Summa Teologica - II-II

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Articolo 2 - Se il martirio sia un atto della fortezza

Pare che il martirio non sia un atto della fortezza.

Infatti:

1. Il termine greco martire significa testimone.

Ora, è alla fede cristiana che si rende testimonianza, secondo le parole della Scrittura [ At 1,8 ]: « Mi sarete testimoni in Gerusalemme », ecc. E S. Massimo [ Serm. 88 ] afferma: « Madre del martirio è la fede cattolica, che atleti gloriosi hanno sigillato con il loro sangue ».

Quindi il martirio è più un atto di fede che di fortezza.

2. Un atto lodevole appartiene principalmente a quella virtù che inclina a compierlo, che in esso si rivela e che gli dà valore.

Ora, al martirio inclina principalmente la carità, per cui S. Massimo afferma [ Serm. 16 ]: « La carità di Cristo vince nei suoi martiri ».

È poi soprattutto la carità che viene rivelata dal martirio, secondo quelle parole del Vangelo [ Gv 15,13 ]: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ».

Finalmente senza la carità anche il martirio non ha valore, come dice S. Paolo [ 1 Cor 13,3 ]: « Se dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, non sono nulla ».

Quindi il martirio è più un atto di carità che di fortezza.

3. S. Agostino [ Serm. 311 ] ha scritto: « È facile onorare un martire celebrandone la festa; è cosa grande invece imitarne la fede e la pazienza ».

Ma ogni atto di virtù rende lodevole specialmente la virtù a cui esso appartiene.

Quindi il martirio appartiene più alla pazienza che alla fortezza.

In contrario:

S. Cipriano così scrive in un sua lettera ai Martiri e ai Confessori [ Epist. 8 ]: « O beati martiri, con quali parole devo lodarvi?

O soldati valorosissimi, come posso esprimere la fortezza del vostro corpo? ».

Ora, una persona viene lodata per la virtù di cui ha compiuto qualche atto.

Quindi il martirio è un atto della fortezza.

Dimostrazione:

Come si è già visto [ q. 123 ], la fortezza ha il compito di rendere l'uomo fermo nella virtù contro i pericoli, specialmente contro i pericoli di morte, e in particolare contro quelli che capitano in guerra.

Ora, è evidente che nel martirio l'uomo viene reso stabile nella virtù, mentre non abbandona la fede e la giustizia per gli imminenti pericoli di morte che lo minacciano specialmente da parte dei persecutori, in un certo quale combattimento privato.

Da cui le parole di S. Cipriano [ Epist. 8 ]: « La moltitudine piena d'ammirazione ha visto questo combattimento celeste; essa ha visto i soldati di Cristo rimanere immobili per virtù divina con libertà di parola e mente incorrotta ».

È quindi evidente che il martirio è un atto della fortezza, per cui la Chiesa applica ai martiri quelle parole [ Eb 11,34 ]: « Divennero forti in guerra ».

Analisi delle obiezioni:

1. Nell'atto della fortezza si possono considerare due cose.

Primo, il bene in cui l'uomo coraggioso viene rafforzato: e questo è il fine della fortezza.

Secondo, la fermezza stessa per cui egli non cede a coloro che vogliono impedire il bene suddetto: e ciò costituisce l'essenza della fortezza.

Ora, come la fortezza naturale consolida l'animo dell'uomo nella giustizia umana, per la cui difesa essa resiste ai pericoli di morte, così anche la fortezza soprannaturale consolida l'animo dell'uomo « nella giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo », come dice S. Paolo [ Rm 3,22 ].

Quindi il martirio ha nella fede il fine nel quale uno viene rafforzato o consolidato, e nella fortezza l'abito da cui promana.

2. All'atto del martirio la carità inclina come primo e principale movente, cioè come virtù imperante, la fortezza invece come movente proprio, cioè come virtù eseguente.

Per cui il martirio appartiene alla carità quanto al comando, ma quanto all'esecuzione appartiene alla fortezza.

E così manifesta l'una e l'altra virtù.

È però la carità che lo rende meritorio, come accade per qualsiasi atto virtuoso.

Per cui non ha valore senza la carità.

3. Come si è già notato [ q. 123, a. 6 ], l'atto principale della fortezza è il sopportare, al quale si riconduce il martirio, che non riguarda invece l'atto secondario di questa virtù, che è l'aggredire.

E poiché la pazienza aiuta la fortezza nell'atto principale, che è il sopportare, di riflesso nei martiri si elogia anche la pazienza.

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