Compendio di Teologia Ascetica e Mistica

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II. Della conoscenza di Dio e di sé stesso.

432. Poiché la perfezione consiste nell'unione dell'anima con Dio, è chiaro che, per arrivarvi, bisogna anzitutto conoscere i due termini dell'unione, Dio e l'anima: la conoscenza di Dio ci condurrà direttamente all'amore: [ noverim te ut amem te! ] Si deve sapere che ti amo

La conoscenza di noi stessi, facendoci stimare quel tanto di bene che Dio ha posto in noi, ci ecciterà alla riconoscenza; e la vista delle nostre miserie e dei nostri difetti, facendoci concepire un giusto disprezzo di noi stessi, produrrà direttamente l'umiltà, [ noverim me, ut despiciam me ] mi conosco, mentre guardo, e quindi pure l'amor di Dio, perché l'unione con Dio non si opera se non nel vuoto di noi medesimi.

I. Della conoscenza di Dio.

433. Per amar Dio, bisogna prima di tutto conoscerlo: [ nil volitum quin praecognitum ] nessun oggetto senza pre.

Quanto più dunque ci applichiamo a studiarne le perfezioni, tanto più il nostro cuore s'infiamma d'amore per lui, perché tutto in lui è amabile: egli è la pienezza dell'essere, pienezza di bellezza, di bontà e d'amore: [ Deus caritas est ] Dio è amore.

É cosa evidente.

Resta quindi a determinare:

1° ciò che di Dio dobbiamo conoscere per amarlo;

2° come giungere a questa affettuosa conoscenza.

1° Ciò che dobbiamo conoscere di Dio

Di Dio dobbiamo conoscere tutto ciò che può farcelo ammirare ed amare, e quindi la sua esistenza, la sua natura, i suoi attributi, le sue opere, specialmente la sua vita intima e le sue relazioni con noi.

Nulla di ciò che riguarda la divinità è estraneo alla devozione: anche le stesse verità più astratte hanno un lato affettivo che aiuta singolarmente la pietà.

Dimostriamolo con alcuni esempi tratti dalla filosofia e dalla teologia.

434. A) Verità filosofiche.

a) Le prove metafisiche dell'esistenza di Dio sono certo molto astratte, pure sono una miniera di preziose riflessioni che conducono all'amor di Dio.

Dio, primo motore immobile, atto puro, è la fonte d'ogni movimento; dunque io non posso muovermi che in Lui e per Lui; dunque deve essere il primo principio di tutte le nostre azioni; e se ne è il primo principio, ne deve pur essere l'ultimo fine: [ Ego sum principium et finis ] Io sono l'inizio e la fine.

Dio è la causa prima di tutti gli esseri, di tutto ciò che v'è di buono in me, delle nostre facoltà, dei nostri atti: a Lui solo dunque ogni onore e ogni gloria!

Dio è l'Essere necessario, il solo necessario [ "unum necessarium" ] una necessaria; e quindi il solo bene da cercare; tutto il resto è cosa contingente, accessoria, passeggiera, e non può essere utile che in quanto ci conduce a quest'unico necessario.

Dio è l'infinita perfezione e le creature non sono che un pallido riflesso della sua bellezza, è quindi Lui l'ideale a cui mirare: [ "Estote perfecti sicut et Pater vester caelestis perfectus est " ] Siate voi dunque perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto; onde noi non dobbiamo mettere alcun limite alla nostra perfezione: "Io che sono infinito, diceva Dio a S. Caterina da Siena, vado cercando opere infinite, vale a dire un infinito sentimento d'amore ".

435. b) Se passiamo poi alla natura divina, il poco che ne conosciamo ci distacca dalle creature e da noi stessi per innalzarci a Dio.

Dio è la pienezza dell'essere: [ "Ego sum qui sum"] Io sono colui che sono; il mio essere non è dunque che un essere mutuato, incapace di sussistere da sé, e che deve riconoscere la sua assoluta dipendenza dall'Essere divino.

Questo egli voleva inculcare a S. Caterina da Siena, quando le diceva: " Sai, o figlia mia, ciò che sei tu e ciò che sono io? … Tu sei quella che non è e Io sono Colui che è".

Qual lezione d'umiltà e d'amore!

436. c) Lo stesso è degli attributi divini; non ve n'è alcuno che, ben meditato, non serva a stimolare il nostro amore sotto una forma o sotto un'altra:

la divina semplicità ci eccita a praticare quella semplicità o purità d'intenzione che ci fa tendere direttamente a Dio, senza alcun egoistico riguardo a noi stessi;

la sua immensità che ci avvolge e compenetra, è il fondamento di quell'esercizio della presenza di Dio che è così caro e così proficuo alle anime pie;

la sua eternità ci distacca da tutto ciò che passa, rammentandoci che ciò che non è eterno è nulla: [ "quod aeternum non est nihil est" ] Non è che niente è mai;

la sua immutabilità ci aiuta a praticare, in mezzo alle umane vicissitudini, quella calma tanto necessaria all'intima e durevole unione con Dio

la sua infinita attività stimola la nostra e c'impedisce di cadere nella noncuranza o in una specie di pericoloso quietismo;

la sua onnipotenza, posta a servizio della infinita sua sapienza e della misericordiosa sua bontà, ci ispira una filiale confidenza che agevola in modo singolare la preghiera e il santo abbandono;

la sua santità ci fa odiare il peccato e amare quella purità di cuore che conduce all'unione intima con Dio: ["Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt"] Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio;

la infallibile sua verità è il più saldo fondamento della nostra fede;

la sua bellezza, la sua bontà, il suo amore ci rapiscono il cuore e vi destano palpiti d' amore e di riconoscenza.

E quindi le anime sante si dilettano di inabissarsi nella contemplazione dei divini attributi: ammirando e adorando le perfezioni di Dio, ne attraggono qualche cosa nell'anima loro.

437. B) Si dilettano principalmente di contemplare le verità rivelate, che riguardano tutte la storia della vita divina: la sua fonte nella SS. Trinità; le sue prime comunicazioni con la creazione e la santificazione dell'uomo; la sua restaurazione con l'Incarnazione; la attuale sua diffusione con la Chiesa e coi Sacramenti; il suo compimento finale nella gloria.

Ognuno di questi misteri le rapisce e le infiamma d'amore per Dio, per Gesù, per le anime, per tutte le cose divine.

438. a) La vita divina nella sua fonte è la SS. Trinità: Dio, che è la pienezza dell'essere e della carità, contempla se stesso da tutta l'eternità; contemplandosi produce il Verbo, e questo Verbo è suo Figlio, distinto da Lui ma a Lui perfettamente uguale, vivente e sostanziale sua immagine.

Dio Padre ama questo Figlio e ne è riamato; e da questo mutuo amore scaturisce lo Spirito Santo, distinto dal Padre e dal Figlio dai quali procede, e perfettamente uguale all'uno e all'altro.

A questa vita noi partecipiamo!

439. b) Essendo infinitamente buono, Dio vuole comunicarsi ad altri esseri: il che fa con la creazione e principalmente con la santificazione.

Per la creazione noi siamo servi di Dio, ciò che è per noi già un grande onore; che Dio infatti abbia pensato a me da tutta l'eternità e m'abbia scelto tra miliardi di esseri possibili per darmi l'esistenza, la vita, l'intelligenza, qual motivo d'ammirazione, di riconoscenza e d'amore!

Ma che m'abbia poi chiamato a partecipare alla sua vita divina, che m'abbia adottato in figlio, che mi destini alla chiara visione della sua essenza e a un amore infinito, o non è questo il colmo della carità?

E non sarà un potente motivo d'amarlo senza riserva?

440. c) Per colpa del primo padre avevamo perduto i diritti alla vita divina ed eravamo incapaci di ricuperarli da noi stessi.

Ma ecco che il Figlio di Dio, vedendo la nostra miseria, si fa uomo come noi, e diventando il capo di un corpo mistico di cui noi siamo le membra, espia i nostri peccati con la dolorosa sua passione e morte di Croce, ci riconcilia con Dio, e fa di nuovo scorrere nelle anime nostre una partecipazione di quella vita da lui attinta nel seno del Padre.

Vi è qualche cosa di più atto a farci amare il Verbo Incarnato, a unirci strettamente a Lui, e per Lui al Padre?

441. d) Ad agevolare questa unione, Gesù continua a restare con noi; vi resta per mezzo della Chiesa che ce ne trasmette e ce ne spiega gli insegnamenti.

Vi resta per mezzo dei Sacramenti, misteriosi canali della grazia che ci comunicano la vita divina.

Vi resta principalmente per mezzo dell'Eucaristia, in cui Gesù perpetua nello stesso tempo la sua presenza, la benefica sua azione e il suo sacrificio: il suo sacrificio nella Santa Messa, ove rinnova in modo misterioso la sua immolazione; la benefica sua azione nella Comunione, in cui viene con tutti i suoi tesori di grazia a perfezionare l'anima nostra e a comunicarle le sue virtù; la permanente sua presenza, imprigionandosi volontariamente, giorno e notte, nel tabernacolo, ove possiamo visitarlo, conversare con lui, glorificare con lui l'adorabile Trinità, trovare in lui la guarigione delle nostre spirituali ferite e il conforto nelle nostre tristezze e nei nostri abbattimenti: ["Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos "] Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.

442. e) E questo non è che il preludio della vita consumata in Dio che godremo per tutta l'eternità; lo vedremo un di a faccia a faccia, come egli vede se stesso, e l'ameremo con perfetto amore; e vedremo e ameremo in lui tutto ciò che vi è di grande e di nobile.

Usciti da Dio con la creazione, a lui ritorniamo con la glorificazione, e glorificandolo troviamo la perfetta felicità.

Il dogma è dunque la fonte della vera devozione e l'alimento; ci rìmane ora a dire che modo dobbiamo giovarcene sotto questo rispetto.

2° Mezzi per acquistare questa conoscenza di Dio.

443. Tre mezzi principali ci sì presentano per acquistare questa affettuosa conoscenza di Dio:

1° il pio studio della filosofia e della teologia;

2° la meditazione o l'orazione:

3° l'abitudine di veder Dio in tutte le cose.

A) Il pio studio della teologia.

Si può studiare la filosofia e la teologia in due modi: con la mente soltanto, come si studia ogni altra scienza, oppure con la mente e insieme col cuore.

Quest' ultimo modo è quello che genera la pietà.

Quando S. Tommaso s'immergeva nello studio profondo delle grandi questioni filosofiche e teologiche, non lo faceva come uno dei savi della Grecia, ma come discepolo e amante di Cristo; a questo modo, secondo la sua espressione, la teologia tratta delle cose divine e degli atti umani in quanto ci conducono alla perfetta conoscenza di Dio e quindi all'amore: [" de quibus agit secundum quod per eos ordinatur homo ad perfectam Dei cognitionem, in quá aeterna beatitudo consistit"] un uomo di cui si comporta secondo che è ordinato da loro per la perfetta conoscenza di Dio, in cui consiste la beatitudine eterna.

Ecco perché la sua pietà superava anche la sua scienza.

Lo stesso avveniva di S.Bonaventura e dei grandi teologi.

É vero che la maggior parte di essi non lasciarono pie riflessioni sui grandi misteri della fede, tenendosi paghi di esporli e di provarli; ma la pietà scaturisce dal fondo stesso di queste verità: e chiunque studi con spirito di fede, non può fare che non ammiri ed ami Colui la cui grandezza e bontà ci viene rivelata dalla teologia.

La qual cosa è specialmente vera per coloro che sanno giovarsi dei doni della scienza e dell'intelletto; dei quali il primo ci fa risalire dalle creature a Dio, svelandocene le relazioni con la divinità; e il secondo ci fa penetrare nelle verità rivelate, per coglierne le mirabili armonie.

Con l'aiuto di questi lumi, il pio teologo saprà elevarsi dalle verità più speculative ad atti di adorazione, di ammirazione, di riconoscenza e di amore che sgorgano spontaneamente dallo studio dei dogmi cristiani.

Questi atti non solo non ne intorpidiranno l'attività intellettuale, ma anzi la affineranno e la stimoleranno: si studia meglio, con maggior attività e costanza, ciò che si ama; vi si scoprono profondità che l'intelligenza sola non riuscirebbe a penetrare; e se ne deducono conseguenze che allargano il campo della teologia, alimentando la pietà.

444. B) Allo studio però bisogna aggiungere la meditazione.

Non si meditano abbastanza i dogmi cristiani, o almeno non se ne meditano spesso se non gli aspetti accessori.

Non bisogna paventare di affrontarli direttamente e nel loro fondo come soggetto principale delle nostre meditazioni.

Avviene allora che l'anima, alla luce della fede, sotto l'azione dello Spirito Santo, tocca altezze e scopre profondità che l'intelligenza sola non coglierebbe.

Ne abbiamo la prova negli scritti di anime semplici, elevate alla contemplazione, che ci lasciarono su Dio, su Gesù Cristo, sulla sua dottrina, sui suoi sacramenti, osservazioni tali da gareggiare con quelle dei migliori teologi.

Del resto non disse S. Tommaso di aver imparato più alla scuola del Crocifisso che nei libri dei dottori?

La ragione è che, nel silenzio e nella calma dell'orazione, Dio parla più facilmente al cuore, e che la sua parola, meglio intesa, illumina l'intelligenza, riscalda il cuore e scuote la volontà.

In tali momenti lo Spirito Santo si degna di comunicare, oltre i doni della scienza e dell'intelletto, anche quello della sapienza, che fa assaporare le verità della fede, le fa amare e praticare, formando così una strettissima unione tra l'anima e Dio.

É quello che venne sì bene descritto dall'autore dell'Imitazione: "Beata l'anima che ascolta il Signore parlargli interiormente e riceve dalla sua bocca parole di consolazione"

Il frequente e affettuoso pensiero di Dio durante il giorno continua e compie i felici effetti dell'orazione: pensando a Dio lo amiamo di più e l'amore affina la nostra conoscenza.

445. C) Allora si contrae più facilmente l'abitudine di innalzarsi dalle creature al Creatore, e di vedere Dio in tutte le sue opere: le cose, le persone, gli avvenimenti.

Il fondamento di questa pratica è l'esemplarismo divino, insegnato da Platone, perfezionato da S. Agostino e da S. Tommaso, posto in luce dalla Scuola di S. Vittore e ripreso poi dalla Scuola francese di spiritualità del secolo XVII.

Tutte le cose esistono nel pensiero di Dio prima di essere create: Dio le concepì nella sua intelligenza prima di produrle al di fuori e volle che fossero, in gradi diversi, un riflesso delle divine sue perfezioni.

Se contempliamo quindi le cose create non solo con gli occhi del corpo ma anche con gli occhi dell'anima, al lume della fede vedremo:

a) che tutte le creature, secondo il grado di perfezione, sono o un vestigio o un'immagine o una somiglianza di Dio; che tutte ci dicono di aver Dio per autore e c'invitano a lodarlo, non essendo tutto l'essere che è in loro, tutta la loro bellezza e tutta la loro bontà, che una creata e finita partecipazione dell'essere divino;

b) che specialmente le creature intelligenti, elevate all'ordine soprannaturale, sono immagini, sono viventi somiglianze di Dio, che ne partecipano, benché in modo finito, la vita intellettuale; che essendo tutti i battezzati membri di Cristo, Lui dobbiamo vedere in loro: [in omnibus Christus] Cristo in tutta la;

c) che tutti gli avvenimenti, lieti o tristi, sono nel pensiero divino destinati a perfezionare la vita soprannaturale da lui comunicataci e a facilitare la raccolta degli eletti, così che di tutto possiamo giovarci per santificarci.

Aggiungiamo tuttavia che, nell'ordine cronologico, le anime vanno prima a Gesù Cristo, e solamente per lui vanno al Padre, e che, arrivate a Dio, non lasciano di tenersi strettamente unite a Gesù.

Conclusione: l'esercizo della presenza di Dio

446. L'affettuosa conoscenza di Dio ci conduce al santo esercizio della presenza di Dio, di cui indicheremo brevemente il fondamento, la pratica e i vantaggi.

A) Il fondamento è la dottrina dell'onnipresenza di Dio.

Dio è da per tutto non solo con lo sguardo e con l'operazione ma anche con la sostanza.

Come diceva S. Paolo agli Ateniesi, " in lui noi abbiamo la vita, il movimento e l'essere: [in ipso enim vivimus, movemur et sumus] in lui viviamo, ci muoviamo e abbiamo il nostro;" il che è vero così sotto l'aspetto naturale come sotto il soprannaturale.

Come Creatore, dopo averci dato l'essere e la vita, ce li conserva, e col suo concorso mette in moto le nostre facoltà; come Padre, ci genera alla vita soprannaturale, che è una partecipazione della stessa sua vita, e lavora con noi, come causa principale, alla sua conservazione e al suo incremento, onde sì trova intimamente presente in noi, fin nel centro dell'anima, senza però lasciare di essere distinto da noi.

É come già dicemmo al n. 92, il Dio della Trinità che vive in noi, il Padre che ci ama come figli, il Figlio che ci tratta come fratelli, e lo Spirito Santo che ci dà e i suoi doni e la sua persona.

B) La pratica.

Per trovar dunque Dio non occorre che andiamo a cercarlo in cielo, perché lo troviamo:

a) vicinissimo a noi nelle creature che ci circondano; in queste andiamo da principio a cercarlo: tutte infatti ci richiamano qualcuna delle divine perfezioni, massime le creature che, dotate d'intelligenza, possiedono in sé il Dio vivente ( n. 92 ); tutte ci servono come di scalini per giungere a lui;

b) rammentiamo poi ch'egli è vicinissimo a coloro che lo pregano con fiducia: ["Prope est Dominus omnibus invocantibus eum"] Il Signore è vicino a quanti lo invocano e l'anima nostra si diletta di invocarlo ora con semplici giaculatorie ora con preghiere più lunghe.

c) Ma soprattutto rammentiamo che le tre divine persone abitano in noi e che il nostro cuore è un tabernacolo vivente, un cielo ove esse già si danno a noi.

Ci basta quindi rientrare in noi stessi, nella cella interiore, come dice S. Caterina da Siena, e fissare con l'occhio della fede l'ospite divino che si degna abitarvi.

Allora vivremo sotto il suo sguardo, sotto la sua azione, l'adoreremo e lavoreremo con lui alla santificazione dell'anima nostra.

447. C) É facile scorgere quali siano i vantaggi di questa pratica rispetto alla nostra santificazione.

a) Ci fa diligentemente schivare il peccato.

Chi mai oserebbe offendere la divina maestà nel momento stesso che sa che Dio abita in lui con la infinita sua santità che non può soffrire la minima macchia, con la sua giustizia che l'obbliga a punire anche le più piccole colpe, con la sua potenza che arma il braccio contro il colpevole, e principalmente con la sua bontà che sollecita il nostro amore e la nostra fedeltà?

b) Stimola il nostro ardore per la perfezione.

Se un soldato che combatte sotto gli occhi del generale si sente spinto a moltiplicar le prodezze, come non sentirci pronti alle più dure fatiche, agli sforzi più generosi, quando sappiamo di combattere non solo sotto lo sguardo di Dio ma ‑ con la sua sempre vittoriosa collaborazione? come non sentirci animati dalla corona immortale che ci promette e principalmente dall'aumento d'amore che ci dà come ricompensa?

c) Quale confidenza non ci dà questo pensiero!

Quali che siano le prove, le tentazioni, le fatiche, le debolezze, non siamo forse sicuri della vittoria finale, quando rammentiamo che Colui che è la stessa onnipotenza e a cui nulla resiste, vive in noi e mette a nostro servizio la divina stia virtù?

Possiamo certamente toccare parziali sconfitte, passare per dolorose angosce, ma siamo sicuri che, appoggiati su di lui, trionferemo e che le stesse nostre croci non servono che a farci maggiormente amar Dio e a moltiplicarci i meriti.

d) Finalmente qual gioia per noi il pensare che Colui che forma la felicità degli eletti e che un dì contempleremo nel cielo, è già in nostro possesso, e che possiamo goderne la presenza e conversar con lui nel corso di tutto il giorno?

La conoscenza e il frequente pensiero di Dio sono dunque grandemente santificanti; e lo stesso è della conoscenza di noi stessi.

II. Della conoscenza di noi stessi.

La conoscenza di Dio ci porta direttamente ad amarlo, perché è infinitamente amabile; la conoscenza di noi stessi vi ci porta indirettamente, mostrandoci il bisogno assoluto che abbiamo di lui a perfezionare le doti da lui largiteci e a rimediare alle profonde nostre miserie.

Esporremo dunque di questa conoscenza

1° la necessità;

2° l'oggetto;

3° i mezzi d'arrivarvi.

1°. Necessità della conoscenza di noi stessi

Poche parole basteranno a convincercene.

448. A) Chi non conosce sé stesso è nella morale impossibilità di perfezionarsi.

Perché allora uno s'illude sul proprio stato, cadendo, secondo il proprio carattere o l'ispirazione del momento, ora in un presuntuoso ottimismo che ci fa credere di essere già perfetti, ora nello scoraggiamento che ci fa esagerare i nostri difetti e le nostre colpe; nell'uno e nell'altro caso quasi identico è il risultato, cioè l'inazione o almeno la mancanza di sforzi energici e perseveranti, vale a dire il rilassamento.

D'altra parte come correggere difetti che punto non si conoscono o si conoscono male, e come coltivare virtù e doti di cui non si ha che una nozione vaga e confusa?

449. B) Invece la chiara e sincera conoscenza dell'anima nostra ci sprona alla perfezione: le nostre doti c'inducono a ringraziarne Dio, corrispondendo più generosamente alla grazia; i nostri difetti e la coscienza della nostra impotenza ci mostrano che abbiamo ancora molto da lavorare e che non convien perdere occasione alcuna di progredire.

Allora uno si giova di tutte le occasioni per estirpare o almeno svigorire, mortificare, dominare i propri vizi, per coltivare e svolgere le proprie doti.

E avendo coscienza della propria incapacità, si chiede umilmente a Dio la grazia di progredire ogni giorno, e, sorretti dalla fiducia in Dio, si ha la speranza e il desiderio della buona riuscita; il che dà slancio e costanza nello sforzo.

2° Oggetto della conoscenza di noi stessi

450. Osservazioni generali.

Perché questa conoscenza sia più efficace, è necessario che abbracci lutto ciò che si trova in noi, doti e difetti, doni naturali e doni soprannaturali, inclinazioni e ripugnanze, l'intiera storia della nostra vita, le nostre colpe, i nostri sforzi, i nostri progressi; il tutto studiato senza pessimismo, ma con imparzialità, con retta coscienza illuminata dalla fede.

a) Bisogna quindi rilevare sinceramente, senza falsa umiltà, tutte le doti che il Signore ha posto in noi, non certo per gloriarcene ma per esprimerne riconoscenza al loro autore e per diligentemente coltivarle: sono talenti che Dio ci ha affidati e di cui ci domanderà conto.

Il terreno da esplorare è quindi vastissimo, perché comprende e i doni naturali e i doni soprannaturali: quello che avemmo più direttamente da Dio, quello che ricevemmo dai genitori e dall'educazione, quello che dobbiamo ai nostri sforzi sorretti dalla grazia.

451. b) Ma bisogna pure porci coraggiosamente di fronte alle nostre miserie e ai nostri falli.

Tratti dal nulla, al nulla continuamente tendiamo; non sussistiamo e non possiamo agire che coll'incessante concorso di Dio.

Attirati al male dalla triplice concupiscenza ( n. 193 ss ), questa tendenza noi abbiamo accresciuto coi peccati attuali e con le abitudini che ne risultano; bisogna umilmente riconoscerlo, e, senza disanimarci, metterci all'opera, con la grazia di Dio, per guarire queste ferite con la pratica delle virtù cristiane, onde accostarci alla perfezione del Padre celeste.

452. Applicazioni.

A ben procedere in questo esame, possiamo ordinatamente percorrere i doni naturali e i soprannaturali, seguendo una specie di questionario che ci agevolerà il lavoro.

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