Summa Teologica - I-II

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Articolo 5 - Se nella gloria resti qualcosa della fede o della speranza

In 3 Sent., d. 31, q. 2, a. 1, sol. 3

Pare che nella gloria resti qualcosa della fede o della speranza.

Infatti:

1. Tolto ciò che è proprio, rimane l'elemento comune, come dice il De Causis [ 1 ]: « Tolto il razionale rimane il vivente; e tolto il vivente, rimane l'ente ».

Ora, la fede ha qualcosa di comune con la beatitudine, cioè la conoscenza, e ha qualcosa di proprio, cioè l'enigma: infatti essa è una conoscenza enigmatica.

Tolto quindi l'enigma della fede, ne rimane la conoscenza.

2. La fede è una luce spirituale dell'anima, secondo l'espressione di S. Paolo [ Ef 1,17s ]: « Siano illuminati gli occhi della vostra mente nella conoscenza di Dio »; è però una luce imperfetta rispetto alla luce della gloria, di cui sta scritto [ Sal 36,10 ]: « Nella tua luce vediamo la luce ».

Ora una luce imperfetta, al giungere di quella perfetta, non si estingue: infatti la chiarezza del sole non spegne la candela.

Quindi anche la luce della fede rimane con la luce della gloria.

3. La sostanza di un abito non viene eliminata perché viene a mancare la materia: infatti uno può conservare l'abito della liberalità anche dopo aver perduto le ricchezze; non ne può invece avere l'atto.

Ora, l'oggetto della fede è la prima verità nella condizione di cosa non vista.

Tolta quindi questa condizione con la visione della prima verità, l'abito della fede può ancora rimanere.

In contrario:

La fede è un abito semplice.

Ora, una realtà semplice o viene eliminata tutta, o rimane tutta.

Siccome dunque la fede, stando a quanto detto [ a. 3 ], non rimane tutta intera, ma viene svuotata [ di ciò che la caratterizza ], viene a essere eliminata interamente.

Dimostrazione:

Alcuni hanno affermato che la speranza viene eliminata totalmente, mentre la fede in parte sarebbe tolta, cioè quanto all'enigma, e in parte rimarrebbe, cioè quanto alla sostanza della conoscenza.

Ora, se ciò viene inteso nel senso che la fede non rimane nella sua identità numerica, ma soltanto nel suo genere, è verissimo: poiché la fede coincide nel genere, che è la conoscenza, con la visione della patria.

Invece la speranza non ha alcuna affinità generica con la beatitudine: infatti la speranza sta alla fruizione della beatitudine come il moto sta alla quiete nel suo termine.

Se invece ciò viene inteso nel senso che la conoscenza della fede rimane numericamente identica nella patria, allora la tesi è del tutto insostenibile.

Eliminando infatti la differenza di una specie, non può rimanere in concreto l'identica sostanza del genere: togliendo, p. es., la differenza costitutiva della bianchezza, non può rimanere numericamente identica la sostanza del colore, così da permettere all'identico colore di essere alternativamente bianco e nero.

Il genere infatti non sta alla differenza come la materia alla forma, in modo cioè che la sostanza del genere rimanga numericamente identica dopo l'eliminazione della differenza come rimane numericamente identica la sostanza della materia dopo aver perduto la forma.

Infatti il genere e la differenza non sono parti integranti della specie: altrimenti non si potrebbero predicare di essa.

È invece il tutto, cioè il composto di materia e forma per gli esseri corporei, che come è indicato dalla specie, così è indicato anche dalla differenza e dal genere: il genere però denomina il tutto in base a ciò che si presenta come materia, la differenza invece in base a ciò che si presenta come forma; e la specie in base a entrambi gli aspetti.

Nell'uomo, p. es., la natura sensitiva è come materiale rispetto a quella intellettiva: e quindi animale indica [ nell'uomo ] un essere dotato di natura sensitiva, razionale un essere dotato di natura intellettiva e uomo un essere dotato di entrambe le nature.

Quindi il medesimo tutto viene indicato da queste tre cose, non però sotto il medesimo aspetto.

Perciò è evidente che non può rimanere la medesima sostanza del genere se viene eliminata la differenza, poiché la differenza non è altro che una specificazione del genere: infatti l'animalità non rimane la stessa se l'animale viene costituito da un'altra anima.

Quindi è impossibile che una conoscenza numericamente identica, che prima era una conoscenza enigmatica, diventi in seguito un'aperta visione.

E così risulta dimostrato che in patria la fede non può in alcun modo rimanere identica nel numero e nella specie, ma soltanto nel genere.

Analisi delle obiezioni:

1. Tolto il razionale, il vivente che rimane non è identico nel numero, ma solo nel genere, come si è dimostrato [ nel corpo ].

2. L'imperfezione della luce di una candela non si contrappone alla perfezione della luce solare: poiché le due luci non risiedono nel medesimo soggetto.

Invece l'imperfezione della fede e la perfezione della gloria si contrappongono, e riguardano il medesimo soggetto.

Quindi sono incompatibili, come sono incompatibili la luminosità dell'aria e la sua oscurità.

3. Chi perde le ricchezze non perde la possibilità di averne ancora: perciò giustamente rimane l'abito della liberalità.

Ma nello stato di gloria l'oggetto della fede, formato di cose non viste, viene tolto non solo di fatto, ma anche come possibilità, data la durata perpetua della beatitudine.

Perciò tale abito rimarrebbe inutilmente.

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