Compendio di Teologia Ascetica e Mistica

Indice

Art. II. Della virtù della giustizia.

Richiamato brevemente l'insegnamento teologico sulla giustizia, tratteremo per ordine delle virtù della religione e dell'obbedienza che vi si connettono.

I. La giustizia propriamente detta.

Ne esporremo: 1° la natura; 2° le regole principali da seguire per praticarla.

I. Natura della giustizia.

1037. 1° Definizione.

La parola giustizia, nella S. Scrittura, significa spesso tutto il complesso delle virtù cristiane; in questo senso Nostro Signore proclama beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, cioè di santità: "[Beati qui esuriunt et sitiunt iustitiam]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia".

Ma nel significato ristretto in cui qui l'usiamo, indica quella virtù morale soprannaturale, che inclina la volontà a rendere costantemente agli altri tutto ciò che è loro strettamente dovuto.

È virtù che risiede nella volontà e che regola gli stretti doveri verso il prossimo; onde si distingue dalla carità, virtù teologale, che ci fa considerare gli altri come fratelli in Gesù Cristo, inclinandoci a rendere loro servigi non richiesti dalla stretta giustizia.

1038. 2° Eccellenza.

La giustizia fa regnare l'ordine e la pace così nella vita individuale come nella sociale.

Appunto perché rispetta i diritti di ognuno, fa regnare l'onestà negli affari, reprime la frode, protegge i diritti dei piccoli e degli umili, raffrena le rapine e le ingiustizie dei forti e mette quindi l'ordine nella società.

Senza di lei vi sarebbe anarchia, lotta fra i contrari interessi, oppressione dei deboli da parte dei forti, trionfo del male.

Se così eccellente è la giustizia naturale, quanto più lo sarà la giustizia cristiana che è partecipazione della stessa giustizia di Dio?

Lo Spirito Santo, comunicandocela, ce la fa penetrare sino nelle profondità dell'anima, la rende incrollabile, incorruttibile, aggiungendovi tale premura dei diritti altrui, che si ha orrore non solo dell'ingiustizia propriamente detta ma anche delle minime indelicatezze.

1039. 3° Le principali specie.

Se ne distinguono due specie principali: la giustizia generale, che ci prescrive di rendere alle società ciò che loro dobbiamo, e la giustizia particolare, che ci fa rendere agli individui quanto è loro dovuto.

a) La prima, che si dice pure giustizia legale perché è fondata sull'esatta osservanza delle leggi, ci obbliga a riconoscere i grandi benefici che riceviamo dalla società col sopportare i pesi legittimi che ella c'impone e col prestarle i servigi che da noi si aspetta.

Essendo il bene comune superiore al bene particolare, vi sono casi in cui i cittadini devono sacrificare una parte dei loro beni, della loro libertà, e rischiare anche la vita per la difesa della città.

Ma anche la società ha doveri verso i propri sudditi: deve distribuire i beni sociali e le cariche non a capriccio e per favoritismo, ma secondo le capacità di ciascun cittadino, e tenendo conto delle regole dell'equità.

A tutti ella deve quel tanto di protezione e di assistenza che è indispensabile perché siano tutelati gli essenziali diritti ed interessi di ogni cittadino; il favoritismo verso gli uni e la persecuzione verso gli altri sono abusi contrari alla giustizia distributiva che le società devono ai loro sudditi.

1040. b) La seconda, la giustizia particolare, regola i diritti e i doveri dei cittadini tra loro.

Deve rispettare tutti i diritti: non solo il diritto di proprietà, ma anche i diritti che hanno sui beni del corpo e dell'anima, la vita, la libertà, l'onore, la riputazione.

Non possiamo entrare in tutte quelle particolarità che abbiamo esposto nella nostra Teologia morale, e basterà richiamare le principali regole che devono guidarci nella pratica di questa virtù.

II. Principali regole per praticare la giustizia.

1041. 1° Principio.

É chiaro che le persone pie, i religiosi e i sacerdoti sono obbligati a praticare la giustizia con perfezione e delicatezza maggiore delle persone del mondo, dovendo dar buon esempio in materia di onestà come in tutte le altre virtù.

Chi facesse altrimenti scandalizzerebbe il prossimo e darebbe pretesto ai nostri avversari di condannare la religione.

Sarebbe pure porre ostacolo al progresso spirituale, perché il Dio di ogni giustizia non può ammettere alla sua intimità coloro che apertamente ne violano i formali precetti sulla giustizia.

1042. 2° Applicazioni.

A) Si deve prima di tutto rispettare il diritto di proprietà per quel che riguarda i beni temporali.

a) Si eviteranno quindi con ogni diligenza i piccoli furti, che per sdrucciolevole pendio conducono spesso ad ingiustizie più gravi; e s'inculcherà questo principio fin dall'infanzia, per ispirare una specie d'orrore istintivo alle più piccole ingiustizie.

A più forte ragione si eviteranno quei furti commessi dai mercanti o dagli industriali che praticano abitualmente la frode sulla qualità o sulla quantità delle merci col pretesto che i concorrenti fanno lo stesso; oppure che vendono a prezzi esagerati o comprano a prezzi irrisori, abusando della semplicità dei clienti; si starà alla larga dalle speculazioni temerarie e da quei loschi affari in cui si rischia la fortuna propria e l'altrui sotto pretesto di lauti guadagni.

b) Si avrà orrore dei debiti quando non si è sicuri di poterli pagare; e chi ne avesse contratto qualcuno, si farà un punto d'onore di rimborsarlo al più presto.

c) Quando si prende ad imprestito un oggetto, bisogna trattarlo con riguardo anche maggiore che se fosse nostro, e badare a restituirlo il più presto possibile.

Quanti furti incoscienti si commettono quando si trascurano queste precauzioni!

d) Chi ha volontariamente causato qualche danno è tenuto per giustizia a ripararlo; se involontariamente, non è strettamente obbligato, ma chi mira alla perfezione lo farà per quanto gli averi glie lo permettono.

e) Quando si riceve in deposito danaro o valori per opere buone, bisogna prendere tutte le precauzioni legali perché, in caso di morte improvvisa, coteste somme siano bene impiegate secondo le intenzioni dei donatori.

Sia detto specialmente per i sacerdoti che ricevono onorari di messe od elemosine; essi devono non solo tenere i conti in ordine, ma avere per legatario o per esecutore testamentario un sacerdote che possa assicurare l'adempimento delle messe o il buon uso delle elemosine.

1043. B) Non è meno necessario rispettare la riputazione e l'onore del prossimo.

a) Si schiveranno quindi i giudizi temerari sul prossimo.

Condannare i nostri fratelli per semplici apparenze o per ragioni più o meno futili, senza conoscerne a fondo le intenzioni, è un usurpare i diritti di Dio, che solo è giudice supremo dei vivi e dei morti; è commettere un'ingiustizia rispetto al prossimo, perché si condanna senza ascoltarlo, senza conoscere i motivi segreti delle sue azioni, e per lo più sotto l'impero di pregiudizi o di qualche passione.

La giustizia e la carità vogliono invece o che ci asteniamo dal giudicare, o che interpretiamo più favorevolmente possibile le azioni del prossimo.

b) A più forte ragione bisogna astenersi dalla maldicenza, che palesa ad altri le colpe o i difetti segreti del prossimo.

Anche se questi difetti, come noi supponiamo, siano veri, fin che non sono di dominio pubblico, non abbiamo il diritto di propalarli.

Facendolo:

1) contristiamo il prossimo che, vedendosi colpito nella riputazione, ne soffre tanto più. quanto più caro gli è l'onore;

2) l'abbassiamo nella stima dei suoi pari;

3) diminuiamo l'autorità e il credito di cui ha bisogno per fare i suoi affari od esercitare una legittima influenza, onde gli possiamo cagionare talora danni quasi irreparabili.

Né si dica che colui del quale si raccontano le colpe non ha più diritto alla riputazione: la conserva fino a tanto che le sue colpe non sono pubbliche; ma poi non bisogna perdere di vista la parola del Salvatore: "Chi di voi è senza peccato lanci la prima pietra".

Si noti che i Santi sono tutti sommamente misericordiosi e cercano in tutti i modi di difendere la riputazione dei fratelli.

É meglio che anche noi li imitiamo.

c) Con ciò saremo più sicuri di schivare la calunnia, che, con false imputazioni, accusa il prossimo di colpe non commesse.

Ingiustizia tanto più grave in quanto che e spesso ispirata dalla malignità o dalla gelosia.

Quanti mali cagiona! Troppo bene accolta, ahimè! dall'umana malizia, corre rapidamente di bocca in bocca, distrugge la riputazione e l'autorità di coloro che ne sono vittime e ne pregiudica talora gravemente anche gli affari temporali.

1044. Vi è quindi stretto dovere di riparare le maldicenze e le calunnie.

È cosa certamente difficile; perché il ritrattarsi costa, e poi la ritrattazione, per quanto sincera sia, non fa che palliare l'ingiustizia commessa; la menzogna, anche quando è ritrattata, lascia spesso tracce indelebili.

Non è però questa una buona ragione per non riparare la commessa ingiustizia; bisogna anzi applicarcisi con tanto maggiore energia e costanza quanto più grande è il male.

La difficoltà della riparazione deve indurci ad astenerci da tutto ciò che potrebbe da vicino o da lontano farci cadere in questo grave difetto.

Ecco perché tutti coloro che tendono alla perfezione coltivano non solo la giustizia ma anche la carità, la quale, facendoci vedere Dio nel prossimo, ci fa diligentemente schivare tutto ciò che potrebbe contristarlo.

Ci ritorneremo più avanti.

II. La virtù della religione.

1045. Questa virtù si connette con la giustizia, perché ci fa rendere a Dio il culto che gli è dovuto; ma non potendo noi offrirgli l'ossequio infinito a cui ha diritto, la nostra religione non avvera tutte le condizioni della giustizia; onde non è in senso proprio un atto di giustizia, ma vi si avvicina quanto più è possibile.

Ne esporremo: 1° la natura; 2° la necessità; 3° la pratica.

1° Natura della virtù della religione.

1046. La religione è una virtù morale soprannaturale che inclina la volontà a rendere a Dio il culto che gli è dovuto per la infinita sua eccellenza e pel supremo suo dominio sopra di noi.

a) É una virtù speciale, distinta dalle tre virtù teologali che hanno Dio per oggetto diretto; mentre l'oggetto proprio della religione, è il culto di Dio, sia interno che esterno.

Ma presuppone la virtù della fede, che ci illumina sui diritti di Dio; e quando sia perfetta, è informata dalla carità e finisce col non essere più che l'espressione e la manifestazione delle tre virtù teologali.

b) Il suo oggetto formale o motivo è di riconoscere l'infinita eccellenza di Dio, primo principio ed ultimo fine, Essere perfetto, Creatore da cui tutto dipende e a cui tutto deve tendere.

c) Gli atti a cui la religione ci induce sono interni ed esterni.

1047. Con gli atti interni assoggettiamo a Dio l'anima con le sue facoltà, e specialmente l'intelletto e la volontà.

1) Il primo e più importante di questi atti è l'adorazione per cui tutto il nostro essere si prostra davanti a Colui che è la pienezza dell'essere e la fonte di tutto ciò che vi è di bene nella creatura è accompagnata o seguita dalla ammirazione riverente che proviamo alla vista delle infinite sue perfezioni.

2) Ed essendo egli l'autore di tutti i beni che possediamo, gliene professiamo la debita riconoscenza.

3) Ma ricordandoci di essere peccatori, concepiamo sentimenti di penitenza per riparare l'offesa commessa contro l'infinita sua maestà.

4) E perché abbiamo continuamente bisogno del suo aiuto per fare il bene e conseguire il nostro fine, gli rivolgiamo le nostre preghiere o domande, riconoscendo così che è fonte d'ogni bene.

1048. Questi sentimenti interni si manifestano con atti esterni, che hanno tanto maggior valore quanto più perfetti sono gli atti interni di cui sono espressione.

1) Il principale di questi atti è certamente il sacrificio, atto esterno e sociale, con cui il sacerdote offre a Dio, in nome della Chiesa, una vittima immolata, per riconoscerne il supremo dominio, riparare l'offesa fatta alla sua Maestà ed entrare in comunione con lui.

Nella nuova Legge non c'è che un solo sacrificio, quello della messa, che, rinnovando il sacrificio dei Calvario, porge a Dio ossequi infiniti e ottiene agli uomini tutte le grazie di cui hanno bisogno.

Ne abbiamo indicato più sopra gli effetti e le disposizioni necessarie per trarne profitto, n. 271‑276.

2). A quest'atto principale s'aggiungono: le preghiere pubbliche offerte, in nome della Chiesa, dai suoi rappresentanti, in particolare l'ufficio divino; le benedizioni del SS. Sacramento; le preghiere vocali private; i giuramenti e i voti fatti con prudenza, in onore di Dio, dotati di tutte le condizioni descritte nei trattati di Teologia morale; gli atti soprannaturali esterni fatti per la gloria di Dio e che, secondo l'espressione di san Pietro, sono sacrifici spirituali graditi a Dio, "[offerre spirituales hostias, acceptabiles Deo] per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio".

Da ciò si può conchiudere che la virtù della religione e la più eccellente delle virtù morali, perché, facendoci praticare il culto divino, ci avvicina a Dio più che le altre virtù.

2°. Necessità della virtù della religione.

Per procedere con ordine, dimostreremo:

1° che tutte le creature devono rendere gloria a Dio;

2° che è dovere speciale per l'uomo;

3° soprattutto poi pel sacerdote.

1049. 1° Tutte le creature devono rendere gloria a Dio.

Se ogni opera deve proclamare la gloria dell'artista che l'ha fatta, quanto più deve la creatura proclamare la gloria del suo Creatore?

L'artista non fa poi altro che modellare l'opera sua e, terminata che l'abbia, non ci ha più da far nulla.

L'artista divino invece non solo modellò le sue creature ma le trasse intieramente dal nulla, imprimendovi non solo l'orma del suo, genio ma anche un raggio delle sue perfezioni; e continua ad occuparsene conservandole, aiutandole col suo concorso e con la sua grazia, cosicché sono in una intiera dipendenza da lui.

Devono quindi assai più dell'opere d'un artista proclamare la gloria del loro autore.

A quello che fanno, a modo loro, gli esseri inanimati, i quali, svelandoci la loro bellezza e la loro armonia, c'invitano a glorificare Dio: "[Caeli enarrant gloriam Dei] I cieli narrano la gloria di Dio;… [ipse fecit nos et non ipsi nos"] lui che ci ha fatti, e non noi stessi; ma è ossequio che non onora Dio se non molto imperfettamente perché non è libero.

1050. 2° Spetta dunque all'uomo il glorificare Dio in modo cosciente, prestare il cuore e la voce a queste, creature inanimate onde rendergli ossequio intelligente e libero.

Spetta a lui, che è il re della creazione, contemplare tutte queste maraviglie per riferirle a Dio ed essere quindi il pontefice della creazione.

Deve specialmente lodarlo in nome proprio: più perfetto degli esseri irragionevoli, creato ad immagine e somiglianza di Dio, partecipe della sua vita, deve vivere in assidua ammirazione, lode, adorazione, riconoscenza ed amore al suo Creatore e Santificatore.

É quello che dichiara S. Paolo: "Da lui, per lui, e a lui sono tutte le cose: a lui la gloria per tutti i secoli! …

Sia che viviamo, viviamo per il Signore; sia che moriamo, moriamo pel Signore …".

E, ricordando ai discepoli che il nostro corpo come l'anima nostra è tempio dello Spinto Santo, aggiunge: "glorificate Dio nel vostro corpo: glorificate et portate Deum in corpore vestro".

1051. 3° Questo dovere spetta soprattutto ai sacerdoti.

Infatti la maggior parte degli uomini, ingolfati negli affari e nei piaceri, sventuratamente non consacrano che pochissimo tempo all'adorazione.

Si dovevano quindi scegliere tra loro delegati speciali, accetti a Dio, che potessero, non solo in nome proprio ma in nome pure di tutta la società, rendere a Dio i doveri di religione a cui ha diritto.

É appunto questo l'ufficio del sacerdote cattolico eletto da Dio stesso, tra gli uomini, è come il mediatore di religione tra il cielo e la terra, incaricato di glorificare Dio e porgergli l'ossequio di tutte le creature, facendone poi scendere sulla terra una pioggia di grazie e di benedizioni.

Tale è quindi il dovere del suo stato, la sua professione, vero dovere di giustizia, come spiega S. Paolo: "[Omnis namque, Pontifex ex hominibus assumptus pro hominibus constituitur in his quae sunt ad Deum, ut offerat dona et sacrificia pro peccatis] Per ogni alto, sommo sacerdote, preso fra gli uomini, è costituito per gli uomini nelle cose che, appartengono a Dio, affinché offra doni e sacrifici per i peccati:".

Ecco perché la Chiesa gli affida due grandi mezzi per praticare la virtù della religione: l'ufficio divino e la santa messa.

Doppio dovere che deve compiere con tanto maggiore fervore in quanto che, glorificando Dio, lo dispone nello stesso tempo favorevolmente ad esaudire le nostre richieste; lavora così e alla santificazione propria e a quella delle anime che gli sono affidate, n. 393‑401.

Le sue preghiere hanno tanto maggiore efficacia, in quanto che è la Chiesa, è Gesù che prega con lui e in lui; ora le preghiere di Cristo sono sempre esaudite: [exauditus est pro sua reverentià] fu esaudito per la sua pietà".

3°. Pratica della virtù della religione.

1052. Per ben praticare questa virtù, bisogna coltivare la vera devozione, cioè quella disposizione abituale della volontà che ci fa prontamente e generosamente abbracciare tutto ciò che è di servizio di Dio.

É dunque in sostanza una manifestazione dell'amore di Dio; onde la religione si connette con la carità.

1053. 1° Gl'incipienti praticano questa virtù

a) osservando bene le leggi di Dio e della Chiesa sulla preghiera, sulla santificazione delle domeniche e delle feste;

b) schivando la abituale dissipazione esterna ed interna, che è fonte di numerose distrazioni nella preghiera, con una certa vigilanza a lottare contro l'onda invadente dei divertimenti mondani e delle inutili fantasticherie;

c) raccogliendosi interiormente prima di pregare, per farlo con maggior attenzione, e praticando il santo esercizio della presenza di Dio, n. 446.

Nota:

1054. 2° I proficienti si sforzano di entrare nello spirito di religione, in unione con Gesù, il grande Religioso del Padre, che nella vita come nella morte glorificò Dio in modo infinito, n. 151.

a) Questo spirito di religione comprende due principali disposizioni, riverenza e amore.

La riverenza è un profondo sentimento di rispetto misto a timore, con cui riconosciamo Dio come nostro Creatore e Sovrano Padrone, e siamo lieti di proclamare la assoluta nostra dipendenza da lui.

L'amore si volge al Padre amabilissimo e amantissimo che si degnò di adottarci per figli e che continuamente ci è largo della paterna sua tenerezza.

Doppio sentimento, onde scaturiscono tutti gli altri: ammirazione, riconoscenza, lode.

1055. b) Nel Cuore sacratissimo di Gesù andiamo ad attingere questi sentimenti di religione.

Il divino Mediatore non visse che per glorificare il Padre: "[Ego te clarificavi super terram] Io ti ho glorificato sulla terra"; morì per farne la volontà, per intieramente appagarlo, protestando così di non vedere nulla che meriti di vivere e di sussistere al cospetto di Dio.

Dopo la morte egli continua l'opera sua non solo nell'Eucaristia, ove continuamente adora la SS. Trinità, ma anche nei nostri cuori, ove, per mezzo del divino suo Spirito, produce religiose disposizioni simili alle sue.

Vive in tutti i cristiani, ma soprattutto nei sacerdoti, procurando per loro mezzo la gloria di Colui che solo merita di essere adorato e rispettato.

Dobbiamo quindi con ardenti desideri attirarlo in noi e darci a lui perchè in noi, con noi e per noi pratichi la virtù della religione.

"Allora, scrive l'Olier, Gesù viene in noi e si lascia sulla terra tra le mani dei sacerdoti come ostia di lode, per farci partecipare al suo spirito di vittima, applicarci alle sue lode e comunicarci interiormente i sentimenti della sua religione.

Si diffonde in noi, s'insinua in noi, ci profuma l'anima e la riempie delle disposizioni interiori del suo spirito religioso; di guisa che dell'anima nostra e della sua non ne fa che una sola, animandola dello stesso spirito di rispetto, di amore e di lode, di interno ed esterno sacrificio di ogni cosa a gloria di Dio suo Padre".

1056. c) Ma non bisogna dimenticare che Gesù chiede la nostra collaborazione.

Venendo a farci partecipare al suo stato e al suo spirito di vittima, è necessario che viviamo con lui ed in lui in ispirito di sacrificio, crocifiggendo le tendenze della guasta natura e prontamente obbedendo alle ispirazioni della grazia; allora tutte le nostre azioni piaceranno a Dio e saranno tante ostie, tanti atti di religione, a lode e gloria di Dio, nostro Creatore e nostro Padre.

Proclamiamo così in modo pratico che Dio è tutto e nulla la creatura immolando partitamente tutto il nostro essere e tutte le nostre azioni a gloria del Sovrano nostro Padrone.

d) Il che specialmente facciamo in quegli atti che sono propriamente atti di religione, nell'assistenza alla santa messa, nella recita delle preghiere liturgiche e in altri, come abbiamo spiegato nei n. 274, 284, 523.

I perfetti praticano questa virtù sotto l'efficacia del dono della pietà, di cui tratteremo più avanti.

Indice