Summa Teologica - II-II

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Articolo 7 - Se si debbano amare maggiormente i più buoni o i nostri congiunti più stretti

In 3 Sent., d. 29, q. 1, a. 6; De Virt., q. 2, a. 9, ad 12, 14

Pare che i più buoni vadano amati più dei nostri congiunti più stretti.

Infatti:

1. È evidente che una persona che non va odiata sotto alcun aspetto deve essere amata più di altre che sotto un certo aspetto vanno odiate: come ciò che è più bianco è anche meno frammisto di nero.

Ora, i nostri congiunti sotto un certo aspetto sono degni di odio, come dice il Vangelo [ Lc 14,26 ]: « Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre », ecc., mentre i buoni non vanno odiati per nessun motivo.

Perciò i più buoni devono essere amati più dei congiunti.

2. L'uomo deve rendersi conforme a Dio specialmente nella carità.

Ma Dio ama di più i migliori.

Quindi con la carità l'uomo deve amare i migliori più dei congiunti più stretti.

3. In ciascuna amicizia si deve amare di più ciò che maggiormente appartiene al bene su cui essa si fonda: infatti nell'amicizia naturale noi amiamo di più coloro che ci sono più uniti secondo la natura, cioè i genitori e i figli.

Ma l'amicizia della carità si fonda sulla compartecipazione della beatitudine, alla quale i migliori partecipano più che i nostri parenti più stretti.

Quindi con la carità dobbiamo amare i migliori più dei nostri parenti più stretti.

In contrario:

Sta scritto [ 1 Tm 5,8 ]: « Se qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele ».

Ora, l'affetto interiore della carità deve corrispondere all'effetto esterno.

Quindi verso i congiunti più stretti si deve avere una carità maggiore che verso i più buoni.

Dimostrazione:

Qualsiasi atto deve essere proporzionato all'oggetto e alla causa agente; però dall'oggetto riceve la specie, mentre dalla virtù dell'agente riceve la misura della sua intensità: come il moto riceve la sua specie dal termine a cui è indirizzato, ma riceve il suo grado di velocità dalla disposizione del soggetto mobile e dalla virtù del motore.

Parimenti anche l'amore riceve la specie dall'oggetto, ma deve la sua intensità al soggetto che ama.

Ora, l'oggetto nell'amore di carità è Dio, mentre il soggetto è l'uomo.

Perciò le variazioni di ordine specifico nell'amore di carità verso il prossimo vanno determinate in rapporto a Dio: in modo cioè che a uno che è più vicino a Dio vogliamo con la carità un bene maggiore.

Pur essendo infatti unico in se stesso il bene che la carità desidera per tutti, cioè la beatitudine eterna, tuttavia esso ha diversi gradi secondo la diversa partecipazione di detta beatitudine: e alla carità spetta anche questo, di volere l'attuazione della divina giustizia, la quale esige che i più buoni partecipino la beatitudine in maniera più perfetta.

E ciò riguarda la specie dell'amore, poiché vi sono diverse specie di amore secondo i diversi beni desiderati a coloro che amiamo.

- Invece l'intensità dell'amore va determinata in rapporto all'individuo che ama.

E da questo lato, in ordine al bene loro desiderato, uno ama i suoi congiunti più stretti più di quanto ami i più buoni in ordine a un bene maggiore.

E in ciò si deve guardare anche a un'altra differenza.

Infatti alcuni prossimi sono a noi congiunti per l'origine naturale, da cui non possono staccarsi: poiché in forza di essa sono quello che sono.

Invece la bontà morale, con la quale alcuni si avvicinano a Dio, può andare e venire, può crescere e diminuire, come si è visto sopra [ q. 24, aa. 4,10,11 ].

Perciò io posso volere con la carità che questo mio congiunto diventi migliore di un altro, e così giunga a un grado superiore di beatitudine.

C'è poi anche un altro motivo per cui amiamo di più con la carità quelli che ci sono più strettamente congiunti: poiché li amiamo in più modi.

Infatti verso gli estranei noi non abbiamo se non l'amicizia della carità.

Invece verso i nostri congiunti abbiamo anche altre amicizie, secondo i legami che ad essi ci uniscono.

E poiché il bene su cui si fonda ogni altra amicizia onesta è ordinato al bene su cui si fonda la carità, quest'ultima viene a comandare gli atti di qualsiasi altra amicizia: come l'arte che ha per oggetto il fine comanda alle arti [ minori ] che si interessano dei mezzi.

E così lo stesso amore verso gli altri perché consanguinei, o parenti, o concittadini, oppure perché congiunti con qualsiasi altro legame ordinabile al fine della carità, può essere comandato dalla carità.

Quindi, unendo atti eliciti e atti imperati, veniamo ad amare in più modi con la carità i nostri congiunti più stretti.

Analisi delle obiezioni:

1. Nei nostri congiunti non dobbiamo odiare la loro affinità con noi, ma soltanto il fatto che ci allontanano da Dio.

E sotto questo aspetto non sono congiunti, ma nemici, come dice la Scrittura [ Mi 7,6; Mt 10,36 ]: « I nemici dell'uomo sono quelli di casa sua ».

2. La carità ci rende simili a Dio secondo una certa proporzionalità: nel senso cioè che l'uomo deve tendere ad avere, con le cose che gli appartengono, il rapporto che Dio ha con quelle che appartengono a lui.

Infatti con la carità noi possiamo volere delle cose che a noi convengono, e che tuttavia Dio non vuole, poiché non è giusto che le voglia; ma di questo argomento abbiamo già parlato sopra [ I-II, q. 19, a. 10 ], trattando della bontà del volere.

3. La carità emette i suoi atti non solo in base alla natura dell'oggetto, ma anche in base alle disposizioni del soggetto, come si è spiegato [ nel corpo; a. 4, ad 1 ].

E queste portano ad amare maggiormente i congiunti più stretti.

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