Solitudine - Nell'esperienza degli Istituti Secolari

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La solitudine, le solitudini, l'isolamento

di Marisa Sfondrini

« Beata solitudo, sola beatitudo »: così dice un antico motto, per la verità piuttosto orgoglioso; è infatti il motto - non soltanto, ma principalmente - di chi sente di bastare a se stesso e che in se stesso esaurisce ogni desiderio di rapporto, non ritenendo gli altri alla propria ' altezza '.

Non è unicamente questo il significato.

La solitudine può essere una condizione beatificante, una situazione da ricercare.

A certe condizioni, però.

Condizioni che esaminiamo in altra parte di questo volume.

Ma quando la solitudine è subita, diventa un carcere, una fonte di disperazione, una sorta di imbuto nel quale è facile scivolare e difficilissimo ( quasi impossibile? ) risalire.

Questo in ogni situazione esistenziale, anche in quella del consacrato.

Sono purtroppo molte le cause che oggi conducono a questo stato di cose: interne ed esterne all'essere umano.

Genericamente, possiamo raggrupparle in due grandi filoni: paura, del soggetto e degli altri che lo circondano, incapacità patologica a mettersi in relazione.

Siamo circondati da esseri umani che sopravvivono isolati in un loro bozzolo, per rompere il quale basterebbe forse pochissimo, un gesto, una parola, un sorriso; asseragliati dentro una fortezza di diffidenza e di indifferenza, che può arrivare ad uccidere.

Chi è stato chiamato ad una vita di speciale consacrazione, come quella secolare, ha due approcci diversi alla solitudine che si ripiega in isolamento, in entrambi i casi per ' evangelizzare ' una realtà ' difettosa ': difendersi, con un opportuno discernimento, dalle possibilità di auto isolamento; aiutare i fratelli e le sorelle che scopre vittime di alcune situazioni, a non restarne schiacciati definitivamente, cercando con loro le vie d'uscita.

Un primo approccio - un approccio dovuto, se non si vuole essere tagliati fuori - è conoscere queste situazioni ' difettose ', anche se non riguardano direttamente la propria condizione di vita ( non dimenticando peraltro che nessuno può mai considerarsi garantito del tutto ).

Per descrivere queste situazioni umane più delle teorizzazioni sono efficaci le testimonianze.

Ne abbiamo raccolte un certo numero: nomi e circostanze che potrebbero far riconoscere i protagonisti, sono rigorosamente falsi.

Rigorosamente veri sono gli episodi e soprattutto l'atmosfera di isolamento, di abbandono, di disperazione.

Vedova e niente affatto allegra

Paola F. non ha ancora quarant'anni quando suo marito, un affermato professionista, all'improvviso muore.

È indiscutibilmente una bella donna, fine, intelligente: i tre figli e le cure della casa l'hanno tenuta lontana da un lavoro professionale.

Ma, a quel punto, se vuole mantenere sé e i figli, deve darsi da fare.

Rispolvera una laurea in economia e commercio messa nel cassetto « causa matrimonio », subito dopo averla conseguita, e cerca di prendere le redini dello studio professionale del marito.

Il dolore per il suo amore spezzato ( quanti invidiavano quella bella e giovane coppia, così affiatata! ) è messo da parte; non ha posto nella valanga di problemi che Paola si trova ad affrontare.

È una combattente, che però ha bisogno di costruirsi una professionalità.

Paola, ma gli amici suoi e di suo marito, non l'hanno aiutata?

« Soltanto all'inizio e nemmeno tutti.

Anzi, qualcuno ha tentato persino di approfittare della mia inesperienza.

Altri no, mi hanno fornito consigli preziosi, incoraggiamenti, mi hanno indicato porte da aprire, passi da compiere per aumentare la mia conoscenza della materia amministrativa.

Nei primi tempi, subito dopo la morte di mio marito, mi davano quasi fastidio le telefonate quotidiane, l'interessamento di amiche e amici che davvero sembravano volersi fare carico della ' povera vedova ' e dei suoi figli ( tutti giovanissimi, come si può bene immaginare ).

Poi piano piano, la metamorfosi.

Ad uno ad uno, gli amici si sono allontanati, come inghiottiti dal nulla ».

Per quali misteriose ragioni?

« È con molta amarezza che le ricordo, oggi, dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti, i figli sono diventati grandi e gli amici - altri - sono intorno a me.

Le antiche amicizie si sono diradate fino a scomparire per pochi motivi, non molto nobili.

Per gelosia, ad esempio: ero la donna sola, che nelle occasioni conviviali, non si sapeva a chi ' appioppare ' ( è il brutto verbo che ho sentito pronunciare, ovviamente non vista, da un'amica ).

Le mogli degli amici di mio marito, avevano paura che io fossi una rovina famiglie, che cercassi la compagnia dei loro mariti per inconfessabili motivi.

Devo ammettere, che in qualche caso avevano ragione di dubitare della fedeltà dei loro compagni.

Mai, però, conoscendomi anche superficialmente, avrebbero dovuto dubitare della mia onestà e rettitudine.

Per gli uomini, delusi, magari, nel non trovare in me la facile preda che avrebbero sperato, il timore che li allontanava era quello di poter essere bersaglio - da parte mia - di richieste di aiuto che li avrebbero tolti dal loro tran tran, che li avrebbero potuti caricare di sensi di colpa nel caso non avessero voluto esaudirle.

Non volevano essere impaniati anche dal desiderio di affetto e di ' figura paterna ' dei miei figli, tutti e tre maschi.

La sorte aveva voluto che fossi figlia unica, rimasta presto orfana; e che i parenti più prossimi di mio marito fossero tutti lontani.

Così, a poco a poco, mi trovai in una situazione di isolamento: nella quale restai per parecchi anni.

Soltanto il ricordo di mio marito, l'affetto gratificante dei figli, il lavoro che imparavo ogni giorno ad amare, soprattutto la fede in un Dio che sta dalla parte dello straniero, della vedova e dell'orfano, mi salvarono.

Non soltanto: il Signore, nella sua bontà, mi ha permesso di scorgere in me i germi di una nuova vocazione, che si innestava perfettamente - almeno così mi è subito sembrato - in quella al matrimonio in certo senso spezzata: la vocazione ad una consacrazione secolare proprio nel mio status di vedova ».

Non ha quindi mai sentito il desiderio di trovare un altro compagno?

« Sì; prima di accorgermi di quanto il Signore voleva da me, ho anche penato, non mi sono mancate nemmeno le opportunità.

Ma il mio matrimonio era ed è per sempre.

Nemmeno la morte è riuscita ad annullare un legame tanto profondo, straordinario.

Mio marito continua ad essere accanto a me, in me, misteriosamente presente.

Non sono una visionaria, mi considero una donna ' positiva ', con i piedi per terra.

Ma questa è per me una realtà ».

Paola F. era ancora giovane e carina, poteva essere percepita con una certa ragione come una minaccia per le altre coppie di amici.

C.G. è una signora ormai matura: ma dopo la morte del suo compagno, avvenuta di recente, si è trovata in condizioni di progressivo isolamento, simili a quelle di Paola.

Un amico di antichissima data, che lei considerava sufficientemente sperimentato, le ha detto: « Rassegnati, non hai più tuo marito che ti fa da ' spalla ' », facendole così capire che anche gli ottimi rapporti che da tanto tempo anche un ecclesiastico, il vescovo mons. G., aveva con la sua famiglia, andavano diradati ' opportunamente '.

Lo stesso fenomeno si verifica anche nel caso in cui un uomo perda la sua compagna?

Più difficilmente.

E, in genere, le cause di isolamento sono endogene: è l'uomo che si richiude in se stesso, si isola, si lascia andare e si abbrutisce.

Ma non subisce il sottile ostracismo sociale di cui invece sono vittime, ancora oggi, le donne.

Tossicodipendenza: causa ed effetto

La tossicodipendenza ( e ad essa possiamo assimilare anche la dipendenza da alcol ) è insieme effetto della solitudine e causa della medesima.

Spesso il giovanissimo diventa ' tossico ' per imitazione, per non essere espulso dal ' branco ', per sentirsi allora come gli altri.

La droga, però, divide, isola, ciascuno nella sua necessità di ' roba per farsi '.

Non esistono affetti, non esistono interessi che possano distogliere dalla distruttiva volontà di iniettarsi una dose, di sniffare la ' neve ' ( eufemismo per indicare la cocaina ).

È un fatto, però, che dietro molti giovani e giovanissimi tossicodipendenti, esistono famiglie dissestate, incapaci di essere solide radici per un virgulto che cresce.

Sono, infatti, condizioni di miseria affettiva, più che economica, le cause prossime della tossicodipendenza.

E nemmeno una successiva ' congiura di affetti ' riesce a modificare la situazione: soltanto uno sforzo di volontà, accompagnato, sostenuto, fatto crescere in strutture competenti ed opportunamente attrezzate, può conseguire l'obiettivo di rompere l'isolamento e di far abbandonare la perniciosa assuefazione.

Quello di Guido L. è un caso emblematico.

I suoi genitori, entrambi maturi d'età, ma forse non affettivamente, in ottime condizioni economiche, si separano - dichiarandosi guerra fino all'ultimo sangue - già qualche mese prima che Guido nasca.

La sua nascita sembra far cessare il fuoco per un momento: ma si tratta di una breve tregua, dopo di che il bimbo diviene arma di ricatti incrociati da parte degli infelici genitori.

Guido viene praticamente allevato dalla nonna materna ( papa e mamma sono troppo occupati dal lavoro professionale e dai litigi continui ), brava donna, ma debole, incapace di fornire una adeguata educazione.

Messo, a sedici anni, in un elegante collegio, è iniziato alla droga.

Per un po' Guido riesce a nascondere il bisogno di denaro per procurarsi le dosi: le mance di papa, soprattutto, sono ricche.

Poi non bastano più.

La mamma scopre ammanchi al portafoglio, facilmente immagina la causa, toglie il figlio dal collegio.

Lo affida alla guida di una famiglia amica, lontana dalla città.

Ma è già tardi, il veleno ha cominciato il suo effetto.

La sfortuna si accanisce contro Guido: prima muore il padre, in un incidente; poi la mamma, colpita da malattia.

Guido è solo: accanto a lui la nonna materna, sempre più schiacciata dal dolore per la morte dell'unica figlia e dagli anni.

Guido passa di degrado in degrado: a poco a poco consuma la pur ingente eredità, sulla quale si sono accaniti anche tanti avvoltoi travestiti da amici disinteressati.

La nonna cerca di opporsi, in qualche modo, ma le forze non le bastano.

Guido oggi non è che la pallida immagine del bel ragazzo, sempre un po' malinconico, che era un tempo.

Spettralmente magro, ha lasciato la sua giovane compagna, con la quale aveva tentato di ricostruire un minimo di focolare, è tornato a vivere con la nonna, perché è spesso malaticcio, incapace di bastare a se stesso.

Non ha trovato la forza di entrare in una comunità di recupero, forse non ce la farà mai.

Quelli che un tempo gli stavano intorno per carpirgli denaro, se ne sono andati.

La nonna, travolta dal dolore, è arrivata a dire: « Prego Dio che se lo prenda presto, che non lo faccia morire di AIDS, perché il suo tormento finisca.

E un minuto dopo, che faccia morire anche me ».

Il compito di un consacrato o di una consacrata secolare è abbastanza evidente: aiutare come possibile e se possibile queste creature ad emergere.

Ma è impossibile cadere in una scelta simile per il solo fatto di avere emesso voti?

Questi non sono uno scudo, anche il consacrato non deve mai abbassare la guardia, non fosse altro che per il suo stare nel mondo così com'è.

La peste del Duemila

Si conosceva da prima, ma soltanto nel 1985 siamo tutti stati messi di fronte alla ' nuova peste ', alla sieropositività che diviene AIDS ( sindrome da immunodeficienza acquisita ).

La malattia, per ora, non ha rimedi, anche il vaccino sembra lontano.

Unica difesa dal contagio ( che però, come sappiamo, è possibile soltanto in determinate condizioni ) è la prevenzione.

Il lato più drammatico di questa malattia è l'isolamento in cui cadono quelli che ne sono colpiti.

Malati senza speranza di guarigione, sono via via abbandonati - quando ne hanno - da amici e parenti.

Ma questa è condizione comune a quasi tutti i malati terminali.

Per i sieropositivi e per gli affetti da AIDS conclamato, c'è una difficoltà in più: la gravita e la contagiosità della malattia, rendono ' distanti ' tutti i rapporti.

Per non correre il rischio di essere contagiati ( sono il sangue ed i liquidi fisiologici i portatori del virus ) gli stessi operatori sanitari devono agire con guanti e mascherine; e non soltanto per proteggere se stessi, ma soprattutto per evitare al malato l'attacco da parte di microbi, batteri ed altri virus contro i quali non ha difese.

La solitudine, l'isolamento per i malati di AIDS sembra essere una condizione insuperabile, non soltanto per la paura.

Nel suo intervento ( dal titolo significativo « Vivere e morire di AIDS oggi » ) al Congresso internazionale organizzato a Milano dalla Fondazione AIDS-aiuto, AIDS-aid ( « AIDS e assistenza domiciliare. Le cure palliative » ), nel 1993, il card. Carlo M. Martini delinea chiaramente la situazione, a partire da una lettera pubblicata dal quotidiano La Stampa.

Afferma infatti l'arcivescovo di Milano, che « Anzitutto [ la lettera ] lascia trasparire in tutta la sua gravità la sindrome del malato di AIDS, non soltanto medica, ma pure sentimentale e spirituale.

A determinarne la sofferenza esistenziale concorrono molteplici fattori.

Certo la malattia assume nello stadio finale forme clinicamente devastanti e fisicamente assai dolorose; tuttavia anche chi è soltanto infetto dal virus o agli stadi iniziali della malattia, nello spettacolo in cui è diretto osservatore, già vive in anticipo il destino che inesorabilmente lo attende ».

E cita dalla lettera di un malato: « … lo scenario è da inferno dantesco, tanto nel day-hospital, quanto nei reparti di degenza.

Si vedono pazienti paralitici, orbi, claudicanti, dementi, s'intravedono malati ridotti a 40 kg di peso nascosti dietro le porte, talvolta sostenuti da infermieri o trasportati su sedia a rotelle nella toeletta …

Per ora io sono autosufficiente, ma vivo in uno stato di continua angoscia e paura ».

E, all'angoscia provocata da questa prospettiva, si accompagna l'umiliazione indotta dalla censura morale - più o meno esplicita - proveniente dall'ambiente sociale, che aggrava la sensazione di abbandono e solitudine: « Si aggiunga lo scandalo, la vergogna della malattia, nella propria famiglia, nel proprio ambito sociale o di lavoro.

Qualche volta i familiari dei pazienti sanno solo quando la malattia degenera ».

Infine, la sensazione di essere, nei confronti della società, solo un peso e un costo che assorbe inutilmente preziose risorse, non fa che esasperare il senso di prostrazione: « In tempi difficili per la nostra Sanità, un flacone di Azt [ il preparato che viene utilizzato - in attesa della medicina risolutiva - per attenuare e ritardare gli effetti devastanti della malattia ] costa L. 308.000.

Nel mio caso sono necessari due flaconi nel corso del mese, e alla terapia si aggiungerebbe poi il Dcd …

È denaro sottratto in parte ' alla fame nel mondo '; pensi con quale ulteriore complesso di colpa per chi osserva le foto dei bambini della Somalia e degli anziani senza casa della Bosnia-Erzegovina.

Oramai tutto ci angustia, tutto ci tortura.

Dio che pure pareva associare noi colpevoli alla sofferenza della sua Croce, a un tratto pare abbandonarci al nostro destino di disperati ».

Continua ancora il card. Martini: « Mosso da tali sentimenti, l'autore della lettera giunge a chiedersi - e chiede a tutti - se con l'AIDS non sia giunto anche il momento di ' cambiare non solo le leggi e il costume, ma la stessa morale nei confronti della morte '.

Una morale, cioè, che autorizzi, o almeno non condanni troppo severamente, il suicidio e l'eutanasia: ' Dio avrà pietà del suicida, una volta constatata l'impossibilità del paziente sconvolto a proseguire nella malattia?

Dio avrà pietà anche se l'atto è meditato a lungo? e se il suicidio fosse preceduto da un atto di eutanasia nei confronti di una persona troppo vicina e troppo amata, incolpevole, per ora all'oscuro di tutto, e che rischierebbe di restare non autosufficiente? ».

Interessante anche la risposta che il card. Martini offre alle serie ed inquietanti domande dell'autore della lettera.

Cambiare la morale, si chiede.

« La risposta può essere positiva - dice Martini - ma in un senso diametralmente opposto a quello suggerito da lui stesso e a cui oggi molti sembrano tentati di consentire.

L'autorizzazione morale del suicidio e dell'eutanasia sarebbe una resa disperata di fronte alla invadenza della disumanità.

Proprio perché è la solitudine la ragione profonda della sofferenza e dell'angoscia del morente, sarebbe assolutamente cinico rimediare a essa concedendo di anticiparne la morte con un gesto innegabilmente violento in quanto intende togliere di mezzo l'altro o se stesso.

Il rimedio alla solitudine può essere solo l'accoglienza, l'ospitalità, la compagnia, il gesto con cui non ci si allontana, ma ci si fa prossimi anche a chi non sembra avere proprio nulla da dare se non la sua presenza …

Del resto, lo stesso autore della lettera inviata a La Stampa, quando si sentì fatto segno di numerosi gesti di attenzione e di solidarietà, riscrisse di nuovo per spiegare che aveva finalmente scoperto una fraternità che gli dava la forza di vivere ».

Per tanti, ospiti a intermittenza delle corsie delle divisioni ospedaliere per malattie infettive, non vi sono gesti di fraternità: le famiglie, quando ci sono, spesso lasciano da parte, incapaci di affrontare positivamente la situazione.

I volontari sono pochi, anche perché i malati di AIDS sono ammalati ' difficili ': non ci si può impegnare a lungo in questo pur prezioso servizio ( mediamente un volontario può portare avanti la sua opera, continuativamente, per due anni e deve essere adeguatamente supportato; anche il corpo sanitario deve essere sostenuto da una grande determinazione e forza morale ).

Le strutture socio-sanitarie pubbliche sono ancora abbondantemente inadeguate: troppo, infatti, è affidato alla buona volontà del privato sociale.

In questi casi estremi come portare la « buona notizia »?

È evidente che l'essere disponibile come il buon Samaritano - se psicologicamente e emotivamente attrezzati in maniera adeguata - è per un consacrato quasi ovvio.

Ma anche chi non si sente di affrontare la vicinanza con questo tipo di malati, può certamente agire per lo meno su due fronti: il primo, aiutando il costume corrente ad evolversi nel senso dell'accoglienza da parte della società tutta ( e in essa, della comunità cristiana in particolare ) di questo tipo di malati, avendo attenzione alle loro esigenze, al loro diritto ad una qualità di vita degna di un essere umano; il secondo, facendo in modo che la morte rientri nelle prospettive della vita umana, dopo il lungo tempo in cui essa è stata malamente esorcizzata con il tentativo di nasconderla, di relegarla nelle sole strutture sanitarie.

Carcere per il corpo e l'anima

Il carcere è, fra le pubbliche strutture, quella che più di altre mette in contatto con il paradosso della solitudine più terribile in una situazione di sovraffollamento.

Gli istituti di pena italiani sono spesso autentiche anticamere dell'inferno.

Nello spazio previsto per un detenuto, facilmente ne sono ammassati tre o quattro.

Non esiste la possibilità di un minimo di privacy: e l'essere costretti a stare, inattivi, per lunghissime ore gomito a gomito tossicodipendenti, sieropositivi, omosessuali, colpevoli e probabilmente innocenti ( nel caso della carcerazione preventiva ), fa perdere il senso della propria dignità umana.

Oggi, delle nostre carceri, sono spesso ' ospiti ' extra comunitari, che aggiungono - alle altre cause di isolamento - anche il non saper parlare la nostra lingua, l'avere abitudini diverse, l'appartenere ad una diversa religione.

Sono ormai in molti a chiedersi se il carcere - così come oggi strutturato - sia davvero utile, non soltanto come strumento di repressione, di giusta separazione dei criminali dal resto della società, ma soprattutto come strumento di redenzione, perché chi ha compiuto un delitto possa ritrovare se stesso, e rientrare - scontata la pena - nella società essendo uomo o donna ' diversi ', nel pieno possesso della propria dignità e responsabilità di cittadino.

Il carcere separa dalla società, ma anche dalla vita affettiva ( quindi spesso diventa luogo di aberrazione ), dalla vita familiare.

Le relazioni con i propri cari avvengono in un ambito che dissuade da ogni normale manifestazione d'affetto, oppure ne esaspera il desiderio.

Le donne - per fortuna poche, se rapportate al numero degli uomini associati alle patrie galere - se hanno figli in età inferiore ai tre anni, possono portare in carcere anche i loro bimbi, costretti però a condividere il regime di restrizione della libertà; ma una volta che questi hanno compiuto il terzo anno, devono separarsene.

L'isolamento che la carcerazione provoca, è stato in parte rotto da alcune misure come la semilibertà, la ' licenza ' periodica; così come dalla costituzione di cooperative miste formate cioè da carcerati e persone libere, per organizzare possibilità di lavoro in carcere, ma da ' esportare ' dal carcere, realizzando così un ponte tra la società ' ristretta ' e il mondo libero.

Uno dei più preziosi esempi è fornito da « Lombardia informatica », una vera e propria azienda che opera nel settore informatico, appunto, fornendo la sua opera a privati ed enti pubblici.

Questi istituti, però, sono ancora troppo rari: una delle più grandi difficoltà del carcere, oltre ovviamente la perdita della libertà, la promiscuità e la perdita della privacy, è l'impossibilità di impiegare utilmente, in un lavoro anche retribuito, il proprio tempo.

Il lavoro professionale, insieme alla possibilità di continuare e magari completare gli itinerari scolastici, sarebbe, per i detenuti, una grande medicina.

Insieme con la possibilità di instaurare un dialogo con cappellani, religiosi e religiose, volontari e volontarie che - prima ancora di togliere i corpi da dietro le sbarre - cercano di togliere gli animi.

La prigionia più aberrante e devastante, infatti, è quella dello spirito, che si annichilisce.

Nel caso del carcere, sia pure escludendo il fatto di provarlo anche ingiustamente, il compito di chi vive una consacrazione secolare è su un triplice fronte.

Quello, ovvio, dell'esercitare l'opera di misericordia ' visitare i carcerati '.

Ma anche quello di operare perché la giustizia umana non sia mera applicazione di regole, ma metta al centro l'essere umano anche colpevole di reato, come portatore del diritto alla dignità.

E quello di attivare tutte le strutture di prevenzione che possano evitare - specialmente ai più giovani - di cadere nella maglie della malavita.

Quei mali che ' separano '

Un noto psichiatra diceva una volta: « Noi tutti siamo spaventati dalle malattie organiche, dal cancro, dall'infarto.

Non pensiamo che le malattie della mente sono ben più devastanti e agghiaccianti ».

Forse quel professionista parlava in tempi lontani, prima che la malattia mentale cessasse - nella maggior parte dei casi - di essere considerata malattia, permettendo così di togliere dall'isolamento tanti uomini e tante donne costretti prima a sopravvivere, in condizioni bestiali, dentro strutture eufemisticamente definite ' sanitarie '.

Oggi conosciamo la depressione.

Da sempre questa malattia affligge l'umanità: si dice che Alessandro il grande e Dante Alighieri ne fossero affetti.

Ma fino ai nostri giorni, non si osava parlarne a chiare lettere; anche i malati non erano ritenuti tali.

Si diceva loro, spesso con irritante paternalismo, sia pure adottato in buona fede e ' per il loro bene ', che dovevano ritrovare in loro stessi la forza per uscire dalla loro malinconia.

Li si prendeva in giro o sottogamba.

Attualmente sappiamo che la depressione è una vera e propria malattia, che ha sue terapie collaudate, di tipo psicologico e di tipo farmaceutico.

Il depresso non si vergogna più di esserlo, e ha imparato a chiedere aiuto.

Ma in presenza della malattia, di un ' attacco ' di depressione ( ogni depresso sa che non si guarisce definitivamente, ma che vi sono forme recidive, che periodicamente ricorrono ) si piomba immediatamente nell'isolamento: la parte difficile del male è l'avvitamento su se stesso cui il malato è indotto.

È difficile entrare nel mondo di un depresso, anche se gli si vuole bene.

È lui, il malato, a costruire, mattone su mattone, una sorta di muro che lo separa da noi.

Un depresso va aiutato innanzitutto dal terapeuta.

Ma l'azione di chi gli sta accanto, parente, amico, amante, è comunque preziosa, per l' ' energia positiva ' che il rapporto affettivo sprigiona e che serve a demolire il muro dell'isolamento.

Un'altra malattia che isola in una impenetrabile solitudine è l'autismo, che colpisce soprattutto i giovani.

Ricordiamo forse tutti « Rainman », il film americano interpretato da un sorprendente Dustin Hoffmann.

E forse tutti ricordiamo quell'omino spaventato e insicuro, capace però di elaborare complicate sequenze di operazioni matematiche con velocità degna di un computer, che soltanto l'affetto di un fratello fortunosamente ritrovato e di una strana ragazza, riescono per un momento a mettere in contatto con la realtà esterna al suo mondo chiuso di rituali ripetitivi.

L'isolamento dovuto alla diversità, che fa paura, che respinge i così detti normali, colpisce anche i clochard, i barboni, quel piccolo esercito di persone che hanno deciso, a loro modo, di ' scendere ' dal mondo perché forse incapaci di sopportarne i ritmi.

È una umanità composita quella che ritroviamo negli scali ferroviari, sotto i cavalcavia e i ponti.

Uomini e donne la cui compagnia preferita è spesso la bottiglia, chiusi ai rapporti interpersonali dalla malattia, o dall'etilismo, o dalla inadattabilità a una vita che va facendosi sempre più disumana.

Nella gran parte non chiedono né vogliono niente da questa società che hanno rigettato.

Così non sono nati, ma hanno voluto diventare, a volte per libera scelta, altre volte per sfortuna, per il progressivo degradarsi della loro condizione.

La decisione di vivere così come vivono, o l'impossibilità di uscire dal loro stato, è una forma forte di protesta, che la società ' per bene ' non sa cogliere.

Anch'essi, però, sono affamati, come tutti, d'amore; anche se rifiutano le relazioni umane, senza di esse a poco a poco muoiono.

E lo sanno.

Dice M.T. - una consacrata da anni responsabile di una mensa e di un centro di rifugio diurno per quelli che, dolcemente, chiama i ' carissimi ' - che gli uomini e le donne, centinaia ogni giorno, che gravitano su quel centro, sono i suoi maestri nella fede, nella speranza, oltre che nella carità. « I ' carissimi ' - dice - apprezzano la minestra calda, il bicchiere di vino, ma soprattutto la tovaglia bianca che ogni giorno trovano sopra il tavolo.

Perché li fa sentire uomini.

Ci sono storie bellissime: come quella di Antonio, uno fra i più scontrosi e musoni, uno che non parlava con nessuno, che un giorno all'improvviso mi chiede: ' Ma dov'è Giovanni, che non lo vedo da un pezzo '.

Giovanni era un altro ' carissimo ', col quale mai aveva scambiato una parola, in quel momento ricoverato in ospedale.

' Giovanni è in ospedale ', gli rispondo.

' Allora dammi una camicia pulita e un soprabito in ordine, che vado a trovarlo ', mi apostrofa, ' non voglio che Giovanni non abbia nessuno che lo va a trovare, deve essere come gli altri '.

Per andare a visitare il compagno, Antonio voleva essere in ordine, a posto, per non fare sfigurare l'amico.

Così continuò ad andare avanti e indietro dall'ospedale, fino a che Giovanni non morì.

Dopo di che, Antonio mi disse: ' L'ultima camicia pulita che mi hai dato non te la restituisco.

Mi serve per andare a trovare Giovanni al cimitero '.

Chi di noi sarebbe capace di un gesto altrettanto delicato? ».

Anche nel caso di questi disagi di fronte alla vita, la testimonianza di chi si è sentito afferrato completamente da Cristo può consistere non soltanto nella ovvia dichiarazione « Se siamo tutti figli di Dio, siamo tutti fratelli con uguali diritti e doveri, con uguale amore dal Padre », ma anche nella meno ovvia - forse - azione per fare sì che possano essere apprezzati i gesti anche minimi di delicatezza, di attenzione che proprio le persone più disagiate sono capaci di mettere in atto.

Quando un altro ti cingerà la veste …

« In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi » ( Gv 2,18 ).

A parlare in questo modo è Gesù, il Risorto, che si rivolge a Simon Pietro, l'apostolo cui ha appena ordinato « Pasci le mie pecorelle » ( Gv 21,17 ).

È, questo, del Salvatore un discorso duro e realistico, al di là di ogni possibile valutazione esegetica.

La condizione anziana è certamente causa di solitudine, di isolamento, di abbandono.

Ogni anno, agli inizi dell'estate, insieme alle indicazioni di nuove e sempre più ' intelligenti ' mete per le vacanze, su quotidiani e periodici compaiono le raccomandazioni: non abbandonate i cani in autostrada e i vecchietti di casa nelle corsie di un ospedale.

È così frequente, infatti, l'avvenimento che persone anziane siano fatte ricoverare per permettere ai congiunti di godersi vacanze più ' libere ', che la raccomandazione affinché ciò non avvenga non ci fa più quasi effetto.

È un dato di fatto che non fa quasi più notizia: proprio - e lo diciamo con estrema amarezza - come quella dell'abbandono di un cucciolo in autostrada.

E diventa difficile affrontare questo argomento senza cadere negli opposti estremismi della retorica più bieca o di un cinismo altrettanto bieco.

La promessa di vita si è allungata ( più di 80 anni per le donne e più di 75 per gli uomini ) e si è allungata anche la vita umana in assoluto.

Ormai arzilli centenari sono spesso ospiti dei più accreditati talk show televisivi, agli spettatori dei quali appaiono generalmente circondati da affettuosi nipoti e pronipoti.

Sono persone fortunate, dal cervello ancora ben sveglio, che fanno un po' di fatica a muoversi, ma che - complessivamente - godono di una buona qualità di vita.

I novantenni pimpanti o gli ultra centenari arzilli sono, però, una rarità anche oggi: è vero, come si diceva, che la promessa di vita e la vita si sono allungate, ma le condizioni in cui si vivono questi anni in più, sono spesso disastrose, scoraggianti.

E ciò nonostante ogni giorno, o quasi, la medicina faccia passi in avanti - grazie anche alla bioingegneria - nella scoperta di rimedi alle malattie invalidanti.

Non basta sapere che la chirurgia ortopedica può rifarti a nuovo un'anca sconquassata dalla osteoporosi, o che una medicina può toglierti o per lo meno attenuare sensibilmente il tremolio del morbo di Parkinson o un trapianto di cellule rimediare al morbo di Alzheimer; della età avanzata il ' mostro ' che fa più paura è la solitudine e la conseguente necessità di affidarsi ad altri, a mani prezzolate: « Un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi ».

Anche la solitudine dell'età avanzata non è sempre e soltanto frutto di casi della vita sfortunati.

Sì, molto spesso, anche nelle residenze per anziani più lussuose, si trovano poveri vecchini e povere vecchine che non vedono da anni un congiunto: eppure hanno messo al mondo figli che hanno generato, a loro volta, nipoti.

È però soltanto sciocca retorica attribuire la causa dell'abbandono unicamente alla cattiveria e all'egoismo dei parenti.

Se indaghiamo soltanto un po', ci accorgiamo che il tenero vecchino o la indifesa vecchina in realtà hanno a volte scavato con le loro stesse mani l'abisso che li ha separati dai loro cari.

Ed anche ora, che pure vivono una stessa condizione, non riescono ad allacciare rapporti decenti nemmeno con i vicini di stanza.

Vecchiaia non è sinonimo di saggezza e di bontà: può anche fare rima con egoismo, con grettezza, con musoneria, con invidia per un mondo che non ci appartiene più perché così deve essere: non possiamo fermare i ritmi biologici, anche se ogni tanto qualcuno vorrebbe farci credere di avere inventato la pillola dell'eterna giovinezza.

In ogni caso, però, la solitudine dell'anziano è desolante.

Ma è ineludibile? Di certo, possiamo affermare che il problema di un numero alto di anziani è tipico di questa nostra società; ed è aumentato negli ultimi decenni.

Fino agli inizi del nostro secolo, la presenza di un ultra ottuagenario era rara e circondata dal rispetto che si deve perlomeno alle rarità.

I progressi della medicina e della chirurgia ci hanno dato anni in più da vivere: ma la società ( almeno quella occidentale ) non ha ancora saputo adeguarsi.

Non è preparata ad accogliere un alto numero di anziani, spesso ancora vivaci e vogliosi di vivere.

Per ora, la nostra comunità civile non ha trovato altro rimedio che quei piccoli ( e per ora provvidenziali, beninteso ) ghetti che sono le case di riposo o le residenze per anziani.

Qualche volta, specialmente nei piccoli centri, offre abitazioni protette, in cui gli anziani possono vivere anche da soli, visitati periodicamente da assistenti sociali che provvedono alle varie necessità, così che l'anziano possa sentirsi inserito in un contesto sociale naturale, non un poco artificiale come quello dei luoghi a lui solo riservati.

Ma questi ultimi sono centri rari.

Ancora troppo costosi per una società che valuta i cittadini in base a ciò che rendono, in termini di capacità di reddito, e non per ciò che sono, uomini e donne sempre, anche se i capelli sono bianchi e le forze vengono meno.

Specialmente se vista dal lontano posto d'osservazione degli anni maturi, ma non ancora da terza o quarta età, la situazione può apparire disperante: e spesso lo è davvero, nei casi più allarmanti, nei quali alla vecchiaia si assommano la malattia e la scarsità dei mezzi economici.

Vista da vicino, forse lo è un po' di meno: ci sono tante piccole gioie cui aggrapparsi.

A volte basta un ritratto portato da casa, una piccola suppellettile a ridarci un po' dell'intimità perduta.

I ricordi, poi, possono essere compagni molesti, ma nella più parte dei casi sono conforto e sostegno.

Un altro motivo di speranza è dato dal rapido evolversi della sensibilità sociale.

Fino a pochi anni fa, prendendo per osservatorio l'Italia, non esistevano che pochi esempi di università della terza età: oggi i corsi di alto livello culturale, riservati agli anziani si sono moltiplicati, con grande successo, a dismisura.

Le iniziative per fare incontrare nonni e nipoti, anziani fra di loro ( magari intorno ad una orchestrina che suona il ' liscio ' ) si moltiplicano nelle grandi città come nei piccoli centri.

Gruppi e movimenti d'aiuto degli anziani fra di loro cominciano a diventare una realtà un po' dovunque, promossi spesso dalle parrocchie.

Aumentano i presidi sanitari che rendono più confortevole la vita: dalle sedie che aiutano a spostarsi senza fatica da un piano all'altro, ai famigerati ' pannoloni '.

Perfino la moda si adegua alle nuove esigenze e lancia ' linee ' e modelli per signora d'antan ben lontani dai fagottoni grigiastri di un tempo: buon taglio sartoriale e colori sobri ma vivaci.

Manca ancora, invece, l'educazione all'invecchiamento: la nostra società, infatti, esalta la gioventù, fa di tutto per farci rimandare il passaggio dall'età adulta all'età avanzata, la presa di coscienza che ogni stagione della vita ha i suoi pregi accanto alle difficoltà.

Una buona educazione all'invecchiamento, ci eviterebbe casi tristi come quello di Carlotta.

Figlia di una grande e facoltosissima famiglia, rimasta nubile, padrona di ingenti patrimoni cui guardano con malcelata avidità lontani nipoti, ha creduto di potersi difendere dalla solitudine ' comprando ' - letteralmente - cordialità e compagnia un po' dovunque.

Non l'ha mai sfiorata il sospetto che la vera amicizia, la vera cordialità sono doni gratuiti che però si devono dare, oltreché ricevere.

Teniamo conto che proprio perché viviamo in una società che premia il giovane, il sano, il forte, il bello, l'efficiente ( mentre il vecchio non è forte, spesso non è nemmeno bello, certamente è inefficiente e spesso dipendente ), la testimonianza dell'accettazione della vecchiaia come un tempo che ha valore, può essere un piccolo tesoro assai apprezzabile.

Tante malattie, una sola medicina

Se non stiamo attenti e lasciamo che le nuove tecnologie ci prendano la mano, corriamo il serio rischio di diventare tutti un po' ' autistici '.

Fantascienza? Non proprio.

Pensiamo al mondo informatico e telematico, pensiamo alla ' realtà virtuale ', cioè a quella simulazione delle realtà ottenuta attraverso sofisticatissime apparecchiature.

Con esse potremmo credere di stare conversando con Leonardo o con Goethe, di accarezzare un levriero o di essere accarezzati da Marilyn Monroe, solo che il software adatto sia in nostro possesso; potremmo illuderci di essere in mezzo ad una folla, pur essendo assolutamente soli, chiusi nella nostra stanza.

Le simulazioni della realtà sono una formidabile opportunità che le nuove tecnologie mettono a nostra disposizione; opportunamente utilizzate, possono permetterci, senza muoverci da casa, di visitare un concentrato dei più grandi musei, analizzando alla lente d'ingrandimento le più notevoli opere dell'ingegno umano; possono permettere al chirurgo di provare e riprovare i gesti di un intervento delicato, senza far correre rischi a nessun paziente; possono permettere al pilota di simulare le condizioni di volo più pericolose, senza mettere a repentaglio la propria vita o quella dei passeggeri.

Infinite sono le possibilità positive delle nuove tecniche.

Ma, come sopra accennato, molti sono anche i rischi ai quali possiamo essere esposti: possiamo credere di bastare a noi stessi, possiamo illuderci di avere la compagnia soltanto di chi ci piace, di chi potrebbe, con la sua sola presenza, lusingare il nostro amor proprio; possiamo credere di poter chiudere l'universo fuori dalla porta della nostra stanza …

Un delirio di onnipotenza potrebbe impadronirsi di noi.

Intorno alle forme di solitudine nelle quali potremmo anche noi inciampare ( nessuno è totalmente garantito! ) è facile la retorica.

È facile polemizzare su una società crudele; è facile ironizzare sulla debolezza di molti che, incapaci di resistere, si lasciano andare.

È facile pensare di essere garantiti, perché « ho sempre lavorato, e sicuramente dopo i sessanta avrò la pensione ».

Molte sono le ' malattie sociali ' che ci possono colpire a tradimento.

Esiste una terapia?

Può sembrare banale, ma l'unica e la più efficace, sia come terapia sia come prevenzione, è comunque l'amore.

Un amore universale, che si appoggia unicamente alla gratuità della Trinità, incapace di possesso, e che quindi non può che donarsi totalmente e continuamente.

Non c'è proprio un'altra ricetta.

I laici consacrati, però, non sono i medici, bensì gli infermieri.

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