Giovanni

Salvatore Garofalo

Se ciò che colpisce nei tre primi Vangeli è la loro fondamentale somiglianza nel materiale prescelto e nella redazione letteraria, l'aspetto caratteristico del quarto Vangelo è la sua diversità dagli altri.

Gli incontri testuali di tre autori che narrano la stessa storia, attingendola praticamente alle stesse fonti, sono scontati in qualche modo in partenza, ma il fatto che un quarto autore si inserisca nel concerto con una voce sua propria e all'apparenza dissonante, e che questa voce sia accettata fin dal suo sorgere e senza apprezzabili perplessità o resistenze come valida allo stesso titolo delle altre tre, è tale da richiedere una spiegazione.

Gv. sorprende il lettore fin da principio: il tranquillo e compassato libretto di Mt., il vivace racconto di Mc., le ariose e ben composte pagine di Lc. avevano abituato ad una lettura di tutto riposo, Gv., fin dalle prime battute, trascina il suo lettore nell'impeto lirico del prologo ( 1,1-18 ), immergendolo quasi in un'atmosfera rarefatta, nella contemplazione di ardui misteri, al centro dei quali Gesù è il « Verbo » di Dio fatto carne, fonte di luce e di vita.

Questo linguaggio non si arresta alla soglia del Vangelo, in pratica, i temi del prologo saranno orchestrati nel corso del libretto, dove si incontreranno approfondimenti e variazioni non meno sublimi.

I tre primi Vangeli risuonano degli annunzi del « regno di Dio », sono, in varia misura, punteggiati di deliziose parabole nelle quali cose e fatti parlano agli occhi; i miracoli si affollano in complessi narrativi e i tre autori non tradiscono emozioni, non arricchiscono il testo di sviluppi notevoli.

In Gv., invece, Gesù parla soprattutto di se stesso e spessissimo la formula « Io sono… » introduce rivelazioni profonde e definitive sulla sua natura e personalità.

Amici e nemici sbalordiscono a queste rivelazioni, che il più delle volte riescono sul momento incomprensibili.

Temi allegorici ( il buon pastore, la porta, la vite, la luce ecc. ) prendono il posto delle parabole; sugli aforismi prevalgono discorsi di notevole ampiezza con ben congegnati sviluppi, colloqui come quello con Nicodemo e la Samaritana.

Gv. narra in tutto sette miracoli detti « segni » di cui appena due ( 6,1-15.16-21 ) hanno riscontro nei Sinottici.

La geografia della attività di Gesù gravita sulla città santa di Gerusalemme invece che sulla Galilea, e qualche notazione cronologica, come quella dell'ultima cena, sembra ostentatamente in contrasto con la data offerta dai Sinottici.

Un'altra differenza ancora: l'autore di questo Vangelo si nasconde, ma con l'intenzione di rivelarsi, dietro la qualifica di discepolo « che Gesù amava ».

I Sinottici ci abituano a considerare come discepoli preferiti di Gesù Pietro e i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni ( Mc 5,37; Mc 9,2; Mc 14,33 ); un discepolo prediletto non può ricercarsi che nella rosa di questi tre, perché se la predilezione del Maestro non si dimostrava nel fatto di metterli a parte di alcuni segreti fra i più gelosi della sua rivelazione, in che altro modo poteva manifestarsi?

Nel Vangelo, il discepolo prediletto è chiaramente distinto da Pietro, ne può essere Giacomo, già morto quando il Vangelo fu scritto ( At 12,2 ); d'altra parte, il silenzio più assoluto grava sull'apostolo Giovanni e sulla sua famiglia ( però 21,2 ), ben nota ai Sinottici, mentre il libretto caratterizza anche apostoli che non hanno alcun rilievo negli altri Vangeli ( es. Giuda Taddeo, Tommaso, Filippo ).

Il nome dell'apostolo Giovanni viene fuori in obliquo, poiché il Battista, contrariamente all'uso dei primi tre Vangeli, viene qui chiamato sempre e solo Giovanni, dal momento che ogni equivoco con Giovanni l'apostolo è escluso appunto dal silenzio di cui è circondato questo nome.

L'antica tradizione cristiana ha, quindi, tutto l'appoggio nello stesso Vangelo, quando ne identifica l'autore nella persona di Giovanni figlio di Zebedeo, il quale ha al suo attivo, tra i libri del N. T., anche tre lettere e la singolare esperienza religiosa e letteraria dell'Apocalisse.

Egli era un galileo, della regione rivierasca del lago, dove suo padre Zebedeo aveva una piccola industria di pesca alla quale Giovanni e suo fratello Giacomo il maggiore avevano parte ( Mc 1,20 ), sua madre Salome era tra le donne che seguivano Gesù e lo assistevano.

Passò a Gesù dal seguito del Battista e fu generoso e fedelissimo discepolo, testimone privilegiato di fatti particolarmente importanti della vita del Cristo.

Ardente e impetuoso, meritò dal Maestro il soprannome di « tonante » ( Mc 3,17 ), unico tra i dodici ebbe il coraggio di star sotto la croce e a lui il Morente affidò sua madre ( 19,26s ).

Nei primi anni della Chiesa è compagno di Pietro nell'apostolato a Gerusalemme e in Samaria ( At 3,1-4,31; At 8,14-25; Gal 2,9 ), poi, secondo l'antichissima tradizione, si trasferì nell'Asia proconsolare dove morì vecchissimo ad Efeso ca. il 104, dopo un intermezzo di esilio per la fede nell'isola di Patmos ( Ap 1,9 ).

Al prologo ( 1,1-18 ), fanno seguito in Gv. tre grandi parti: nella prima, Gesù comincia a manifestare la sua natura e i suoi poteri divini ( 1,19-4,54 ); la seconda è dominata dai violenti contrasti con i Giudei ( cc. 5-12 ); la terza ( cc. 13-21 ), nella quale spiccano i cc. 13-17 dedicati alle ultime confidenze del Cristo, è il racconto della passione, morte e risurrezione.

Altre divisioni del libretto fanno perno intorno alle feste giudaiche, menzionate con particolare attenzione dall'autore, o ad altri elementi, ma è difficile trovare una distribuzione adeguata a un testo che ad ogni passo fermenta e dilaga.

Non è da trascurarsi il fatto che, secondo la concorde affermazione dell'antichità, Giovanni fu l'ultimo a scrivere un Vangelo; la data di origine del suo libro è posta, infatti, intorno all'a. 100, negli ultimi anni del ministero apostolico a Efeso, la grande città dell'Asia Minore, dove il Vangelo fu scritto e pubblicato perché i fedeli credessero con intelligenza illuminata e « avessero la vita » nel nome di Gesù ( 20,31 ).

Qualche cosa deve aver deciso Giovanni a ritardare la pubblicazione fino all'estremo scorcio della sua vita e dopo che le comunità cristiane potevano contare per la loro istruzione su ben tre Vangeli.

Non fu certo gelosia dei propri ricordi, che Giovanni li narrò a lungo durante il suo ministero in varie Chiese; la tradizione storica parla di una destinazione polemica del Vangelo contro le prime eresie insorgenti, contro i primi « anticristi » dei quali parla 1 Gv 1,8; 1 Gv 2,4; 1 Gv 3,4-8; 1 Gv 5,17; essi negavano a Gesù la dignità messianica, affermavano che la sua umanità era stata soltanto apparente e che il Verbo di Dio si era congiunto all'uomo Gesù a partire dal battesimo e fino alla passione esclusa.

L'evangelista, difatti, non perde nessuna occasione per sottolineare la concreta evidenza della umanità di Gesù, la sua unione ed unità col Padre, la sua identità assoluta col Figlio di Dio preesistente e cita varie profezie messianiche adempiutesi durante la vita del Cristo.

Ma se questa vibrata affermazione e difesa della verità dell'evangelo fu una buona occasione per la pubblicazione di Gv., non sembra che ne esaurisca tutte le ragioni.

Perché, per esempio, Gv. è attento a fornire le indicazioni cronologiche che consentono di farsi una idea più chiara e dare un ordine più sicuro allo svolgimento storico della vita di Gesù, che nei Sinottici risulta contratta?

Chi conosce della vita di Gesù soltanto quello che scrive Gv. non può comprendere il c. 6, in cui è riferito il discorso della promessa della eucaristia, perché il quarto Vangelo non parla della istituzione di essa, ma è anche vero che chi conosce soltanto i Sinottici non si rende conto come, all'improvviso, nell'ultima cena. Gesù pronunzi le parole del miracolo sul pane e sul vino.

Altre constatazioni di minore importanza, ma di non minore significato, permettono di concludere che a Gv. non sono ignoti i tre primi Vangeli, che li accetta ed evidentemente li completa.

Non che abbia l'intenzione di scrivere i « paralipomeni » del Vangelo, ma certo egli profitta di varie occasioni per arricchimenti e precisazioni che hanno un chiaro valore di completamento.

Giovanni segue una sua via, ma conta sulla conoscenza che i suoi lettori hanno della vita di Gesù sulla base dei tre primi Vangeli, specialmente per fatti e parole indispensabili alla economia del messaggio cristiano.

Abbiamo sopra accennato alla istituzione della eucaristia; si possono aggiungere la predicazione del Battista alle folle, la tentazione di Gesù nel deserto, la scelta dei dodici, la trasfigurazione, alcuni discorsi polemici contro i farisei, il discorso escatologico ecc., mancanti in Gv.

Il quarto Vangelo è un libro di « cose viste », ma nello stesso tempo è un libro di illuminazioni folgoranti.

Il lettore non si può difendere dal peso di queste due constatazioni parallele.

Ha appena finito di leggere col fiato mozzo il prologo, che subito incontra indicazioni di giorni e di ore ( c. 1 ), che situano un racconto preciso in un preciso contesto temporale; in contrasto con la scarsità di fatti narrati, Gv. indica in proprio una ventina di nomi di località, alcune delle quali con specificazioni talmente sicure che tradiscono l'uomo che ha visto con i suoi occhi.

È classico il caso della piscina a cinque portici menzionata in 5,2, che a prima vista sembra irreale, ma che si è rivelata proprio con questa insolita caratteristica sotto il piccone dell'archeologo.

L'ambiente palestinese è straordinariamente vivo e presente, con i suoi usi e costumi, con le sue beghe campanilistiche ( 1,46 ), le sue secolari antipatie ( 4,9 ).

La personalità di Gesù è rilevata nei suoi aspetti più sublimi e trascendentali come in quelli più umili; le sue polemiche hanno uno sfondo tipicamente giudaico e le sue parole una struttura aramaica molto netta.

Tutto ciò è presente e, nello stesso tempo, è lontano: a caratterizzazioni precise corrispondono significative generalizzazioni.

I Sinottici, infatti, parlano di scribi, farisei, sadducei, erodiani distinguendo le varie correnti del giudaismo contemporaneo di Gesù; Gv., invece, parla quasi sempre di Giudei, raccogliendo sotto questa etichetta per lo più il gruppo dei notabili gerosolimitani responsabili della morte di Gesù.

La spiegazione migliore di ciò è che al tempo della pubblicazione dell'evangelo, la Chiesa e la sinagoga avevano definitivamente tagliato i ponti e le due fedi e mentalità erano ormai irriducibili.

Un altro aspetto caratteristico di Gv. è la predilezione per le nozioni astratte che stanno insieme con notazioni di violenta concretezza.

Idee e simboli, peraltro, non risalgono mai alla responsabilità dell'evangelista, ma fioriscono sulle labbra di Gesù, ed è tale lo scrupolo di fedeltà dell'autore, che il termine Logos ( Verbo ) usato nel prologo non viene mai ripreso dal Cristo; in tal modo, egli intende fare ima netta distinzione e avalla con la sua autorità di testimone le altre parole di Gesù.

Come i suoi predecessori, anche Gv. ha fatto una scelta del copiosissimo materiale a sua disposizione ( 21,25 ) e questa scelta si rivolge in modo particolare a parole e fatti più carichi di significato.

Nei loro aspetti esterni, i miracoli narrati da Gv. non differiscono da quelli dei Sinottici, ma gli sviluppi simbolici sono tipici del quarto Vangelo: nella guarigione del cieco nato Gesù si dice « luce del mondo » ( c. 9 ), nel miracolo della risurrezione di Lazzaro si dichiara « la risurrezione e la vita » ( c. 11 ).

Questo contenuto simbolico dei fatti non deve, però, meravigliare.

Tutta la vita di Gesù era destinata a rivelare le realtà invisibili che si riferivano alla sua persona e alla sua opera, ed è chiaro che egli ha voluto dar forza, con appropriati prodigi, ad alcune solenni affermazioni.

Il trapasso simbolico è meno forzato di quanto si creda e non si può rimproverare a Gv. di aver insistito più degli altri su questo aspetto pedagogico di alcuni miracoli.

Anche i discorsi del Cristo sono, qui, pieni di linguaggio simbolico - cfr. le antitesi tenebre-luce, carne-spirito ecc. - ma non è difficile trovare, sia nel V. T. sia in accenni degli altri evangelisti, alcuni precedenti.

Del resto, se Gesù è il Maestro divino presentato dai Sinottici, se è il Figlio di Dio, non si può negare che egli abbia potuto parlare come parla nel quarto Vangelo, in cui nulla è in contrasto con i primi tre, ma tutt'al più è collocato su di un piano più alto.

Perché Gesù avrebbe dovuto parlare sempre e soltanto come parla nei Sinottici, dal momento che essi non dicono tutto e la loro catechesi ha il carattere di una istruzione preliminare?

È possibile che gli apostoli, gli scribi, la folla, non abbiano dato occasione a Gesù di precisazioni e sviluppi su affermazioni che i Sinottici riferiscono allo stato conclusivo di aforismi?

Come si può, per esempio, ammettere che Gesù si sia limitato a prescrivere agli apostoli, nel momento in cui si congedava da essi, l'amministrazione del battesimo senza spiegarne la natura e gli effetti?

E come può aver parlato dello Spirito Santo soltanto in quella stessa occasione?

Come avrebbe potuto istituire l'eucaristia senza aver prima preparato i suoi alla comprensione del mistero?

È vero che, in Gv., la stessa pienezza di linguaggio si ritrova anche nelle parole, per esempio, del Battista e dell'evangelista, ma, a parte il fatto che su questo piano è possibile trovare incontri fra i quattro Vangeli, è necessario considerare che i discorsi di Gesù riportati dai Sinottici sono tenuti per lo più alle folle di Galilea, e di essi possediamo una scelta frammentaria, mentre Gv. riproduce per esteso le polemiche di Gesù con uomini come i maestri di Gerusalemme, con i quali si poteva parlare con più ricchezza di idee e maggiore profondità, oppure colloqui con singoli interlocutori che si prestavano ovviamente a sensibili sviluppi.

I discorsi di Gesù in Gv. sono legati a circostanze di luoghi, di fatti e di persone ineccepibili e non rappresentano improvvise irruzioni in contesti indefiniti, ma è chiaro che il sunto offerto dall'evangelista, accompagnato talvolta da sue chiose, non poteva, a distanza di tempo, non essere influenzato dallo stile e dalle meditazioni dell'evangelista.

Si potrebbe anche dire che Gv., impressionato in modo particolare da alcuni aspetti della parola e dei fatti di Gesù, si impregnò di essi, su quelli si formò uno « stile » coerente con il modello.

In questi ultimi anni gli studiosi parlano con insistenza dei valori ecclesiologici e sacramentali di Gv., nel senso che l'autore ebbe cura di mettere in chiaro i rapporti esistenti fra le parole e i gesti di Gesù durante la sua vita terrena e la vita sacramentale della Chiesa, per sottolineare l'identità fra il Cristo come fu visto e ascoltato dai testimoni della sua vita e il Cristo vivente ed operante nella Chiesa. Già gli antichi autori cristiani parlavano di « Vangelo spirituale ».

Certo, Gv. ha più d'ogni altro premura di dare il senso profondo e definitivo della vita, delle parole e dei fatti del Cristo.

Anche chi legge i Sinottici sa che gli apostoli non sempre compresero il senso di alcune parole ed avvenimenti della vita del Maestro come poi gli sviluppi successivi e la sintesi compiuta dalla sua rivelazione consentiranno loro di comprendere.

Gesù stesso promette di alzare il velo su alcune sue parole ( 16,25 ) e affida allo Spirito Santo l'incarico di rivelare ai suoi tutta la verità e di « ricordare » nella loro completa luce parole e cose già da essi imperfettamente conosciute ( 14,26; 16,12s ).

Il quarto Vangelo porta i segni di questa pienezza della rivelazione e della verità.

Il problema delle fonti di Gv. è assai limitato dalla compattezza e originalità del libro e dall'inconfondibile stile, straordinariamente povero di vocaboli e semplice nella sintassi ma di una rara potenza.

Gli studiosi moderni hanno creduto di identificare dipendenze da sistemi filosofici e correnti religiose estranee al giudaismo e al cristianesimo, ma i documenti rinvenuti in Palestina, a Qumran, e relativi a una comunità religiosa ebraica di rigoroso ascetismo e d'ardente messianismo, hanno dimostrato le profonde radici giudaiche e palestinesi di Gv.

Recentemente ( 1935 e 1956 ) l'antichità di Gv., sulla quale tanto si era discusso in anni non troppo lontani, ha ricevuto clamorosa conferma dal rinvenimento di un frammento di papiro egiziano degli ultimi anni del sec. I o dei primi del II, che contiene un brano del c. 18, e di un codice di papiro, egualmente egiziano, con i primi 14 cc. del vangelo ( detto pap. Bodmer II ) che è di circa l'a. 200: oltre tutto, questi sono i più antichi manoscritti in senso assoluto del N. T.


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