Qoelet

Gianfranco Nolli

Al nome greco Ecclesiaste corrisponde in ebraico Kohelet, di origine incerta ma che sembra indicare una specie di maestro o direttore di discussione, in un cerchio di sapienti.

Il Kohelet ha uno scopo eminentemente pratico e si domanda che cosa ricavi l'uomo dal suo travaglio sulla terra: si può raggiungere una felicità e quale?

Procedendo per gradi, egli mostra come in questa vita non sia possibile avere una felicità piena e perfetta, perché i beni che si acquistano costano grandi sacrifici; inoltre ci sono moltissimi mali.

L'uomo non è affatto in grado di evitarli, perché indipendenti dalla sua volontà; egli deve quindi cercare di affrontarli con rassegnazione.

Lontano sia da un crudo pessimismo sia da un eccessivo ottimismo, il Kohelet afferma che Dio stesso, per un fine recondito, impartisce all'uomo dolori e gioie: al mortale perciò non resta che accettare in pace la prospera e l'avversa fortuna.

Questi insegnamenti non derivano da principi filosofici astratti, ma da un esame minuzioso delle vicende della vita; ne sono presentati con un ragionamento coordinato, secondo le leggi della nostra logica.

La tecnica del Kohelet consiste nell'allineare, fianco a fianco, vari episodi, a volte di opposto significato, a volte simili, da ognuno dei quali si può trarre una conclusione.

Dapprima sembra perciò che il pensiero sia a volta a volta epicureo, scettico, religioso, ateo: ma queste sono conclusioni parziali del grande ragionamento globale, che prende corpo lentamente, per gradi.

Evidentemente, quindi, non ci si deve fermare a una espressione isolata, ma tener presente che essa acquista il significato voluto dall'A. solo mettendola in contrasto con quella che segue o che precede: modo di argomentare molto sottile, quindi, complesso e pieno di sfumature, trascurando le quali si rischierebbe di far dell'A. un miscredente o un rinnegatore delle tradizioni patrie.

La condizione dell'uomo è esaminata in se stessa, nell'attività terrena e in rapporto all'al di là.

La concezione dell'oltretomba non resta isolata, ma si riflette sulla vita presente e aiuta l'A. a trovare un modo di vivere sopportabile: nell'altra vita l'uomo, secondo la concezione ebraica, sarà inerte.

Se il Kohelet afferma che l'uomo aspira a una felicità illimitata, soggiunge anche che egli è incapace di raggiungerla, non solo, ma che quel poco che ottiene su questa terra gli viene elargito direttamente da Dio.

Il pensiero fondamentale dell'opera quindi è che l'uomo si deve accontentare di ciò che Dio gli ha messo a disposizione, perché ne usi con sapienza: chiedere di più dalla vita è stoltezza.

Non dobbiamo cercare nel libro un ordine logico, ma non ci troviamo neppure davanti a un centone.

Si potrebbe parlare con ragione di un ordine psicologico; l'A., cioè, esamina il problema sotto l'impulso di una viva partecipazione all'argomento e perciò raggruppa fatti e idee a motivo più della loro somiglianza affettiva che logica.

Pur non essendo possibile dare una divisione rigorosa, tuttavia possiamo per comodità considerare tre parti:

1) Dopo alcune considerazioni di carattere generale il Kohelet afferma l'incapacità dell'uomo a conoscere le leggi della natura e a modificarle, sia con il lavoro che con la sapienza; ne ricchezze ne saggezza riescono però a far felice l'uomo, che potrà trovare la vera gioia solo nell'uso moderato di tutto ciò che Dio gli ha elargito.

2) Dimostrazione che nemmeno la sapienza serve a rendere felice l'uomo e a dargli il dominio delle cose; l'A. adduce esempi tratti dalla vita pratica, religiosa, sociale e privata ( 4,1-7,29 ).

3) Vista l'inutilità della sapienza nel campo speculativo, in quanto non serve a risolvere gli enigmi della vita, passa a considerare il suo valore nel campo pratico: ne precisa i vantaggi e il contributo a risolvere il problema della sanzione e retribuzione, della morte e vita futura.

Conclude nuovamente con il suo principio di usare moderatamente dei beni elargiti da Dio.

In fine, una serie di consigli per casi pratici della vita fa da conclusione: una specie di epilogo da notizie sull'A. e sul libro, facendo un sommario della dottrina in esso contenuta.

Fondamentale per comprendere gli insegnamenti del Kohelet è la nozione di vanità.

Non si intende con questa parola indicare la stupidità delle cose, ma la loro incostanza e soprattutto la loro incapacità a rivelare all'uomo i reconditi disegni di Dio.

La successione delle cose manifesta all'uomo l'esistenza di leggi immutabili e inviolabili: ma quale scopo ottenga Dio con tali leggi e perché abbia in tal modo ordinato l'universo, questo sfugge completamente all'uomo.

Da ciò la domanda fondamentale che si pone il Kohelet: qual è il senso e la ragione della nostra vita?

Egli tenta un'indagine che ha come impulso primo il desiderio universale di felicità e cerca di arrivare a una soluzione; la conclusione, però, è negativa.

L'uomo non riuscirà mai a sapere per quale ragione sia stato messo da Dio sulla terra a tribolare e soffrire.

Conclusione pessimistica, dunque? No, perché il Kohelet va più avanti e dice che l'uomo può raggiungere una sua felicità, a patto che sappia godere moderatamente dei beni e delle ricchezze.

Dio, nel creare il mondo, non ha precluso completamente all'uomo la possibilità di essere felice, ma gliela fa trovare in un continuo camminare alla sua presenza : quando l'uomo dimentica i comandamenti divini e agisce come se non dovesse mai morire, allora commette la più grande stoltezza.

Tutto nell'uomo è limitato: l'intelligenza, la volontà, la capacità di far bene e di far male; soltanto il desiderio di felicità pare non abbia confini, ma la sua realizzazione è da mettere completamente nelle mani di Dio, il quale però non si presenta ancora come il Padre nostro.

Per questa ragione il Kohelet fu uno dei libri che maggiormente fecero sentire il bisogno di una rivelazione più chiara circa lo scopo della vita umana e che più potentemente contribuì a ispirare un completo disprezzo per i beni della terra, specie agli asceti cristiani.

Le obiezioni riguardanti il preteso epicureismo, scetticismo e fatalismo del Kohelet si risolvono tenendo presente che l'A., come già si è detto, nel modo di ragionare segue un metodo analitico e distintivo: considera cioè la stessa cosa sotto punti di vista successivamente diversi, tanto che sembra approvare ciò che poco più oltre biasima.

Da ciò segue che non si deve essere frettolosi nel giudicare come appartenenti a diversi autori quei brani che sembrano in apparente contraddizione tra di loro.

Ma chi è l'A.? Il titolo del libro ( forse posteriore ) nomina Salomone: è molto probabile però che si tratti di una finzione letteraria, notissima in Egitto, e largamente usata in seguito, anche presso gli Ebrei, secondo la quale le trattazioni di carattere sapienziale venivano attribuite a qualche celebre sapiente, quasi come se il suo nome fosse una raccomandazione per l'opera nuova.

Comunemente oggi si ritiene che il libretto sia opera di un maestro vissuto fra il III e il II sec. a. C.

La lingua originale è l'ebraico, non più classico e non ancora volgare sebbene non manchi chi veda nell'attuale testo ebraico una traduzione dall'aramaico o chi scorga influssi cananeo-fenici.

La più antica traduzione è quella greca, pedante e priva di ogni eleganza ellenica.

La traduzione contenuta nella Volgata è quella che Girolamo fece in meno di un giorno : risente quindi della fretta e non sempre rende il senso letteralmente, sebbene in generale sia molto buona.


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