'anima di adolescente.

Passione e ragione si urtano in questa donna che è forte e fragile a un tempo, ella rimane 'donna' concreta e viva anche se ha fughe ideali e fantastiche e se il valore della sua sensibilità la porta spesso al di là del reale tangibile.

Maria è un'artista e rimane un'artista anche nell'intimità del suo rapporto con Dio ».

Maria Sticco ha avuto una vita relativamente semplice, non certamente ricca di episodi curiosi o clamorosi come quella di La Pira.

Di La Pira ha condiviso l'ideale francescano, la posizione professionale, un atteggiamento verso l'ideale che la rendeva a volte ( come del resto La Pira ) incomprensibile e quasi ridicola presso i suoi contemporanei.

Era tanto intelligente da capire che in ciò consisteva principalmente il suo essere povera davanti al Signore prima ancora che davanti agli uomini.

Da un'anima tanto grande, da una scrittrice finissima qual era stata, ci si poteva attendere un « testamento spirituale » ricco di annotazioni di alto livello.

Il « testamento » di Maria Sticco è invece scarno, povero si potrebbe dire, specchio della povertà di chi l'ha stilato.

Eppure così caldamente umano, così originale.

Un passo: « Ringrazio caldamente Iddio di avermi fatto cattolica, francescana, italiana, tre qualità che bastano a rendere santa, lieta, nella vita ...

Alle amiche di lavoro e d'ideale, agli allievi e ai lettori pazienti che mi hanno compresa, chiedo perdono di non aver dato quell'esempio di vita cristiana che le mie pagine propongono, e raccomando ( se non è presunzione ) di pregare e agire per il rinnovamento spirituale d'Italia, per la sovranità divina di Gesù Cristo sul mondo e in particolare sulla nostra patria.

Pregare per la patria come si prega per la propria madre fu il testamento spirituale di mio padre, ed è anche il mio ».

Beati gli afflitti

Il primo testimone di questa difficile « beatitudine » è Ettore Oltrabella.

Nasce a Sestri Ponente il 18 settembre 1921 e la sua vita fin dagli inizi è segnata dal dolore, perde infatti la mamma che ha soltanto quattro anni.

A otto anni gli muore anche il padre e resta con la seconda moglie di lui.

A undici anni va a vivere con la nonna « adottiva », con la quale rimarrà fino alla morte.

Entra ragazzina nell'Azione Cattolica e qui ha la sua prima e basilare formazione.

Non ha potuto compiere studi regolari, la sua attività scolastica si ferma ai tre corsi di avviamento professionale.

È però un « curioso » della cultura, un autodidatta.

Comincia a lavorare appena compiuti i quattordici anni come garzone di farmacia.

A sedici anni entra come fattorino in una grande industria farmaceutica dove percorrerà una brillante carriera diventando capo dell'ufficio vendite.

Fin qui il curriculum professionale di Ettore.

Ma non la sua esemplarità come testimone dell'« amara beatitudine ».

Nel 1940, durante il servizio militare nel corso della seconda guerra mondiale, Ettore contrae una malattia per allora gravissima, la nefrite che lo porta per ben due volte al punto di dover ricevere l'estrema unzione.

E questa malattia lo accompagnerà per tutta la sua instancabile vita.

Nel 1943 comprende che la sua vocazione è di consacrazione laicale.

E in questa direzione si muove.

In consonanza con i voti emessi, intensifica il suo apostolato fra i giovani.

Scrive un ignoto biografo: « Ettore considerò tale incarico ( di propagandista - n.d.r. ) come una personale amorosa chiamata a una particolarissima forma di apostolato che, staccandolo dal piccolo circolo degli amici, lo avrebbe maggiormente identificato al Cristo faticosamente itinerante di paese in paese e annunciante al cuore di ogni uomo la 'buona novella'.

Egli annota nei suoi ricordi un sintetico programma: 'Il propagandista deve essere fondato su Cristo, deve imitare Cristo, deve immedesimarsi a Cristo'.

E il trinomio della vita del suo perfezionamento è così indicato: vita interiore, apostolato, amore per Maria Santissima ».11

Ettore Oltrabella non diventa sicuramente un personaggio noto, vive nel nascondimento; ha tanto a cuore il riserbo, da chiedere agli amici, qualche giorno prima di morire, di distruggere tutti i suoi scritti ( e non erano pochi, a quanto è dato di intuire ).

È un « santo non ufficiale » nascosto, uno dei tanti forse, ma uno di quelli di cui possiamo, per disegno provvidenziale, analizzare la vita.

« Ma 'senza l'effusione di sangue non c'è salvezza', senza sofferenze l'apostolato non è fecondo.

Ettore doveva recare la sua parte di dolore per fare completa la passione del Cristo a favore dei fratelli »:12 in queste scarne righe del citato e ignoto biografo è forse il segreto della sua vita, il segreto della sua « beatitudine ».

Sappiamo, a questo punto, che Ettore ha nella sua carne le stimmate di un male che non si può del tutto curare; il riposo potrebbe giovargli. Ma non è da lui.

Nel 1950, Anno Santo, sostiene grandi fatiche per organizzare i pellegrinaggi alla Sede Apostolica.

Il male si fa più acuto. Dopo un periodo di degenza in ospedale, le sue condizioni sembrano essere migliorate quando improvvisa si annuncia l'ultima crisi.

Il 18 dicembre 1950, alla mezzanotte, dopo aver salutato gli amici, « al termine del santo rosario recitato con profonda devozione, rende l'anima al Signore ».13

Ettore, « beato per l'afflizione » è ormai soltanto « beato », accanto al Signore che aveva servito con amore indiviso.

Beati i miti

« Non è facile illuminare il segreto della forte personalità di Piera Luttazzi: capace di lottare per la difesa dei principi in cui credeva, generosa nell'assumere in pienezza le responsabilità derivanti dai molteplici impegni, chiara e convincente nel dare consigli a chi glieli richiedeva, umile accanto ai sofferenti e ai più deboli, dolcissima e materna coi bimbi, vivace e colta educatrice dei giovani »:14 così si esprimono due amiche di Piera dopo la sua morte avvenuta il 24 ottobre 1979 nella Casa di Riposo Perini di Rho ( Milano ).

Basta qualche ricordo di quella operosa vita per fare capire come le amiche abbiano avuto ragione nel descriverla.

Piera aveva insegnato pedagogia e filosofia, era stata membro del consiglio nell'Istituto Superiore di Educazione Fisica di Milano; aveva prestato servizio ( è il caso di esprimersi così ) nella Democrazia cristiana, fin dai tempi della clandestinità, divenendo amministratrice nel comune di Rho, dove le era stato affidato l'assessorato alla pubblica istruzione.

Era stata presidente del Patronato scolastico, aveva sostenuto la Pia Fondazione Rhodense ( di cui la Casa Perini, nella quale Piera passa l'ultima parte della sua vita, era parte integrante ).

Perché considerarla testimone della beatitudine che riguarda i miti?

La risposta è fornita da un ex allievo di Piera che così scriveva: « ... anche per dirle grazie di quello che mi ha insegnato e, soprattutto, del modo con cui lo ha fatto: è stata una testimonianza d'amore »,15 una testimonianza che va ben al di là della vita terrena.

Piera non era « mite » nei confronti dei suoi compagni di strada: o meglio, lo era ma a causa della sua « mitezza » nei confronti del Signore.

« Piera Luttazzi, veramente, ha lasciato la testimonianza di come si vive e di come si muore facendo, per amore, la volontà di Dio ».

Ecco il vero segreto del mite: fare la volontà di Dio in ogni circostanza.

È la virtù di Giobbe.

« Vita di fede solida, fondata sulla roccia che è Cristo, radicata nella Scrittura e alimentata quotidianamente dalla vita eucaristica.

Fede che attingeva nuove certezze dalla speculazione filosofica, dalla interpretazione della storia incentrata nel mistero della redenzione, dalle limpide genuine fonti del 'suo' francescanesimo vissuto »:16 sono sempre le amiche di prima a esprimersi.

Piera attingeva enormi forze dalla preghiera, cui dedicava la mattinata dei giorni che la scuola le lasciava liberi.

Diceva: « Mi chiarisco le idee che non ho ben chiare ...

Non mi sono mai permessa, in quarant'anni di scuola un giorno di assenza per dedicarlo ad altre attività ...

Voglio stringermi al cuore la volontà di Dio, che è amore ».17

« Ogni caso cui poneva mano, nel suo modo di valutare avvenimenti, cose, persone, acquistava un'impronta di chiarezza, di vitalità, di realizzazione integrale.

Possedeva veramente lo spirito di servizio: alla sua famiglia, alla scuola, alla società.

Ovunque e per tutti disponibile, attenta, coerente ai principi, orientata a ricercare - e a far ricercare - in ogni atteggiamento, decisione, opera, la maggior gloria di Dio »:18 la Luttazzi possedeva qualità che oggi mancano e che probabilmente, sull'esempio suo e di altri, devono ritrovare modo di incarnarsi per una qualità di vita più alta.

In tutti i sensi.

Per tornare alla speciale « virtù » per la quale citiamo la sua testimonianza, va aggiunto che Piera guardava al creato e ne godeva con la semplicità di un bambino, in vero stile francescano; aveva maturato la non facile capacità di staccarsi dalle cose care, dalle persone care, anche da sé.

Si era fatta povera « per » i poveri, specialmente gli anziani soli.

Per essere coerente a questo che sente suo impegno preciso, per amore di Dio - è bene ricordare - lascia senza un rimpianto la sua casa per andare a vivere a « Casa Perini », come l'ultima delle ospiti « assistita poi, da malata, come un povero, bisognoso di tutto ».

Piera Luttazzi ha testimoniato la « sua » beatitudine anche, e forse soprattutto, nella morte.

Non è da tutti esprimersi come lei si esprimeva, prima per la malattia che la tormentava ( « Le mie ... brigate rosse mi assalgono d'improvviso, con violenza ...

È come se avessi sopra la loro pesante corazza, che non mi posso levare mai, neppure di notte ...

Ma quando sarà arrivato il momento, alla chiamata risponderò mettendo le ali e lascerò giù la corazza ... ».

E ancora, arrivato quasi il momento supremo: « Procuriamo una chitarra, uno strumento che accompagni il nostro canto di festa per il mio 'giorno senza tramonto', per il 'mio Natale' ».19

Piera Luttazzi è andata così incontro al Signore della sua vita, sconfiggendo il dolore con una indefettibile speranza.

È stata una grande presenza fra i suoi contemporanei, anche se una presenza nota a pochi.

« Perché ognuno che avesse potuto incontrare, anche per pochi momenti, la professoressa Luttazzi, aveva ricevuto il dono grande della fiducia e della speranza ».20


Nel ricordo di Armando Oberti, suo « compagno di strada », Erminio Colnaghi è definito « laico e mistico ».21

Dice ancora Oberti: « Anzitutto, mi ha sempre colpito la sua serenità interiore espressa da un abituale sorriso e da un'arguzia piacevole.

Mi sembra di capire che tale serenità interiore era frutto di una particolare vita contemplativa che per lui significava ... 'conoscenza sperimentale delle profondità di Dio'.

Una contemplazione, peraltro, tutt'altro che 'spiritualista' poiché Erminio la vedeva connessa strettamente a un impegno secolare da vivere quotidianamente.

Infatti, a lui appariva chiara 'la necessità per tutti, ma specialmente per noi, di aumentare la preghiera e la meditazione sino ad arrivare alla contemplazione.

Aumentare non solo come qualità, ma anche come tempo, la meditazione, così da porre la premessa per l'eventuale divino dono della contemplazione 'infusa' ».22

In questo atteggiamento di continua « presenza » davanti al Signore è radicata la mitezza di Erminio.

Un segreto che si spalanca davanti ai fratelli in alcuni dei suoi scritti, tra cui una preghiera scritta per la festa di Cristo Re nel 1976.

Dice fra l'altro questa preghiera: « Signore Iddio, l'uomo ha bisogno di te, di te solo e di nessun altro, perché fuori di te non c'è che il nulla.

Signore Iddio, vita della nostra vita, ti vogliamo donare al mondo, che senza di te è tanto infelice.

Signore Iddio, infinitamente misericordioso, dacci di non ostacolare la tua opera di salvezza, ma di essere docili e attivi strumenti nelle tue mani.

Signore Iddio, non guardare alle nostre mancanze, ma guarda al desiderio, che ci hai posto in cuore, di amare te solo e null'altro ».23

Erminio Colnaghi era nato a Mairago ( Milano ) il 25 gennaio 1902.

Era uno specializzato in arti grafiche ( avendo frequentato le scuole serali ) ed era stato per molti anni un apprezzato tecnico in alcune aziende editrici milanesi.

Per essere fedele alla sua vocazione, si era trasferito a Torino abbandonando le piccole sicurezze che si era costruito.

Rientrato a Milano, dopo un certo periodo, aveva trovato ospitalità presso alcuni amici del suo Istituto che, nel frattempo, avevano dato vita a una forma di convivenza.

Frequenta la scuola di teologia per laici presso l'Università Cattolica, diventa propagandista dell'Azione cattolica.

Nel 1945 sorgevano intanto le Acli ed Erminio veniva chiamato a occuparsi del Giornale dei lavoratori.

Alle Acli rimane fino alla morte avvenuta il 19 dicembre 1977.

Una vita semplice, quella di Erminio, lineare, nascosta, come quella di quasi tutti i consacrati di cui ci stiamo occupando, una vita che termina a « Casa Perini », un luogo che sembra destinato a ricevere gli ultimi « doni terreni » di tante anime benedette.

Prima di approdare a « Casa Perini » Erminio vive nella singolare « comunità » messa in piedi con alcuni suoi compagni di vocazione.

Ricorda Francesco B., uno degli appartenenti a questa « comunità »; « Il suo equilibrio nelle discussioni con Nembri ( un altro « fratello » che condivideva l'esperienza - n.d.r. ) era veramente ammirevole: si scontravano sovente, a motivo di vedute divergenti, sui problemi sociali ...

In pubblico egli cercava di scomparire perché amava il nascondimento: una delle cose su cui tornava era l'affermare che 'era ultimo di sedici figli, settimino e ... gemello' ».

Il ricordo di Francesco si chiude così: « In occasione di una visita del card. Schuster alle Acli si seppe della profonda conoscenza della Bibbia di Colnaghi: il cardinale allora si avvicinò e dopo avergli posto alcune domande volle sapere da lui quale frutto ne avesse ricavato.

'Sono venuto a conoscere la insondabile corruzione e miseria dell'uomo; la sua forte inclinazione al male e impotenza al bene' - rispose Colnaghi ...

Il cardinale ne fu colpito, e, soddisfatto, approvò il suo commento: forse Erminio aveva, inconsapevolmente, sintetizzato la sua grande maturità spirituale ».24


La vita di Carla Agnese è durata soltanto quarant'anni, anni tutti dedicati al Signore, prima nel suo intimo, poi in una consacrazione secolare.

Era nata a Pavia di Udine il giorno di sant'Agnese, era cresciuta « in una nobile famiglia profondamente cattolica » ( così si esprimono alcune « sorelle » nel piccolo opuscolo stilato in sua memoria25 ).

Si era laureata in farmacia a Bologna e si era poi perfezionata nelle lingue straniere: in Inghilterra per inglese e in Svizzera per francese e tedesco; mentre studiava, in Svizzera, aveva cominciato quello che considerava il suo tirocinio prima di partire per le missioni, l'assistenza agli immigrati e alle loro famiglie.

Carla Agnese « fin dalla fanciullezza aveva sentito il richiamo entusiasmante dell'apostolato e dell'apostolato missionario in particolare.

L'aveva chiuso nel cuore, domandando al Signore il modo e il momento per l'attuazione ...

Vi si andava preparando costantemente, con l'amore di Dio, con ogni forma di carità verso il prossimo, con l'esecuzione pratica dell'ascesa evangelica »:26 queste sono parole appuntate dal suo direttore spirituale.

Sempre nelle parole del direttore spirituale troviamo l'aggancio alla mitezza: « Non usò mai della sua cultura, che riusciva a tenere aggiornata, per soddisfazione personale o per esibizione o per elucubrazione intellettuale.

Rifuggiva la critica. Ignorava la mormorazione e la malevolenza.

Pronta e franca però nel dire il suo pensiero, a difendere i suoi principi con chiunque, anche superiore, a difendere quanto le sembrava doveroso in sé o utile per la comunità.

Così l'indole mite, aperta, anche se timida, tenace nel bene, favoriva la sua fattiva presenza in ogni iniziativa buona nella Parrocchia e fuori ».

La sua ricerca vocazionale era stata accidentata: soltanto dopo alcuni tentativi falliti, esperienze dolorose ma sopportate con pazienza, dopo l'incontro con un Padre gesuita, era approdata alla scelta finale e « giusta », la speciale consacrazione in un istituto secolare che aveva missioni anche all'estero.

Carla aspettava, così, di poter realizzare il suo sogno, la vita per cui si era attrezzata anche professionalmente ( nel frattempo si era data all'insegnamento ).

Ma le vicende familiari sembravano sempre spostare un poco più in là il traguardo.

Quando l'ultimo dei fratelli si fu accasato, lasciandola libera da ogni impegno, a Carla sembrava aprirsi finalmente la strada per la quale si era preparata.

Avrebbe finalmente potuto raggiungere la missione sulle montagne venezuelane per cui si era offerta come volontaria.

« Ma la terra è l'esilio dove fioriscono le rose, ma sempre con le relative spine, forse perché mai dimentichiamo che la vita terrena è un passaggio, una preparazione alla Patria del Cielo »: così nel ricordo delle compagne.27

Poco dopo aver salutato il fratello e la giovane cognata in partenza per il viaggio di nozze, Carla Agnese è colpita da un collasso cardiocircolatorio.

Non morirà subito, lo Sposo doveva ancora venirle incontro: ciò che accadde la notte seguente.

Come una « vergine prudente » il suo Signore la trovò con la lampada della carità bene accesa.

« Il suo modo di confortare, vorrei dire, non era diretto, cioè non diceva le belle frasi che avrebbero anche procurato consolazione interiore, nulla di tutto questo, pagava di persona con il suo sacrifico e anche con il suo portamento.

Quando mi procurò un soggiorno in montagna presso una signora che conosceva, fece tutto lei!

Capiva che quando una persona non lavora non ha a sua disposizione mezzi.

Quale generosità delicata! »:28 è ancora un'amica a esprimersi.

E « delicato » è l'aggettivo che maggiormente ricorre quando le amiche parlano di lei.

Una piccola vita, si direbbe, facilmente sommersa dal frastuono che oggi ci colpisce e ci frastorna; una piccola vita che aveva saputo risvegliare una grande eco: ai suoi funerali aveva preso parte « una folla imponente, muta e commossa, accorsa da tutta la Provincia ».

Il bene è delicato, non fa rumore, ma lascia profondi, incancellabili segni.

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia

Questa è la piccola storia di un vero capo: Luigi Clerici.

Era nato a Bulgorello ( Como ) l'8 novembre 1910, si era diplomato in ragioneria, era poi entrato - come impiegato - alle Acli di Milano, diventandone poi presidente provinciale.

« Ha servito fedelmente la causa della promozione della classe lavoratrice »: non è un epitaffio, ma il ricordo dei suoi amici e compagni d'istituto.29

Racconta ancora un amico che si nasconde dietro lo pseudonimo di « ViCo »: « Clerici l'ho conosciuto molto bene; verso di lui ho immensa materia per altrettanta immensa gratitudine su tantissimi piani: da quello spirituale a quello sociale, umano ecc. fino a quello del 'successo' sul piano politico e parlamentare ( l'autore è infatti un noto uomo politico - n.d.r. ).

Ci siamo anche scontrati molte volte ed erano scontri non con le mezze misure ma a fondo, sia su contenuti sia su metodi.

Il suo era un carattere forte, che pretendeva molto, forse il tutto, da sé e nella propria azione; ed era con questo metro, con questa sua statura che ci si doveva misurare.

Il che non era poco. Il suo pensiero e la sua azione dovrà formare oggetto di un vasto e approfondito esame ... » ( si è parlato anche di una proposta per l'avvio del processo canonico di beatificazione, data l'esemplarità della vita di Luigi - n.d.r. ).

Le linee di ricerca sulla vita di Clerici, secondo lo stesso amico, erano queste: « - impegno per cristianizzare il mondo del lavoro; - elaborazione di una 'spiritualità aderente al mondo del lavoro; - l'azione di pubblico servizio; - rapporti tra gerarchia e laici impegnati; - impegno nel campo sociale, sindacale, politico-partitico ».30

Un altro fra coloro che lo ricordano si esprime così: « Nelle cose scottanti e nei confronti degli uomini, soprattutto nemici, aveva sempre la parola equilibrata, il giudizio sereno, alieno da pregiudizi e dietrologie furbe o diffamatorie, anche se l'uomo forte che era in lui non mancava di essere tale.

Si capiva che era un capo! ». Ma la forza, Luigi non l'usava soltanto con quelli che poteva considerare pari grado; era - quando sapeva di essere nel giusto - altrettanto inflessibile con quelli che poteva considerare superiori, maestri.

« Mi raccontò con arguzia e umiltà dei suoi incontri, ardui e bellissimi con l'arcivescovo Montini e dalle sue parole ... traspariva tutta la determinazione che aveva nel sostenere le tesi che riteneva giuste per il movimento dei lavoratori e nel medesimo tempo tutta la disponibilità all'obbedienza ( che era poi quella che forse lo faceva vincere, facendo crollare le perplessità del suo interlocutore ) fino alla possibile rinuncia della sua carica.

Grande fu il suo sforzo e la sua fatica per consacrare il 1° maggio, festa dei lavoratori, con la partecipazione di massa dei lavoratori cristiani ( la festa era nata marxista e per questo « in sospetto » fra i credenti - n.d.r. ).

Riuscì a spaccare diffidenze e ostacoli e grande fu la sua gioia quando nel giro di brevi anni anche la festa di san Giuseppe artigiano diventò la festa di san Giuseppe lavoratore ... Clerici ottenne perché non aveva edificato sulla sabbia ma sulla roccia ...

Era disponibile fino all'inverosimile.

Una volta alle Acli ebbi modo di fargli osservare, bonariamente, data la familiarità che c'era tra noi, che indossava un giubbino di lana tutto consunto: una manica era addirittura in disfacimento.

Lui sorridendo e scotendo il capo divertito mi rispose in milanese: 'Eh, eh, le mie sorelle ... Cosa vuoi farci!'.

Mi voleva dire che delle sue cose materiali, della sua vita in casa, se ne occupavano le sorelle con un amore possessivo, quasi da asfissia.

E lui ben conscio di ciò, le lasciava fare, tanto che erano loro a decidere come dovesse vestirsi e perfino quanto denaro dovesse avere in tasca ...

Lui non interveniva se non quando fosse necessario, per evitare guai peggiori o insopportabili ».31

Per la sua « fame e sete di giustizia » Clerici si fece tanti amici ma anche dei nemici.

Così un amico descrive i suoi funerali: « Ricordo ancora i suoi funerali: non furono trionfali, come ci si poteva aspettare ( e si capisce! ): molti gli assenti anche 'ufficiali' di ogni settore.

C'erano, però, tra gli altri, anche due che gli fecero del male e non tanto a lui, quanto al movimento delle Acli e la cosa mi parve significativa ( gli dovevano molto ), anche se sopra quei due piombò uno che senza tanti complimenti li invitò energicamente ad andarsene ...

Non ero io quell'uno ... ma la tentazione l'ebbi e forse fui preceduto ...

Quelli erano i funerali di un capo tradito e di un profeta non ascoltato ... certamente quelli di un laico santo! ».32


« Pubblico attestato di riconoscenza per la sua lunga, appassionata, intelligente opera di educatrice, e di animatrice e collaboratrice di ogni attività sociale e assistenziale »: così è definita l'attività - e dunque la persona - di Adele Maggiora che per noi testimonia un altro modo di vivere la beatitudine degli affamati e assetati di giustizia.33

Il modo di chi non può dimenticare che la vera giustizia risiede nella carità, quella profonda, « riverbero » del Signore, che non nasconde le manchevolezze, ma le recupera in bene.

La definizione riportata appartiene a un così detto « documento ufficiale », cioè la motivazione del conferimento nel 1969 della medaglia d'oro di « Benemerenza civica » da parte della sua città natale, Chiavenna.

« Era intuitiva e comprensiva nell'ascoltare, nel parlare, nel consigliare, nel domandare.

... Possedeva una cultura vasta e insieme profonda, sussidiata dalla conoscenza del francese e del tedesco, che parlava e scriveva come l'italiano ...

Insegnava ... in modo da renderne piacevole lo studio agli allievi, fossero pure adulti, come le guardie di finanza del suo paese di frontiera.

'Stupenda insegnante di lingue' la definì un ex allievo ... ».34

« I viaggi in Francia, nel Belgio, nella Svizzera, nel Canada, allargarono il suo orizzonte intellettuale, ma non diminuirono il suo amore di patria, che fu di un ardore risorgimentale, e si manifestò specialmente nella scuola, nell'Azione cattolica, nell'attività civica, nella partecipazione operosa a quasi tutte le iniziative benefiche della sua Chiavenna ...

Un'attività intellettuale e pratica così intensa non sarebbe stata, forse, tanto feconda senza una sorgiva religiosa particolare ...

Non a caso scelse, come terziaria francescana, il nome di Ginepro, il più originale dei primi compagni di san Francesco, quello che nascondeva grandi doni mistici non solo nell'umiltà del lavoro manuale, ma nell'arguzia pepata ...

Tutta la sua vita fu un ammonimento da ricordare: la testimonianza di un cristianesimo vissuto con una virtù spesso eroica ».35

Beati i misericordiosi

« Viscere di misericordia »: è uno dei più dolci attributi del Signore, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù: lo stesso Signore che è benedetto come il « misericordioso» anche dall'Islam ( che lo chiama « Allah » ).

La beatitudine di chi è misericordioso è in diretta comunicazione con il Signore.

Ed è bello che a testimoniarla possiamo indicare tre figure femminili.

La prima, e forse per noi più lontana nel tempo, è Virginia Romanelli.

Come nei casi precedenti, anche per Virginia non si può parlare sicuramente di una vita eccezionale, tanto meno di una vita sotto i riflettori.

Virginia nasceva proprio all'inizio del secolo, anno 1900; nel 1927 si laureava all'Università Cattolica di Milano, entrando quasi subito nell'insegnamento, che la doveva assorbire per oltre quarant'anni.

« L'insegnamento della filosofia - a cui portava una preparazione solidissima, arricchita da un aggiornamento assiduo, esteso ai problemi psicologici, sociali e politici - era per lei vita, era missione svolta in pienezza, con spirito soprannaturale e con grande apertura verso i giovani ».

Sono piccole, sommesse notazioni quelle consegnateci dalle sue compagne d'Istituto, che le devono molto.

Virginia aveva curato a lungo la formazione delle aspiranti, aveva svolto un lavoro prezioso per la revisione postconciliare delle Costituzioni.

Aveva lavorato fino all'ultimo a un insieme di appunti organici per la continuazione della « storia » dell'Istituto.

Aveva composto anche la preghiera che tutte le componenti del suo Istituto ogni giorno recitano, una preghiera a Cristo Re che diventa segno del legame che le tiene misteriosamente ma tenacemente unite, pur nella 'diaspora' della vita.

Padre Gemelli, che non era certo tenero e largo di lodi, l'aveva definita « una perla » quando aveva iniziato la sua professione di educatrice presso l'Istituto Santa Maria di Bellinzona, nel Cantone Ticino.

E così è ricordata. Scrive Carmen P.: « Quanta riconoscenza le dobbiamo! Possedeva una ricchezza interiore, spirituale e culturale che contagiava: per il suo impulso di simpatia, semplicità e umiltà, per la natura aperta a ogni rapporto umano e sociale, nei confronti del mondo di oggi, dei bisogni della Chiesa e dei fratelli, degli avvenimenti e delle correnti diverse ».36

Come per gli altri « testimoni » fin qui « escussi » nel nostro ideale e beatificante « processo », è la morte il momento della verità per Virginia.

« Si rese conto chiaramente delle sue condizioni, ne parlava in termini espliciti, con distacco e serenità, come se non si trattasse di lei; e pregava, pregava sempre più intensamente preparandosi all'incontro col Signore ...

Ora ha raggiunto la meta: a noi lascia il ricordo di una personalità forte e matura, di una vocazione vissuta nel totale dono di sé, con una coerenza senza incrinature ».37

Stare accanto ai giovani con dedizione assoluta, aiutarli a crescere, a maturare, culturalmente e spiritualmente, aiutarli a far emergere dentro di sé l'adulto, il responsabile: questo l'impegno di una vita, quella di Virginia, che ha avuto in dono da Dio « viscere di misericordia », viscere materne, anche se nella carne Virginia madre non fu mai.


Vittoria Quarenghi era nata a Prezzate ( Bergamo ) il 1° luglio 1934.

Figlia primogenita di una famiglia di operai, a 18 anni perdeva il padre e si trovava di fronte alla necessità di sostenere economicamente la famiglia.

Appena diplomata maestra, invece di iniziare gli studi universitari com'era sua intenzione, incominciò a insegnare nelle elementari di vari paesi, fino ad approdare a Longuelo, quartiere nuovo della periferia di Bergamo, dove si stabilirà con la sua famiglia tutta di donne: la mamma, una zia, due sorelle.

Più tardi si iscrive alla facoltà di Pedagogia e nel 1966 si laurea.

Frequenta poi la Scuola superiore di scienze e comunicazioni sociali dell'Università Cattolica dove si specializza in giornalismo; in seguito, nel 1970, intraprende gli studi alla Facoltà teologica di Milano, dove consegue il baccellierato.

Lasciato l'insegnamento nelle elementari, avrà cattedra di filosofia e storia in vari licei.

Questo fino al 1976, quando intraprenderà la carriera politica.

Parallelamente all'insegnamento, Vittoria si impegna « a corpo morto » anche nella Chiesa locale.

È presidente diocesana dell'Azione cattolica e nel 1976, quando l'episcopato italiano organizza un convegno nazionale sul tema « Evangelizzazione e promozione umana », Vittoria è chiamata dal suo vescovo, Mons. Gaddi, a presiedere il comitato promotore bergamasco in preparazione al convegno nazionale.

Così, in una nota biografica, viene ricordato quel periodo: « Si mette al lavoro con l'intelligenza e la razionalità che la contraddistinguono, ma anche con tenacia e sano realismo.

Coordina e anima la riflessione e l'attività pastorale tra laici, preti e religiosi, uomini e donne, teologi e studiosi di scienze varie.

Cerca di essere attenta a tutti, lascia che le persone possano esprimersi liberamente, ma riesce sempre a portare il dibattito all'essenziale e a giungere a conclusioni non solo teoriche, ma operative ».

In questa frase sta forse la « chiave » per vedere Vittoria Quarenghi come testimone autentico di misericordia: « Cerca di essere attenta a tutti, lascia che le persone possano esprimersi liberamente ».

Com'è diverso questo atteggiamento da quello che vediamo adottare, in tempi più recenti ma non lontanissimi da quelli di Vittoria, da capi e capetti, da supposti « leader », il cui unico merito è l'arroganza!

Così scriveva Vittoria: « La riflessione di un intero anno su tutte o quasi tutte le esperienze di evangelizzazione e promozione umana presente nella Diocesi di Bergamo, il clima di ascolto e di dialogo che si era instaurato tra noi senza pregiudizi o precomprensioni di sorta, mi avevano fatto cogliere al vivo la necessità, o almeno l'opportunità, che il mio impegno di cristiano si traducesse anche nel ricostruire un terreno di incontro e di dialogo tra le persone anzitutto, ma anche tra le diverse espressioni culturali, sociali e politiche ... ».

All'impegno ecclesiale Vittoria in quello stesso 1976, aggiunge quello politico, incoraggiata proprio dal messaggio implicito in « Evangelizzazione e promozione umana ».

È anno di elezioni e una valanga di preferenze accompagna Vittoria a Montecitorio, nelle file della D.C.

È la stessa Quarenghi a dirci perché questa scelta in una vita già spesa al massimo: « La mia attività nella Chiesa di Bergamo e la riflessione teologica di questi anni del dopo concilio mi hanno persuaso dell'esigenza dell'impegno dei cattolici in politica.

Nel pluralismo della ideologia contemporanea è urgente che i cattolici siano presenti là dove, ogni giorno, si gioca il futuro dell'uomo e della libertà ».

Verrà rieletta anche nel 1979 e nel 1983.

Quando, i fine settimana, torna a casa dopo estenuanti giornate romane, Vittoria non riposa; la sua gente le chiede di tutto: conferenze, dibattiti, tavole rotonde, riflessioni personali, disbrigo di pratiche eccetera eccetera.

Vittoria svolge questo immane lavoro « sempre da laica credente, impegnata nel temporale, rispettosa dei valori intrinseci delle realtà terrestri ma con un continuo riferimento, fatto di fede e di speranza, alla costruzione del Regno »: sono ancora le note biografiche a fornirci questa spiegazione.

Il cammino vocazionale di Vittoria l'aveva portata ad aderire a un istituto secolare: una scelta tenuta praticamente segreta per essere « testimone autentica dei valori umani e cristiani che si possono vivere ovunque e in ogni condizione, anche la più rischiosa ».

Nel 1979 Vittoria è sottosegretario alla Sanità nel primo governo Cossiga e approfitta di questa circostanza per lavorare a favore della famiglia.

« Ma è più tardi ( 1980-81 ) che la vediamo in prima fila con passione, lucidità e determinazione, nel fondare e animare il Movimento per la vita.

Lo presenta nel 1980, anno in cui nasce una sezione a Bergamo, sulla stampa cittadina: 'È nato a Firenze nel '75.

È una libera associazione di laici, uomini e donne che, in un contesto culturale sempre meno attento al valore della vita, si sono impegnati e si impegnano a creare le migliori condizioni perché il valore immenso della vita sia riconosciuto a rispettato in ogni sua espressione e momento, dal concepimento fino alla vecchiaia, anzi fino alla morte' ».38

In quegli stessi anni si rifa vivo il male che già l'aveva colpita.

« Quando arrivò la malattia fu difficile per Vittoria capire il senso d'una sofferenza che la costringeva a limitare la sua attività.

Ma poi affrontò con serenità e lucidità il venir meno delle sue forze fisiche accettando, offrendo e continuando a interessarsi dei vari problemi anche dal letto di un ospedale.

La morte non la colse di sorpresa.

In una lettera a una amica, molto tempo prima, così scriveva: 'Il tema dominante delle mie riflessioni è quello della morte.

È il mio tema preferito, sono convinta che sarà il momento più vero della mia vita'.

... Trascorse la 'giornata per la vita' del 5 febbraio 1984 in una cllnica di Bergamo, in lucida e serena agonia.

Morì nelle prime ore del mattino del 6 febbraio.

Aveva vissuto 49 anni e otto mesi: una vita intensa, senza soste, di una donna forte, energica, esigente, severa » ( dalle note biografiche ).

Nelle ultime ore aveva pregato con il salmo 23 « Il Signore è il mio pastore ... »: il Ricco di Misericordia l'aveva accolta accanto a Sé dopo molto dolore.

« Restano nella memoria le parole di Vittoria, che compaiono sull'immagine ricordo: 'Chiediamo insieme ogni giorno al Signore, l'una per l'altra ( le sue amiche di ideale - n.d.r. ) e per tutti gli uomini, anche solo una piccola scintilla di vero Amore ».39

Luciano Radi, deputato al parlamento, così dirà di lei: « In Parlamento ho incontrato due santi: Vittoria Quarenghi e Giorgio La Pira ».


Un'altra insegnante, un'altra testimone della misericordia: Maria Antonietta Sairani, che gli amici ricordano con l'affettuoso diminutivo Juccia.

Vita breve e intensa anche quella di Juccia: soltanto 57 anni ( muore nel Giovedì Santo del 1991 ).

« Una donna realizzata in una pienezza e armonia di vita in cui ha espresso la sua femminilità delicata e forte e la sua umanità, e ha fatto coincidere l'esplicazione delle sue capacità con la risposta alla vocazione cristiana, espressa nel dono di sé »: in questo modo la ricordano alcune amiche.

Era laureata in economia e commercio, era insegnante.

Per i suoi studenti era una professoressa esigente, ma capace di dialogo e partecipazione.

Era una educatrice a tutto tempo: nella scuola, come impegno professionale, nell'associazionismo cattolico.

Raccontano ancora le amiche: « Con Juccia era bello incontrarsi e stare.

Aveva come poche persone, coltivato al di là della propensione iniziale, la capacità di offrire e di ricevere amicizia e amore da persone di ogni età e condizione sociale.

Sapeva intrattenersi con tutti, dai bambini, anche i più piccoli ai quali raccontava storie e proponeva giochi allegri, agli adulti che ascoltava con attenzione e pazienza, dalle persone più semplici a quelle di profonda cultura e scienza.

Queste persone erano presenti costantemente nel suo spirito e al suo affetto con semplicità.

Per i suoi amici era naturale ricorrere a lei per un consiglio, un'indicazione e trovavano in lei, oltre a un'attenta ascoltatrice, spesso anche la soluzione dei loro problemi.

Senza perdere tempo, metteva in contatto una persona con un'altra che la poteva aiutare, creando così le premesse di altre amicizie ».

Qui fermiamo la citazione perché le ultime parole sembrano essere il punto focale della sua « misericordia ».

La capacità di mettere la gente in relazione, in relazione di solidarietà il più spesso delle volte.

Una qualità rara che Juccia mise a partito anche con l'ultima esperienza della sua vita, quella di rettrice del collegio universitario Santa Caterina da Siena a Pavia, la città dove viveva e operava.

Nel collegio aveva saputo creare « un clima di accoglienza e di famiglia.

Seguiva le studentesse a una a una, anche quando lasciavano il collegio, godeva dei loro successi professionali ( aveva voluto l'associazione delle ex allieve e una serie di quaderni che riportassero i loro studi ) e ne conosceva le vicende umane.

Era presente ai loro matrimoni e mostrava con orgoglio le fotografie dei bambini che dilatavano la famiglia delle 'Caterinette'.

Juccia desiderò aprire il 'Santa Caterina' anche a studenti provenienti dall'estero: Uganda, Polonia, Spagna, Stati Uniti.

Cercava di introdurle nell'ambiente universitario della città e considerava la loro presenza un'occasione di apertura verso i problemi della mondialità, le situazioni di vita e le culture diverse per tutte le allieve » ( sono sempre spigolature dalle note biografiche redatte da amiche ).

Donata totalmente al Signore, nella sequela di Gesù Juccia si è impegnata « per riconoscere praticamente il primato dell'iniziativa di Dio e ha coltivato un atteggiamento di obbedienza come dimensione costitutiva e stabile della vita di fede e non come semplice valore temporaneo di certi momenti e situazioni: obbedienza vissuta come pacificante soprattutto in esperienze di difficoltà e tribolazioni, obbedienza tutt'altro che passiva, piena di senso di responsabilità e spirito d'iniziativa ».

Quali le linee portanti della sua testimonianza nel mondo?

È Juccia stessa a rispondere a questo interrogativo.

Tre gli atteggiamenti di fondo colti da Juccia e che dovrebbero caratterizzare i rapporti del cristiano con la realtà umana in cui vive.

Rapporti di stima ( « la stima verso l'altro è disponibilità all'accoglienza, all'ascolto, al desiderio di scoprire la realtà positiva che è presente nell'altro ...

Per crescere nella stima per gli altri occorre coltivare il senso della tolleranza e della complementarietà ... » ).

Rapporti d'amore ( « la vita trinitaria è caratterizzata dalla originalità delle tre Persone, che si esprime nell'amore fino alla comunione ... l'individualità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non è contrapposizione ma dono, ricchezza reciproca » ).

Membra vive del gruppo umano ( « Credere che dentro la realtà umana, sociale, politica, mondana è presente il Dio creatore, il Cristo Salvatore, lo Spirito che da Vita, dovrebbe portare il cristiano a trovarsi sempre e dovunque 'a casa propria', 'in famiglia' con un ruolo attivo, come un 'mandato', come una creatura che ha una vocazione a cui rispondere ... c'è Qualcuno che manda e c'è qualcuno - io - che va, perché la vita è servizio e missione.

Cristo ai suoi discepoli chiede di lasciare tutto non per il gusto della povertà fine a se stessa, ma perché essi siano pronti per la sequela e quindi la missione » ).40

Beati i puri di cuore

Chi sono i « puri di cuore » cui si riferisce il testo di Matteo?

Coloro che, a causa dell'« Unico Amore » della loro vita, riducono il loro cuore in minutissime briciole da regalare a chiunque incrocino.

È il caso di Vittorina Minari, una donna come tante, che ha saputo capire, però, che l'amore è uguale sotto tutti i cieli, purché lo si sappia donare.

Vittorina era nata ad Asola, provincia di Mantova, il 27 luglio 1921; la cattiva salute del padre costrinse la famiglia a lasciare il clima umido del mantovano per cercare luogo più salubre vicino a Varese.

L'insediamento nel nuovo ambiente non fu facile: soprattutto a causa di quel ricordo, Vittorina divenne particolarmente aperta e sensibile ai problemi degli immigrati che, negli anni immediatamente seguenti il dopoguerra, tentavano in sempre maggior numero la fortuna nel Nord Italia.

Per loro diventò un punto di riferimento soprattutto per aiuti immediati.

Arrivata in età da poter lavorare, dopo aver completato soltanto le elementari, Vittorina trovava lavoro come operaia in una fabbrica di ceramica.

Ma la giovane donna aveva in mente un altro destino per sé: avrebbe voluto entrare nella Congregazione missionaria fondata dalla Madre Cabrini.

La numerosa famiglia, la volontà della madre che non riusciva ad accettare la separazione, costrinsero Vittorina ad accantonare il suo sogno.

La conoscenza degli Istituti Secolari e della loro proposta di vita e di consacrazione, fece comprendere alla giovane donna che il suo destino era diverso: rimanere nel cuore della propria famiglia, aiutare questa a tirare avanti e nello stesso tempo donarsi totalmente al Signore.

Per essere « missionari » realmente e pienamente, non era sempre necessario andare lontano; l'ideale poteva incarnarsi in qualunque situazione di vita.

Le sorti della famiglia Minari andavano intanto cambiando rapidamente: uno dei fratelli minori di Vittorina aveva dimostrato attitudini artistiche, tanto da indurre i suoi a fargli compiere altri studi oltre la scuola dell'obbligo.

I Minari sono in grado, così di aprire una propria piccola fabbrica di lampadari di cui Vittorina diventa subito l'anima.

È lei che sostiene i fratelli nelle difficoltà iniziali.

È lei che si occupa dell'amministrazione, quando il fratello ragioniere deve lasciare il lavoro per rispondere alla chiamata militare.

La fabbrica intanto si ampia, tanto da poter costituire una concreta occasione di lavoro per tanti compaesani.

Così Vittorina si trova a dover affrontare un'altra svolta nella sua vita: le viene offerto di entrare nelle liste della D.C. per le elezioni amministrative.

Onestà, trasparenza, grande cuore e coraggio indomito transitarono anche nelle sale del consiglio comunale attraverso la figura di questa donna.

La carriera politica di Vittorina non durò a lungo, perché il 19 agosto 1975 un infarto la stroncava.

Vittorina Minari: un'altra vita apparentemente senza particolari eroismi.

Definizione soltanto parzialmente vera, perché in realtà Vittorina nascondeva un segreto, che si può cercare di individuare in uno dei suoi rarissimi scritti, quello preparato per il periodico Il Seme che poco prima della sua morte usciva con un numero speciale sugli Istituti Secolari: « Io sono di Cristo perché ho scelto Lui come oggetto del mio amore.

Ogni giorno attraverso lo studio, la meditazione della Parola di Dio sono portata ad avere una maggiore conoscenza di Dio e di conseguenza ad amarlo generosamente; la grazia dei sacramenti e il sacrifico eucaristico diventano per me vita-amore.

A questo punto, non ci sono più confini: so che ogni uomo è mio fratello, anche quando è ripugnante, anche quando uccide; in ogni situazione posso, nel mio possibile portare il mio aiuto, la mia parola; far conoscere Cristo che tanto ci ama.

In famiglia, sul lavoro, nella politica, in parrocchia, nelle riunioni, nei ritrovi amichevoli il mio cuore esplode: l'amore vince ogni cosa e io mi lascio portare dall'Amore ».

Parole esagerate? Concetti ridondanti? Forse possiamo sentirli così, con la sensibilità attuale, di chi cioè è stato sottoposto al martellamento di una cultura « gridata », di chi è reso scettico dalla consapevolezza dell'ambiguità sita in ogni essere umano.

Ma chi ha conosciuto personalmente Vittorina può testimoniare che le sue parole non sono retorica vuota, facile demagogia, sono verità.

Chi parlava con lei di qualche problema, o se lo vedeva immediatamente risolto o sapeva con certezza che Vittorina avrebbe fatto di tutto per venirgli in aiuto.


Gioia, trasparenza della verità, amore alla bellezza, amicizia: con queste parole la prof. Orsolina Montevecchi sintetizza la figura di Mea ( Bartolomea ) Tabanelli.

Orsolina Montevecchi conosceva bene Mea, anche nel suo risvolto professionale di direttrice del collegio universitario « Marianum », una autentica tradizione legata all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Mea aveva iniziato il suo servizio presso il collegio ad appena ventotto anni, arrivando nel 1945 a Milano dal suo nativo paese romagnolo.

Era allora una bella ragazza bionda, statuaria, dall'aria vispa e intelligente che, nonostante la giovane età, si ritrovava a raccogliere l'eredità ideale, al collegio, delle illustri direttrici che l'avevano preceduta; l'ultima, Alda Miceli, aveva giusto lasciato il collegio per Roma dove era stata nominata presidente nazionale della Gioventù Femminile di Azione Cattolica.

Mea non cercò di imitare nessuna delle sue illustri « predecessore » e trovò un suo stile di rapporto con le « mariannine » ( così sono affettuosamente chiamate dai milanesi le ospiti del collegio ) tutto suo, originale.

Del resto padre Gemelli, il « magnifico Rerrore », ottimo conoscitore dell'animo umano, aveva percepito fin dal primo incontro di che pasta era fatta la giovane romagnola.

Al Marianum Mea rimase ventinove anni, cioè fino alla morte arrivata, per un incidente d'auto, nel 1974.

La Tabanelli aveva idee chiare su ciò che doveva essere un collegio universitario.

Lo dice lei stessa in una relazione tenuta a un incontro di direttrici di pensionati universitari cattolici nell'anno accademico 1970-71: « Linee di educazione morale in un collegio universitario cattolico femminile ».

Così si esprimeva a proposito del collegio: « Lungi dall'essere la casa albergo dello studente, o anche solo un pensionato, è qualcosa che completa l'Università stessa, luogo in cui si sperimenta la ricchezza della vita in comune, in un gruppo tanto più vitale quanto più è vario nelle sue componenti, e in cui l'età, l'ambiente, la lealtà dovuta anche a una formazione critica e autocritica permettono e favoriscono la genuinità e la vitalità del rapporto ..., un ambiente umano vero, senza formalismi e senza costrizioni, in cui da parte di chi dirige i dati dell'esperienza per essere validi devono essere inseriti nella novità di espressione delle nuove generazioni.

Condizione perché ciò si realizzi: vivere la giornata in mezzo alle giovani per una conoscenza reciproca che genera l'aiuto scambievole; non guardare o osservare, ma vivere insieme per usare lo stesso linguaggio e capirsi.

Il terreno d'incontro sarà quello della verità, della carità, della lealtà ».41

Mea veniva da una famiglia numerosa, di solide tradizioni morali e religiose; dei romagnoli aveva virtù e difetti che la Montevecchi così enumera « esuberante, aperta, sincera, facile al riso, concreta, amante della buona tavola, cordiale e pronta all'accoglienza, ma anche capace di reazioni energiche e improvvise soprattutto di fronte alla menzogna e alla doppiezza.

Aveva fiducia negli altri - anche troppa dicevano alcuni -, ma se si accorgeva che di quella sua fiducia si era abusato, reagiva fortemente, talora in modo imprevedibile.

Apprezzava la lealtà sopra ogni cosa.

Quel suo nome, Bartolomea, così lungo e antiquato, le piaceva perché Bartolomeo-Natanaele era l'aspostolo di cui Gesù aveva detto: 'Ecco un vero Israelita in cui non c'è inganno' ».

L'amore per la verità aveva causato a Mea anche dolori, ma la sua intelligenza chiara ed equilibrata, soprattutto il suo amore per il Signore, cui si era consacrata, le facevano superare ogni periodo buio.

Si era diplomata maestra, aveva insegnato per un po' in una scuola elementare vicino a Roma, dove si trovava insieme alla sorella Maria, per frequentare la facoltà di Magistero.

A Roma aveva incontrato Armida Barelli che le aveva proposto, terminata l'università, di venire a Milano, con la sorella, per lavorare all'Università Cattolica.

La laurea fu presto conseguita, con risultati tali ( 110 e lode e una tesi di storia moderna ) da far chiedere al prof. Pietro Silva, di rimanere come sua assistente.

Mea, e la sorella, avevano però già deciso diversamente.

Così ebbe inizio l'esperienza milanese.

« Che tutti possano avere la mia gioia, credere all'amore e camminare ogni giorno per possederlo di più »: ogni avvenimento era per Mea fonte di gioia, quella profonda che ha la sua fonte diretta nel Signore.

Una gioia che la sosteneva nei periodi bui.

Come quello del Sessantotto, della grande contestazione giovanile, iniziata in Italia proprio nelle aule della « Cattolica ».

Anche Mea subì attacchi duri e ingiusti, ma si tenne sempre fedele a una linea di prudente fermezza.

Il Marianum non fu « occupato » o addirittura sfasciato, come invece toccò ad altri collegi universitari.

Mea si rendeva conto che il momento era grave, che i giovani erano in preda a una crisi profonda, che si sarebbe segnata un'epoca; che al di là degli stili violenti, c'era del giusto nella rabbiosa rivolta.

Passata la bufera, i fatti le diedero ragione.

Amava la bellezza, anche la sua bellezza, dono del Signore e « restituita » al Signore.

E cercava di coniugare armonia esteriore con armonia interiore: e la ricercava in sé e negli altri, con sensibilità profonda e anche con acuto senso critico.

Aveva il culto dell'amicizia, dono del suo grande cuore che aveva posto per tutti.

Per i suoi familiari, per le « mariannine », generazioni e generazioni, che la inondavano di lettere; per tanti preti che riusciva ad aiutare magari nei momenti critici.

Suoi amici erano anche i santi: san Giuseppe, san Bartolomeo, santa Teresa di Gesù Bambino.

« Degli amici terreni affermava di amare ognuno di essi di amore totale ma diverso per ognuno di loro ».42

La sua non era una amicizia invadente, sovrabbondante: c'era quando « doveva » esserci.

Ciascuno, diceva, doveva avere « spazio per espandersi e maturare liberamente ».

E ancora: « Di certo il Signore ci ha ordinato di amare, subito dopo lui, il prossimo per la nostra felicità già su questa terra, e ogni volta che incontro o penso o prego per i miei amici ho un po' di paradiso in cuore ».

Anche per Mea il momento della verità arriva con la morte.

Che non temeva come momento finale, ma per i suoi contorni di sofferenza, di agonia.

Pregava il Signore perché questa esperienza le fosse risparmiata: e il Signore la esaudì con una morte imprevedibile e tragica.

Al suo funerale le « mariannine » cantavano e cantavano, in una basilica, quella storica di Sant'Ambrogio di Milano, colma di fiori bianchi: non un momento di dolore, ma un momento di festa, di nozze.


Angela Sorgato è entrata nel Guinness dei primati: per ben cinquantotto anni è stata alla direzione del settimanale femminile Alba, un tempo lunghissimo in una vita molto lunga e ricca.

Angela era nata a Schio il 14 ottobre 1894 in una bella famiglia della media borghesia.

Si era diplomata ragioneria e aveva iniziato a lavorare entrando in banca.

Ma non doveva rimanere a lungo bancaria.

Decisivo per lei doveva essere l'incontro con la spiritualità paolina che le offriva un istituto secolare « pensato » dal beato cardinale Andrea Carlo Ferrari e realizzato dal segretario del medesimo arcivescovo di Milano, don Carlo Rossi.

La vita di Angela, che si era formata nell'Azione cattolica, diventava così tutta del Signore.

Una vita entusiasmante, vissuta « sugli spalti » in una società, quella del Ventesimo secolo, ricca di fermenti, di mutamenti rapidi e radicali.

Per inclinazione e per obbedienza, Angela dapprima si occupa del quotidiano cattolico Avvenire d'Italia, a Bologna, di cui cura la diffusione.

Poi nel 1922, il pirotecnico don Carlo Rossi, fonda a Milano, fra l'altro, un settimanale femminile cattolico, Alba appunto.

A dirigerlo sono prima alcuni austeri signori, poi una donna, fino a che - nel 1927 - le redini sono messe in mano alla giovane signorina Sorgato.

Da quel momento la vita del giornale e la vita di Angela sono un tutt'uno strettamente intrecciato.

Il settimanale è davvero un punto di riferimento per tante donne, giovani o adulte credenti e anche non credenti.

La felicissima « penna » di Angela sa spezzare in pane della Parola in modo che tutte, anche le meno colte, possano comprendere.

La scrivania della direttrice è sempre ingombra di chili di posta: le chiedono consiglio, ma anche aiuti ( morali e materiali ) donne di tutt'Italia e di tutte le età, nubili, sposate, religiose, laiche.

Anche uomini si affidano a lei; molti sacerdoti, spesso in crisi, che trovano nella signorina Sorgato una fonte d'aiuto sincero, veritiero, discretissimo.

La Sorgato fra i primi sente l'importanza di impartire una educazione alla vita affettiva, alla sessualità: questo in un tempo in cui di « quelle cose » non si parlava nemmeno tra madre e figlia.

I suoi semplici e sostanziosi libri sono acquistati a migliaia, regalati da educatrici sollecite a ragazze che si preparano a diventare moglie e madri.

« Nessuno sa il bene che Angela ha fatto di nascosto da tutti, anche da me che ero la sua segretaria »: così ha avuto occasione di ricordare L.T., che oltre che segretaria è stata compagna della Sorgato nella sua avventura spirituale.

Cuore aperto e grande discrezione: ecco le qualità della Sorgato.

Che si è trovata a maneggiare anche « materiale esplosivo », come quando da una giovane donna con una famiglia importante e sconquassata alle spalle, si vide consegnare i prodigiosi « quadernetti » sui quali un bimbo di pochi anni ( il fratellino morto della giovane donna ) aveva annotato i suoi incontri con Gesù, visioni straordinarie che il piccolo aveva annotato con innocenza.

Quei diari erano diventati un libro, anzi due ( Il bimbo che parlava con Gesù e Un bimbo nella foschia ) per espresso desiderio della sorella, che però voleva il più assoluto anonimato.

Due libri, due best setter, che ancora oggi « vendono ».

L'amicizia con la sorella del « Bimbo » era poi continuata negli anni, un'amicizia intensa, un legame profondo e stretto.

La Sorgato era stata gratificata anche da un grande privilegio, l'amicizia di un uomo interessantissimo, di un Papa difficile e santo, Pio XII.

Papa Pacelli aveva una grandissima stima della Sorgato tanto che, per meglio conoscere lo stato d'animo della parte femminile del gregge italiano, chiedeva alla Sorgato una sorta di rapporto annuale: una collezione, rigorosamente anonima, della parte più interessante della corrispondenza che la direttrice di Alba riceveva.

Questi appuntamenti annuali ( in Vaticano forse esiste ancora oggi qualche anziano monsignore che ricorda « l'udienza Sorgato » ) erano un momento culminante per la vita di Angela e ( inconsapevolmente ) delle « Azzurre », le lettrici così chiamate per il titolo della rubrica di corrispondenza ( « Rete Azzurra » ); si era stabilita una sorta di « liturgia »: le lettere erano raccolte in un volume finemente rilegato in pelle bianca con sovrimpressioni in oro, che la signorina Sorgato avrebbe posto nelle auguste mani del Pontefice.

E questo durò fino a che Papa Pio XII rimase in vita.

Angela, piccola donna « di fil di ferro », era una donna di grande coraggio: quando una crisi generale dell'editoria e alcune operazioni sbagliate portarono alla chiusura del « suo » settimanale, non si ritirò, come pure avrebbe potuto legittimamente fare, dato che ormai gli anni sulle spalle non erano pochi.

Si imbarcò invece in una nuova avventura, la Cooperativa che avrebbe permesso ad Alba di uscire nuovamente.

I suoi ultimi anni furono operosi, anche se il passo si faceva sempre più incerto e gli occhi non vedevano bene.

Si alzava prestissimo, pregava lungamente, Eucaristia quotidiana presso il monastero della Visitazione, il giornale, la corrispondenza con le lettrici, poi ancora preghiera e lettura: ecco la sua giornata-tipo, praticamente quasi fino all'ultimo.

Angela è morta il 2 dicembre 1987.

Sull'immaginetta che la ricorda una citazione da Baruc ( Bar 3,34.35 ): « Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono: Egli le chiama e rispondono: Eccoci! e brillano di gioia per Colui che le ha create ».

Beati gli operatori di pace

Anche le « vite sugli spalti » corrono il rischio di essere dimenticate.

È il caso di Elsa Conci, una donna che, nel marasma in cui è precipitata la politica italiana negli anni Novanta, può con il suo esempio, aiutare a riconciliarci con quel mondo intricato.

Elsa era nata a Trento il 23 marzo 1895, prima di cinque sorelle.

Il padre, avvocato, era un illustre esponente del Partito Popolare, deputato del Trentino presso il Parlamento austriaco e poi al Senato italiano.

La mamma era un'insegnante di pianoforte.

La giovane Elsa riceve la sua istruzione nelle scuole austriache; frequenta poi l'università a Vienna quindi a Roma dove si laurea in lettere e lingue moderne.

Si perfeziona in germanistica e si diploma pure in pianoforte.

E « naturalmente » entra nella Fuci.

Laureata, inizia a insegnare tedesco nelle scuole magistrali di Trento.

Nel 1927 accoglie in casa i primi bambini di quella che sarà la sua numerosa « famiglia », dove farà da mamma a tanti ragazzi che ne erano privi, investendo nella loro educazione tutti i suoi beni.

Alla fine della seconda guerra mondiale dava inizio al movimento politico delle donne, prodigandosi per la loro responsabile partecipazione alla vita democratica di un Paese tutto da ricostruire.

Nel 1946 era eletta deputata alla Costituente nelle liste della D.C.

Nelle elezioni successive, fino al 1963, viene rieletta con una montagna di preferenze.

Nel partito è a fianco di De Gasperi, di Zaccagnini, di Moro; fa parte della commissione dei « 18 » per gli statuti speciali, in forza della sua particolare sensibilità per i problemi delle minoranze.

È delegata nazionale delle donne D.C. e fa parte della prima delegazione italiana al Parlamento di Strasburgo.

Elsa Conci muore a Trento, dopo alcuni mesi di malattia, il 1° novembre 1965.

Perché la possiamo considerare una operatrice di pace? « Era il Giorno dei Santi quando morì e il 4 novembre quando fu sepolta: due feste di popolo, di chiesa l'una, l'altra di patria.

Non si può non vedervi un segno emblematico della singolare unità che nella sua vita Elsa Conci aveva realizzato tra la fede e la storia, tra l'amore di Dio e l'amore degli uomini; è un sigillo simbolico di un'esistenza che aveva saputo vivere la vocazione umana e cristiana nella dimensione della socialità.

Con quante persone avesse intrecciato profonde relazioni di vita, lo si vide ai suoi funerali: una marea di folla la più eterogenea, dove si trovarono insieme umili e potenti, venuti da ogni dove a esprimere un consenso e un affetto che lasciavano immaginare la qualità umana del rapporto avuto con lei.

Chi era questa donna che aveva saputo essere così significativa per tanta gente?

Per la quale si erano mosse da Roma le autorità, un vescovo aveva tenuto l'elogio funebre e presieduto le esequie, i militari della guardia al Municipio avevano presentato le armi e tanti sindaci si erano sentiti in dovere di venire a nome delle loro popolazioni?

Chi era per tanti che piangevano? »:43 così scrive Sitia Sassudelli, che l'aveva conosciuta in profondità.

La risposta agli interrogativi, anche per la Sassudelli, è semplice, lineare: Elsa era stata una cristiana a tutto tondo, che aveva operato il bene nel nascondimento.

Era una donna brillante, intelligente, colta, determinata, concreta, esuberante per temperamento.

Possedeva una umanità ricca che non aveva tenuto per sé, trafficando i tanti talenti solamente per suo frutto, ma che aveva donato agli altri, specialmente ai più poveri, anche attraverso lo strumento politico, davvero strumento di « servizio ».

« Della politica Elsa aveva probabilmente l'istinto nel sangue ...

Di politica si parlava in casa e in casa passavano i grandi protagonisti di allora, a cominciare da De Gasperi ».44

La sua attività politica si svolgeva in tre direzioni.

La cura del collegio elettorale di Trento, della gente, dei problemi concreti, andando instancabilmente di paese in paese, di casa in casa.

L'animazione del movimento femminile D. C. per far prendere coscienza alle donne della parità con l'uomo, del dovere di partecipare, dei propri diritti e doveri di cittadine responsabili.

Questo soprattutto attraverso la preparazione culturale: ancora oggi si ricordano i suoi corsi della Camilluccia per far apprendere alle giovani come fare politica con idee chiare e senso di responsabilità e servizio.

La direzione del partito, poiché sentiva in modo acuto la responsabilità della D.C. di « affermare nei fatti, nel confronto politico, nel lavoro legislativo la fedeltà e la coerenza con gli ideali cristiani ».45

L'educazione familiare, la conoscenza delle lingue sostenute da un profondo senso cristiano dell'universalità, la portarono ad allargare i suoi orizzonti all'Europa e ad operare per avviare concretamente un Movimento femminile europeo.

« È possibile cogliere la spiritualità di questa donna, che per vent'anni ha fatto politica si può dire 24 ore su 24, sempre in mezzo alla gente, sempre 'in azio ne', spesso in azioni cariche di responsabilità? ».46

Questa dimensione non la si dovrà cercare « negli intervalli », in spazi residuali: la vita di Elsa non avrebbe potuto essere così feconda se non fosse stata sostenuta da una spiritualità a tutto tondo, a tempo pieno.

Elsa trovava l'alimento nelle Scritture, che « frequentava » assiduamente; negli aiuti che le dava l'Istituto Secolare al quale apparteneva.

« Così mostrò che si può praticare il Vangelo fin nei suoi più esigenti consigli di perfezione anche nella politica ».47

La ricerca del bene comune, che è ricerca di pace universale, nell'esempio di Elsa Conci va « di pari passo con la ricerca dell'assoluto del Regno ».


Pallanza, lago Maggiore: qui il 18 ottobre 1925 nasceva Mariuccia Spriano che gli amici chiameranno « la formichina » perché piccola e minuta, o « l'angelo dei dimenticati » perché i suoi prediletti erano quelli che nessuno di solito ama.

Gli anni della giovinezza erano stati anni difficili, la guerra fra l'altro aveva complicato di molto la vita.

Mariuccia meritava davvero il nomignolo « formichina » perché come uno dei piccoli insetti lavorava instancabilmente e silenziosamente, fra gli impegni di famiglia ( la mamma era malata ), gli impegni di studio e di formazione.

Nel settembre 1944 si iscrive comunque alla facoltà di farmacia nell'Università di Torino e con una volontà ferrea riesce a condurre avanti gli studi a suon di borse di studio, cioè con medie altissime.

« Non solo le tasse erano pagate, ma si assicurava una competenza e una professionalità a tutta prova, veramente invidiabile.

Tutto, anche negli studi, doveva servire a due intenti: dare gloria a Dio e servire i fratelli ».48

Mariuccia ( Jucci per gli amici ) si laureava e iniziava, dapprima come insegnante, il suo itinerario di lavoro e di amore, un amore che derivava direttamente dall'Amore.

Nel mondo ma non del mondo: ecco l'ideale che una consacrazione secolare l'aiutava a realizzare.

A scuola la piccola professoressa irradiava amore; quando una legge escluse i laureati in farmacia, nel 1950, dall'insegnamento della chimica, Mariuccia trovò lavoro ad Asti, presso la « Farmacia Garello »: e anche lì diventò presto un polo di attrazione una dispensatrice discreta di tanto bene.

Così corrono gli anni di una vita semplice, lineare.

Nel 1975 incontra un altro personaggio singolare, il giovane seminarista Pietro Gonella, condannato da una grave malattia, che ottiene per specialissimo dono di Paolo VI di essere ordinato sacerdote qualche giorno prima di morire, pur non avendo potuto completare il corso di studi.

L'opera di carità di Mariuccia « è di una vastità incredibile.

Non si capiva come potesse compiere tutta quella attività che sosteneva senza fretta.

Tutto il suo tempo lo spendeva per gli altri: gli anziani della Casa di riposo, i malati dell'ospedale o a domicilio, i nomadi della frazione Trincere ».49

A 57 anni il grande « salto » nel Camerun per essere « missionaria, sorella e mamma »: una vita difficile, con problemi sempre nuovi.

Povertà, lebbra, abbandono: grandi mali contro i quali Mariuccia comincia a lottare sempre con forza e allegria.

Fino a che, nel 1986, un male terribile non comincerà a invadere il suo corpo.

Ma anche la malattia non la sconfigge.

Il suo abbandono a Cristo è totale: « Fare esperienza, quasi cantare l'amore del Padre, quando il suo corpo si andava consumando ...

Soltanto la potenza dello Spirito Santo poteva operare queste meraviglie di grazia.

A soffrire e a morire così, non ci si improvvisa »: così scriveva mons. Canale.

Si spegne serenamente il 1° aprile 1987.

E la pace che aveva cercato di costruire trova ancora in lei una testimone.

Beati i perseguitati per causa di giustizia

Per l'ultima beatitudine, per quella che forse oggi ci interpella più da vicino, nella temperie sociale e politica in cui viviamo, è giusto ricordare un uomo che di questa beatitudine è stato testimone coerente, Giancarlo Brasca.

Era nato a Mezzago, in provincia di Milano, il 1° agosto 1920 in una famiglia ampia, di grandi tradizioni morali.

Nel 1938 si era iscritto all'Università Cattolica del Sacro Cuore dove nel 1942 conseguirà la laurea in filosofia discutendo una tesi sui presupposti filosofici della pedagogia di Fichte, tesi preparata sotto la guida di mons. Olgiati.

Il 2 novembre dello stesso anno prenderà servizio in Università, la « sua » università, un servizio che, attraverso varie responsabilità, fino alla direzione amministrativa, non sarà costretto ad abbandonare che dalla morte.

Rappresentante italiano nell'Ocde ( Organisation de coopératìon et de développement économique ) partecipa nel 1976 al Programma sulla gestione degli Istituti di insegnamento superiore.

Nel 1943-1944, mentre presta servizio militare presso il Distretto dislocato ad Abbiategrasso, collabora con l'« Ufficio Falsi » creato da padre Carlo da Milano e dal prof. Ezio Franceschini negli edifici di piazza Sant'Ambrogio, per aiutare il « clandestino ».

Con grave rischio personale trafuga carte di identità, documenti bilingui e di lavoro, certificati militari di tutte le specie: fogli di lavoro e di licenze, fogli di congedo assai preziosi per i partigiani e i renitenti alla leva.

È nell'elenco delle persone sospette e per il rotto della cuffia riesce a evitare la deportazione in Germania.

Negli anni dell'episcopato milanese di Giovanni Battista Montini è presidente diocesano dell'Azione cattolica.

Nel 1972 è nominato consultore della Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ed è anche nominato presidente della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari.

Muore a Roma, nel Policlinico Gemelli, il 24 gennaio 1979.

Giancarlo Brasca era un uomo di intelligenza acutissima e di grande cultura.

Meravigliava il fatto che in università non avesse una docenza, ma si occupasse di questioni amministrative.

Forse questo lavoro non era frutto di una scelta sua ( ma è un'illazione! ), bensì frutto di un'accettazione della volontà del Signore, che gli indicava quella come la strada maestra.

Bibbia e giornale: a suo dire gli elementi fondamentali della sua esistenza in cui coniugava fede e storia, fede e impegno nel mondo.

Era attentissimo ai problemi sociali.

Così scriveva: « Il lavoratore - a qualunque categoria egli appartenga - trova nel significato elementare umano della croce di Cristo il punto diretto e immediato di aggancio al mistero salvifico di Dio.

In un certo senso, non ha bisogno di salire a Dio, perché Dio piuttosto è disceso a lui, alla sua condizione.

Un punto che andrebbe molto approfondito nel meditare sulla passione di Cristo è il suo innegabile aspetto profano.

Noi siamo troppo abituati a riflettere sui significati più profondi - spirituali, divini - di questo che è l'evento centrale della storia, e troppo poco sulla concretezza umana che pure è il loro supporto.

Questi valori sono ovviamente il nucleo del mistero e non ci si fermerà mai abbastanza su di essi; ma troppe volte non si mette sufficientemente in luce che essi sono stati vissuti dal Verbo incarnato nella concretezza della sua umanità e che rappresentano sostanzialmente un modo sublime, divino, di vivere eventi non dissimili da quelli degli altri uomini.

La passione di Cristo non ha concretezza storica se non è vista, come effettivamente fu inserita nella comune condizione umana e pertanto come uno dei momenti più efficaci della incarnazione del Verbo nella storia.

Proprio perché uguale a noi, Cristo pratica per primo il Discorso della Montagna ».50

Basterebbe questa semplice notazione per misurare la profondità del pensiero di Giancarlo Brasca.

Brasca aveva anche intuito la necessità di stabilire, in tempi ancora di « cortina di ferro » tutti i contatti possibili con i giovani d'Oltrecortina.

Attraverso l'organizzazione che collega le università cattoliche, aveva conosciuto Karol Wojtyla, professore a Lublino e cardinale.

Tra i due si era stabilita una amicizia quasi istintiva: e quando Brasca era morente, l'amico Wojtyla, divenuto nel frattempo Papa Giovanni Paolo II, gli fu accanto.

La figura di Giancarlo Brasca è troppo complessa per poter essere « chiusa » nelle poche righe di questa rievocazione.

La sua testimonianza di francescano nel mondo merita di essere approfondita e studiata.

A noi basta qui il ricordo carico di gratitudine.


1 Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 8 dicembre 1975, n. 41
2 Da:Vittorio Citterich, Un santo al Cremlino - Giorgio La Pira, Edizioni Paolme, Milano 1987
3 Op. cit.,p. 19
4 Op. cit., p. 20
5 Op. cit., p. 21
6 Op. cit.,p.30
7 Op. cit., p. 40
8 Da: AA.VV., Laici del nostro tempo. Edizioni Studiimi, Roma 1987, di Francesco Mercadante: «Giorgio La Pira Cristiano nelle istituzioni»
9 Da: Armida Barelli, La 'nostra' storia, prò manuscripto, Milano, II edizione, p. 36
10 Dall'opuscolo Ora i miei occhi ti vedono, a cura delle Missionarie della Regalità di N.S.G.C., Milano
11 Da: Le gocce, l'oceano - L'Istituto fa memoria dei suoi morti, a cura dell'Istituto Secolare Cristo Re, Milano 1984
12 Op. cit., p.25
13 Op. cit., p.27
14

Da: Testimoni nel mondo, n. 35 (5/1980): « Piera Luttazzi: come si vive e come si muore » di Angela Cozzi e Maria Inglese

15 Op. dt., p. 55
16 Op. cit., p.55
17 Op. cit., p.55
18 Op. cit., p.56
19 Op. cit., p. 57
20 Op. cit., p. 54
21 Da: Le gocce, l'oceano - L'Istituto fa memoria dei suoi morti, a cura dell'Istituto Secolare Cristo Re, Milano 1984
22 Op. cit., pp. 155-156
23 Ibid,p. 158
24 Op. cit., pp. 163, 164 e 165
25 Da: Verso il sole, a cura dell'Istituto Secolare A.S.C.
26 Op. cit., p. 4
27 Op. cit., p. 9
28 Op. dt., p. 13
29 Da: Le gocce, l'oceano - L'Istituto fa memoria dei suoi morti, a cura dell'Istituto secolare Cristo Re, Milano 1984
30 Op. cit., pp. 109 e 110
31 Op.cit., pp. 112 e 113
32 Op. cit., p. 114
33 La citazione è riportata in uno scritto commemorativo di Mario Sticco
34 Op. cit.
35 Op. cit.
36 Op. cit., p. 69
37 Dai ricordi delle amiche
38 Da: Laici del nostro tempo, AA.W., Edizioni Studiimi, Roma 1987: «Vittoria Quarenghi: il dono della vita» di Gesuina Imberti,pp. 216 e 217
39

Op. cit., p.324.

40 Da: Juccia Sairani, Lo stile del cristiano oggi. Edizioni O.R.,
MUanol991.pp.9-20
41 Da: Orsolina Montevecchi: «Mea Tabanelli, la trasparenza della verità», in Testimoni nel mondo, n. 68 (2/1986)
42 Op. cit., p.55
43 Da: AA.VV., Laici del nostro tempo. Edizioni Studium, Roma 1987; di Sitia Sassudelli: «Elsa Conci il valore della politica», p.186
44 Op. cit., p. 191
45 Op.cit., p. 194
46 Op. cit., p. 196
47 Op. cit., p. 197
48 Da: Paolo Risso, Come pane spezzato, Gribaudi Editore, 1989, p.27
49 Op.cit., p.65
50 Da: La vita come dono. Scritti di Giancarlo Brasca, Edizioni O.R., Milano 1983. «Sofferenza e lotta nel lavoro: un itinerario alla comunione con Cristo», pp. 42-43
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