Orientale Lumen

Appello all'unità con le Chiese orientali nel centenario della "Orientalium dignitas" di papa Leone XIII

2 maggio 1995

Introduzione

Venerati Fratelli, Carissimi Figli e Figlie della Chiesa

1 La luce dell'Oriente ha illuminato la Chiesa universale, sin da quando è apparso su di noi "un sole che sorge" ( Lc 1,78 ), Gesù Cristo, nostro Signore, che tutti i cristiani invocano quale Redentore dell'uomo e speranza del mondo.

Quella luce ispirava al mio Predecessore papa Leone XIII la Lettera Apostolica Orientalium dignitas con la quale egli volle difendere il significato delle tradizioni orientali per tutta la Chiesa.1

Ricorrendo il centenario di quell'avvenimento e delle iniziative contemporanee con le quali questo Pontefice intendeva favorire la ricomposizione dell'unità con tutti i cristiani d'Oriente, ho voluto che un appello simile, arricchito dalle tante esperienze di conoscenza e d'incontro realizzatesi in quest'ultimo secolo, fosse rivolto alla Chiesa cattolica.

Poiché infatti crediamo che la venerabile e antica tradizione delle Chiese orientali sia parte integrante del patrimonio della Chiesa di Cristo, la prima necessità per i cattolici è di conoscerla per potersene nutrire e favorire, nel modo possibile a ciascuno, il processo dell'unità.

I nostri fratelli orientali cattolici sono ben coscienti di essere i portatori viventi, insieme con i fratelli ortodossi, di questa tradizione.

È necessario che anche i figli della Chiesa cattolica di tradizione latina possano conoscere in pienezza questo tesoro e sentire così, insieme con il Papa, la passione perché sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità della Chiesa, espressa non da una sola tradizione, né tanto meno da una comunità contro l'altra; e perché anche a noi tutti sia concesso di gustare in pieno quel patrimonio divinamente rivelato e indiviso della Chiesa universale2 che si conserva e cresce nella vita delle Chiese d'Oriente come in quelle d'Occidente.

2 Il mio sguardo si rivolge all'orientale lumen che risplende da Gerusalemme ( Is 60,1; Ap 21,10 ), la città nella quale il Verbo di Dio, fatto uomo per la nostra salvezza, ebreo "nato dalla stirpe di Davide" ( Rm 1,3; 2 Tm 2,8 ), morì e fu risuscitato.

In quella città santa, mentre si compiva il giorno di Pentecoste e "si trovavano tutti insieme nello stesso luogo" ( At 2,1 ), lo Spirito Paraclito fu inviato su Maria e i discepoli.

Di lì il Buon Annuncio si irradiò nel mondo perché, ripieni dello Spirito Santo, "annunziavano la Parola di Dio con franchezza" ( At 4,31 ).

Di lì, dalla madre di tutte le Chiese,3 il Vangelo fu predicato a tutte le nazioni, molte delle quali si gloriano di aver avuto in uno degli apostoli il primo testimone del Signore.4

In quella città le culture e le tradizioni più varie ebbero ospitalità nel nome dell'unico Dio ( At 2,9-11 ).

Nel volgerci ad essa con nostalgia e gratitudine ritroviamo la forza e l'entusiasmo per intensificare la ricerca dell'armonia in quell'autenticità e pluriformità che rimane l'ideale della Chiesa.5

3 Un Papa, figlio di un popolo slavo, sente particolarmente nel cuore il richiamo di quei popoli verso i quali si volsero i due santi fratelli Cirillo e Metodio, esempio glorioso di apostoli dell'unità che seppero annunziare Cristo nella ricerca della comunione tra Oriente ed Occidente, pur tra le difficoltà che già talvolta contrapponevano i due mondi.

Più volte mi sono soffermato sull'esempio del loro operato,6 anche rivolgendomi a quanti ne sono i figli nella fede e nella cultura.

Queste considerazioni vogliono ora allargarsi per abbracciare tutte le Chiese orientali, nella varietà delle loro diverse tradizioni.

Ai fratelli delle Chiese d'Oriente va il mio pensiero, nel desiderio di ricercare insieme la forza di una risposta agli interrogativi che l'uomo oggi si pone, ad ogni latitudine del mondo.

Al loro patrimonio di fede e di vita intendo rivolgermi, nella coscienza che il cammino dell'unità non può conoscere ripensamenti ma è irreversibile come l'appello del Signore all'unità.

"Carissimi, abbiamo questo compito comune, dobbiamo dire insieme fra Oriente e Occidente: Ne evacuetur Crux! ( 1 Cor 1,17 ).

Non sia svuotata la Croce di Cristo, perché se si svuota la Croce di Cristo, l'uomo non ha più radici, non ha più prospettive: è distrutto!

Questo è il grido alla fine del secolo ventesimo.

È il grido di Roma, il grido di Costantinopoli, il grido di Mosca.

È il grido di tutta la cristianità: delle Americhe, dell'Africa, dell'Asia, di tutti.

È il grido della nuova evangelizzazione".7

Alle Chiese d'Oriente si dirige il mio pensiero, come numerosi altri Papi fecero nel passato, sentendo rivolto anzitutto a sé il mandato di mantenere l'unità della Chiesa e di cercare instancabilmente l'unione dei cristiani dove fosse stata lacerata.

Un legame particolarmente stretto già ci unisce.

Abbiamo in comune quasi tutto;8 e abbiamo in comune soprattutto l'anelito sincero all'unità.

4 Giunge a tutte le Chiese, d'Oriente e d'Occidente, il grido degli uomini d'oggi che chiedono un senso per la loro vita.

Noi vi percepiamo l'invocazione di chi cerca il Padre dimenticato e perduto ( Lc 15,18-20; Gv 14,8 ).

Le donne e gli uomini di oggi ci chiedono di indicare loro Cristo, che conosce il Padre e ce lo ha rivelato ( Gv 8,55; Gv 14,8-11 ).

Lasciandoci interpellare dalle domande del mondo, ascoltandole con umiltà e tenerezza, in piena solidarietà con chi le esprime, noi siamo chiamati a mostrare con parole e gesti di oggi le immense ricchezze che le nostre Chiese conservano nei forzieri delle loro tradizioni.

Impariamo dal Signore stesso che lungo il cammino si fermava tra la gente, l'ascoltava, si commuoveva quando li vedeva "come pecore senza pastore" ( Mt 9,36; Mc 6,34 ).

Da lui dobbiamo apprendere quello sguardo d'amore con il quale riconciliava gli uomini con il Padre e con se stessi, comunicando loro quella forza che sola è in grado di sanare tutto l'uomo.

Di fronte a questo appello le Chiese d'Oriente e di Occidente sono chiamate a concentrarsi sull'essenziale: "Non possiamo presentarci davanti a Cristo, Signore della storia, così divisi come ci siamo purtroppo ritrovati nel corso del secondo millennio.

Queste divisioni devono cedere il passo al riavvicinamento e alla concordia; debbono essere rimarginate le ferite sul cammino dell'unità dei cristiani".9

Al di là delle nostre fragilità dobbiamo volgerci a Lui, unico Maestro, partecipando alla sua morte, in modo da purificarci da quel geloso attaccamento ai sentimenti e alle memorie non delle grandi cose che Dio ha fatto per noi, ma delle vicende umane di un passato che pesa ancora fortemente sui nostri cuori.

Lo Spirito renda limpido il nostro sguardo, perché insieme possiamo camminare verso l'uomo contemporaneo che attende il lieto annuncio.

Se di fronte alle attese e alle sofferenze del mondo daremo una risposta concorde, illuminante, vivificante, contribuiremo davvero a un annuncio più efficace del Vangelo tra gli uomini del nostro tempo.

  Indice

1 Leonis XIII Acta, 14 (1894), 358-370. Il Pontefice richiama la stima e l'aiuto concreto che la Santa Sede ha riservato alle Chiese Orientali e la volontà di tutelarne le specificità;
inoltre Lett. ap. Præclara gratulationis (20 giugno 1894), l.c., 195-214;
Lett. enc. Christi nomen (24 dicembre 1894), l.c., 405-409
2 Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Orientalium ecclesiarum, 1;
Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis Redintegratio 17
3 S. Agostino, al riguardo, osserva: "Da dove la Chiesa ha avuto inizio?
Da Gerusalemme", In Epistulam Ioannis, II, 2
4 Conc. Ecum. Vat. II, Lumen Gentium 23;
Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis Redintegratio 14
5 Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis Redintegratio 4
6 Giovanni Paolo II, Egregiae virtutis;
Giovanni Paolo II, Slavorum apostoli 12-14
7 Discorso dopo la Via Crucis del Venerdì Santo, 3 ( 1° aprile 1994 )
8 Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis Redintegratio 14-18
9 Discorso al Concistoro straordinario ( 13 giugno 1994 )