Compendio di Teologia Ascetica e Mistica

Indice

§ II. La Lussuria.

873.1° Natura.

Dio, come volle che un sensibile diletto fosse annesso al nutrimento per aiutare l'uomo a conservare la vita, così associò pure speciale diletto agli atti con cui l'umana specie si propaga.

Lecito quindi è questo diletto alle persone coniugate, a patto che ne usino per il nobilissimo fine per cui il matrimonio fu istituito, la trasmissione della vita; fuori del matrimonio è rigorosamente proibito.

Nonostante questa proibizione, vi è sciaguratamente in noi, soprattutto a cominciare dall'età della pubertà o della adolescenza, una tendenza più o meno violenta a gustare questo diletto anche fuori del legittimo matrimonio.

È quella disordinata tendenza che si chiama lussuria e che viene condannata nel sesto e nel nono precetto del Decalogo: "Non commettere atti impuri; non desiderare la donna d'altri".

Non dunque i soli atti esterni vengono proibiti ma anche gli atti interni acconsentiti, immaginazioni, pensieri, desideri.

E a ragione: perchè se uno si ferma deliberatamente su fantasie o pensieri disonesti e su desideri cattivi, i sensi si turbano, e sorgono moti organici che non sono bene spesso se non preludio d'atti contrari alla purità.

Chi dunque vuole schivare questi atti, deve pur combattere i pericolosi pensieri e le pericolose immaginazioni.

874. 2° Gravità di queste colpe.

A) Quando si cerca e si vuole direttamente il piacere cattivo, il voluttuoso diletto, si commette peccato mortale.

È infatti gravissimo disordine compromettere la conservazione e la propagazione dell'umana stirpe.

Ora, posto come principio che si possano cercare i diletti della voluttà in pensieri, in parole o in atti, fuori del legittimo uso del matrimonio, sarebbe impossibile porre un freno al furore di questa passione, le cui esigenze aumentano con le soddisfazioni che le si concedono, e presto il fine del Creatore verrebbe frustrato.

Il che si fa pur manifesto dall'esperienza: quanti giovani si rendono incapaci di trasmettere la vita per aver abusato del loro corpo!

Quindi nel piacere cattivo direttamente voluto non si dà parvità di materia.

B) Ma vi sono casi in cui questo piacere, senza che sia direttamente cercato, sorge per effetto di certe azioni peraltro buone o almeno indifferenti.

Se non vi si consente e se d'altra parte si ha ragione sufficiente per far l'azione che vi da occasione, non c'è peccato e non bisogna quindi impensierirsene.

Ma se gli atti che causano queste sensazioni non sono nè necessari nè utili, come le letture pericolose, le rappresentazioni teatrali, le conversazioni leggere, i balli lascivi, è chiaro che l'abbandonarvisi è peccato d'imprudenza più o meno grave secondo la gravità del disordine così prodotto e del pericolo di acconsentirvi.

875. C) Rispetto alla perfezione, non v'è, dopo la superbia, ostacolo più grande al progresso spirituale, del vizio impuro.

a) O si tratta di peccati solitari o di peccati commessi con altri, non tardano a produrre tiranniche abitudini che spengono ogni slancio alla perfezione e inclinano la volontà ai grossolani diletti.

Non più gusto per la preghiera; non più gusto per le austere virtù; non più nobili e generose aspirazioni.

b) L'anima è invasa dall'egoismo: l'amore che si aveva per i genitori o per gli amici intristisce e scompare quasi intieramente; non resta più che l'avidità di godere a ogni costo dei cattivi diletti: è una vera ossessione.

c) Rotto è allora l'equilibrio delle facoltà: il corpo e la voluttà hanno l'impero; la volontà diviene schiava di questa vergognosa passione e presto si rivolta contro Dio che interdice e castiga questi cattivi piaceri.

d) I tristi effetti di questa abdicazione della volontà si fanno presto sentire: l'intelligenza infiacchisce e s'ottunde perchè la vita è discesa dalla testa nei sensi: non si ha più gusto per gli studi seri; l'immaginazione non si volge più che a cose basse; il cuore a poco a poco sfiorisce, si fa arido e duro, non sentendo più allettative che per i grossolani diletti.

e) Spesso anche il corpo ne rimane profondamente colpito: il sistema nervoso, sovraeccitato da questi abusi, s'irrita, si svigorisce e "diviene inetto all'ufficio di regolazione e di difesa"; i vari organi non funzionano più che imperfettamente; la nutrizione si fa male, cadono le forze e si è minacciati di consunzione.

È chiaro che un'anima così sconvolta, avvivante un corpo debole, non pensa più alla perfezione; se ne allontana anzi ogni giorno più; fortunata se potrà ravvedersi a tempo e assicurarsi almeno l'eterna salvezza!

Conviene quindi indicare alcuni rimedi contro questo grossolano vizio.

876. 3° Rimedi.

Per resistere a passione così pericolosa, occorrono: convinzioni profonde, fuga delle occasioni pericolose, mortificazione e preghiera.

A) Convinzioni profonde e sulla necessità di combattere questo vizio e sulla possibilità di riuscirvi.

a) Quanto dicemmo sulla gravità del peccato della lussuria mostra quanto sia necessaria fuggirlo per non esporsi alle pene eterne.

Vi si possono aggiungere due altri motivi tratti da S. Paolo:

1) Siamo templi vivi della SS. Trinità, templi santificati dalla presenza del Dio d'ogni santità e da una partecipazione della vita divina ( 97, 106 ).

Ora nulla insozza maggiormente questo tempio quanto il vizio impuro che profana nello stesso tempo il corpo e l'anima del battezzato.

2) Siamo membra di Gesù Cristo, a cui fummo incorporati col battesimo; dobbiamo quindi rispettare il nostro corpo come il corpo stesso di Cristo.

E vorremo profanarlo con atti contrari alla purità?

Non sarebbe questo una specie di obbrobrioso sacrilegio? e tutto per procurarci un grossolano diletto che ci abbassa al livello dei bruti?

877. b Ci sono molti che dicono che è impossibile praticare la continenza.

Così la pensava pure Agostino prima di convertirsi.

Ma ritornato a Dio e sorretto dagli esempi dei Santi e dalla grazia dei Sacramenti, capì che non c'è nulla d'impossibile quando si sa pregare e lottare.

E questa è la pura verità: da noi siamo così deboli e il piacere cattivo è talora così lusinghiero che finiremmo per soccombere: ma quando ci appoggiamo sulla grazia divina e facciamo sforzi energici, usciamo vittoriosi dalle più rudi tentazioni.

Nè si dica che la continenza nei giovani è contraria alla sanità; i medici onesti rispondono col Congresso internazionale di Bruxelles: "Bisogna soprattutto insegnare alla gioventù maschile che la castità e la continenza non solo non sono nocive, ma che anzi queste virtù sono raccomandabili anche sotto l'aspetto puramente medico ed igienico".

Non si conosce infatti nessuna malattia prodotta dalla continenza, mentre ve ne sono molte che hanno origine nella lussuria.

878. B) La fuga delle occasioni.

È assioma spirituale che la castità si conserva principalmente con la fuga delle occasioni pericolose; quando uno è convinto della propria debolezza non si espone inutilmente al pericolo.

Quando si tratta di occasioni non necessarie, bisogna diligentemente fuggirle sotto pena di soccombervi: chi si espone al pericolo vi perisce: "[qui amat periculum in illo peribit] Chi ama il pericolo perirà in".

Quando dunque si tratti di letture, di visite, d'incontri, di rappresentazioni pericolose, a cui uno può senza notevole inconveniente sottrarsi, non si deve esitare; in cambio di cercarle si fuggono come si fugge un pericoloso serpente.

Se poi queste occasioni non possono essere evitate, bisogna rafforzare la volontà con disposizioni interne che rendano i pericolo meno prossimo.

Così S. Francesco di Sales dichiara che se le danze non si possono evitare, devono almeno essere accompagnate da modestia, dignità e retta intenzione; onde poi queste pericolose ricreazioni non abbiano a destare cattivi affetti, è bene riflettere che, durante quel ballo, molte anime ardono nell'inferno per i peccati commessi nel ballo o per causa del ballo.

Quanto più vero è questo oggi che balli esotici e lascivi hanno invaso tanti saloni!

879. C) Vi sono però occasioni che non si possono evitare, e sono quelle che uno incontra ogni giorno dentro di sè e fuori di sè, e che non si possono vincere che con la mortificazione.

Abbiamo già detto che cosa sia questa virtù e quali ne siano le pratiche, n. 754-815.

Non possiamo che richiamare alcune delle sue prescrizioni che riguardano più direttamente la castità.

a) Gli occhi specialmente devono essere custoditi, perchè gli sguardi imprudenti accendono i desideri e questi trascinano la volontà.

Ecco perchè Nostro Signore afferma che chi guarda una donna con concupiscenza, ha già commesso adulterio nel suo cuore: "[qui viderit mulieren ad ad concupiscendam eam, jam mæchatus est in corde suo] mulieren per andare a chi guarda il desiderio di lei, hath già commesso adulterio nel suo cuore"; e aggiunge che se l'occhio destro ci è occasione di scandalo, bisogna strapparlo, vale a dire allontanare energicamente lo sguardo dall'oggetto che ci scandalizza.

Questa modestia degli occhi è tanto più necessaria oggi che si è esposti ad incontrare quasi dappertutto persone e cose capaci di suscitare tentazioni.

b) Il senso del tatto è anche più pericoloso, perchè eccita impressioni sensuali che tendono facilmente a cattivi diletti; bisogna quindi astenersi da quei toccamenti o carezze che non possono che eccitare le passioni.

c) Quanto alla fantasia e alla memoria, si richiamino le regole esposte al n. 781.

Riguardo alla volontà, bisogna rinvigorirla con virile educazione, secondo i principi esposti ai n. 811-816.

880. d) Anche il cuore dev'essere mortificato con la lotta contro le sensibili e pericolose amicizie ( n. 600-604 ).

È vero che viene un momento in cui le persone che si preparano al matrimonio si legano di legittimo amore, ma sia amore casto e soprannaturale; schiveranno quindi quei segni d'affetto che fossero contrari alle leggi della decenza, rammentandosi che la loro unione, per poter essere benedetta da Dio, deve restare pura.

Quanto alle persone ancora troppo giovani da pensare al matrimonio, staranno in guardia contro quelle affezioni sensibili che, ammollendo il cuore, lo preparano a pericolose transazioni.

Non si può impunemente scherzare col fuoco.

E poi se uno esige dalla persona che vuole sposare un cuore puro, non dovrà essere puro anche quello che le offre?

881. e) Finalmente una delle più utili mortificazioni è l'energica e costante applicazione ai doveri del proprio stato.

L'ozio è cattivo consigliere; il lavoro invece, occupando tutta la nostra attività, ci allontana la fantasia, la mente e il cuore dagli oggetti pericolosi; sul che ritorneremo presto, al n. 887.

882. D) La preghiera.

a) Il Concilio di Trento ci avverte che Dio nulla comanda d'impossibile ma ci chiede di fare quello che possiamo e di pregare per ottener quello che da noi non possiamo.

Prescrizione che si applica soprattutto alla castità, la quale presenta per la maggior parte dei cristiani, anche per quelli che sono nel santo stato del matrimonio, speciali difficoltà.

A trionfarne, bisogna pregare, pregare spesso, e meditare sulle grandi verità: queste frequenti ascensioni dell'anima a Dio ci distaccano a poco a poco dai sensuali diletti per elevarci a pure e sante delizie.

b) Alla preghiera bisogna aggiungere la pratica frequente dei sacramenti.

1) Quando uno si confessa spesso, e sinceramente si accusa delle colpe o delle imprudenze commesse contro la purità, la grazia dell'assoluzione, unita ai consigli del confessore, invigorisce in singolare modo la volontà contro le tentazioni.

2) Grazia che maggiormente si rinsalda con la comunione frequente: l'intima unione col Dio d'ogni santità smorza la concupiscenza, rende l'anima più sensibile ai beni spirituali e la distacca quindi dai grossolani diletti.

Con la confessione e con la comunione frequente S. Filippo Neri guariva i giovani abituati nel vizio impuro; e anche oggi non c'è rimedio più efficace sia a preservare come a fortificare la bella virtù.

Se tanta gioventù maschile e femminile sfugge al contagio del vizio, lo deve alle pratiche religiose, ove trova l'arma efficace contro le tentazioni che l'assediano.

È vero che quest'arma richiede coraggio, energia, frequenti rinnovati sforzi; ma con la preghiera, coi sacramenti e con la salda volontà si trionfa di tutti gli ostacoli.

§ III. L'accidia o pigrizia.

883. L'accidia o pigrizia si connette con la sensualità, perchè sorge in sostanza dall'amore del piacere in quanto ci porta a fuggire lo sforzo o l'incomodo.

Vi è infatti in noi tutti una tendenza al minimo sforzo che intorpidisce o diminuisce la nostra operosità.

Esponiamone: 1° la natura; 2° la malizia; 3° i rimedi.

884. 1° Natura.

A) L'accidia è una tendenza all'ozio o almeno alla negligenza e al torpore nell'operare.

È talora disposizione morbosa proveniente da cattivo stato di salute; ma ordinariamente è malattia della volontà che paventa e rifiuta lo sforzo.

L'accidioso vuole schivare ogni pena, tutto ciò che può turbarne il riposo e indurre qualche fatica.

Vero parassita, vive, per quanto gli è possibile, a spese altrui.

Dolce e rassegnato finchè non viene disturbato, s'arrabbia e incattivisce quando si vuole trarlo dalla sua inerzia.

b) Vi sono vari gradi nell'accidia.

a) L'indolente non pone mano al lavoro che con lentezza, fiacchezza e indifferenza; se fa qualche cosa, la fa male.

b) Il fannullone non rifiuta assolutemente il lavoro, ma indugia, va a zonzo e ritarda indefinitamente l'affare che aveva accettato.

c) Il vero accidioso o pigro o infingardo non vuole far nulla di faticoso e mostra spiccata avversione per ogni lavoro serio di corpo e di mente.

C) Quando la pigrizia riguarda gli esercizi di pietà ritiene in particolar modo il nome di accidia e consiste in un certo disgusto alle pratiche spirituali, che induce a farle con negligenza, ad abbreviarle, e talora anche ad ometterle sotto vani pretesti.

È la madre della tiepidezza, di cui parleremo a proposito della via illuminativa.

885. 2° Malizia.

A) A capire la malizia dell'accidia, bisogna ricordarsi che l'uomo è fatto per il lavoro.

Quando Dio ebbe creato il nostro primo padre, lo pose in un giardino di delizie perchè lo coltivasse: "[ut operaretur et custodiret illum] vestire e per mantenerlo".

L'uomo infatti non è, come Dio, un essere perfetto; possiede molteplici facoltà che hanno bisogno di operare per perfezionarsi: è quindi per lui necessità di natura il lavorare per coltivare queste facoltà, per provvedere ai bisogni del corpo e dell'anima e tendere così al proprio fine.

La legge del lavoro precede dunque il peccato originale.

Caduto l'uomo nel peccato, il lavoro diventò per lui non solo legge di natura ma castigo, nel senso che il lavoro gli riesce ora penoso ed è come mezzo per riparare il peccato; col sudore della fronte dobbiamo mangiare il nostro pane, il pane dell'intelligenza e il pane che nutrisce il corpo: "[in sudore vultus tui vesceris pane] Con il sudore della tua fronte".

Ora a questa doppia legge, naturale e positiva, contravviene l'accidioso; onde commette un peccato la cui gravità dipende dalla gravità dei doveri da lui trascurati.

a) Quando giunge fino a trascurare i doveri religiosi necessari alla sua eterna salute o alla sua santificazione, fa peccato grave.

Così pure quando trascura volontariamente, in materia rilevante, qualcuno dei doveri del suo stato.

b) Se poi questo torpore non gli fa trascurare che doveri, religiosi o civili, di non molta importanza, il peccato è soltanto veniale.

Ma il pendìo è sdrucciolevole e, se questa indolenza non viene combattuta, presto si aggrava e diventa più funesta e più colpevole.

886. B) Rispetto alla perfezione, l'accidia o pigrizia spirituale è uno degli ostacoli più seri pei funesti suoi effetti.

a) Rende la vita più o meno sterile.

Si può infatti applicare all'anima quanto la Sacra Scrittura dice del campo dell'uomo pigro: "Passai accanto al podere di un neghittoso e presso il vigneto d'un uomo privo di senno: ed eccoli pieni di erbacce; le ortiche ne coprivano la superficie, e il muricciolo di pietre giaceva demolito.

A quella vista io riflettei: quello spettacolo fu per me una lezione.

Un po' sonnecchiare, un po' dormire, un po' con le mani in mano per riposare; e ti sopraggiunge, come un vagabondo, la miseria e l'indigenza come un accattone".

È proprio ciò che si trova nell'anima dell'accidioso: invece delle virtù vi crescono i vizi, e i muri che la mortificazione aveva eretto a proteggerne la virtù, a poco a poco si sgretolano e preparono la via all'invasione del nemico, vale a dire del peccato.

887. b) Presto infatti le tentazioni diventano più vigorose e più insistenti: "perchè l'ozio insegna molta malizia, multam malitiam docuit otiositas".

Per questo vizio e per l'orgoglio rovinò Sodoma: "Ecco quale fu il delitto di Sodoma: l'orgoglio, l'abbondanza e l'accidioso riposo in cui vivevano le sue donne".

La mente e il cuore dell'uomo non possono infatti restare inoperosi: se non si occupano nello studio o in qualche altro lavoro, vengono subito invasi da una folla di fantasmi, di pensieri, di desideri e d'affetti; ora, nello stato di natura decaduta, ciò che domina in noi, quando non le contrastiamo, è la triplice concupiscenza; saranno quindi pensieri sensuali, ambiziosi, orgogliosi, egoistici, interessati, quelli che prenderanno il sopravvento nell'anima e la esporranno al peccato.

888. C) Si tratta quindi non solo della perfezione dell'anima ma anche della eterna salvezza.

Perchè, oltre le colpe positive in cui l'ozio ci fa cadere, il solo fatto di non adempiere gli importanti nostri doveri è sufficiente causa di riprovazione.

Fummo creati per servire Dio e adempiere i doveri del nostro stato, siamo operai mandati da Dio a lavorare nella sua vigna; ora il padrone non chiede soltanto agli operai di astenersi dal mal fare, ma vuole che lavorino; se quindi, anche senza commettere atti positivi contro le leggi divine, noi incrociamo le braccia invece di lavorare, il Padrone non avrà ragione di rimproverarci, come agli operai evangelici, il nostro ozio? "[quid statis tota die otiosi?] Che tutto il giorno oziosi?"

L'albero sterile, per il solo fatto di non produrre frutti, merita di essere tagliato e gettato al fuoco: "[omnis ergo arbor, quæ non facit fructum bonum, excidetur et in ignem mittetur] perciò ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco".

889. 3° Rimedi.

A) A guarire il pigro bisogna prima di tutto inculcargli convinzioni profonde sulla necessità del lavoro, fargli capire che ricchi e poveri sono soggetti a questa legge, e che il mancarvi basta ad incorrere l'eterna dannazione.

È questa la lezione che ci dà Nostro Signore nella parabola del fico sterile; per tre anni viene il padrone a cercarvi frutti: non trovandovene, ordina al vignaiuolo di atterrarlo: "[succide illam, ut quid terram occupat?] Tagliare giù, perché occupare la terra?".

Nè si dica: io sono ricco e non ho bisogno di lavorare.

Se non avete bisogno di lavorare per voi, dovete farlo per gli altri.

Ve lo comanda Dio, vostro padrone: vi diede le braccia, un'intelligenza, un cervello, dei mezzi, perchè li utilizziate a gloria sua e a bene dei fratelli.

Non mancano certo le opere buone da fare: quanti poveri da soccorrere, quanti ignoranti da istruire, quanti cuori affranti da consolare, quante grandi imprese da fondare per dare a chi ne abbisogna pane e lavoro!

E volendo farsi una numerosa famiglia, non bisogna forse penare e faticare per assicurare l'avvenire dei figli?

Non si dimentichi dunque la grande legge della solidarietà cristiana, in virtù della quale il lavoro dei singoli serve a tutti, mentre la pigrizia nuoce tanto al bene generale come al particolare.

890. B) Alle convinzioni conviene aggiungere il continuato e metodico sforzo, applicando le regole esposte sulla educazione della volontà, n. 812.

E poichè il pigro indietreggia come per istinto davanti allo sforzo, è opportuno mostrargli che in fin dei conti non vi è uomo più infelice dell'ozioso: perchè, non sapendo come impiegare o, com'egli dice, ammazzare il tempo, s'annoia, si disgusta di tutto, e finisce col prendere in orrore la stessa vita.

Non è dunque meglio fare un poco di sforzo, rendersi utile, e procurarsi un poco di felicità studiandosi di rendere felici quelli che gli stanno intorno?

Fra gli accidiosi vi sono di quelli che adoprano una certa attività, ma unicamente in giuochi, in divertimenti ginnastici, in riunioni mondane.

Si rammenti a costoro che cosa seria è la vita e che si è obbligati a rendersi utili, cosicchè rivolgano l'attività a campo più nobile e sentano orrore di essere parassiti.

Il matrimonio cristiano, con gli obblighi domestici che porta seco, è spesso ottimo rimedio: un padre di famiglia sente bisogno di lavorare per i figli, e di non affidare a stranieri l'amministrazione dei loro beni.

Quello però che non bisogna cessare mai di richiamare, è lo scopo della vita: siamo qui sulla terra, non per vivere da parassiti, ma per conquistarci, col lavoro e con la virtù, un posto nel cielo.

E Dio continuamente ci ripete: Che fate dunque qui, o pigri? Andate anche voi a lavorare nella mia vigna.

"[Quid hic statia tota die otiosi?… Ite et vos in vineam meam] Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi … Andate anche voi nella vigna".

ART. III. L'avarizia

L'avarizia si collega con la concupiscenza degli occhi, di cui abbiamo già parlato, n. 199.

Ne esporremo: 1° la natura; 2° la malizia; 3° i rimedi.

891. 1° Natura.

L'avarizia è l'amore disordinato dei beni della terra.

Per mostrare ove sta il disordine dell'avarizia, bisogna primieramente richiamare lo scopo per cui Dio diede all'uomo i beni temporali.

A) Lo scopo che Dio si propose è doppio: l'utilità nostra e quella dei nostri fratelli.

a) I beni della terra ci sono dati per provvedere ai bisogni temporali dell'uomo, dell'anima e del corpo, per conservare la vita a noi e ai nostri dipendenti, e per procurarci i mezzi di coltivare l'intelligenza e le altre nostre facoltà.

Di questi beni:

1) gli uni sono necessari per il presente o per l'avvenire: è doveroso acquistarli con l'onesto lavoro;

2) gli altri sono utili per accrescere gradatamente le nostre sostanze, assicurare il benessere nostro o quello degli altri, contribuire al bene pubblico favorendo le scienze o le arti.

Non è proibito desiderarli per un fine onesto, a patto che si tenga conto dei poveri e delle opere di beneficenza.

b) Questi beni ci sono dati anche per venire in aiuto dei fratelli che si trovano nell'indigenza.

Siamo quindi, fino a un certo punto, i tesorieri della Provvidenza, e dobbiamo disporre del superfluo per soccorrere i poveri.

892. B) Ci è ora più facile dire ove sta il disordine nell'amore dei beni della terra.

a) Sta qualche volta nell'intenzione: si desiderano le ricchezze per se stesse, come fine, o per fini intermedi che uno si fissa come fine ultimo, per esempio, per procurarsi piaceri e onori.

Chi si ferma qui e non considera la ricchezza come mezzo per conseguire beni superiori, commette una specie d'idolatria, è il culto del vitello d'oro: non si vive più che pel denaro.

b) Sta pure nel modo di acquistarli: si cercano avidamente, con ogni sorta di mezzi, a scapito dei diritti altrui, con danno della salute propria o di quella degli impiegati, con speculazioni rischiose, con pericolo di perdere il frutto dei propri risparmi.

c) Sta anche nel modo di usarne:

1) non si spendono che a malincuore, con spilorceria, perchè si vuole accumularli, a fine di avere maggior sicurezza, o godere dell'influenza che viene dalla ricchezza;

2) non si dà nulla ai poveri o alle opere buone: capitalizzare, ecco lo scopo supremo a cui incessantemente si mira.

3) Ci sono di quelli che giungono ad amare il denaro come un idolo, a riporlo nei forzieri, a palparlo amorosamente: è il tipo classico dell'avaro.

893. C) Non è generalmente questo il difetto dei giovani, che, leggeri ancora e imprevidenti, non pensano a capitalizzare; vi sono però eccezioni tra i caratteri cupi, inquieti, calcolatori.

Si manifesta nell'età matura o nella vecchiaia: sorge infatti allora la cosiddetta paura di restare senza, fondata talvolta sul timore di malattie o di accidenti che possono produrre impotenza o incapacità al lavoro.

I celibi, o vecchi scapoli e le zitellone vi sono particolarmente soggetti, non avendo figli che li possano soccorrere nella vecchiaia.

894. D) La civiltà moderna sviluppò un'altra forma dell'insaziabile amore delle ricchezze, la plutocrazia, la sete di diventare milionari o miliardari, non già per assicurare l'avvenire a sè o ai figli, ma per acquistare quell'autorità dominatrice che viene dalle ricchezze.

Quando uno può disporre di somme enormi, gode grandissima autorità, esercita un potere spesso più efficace di quello dei governanti, è re del ferro, dell'acciaio, del petrolio, della finanza, e comanda a Sovrani e a popoli.

Questa signoria dell'oro degenera spesso in intollerabile tirannia.

895. 2° Sua malizia.

A) L'avarizia è segno di diffidenza verso Dio, che promise di vigilare su noi con paterna sollecitudine, e di non lasciarci mancare mai del necessario, purchè abbiamo fiducia in lui.

C'invita a considerare gli uccelli del cielo che non seminano nè mietono, i gigli del campo che non lavorano nè filano, non certo per animarci alla pigrizia, ma per calmare le nostre ansie e invitarci alla confidenza nel Padre celeste.

Ora l'avaro, in cambio di porre la confidenza in Dio, la ripone nella copia delle ricchezze e fa ingiuria a Dio diffidando di lui: "[Ecce homo qui non posuit Deum adjutorem suum, sed speravit in multitudine divitiarum suarum et prævaluit in vanitate sua] Ecco l'uomo che ha fatto non a Dio il suo aiuto, ma confidava nell'abbondanza delle sue ricchezze, e si rafforza nella sua vanità".

Diffidenza che è accompagnata da eccessiva confidenza in sè e nella propria attività: uno vuole essere la provvidenza propria e così si cade in una specie d'idolatria, facendo dell'oro il proprio Dio.

Ora nessuno può servire nello stesso tempo due padroni, Dio e la ricchezza: "[non potestis Deo servire et mammonæ] Non potete servire a Dio e a mammona".

Questo peccato è dunque di natura sua grave per le ragioni ora indicate; lo è pure quando fa ledere doveri gravi: di giustizia, per i mezzi fraudolenti di cui uno si serve ad acquistare e ritenere la ricchezza; di carità, quando non si fanno le elemosine necessarie; di religione, quando uno si lascia talmente sopraffarre dagli affari da lasciare da parte i doveri religiosi.

Ma è peccato soltanto veniale quando non ci fa contravvenire ad alcuna delle grandi virtù cristiane, compresi i doveri verso Dio.

896. B) Rispetto alla perfezione, l'amore disordinato delle ricchezze è ostacolo gravissimo.

a) È passione che tende a soppiantare Dio nel nostro cuore: questo cuore, tempio di Dio, è invaso da ogni sorta di desideri affannosi per le cose della terra, di inquietudini, di opprimenti pensieri.

Ora, per unirsi a Dio, bisogna vuotare il cuore di ogni creatura e di ogni affannosa cura delle cose terrene; perchè Dio vuole "tutta la mente, tutto il cuore, tutto il tempo e tutte le forze delle meschine sue creature".

Bisogna vuotarlo soprattutto di superbia: ora l'affetto alle ricchezze fomenta la superbia perchè ci fa riporre maggiore fiducia nelle ricchezze che in Dio.

Attaccare il cuore al denaro è quindi mettere ostacolo all'amor di Dio; perchè là ov'è il nostro tesoro, ivi pure è il nostro cuore: "[ubi thesaurus vester, ibi et cor vestrum erit] dov'è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore".

Distaccarnelo è aprire a Dio la porta del cuore: l'anima spoglia di ricchezze è ricca di Dio: [toto Deo dives est] Dio è ricco di.

b) L'avarizia conduce pure all'immortificazione e alla sensualità: quando uno ha denaro e l'ama, vuole goderne e procurarsi molti piaceri; o, se si priva dei piaceri, attacca il cuore al denaro.

Nell'uno e nell'altro caso è idolo che ci allontana da Dio.

Conviene quindi combattere questa trista inclinazione.

897. 3° Rimedi.

A) Il grande rimedio è la convinzione profonda, fondata sulla ragione e sulla fede, che le ricchezze non sono fine, ma mezzi che la Provvidenza ci dà per provvedere ai bisogni nostri e a quelli dei nostri fratelli; che Dio ne resta sempre Supremo Padrone; che noi non ne siamo, a dir vero, che amministratori e che un giorno ne dovremo rendere conto al Giudice Supremo.

Ma poi sono beni passeggeri che non ci potremo portare dietro nell'altra vita, ove del resto non hanno corso; e, se abbiamo senno, capitalizzeremo per il cielo e non per la terra: "Non accumulatevi tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignuola corrodono e dove i ladri forano i muri e rubano: procurate di accumularvi tesori nel cielo, dove la ruggine e la tignuola non corrodono e dove i ladri non forano i muri nè rubano".

B) A meglio distaccarsene, il mezzo più efficace è di depositare i propri beni sulla banca del paradiso facendone larga parte ai poveri e alle opere di beneficenza.

Chi dà ai poveri presta a Dio, e riceve il centuplo anche sulla terra con la consolazione di fare dei felici attorno a sè, ma principalmente in cielo dove Gesù, considerando come dato a sè ciò che fu dato al minimo dei suoi, si farà premura di restituire in beni imperituri i beni temporali che avremo sacrificati per lui.

I savi quindi sono coloro che cambiano i tesori di quaggiù con quelli del cielo.

Cercare Dio e la santità, ecco in che consiste la prudenza cristiana.

"Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto ciò vi sarà dato per giunta. Quærite primum regnum Dei et justitiam ejus; et hæc omnia adjicientur vobis".

898. C) I perfetti vanno anche più oltre: vendono tutto per darlo ai poveri o metterlo in comune, entrando in qualche comunità.

Si può anche, conservando i capitali, spogliarsi delle rendite, non ne usando che secondo i consigli d'un savio direttore.

A questo modo, pur restando nello stato in cui la Provvidenza ci ha posti, si pratica il distacco di mente e di cuore.

Conclusione

899. La lotta dunque contro i sette peccati capitali finisce così di svellere in noi quelle cattive tendenze che nascono dalla triplice concupiscenza.

È vero che ce ne resterà sempre qualcuna di queste tendenze, per esercitarci nella pazienza e richiamarci alla diffidenza di noi stessi; ma saranno meno pericolose e noi, appoggiati sulla grazia di Dio, ne trionferemo più facilmente.

È vero che, nonostante i nostri sforzi, le tentazioni ci sorgeranno ancora nell'anima, ma per darci occasione di nuove vittorie.

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