Summa Teologica - I

Indice

Articolo 3 - Se essere buono per essenza sia proprio di Dio

C. G., I, c. 38; III, c. 20; De Verit., q. 21, a. 1, ad 1; a. 5; Comp. Theol., c. 109; In Div. Nom., c. 4, lect. 1; In De Hebd., lect. 3, 4

Pare che essere buono per essenza non sia proprio di Dio.

Infatti:

1. Come l'uno si identifica con l'ente, così anche il bene, come si è visto [ q. 5, a. 1 ].

Ora, secondo Aristotele [ Met. 4,2 ], ogni ente è uno per essenza.

Quindi ogni ente è buono per essenza.

2. Se il bene è ciò che tutte le cose desiderano, dato che l'essere è da tutti desiderato, ne viene che l'essere stesso di ciascuna cosa è il suo bene.

Ma ciascuna cosa è ente in forza della propria essenza.

Quindi ciascuna cosa è buona per la sua essenza.

3. Ogni cosa è buona per la sua bontà.

Se dunque vi è qualcosa che non è buono per essenza, bisognerà che la sua bontà non sia la sua essenza.

Ma siccome questa bontà è un ente, bisogna che anch'essa sia buona; e se lo è per un'altra bontà, la stessa si porrà per quest'altra bontà.

Quindi o bisognerà andare all'infinito, o giungere a qualche bontà che sia buona [ in se stessa, per essenza e ] non per un'altra bontà.

Ma allora per la stessa ragione dobbiamo arrestarci all'inizio.

Quindi ogni cosa è buona per la sua essenza.

In contrario:

Dice Boezio [ De hebdom. ] che ogni altra cosa distinta da Dio è buona per partecipazione.

Quindi non per essenza.

Dimostrazione:

Soltanto Dio è buono per essenza.

Infatti ogni cosa è detta buona in quanto è perfetta.

Ora, ogni cosa ha una triplice perfezione.

La prima consiste nella costituzione del suo essere [ sostanziale ].

La seconda nell'aggiunta di alcuni accidenti richiesti per la sua perfetta operazione.

La terza nel raggiungimento di qualcosa come proprio fine.

Come la prima perfezione del fuoco consiste nell'essere medesimo che ha in virtù della sua forma sostanziale; la seconda nel suo calore, nella sua levità e secchezza, ecc.; la terza nel cessare dal suo moto di ascesa, raggiunto che abbia il suo luogo.

Ora, questa triplice perfezione a nessun essere creato compete per essenza, ma soltanto a Dio: poiché solo in lui l'essenza si identifica con il suo essere, e in lui non sopraggiungono accidenti, ma le stesse cose che degli altri esseri si dicono accidentalmente a lui convengono essenzialmente, come essere potente, sapiente e così via, secondo quanto si è detto [ q. 3, a. 6 ].

Egli inoltre non è ordinato ad alcun fine, ma è egli stesso il fine di tutte le cose.

Quindi è chiaro che soltanto Dio ha l'assoluta perfezione nella sua essenza, e perciò egli solo è buono per essenza.

Analisi delle obiezioni:

1. L'uno non comporta l'idea di perfezione, ma solo di indivisione, la quale conviene a ogni cosa per la sua essenza.

Le essenze delle cose semplici però sono indivise sia attualmente che potenzialmente, quelle dei composti invece sono indivise solo attualmente.

Quindi è necessario che ogni cosa per la sua essenza sia una, non invece buona, come si è dimostrato [ nel corpo ].

2. Sebbene ogni cosa sia buona in quanto ha l'essere, tuttavia l'essenza della creatura non è lo stesso suo essere: perciò non segue che la creatura sia buona per la sua essenza.

3. La bontà di una cosa creata non è la sua stessa essenza, ma un qualcosa di aggiunto, cioè la sua propria esistenza, o qualche perfezione accidentale, o il suo ordinamento a un fine.

Tuttavia questa stessa bontà così aggiunta è detta buona nel senso stesso in cui è detta ente: ora, è detta ente poiché per mezzo di essa qualcosa viene ad essere, e non perché essa sia in forza di un'altra cosa.

Quindi allo stesso modo sarà detta buona poiché per mezzo di essa qualche cosa è buona, non perché essa abbia [ bisogno di ] qualche altra bontà per essere buona.

Indice