Summa Teologica - I-II

Articolo 4 - Se l'atto umano, in quanto buono o cattivo, acquisti un merito o un demerito presso Dio

Infra, q. 114, a. 1

Pare che l'atto umano buono o cattivo non abbia un merito o un demerito presso Dio.

Infatti:

1. Abbiamo già visto [ a. 3 ] che il merito e il demerito dicono ordine a una ricompensa per il vantaggio o per il danno procurato a un altro.

Ma un'azione umana, buona o cattiva, non può portare alcun vantaggio o alcun danno a Dio, poiché sta scritto [ Gb 35,6s ]: « Se tu pecchi, che danno gli arrechi? Se poi agisci rettamente, che cosa gli dai? ».

Quindi l'atto umano, buono o cattivo, non ha un merito o un demerito presso Dio.

2. Lo strumento non merita e non demerita alcunché presso colui che se ne serve, poiché tutta l'azione dello strumento appartiene a chi si serve di esso.

Ora l'uomo, nel suo agire, è strumento della potenza divina, che è il suo motore principale: infatti si legge in Isaia [ Is 10,15 ]: « Può forse vantarsi la scure con chi taglia per suo mezzo, o la sega insuperbirsi contro chi la maneggia? »: parole che indicano chiaramente la funzione strumentale dell'uomo.

Quindi l'uomo, nell'agire bene o male, non merita o demerita nulla presso Dio.

3. L'atto umano ha ragione di merito o di demerito in quanto è ordinato ad altri.

Ma non tutte le azioni umane sono indirizzate a Dio.

Quindi non tutte le azioni umane, buone o cattive, hanno ragione di merito o di demerito presso Dio.

In contrario:

Sta scritto [ Qo 12,14 ]: « Dio citerà in giudizio ogni azione, sia essa buona o cattiva ».

Ma il giudizio implica la retribuzione, in ordine alla quale si concepiscono il merito e il demerito.

Quindi ogni atto umano, buono o cattivo, ha un merito o un demerito presso Dio.

Dimostrazione:

Come si è spiegato [ a. 3 ], l'azione di un uomo ha ragione di merito o di demerito in rapporto ad altri o a motivo della persona stessa interessata, o a motivo della collettività.

Ora, in tutte e due le maniere i nostri atti, buoni o cattivi, hanno un merito o un demerito presso Dio.

Rispetto a Dio, in quanto egli è l'ultimo fine dell'uomo: infatti è doveroso riferire tutti gli atti all'ultimo fine, come si è già visto [ q. 19, a. 10 ].

Quindi chi compie un atto cattivo, non riferibile a Dio, non salva l'onore di Dio nella sua qualità di ultimo fine.

- In ordine poi alla collettività di tutto l'universo per il fatto che in ogni società chi ne è a capo è tenuto principalmente a curare il bene comune: quindi tocca a lui retribuire le azioni compiute bene o male nella collettività.

Ma Dio è il moderatore e la guida di tutto l'universo, come si è dimostrato nella Prima Parte [ q. 103, a. 5 ], e in modo speciale delle creature razionali.

Quindi è evidente che gli atti umani hanno un merito o un demerito in rapporto a lui: altrimenti seguirebbe che Dio non si prende cura delle azioni umane.

Analisi delle obiezioni:

1. Le azioni umane non possono di per sé né giovare né nuocere a Dio: tuttavia l'uomo, per quanto dipende da lui, sottrae o dà a Dio qualcosa osservando o non osservando l'ordine che Dio ha stabilito.

2. L'uomo è mosso da Dio come uno strumento, in maniera però da non escludere la sua mozione personale mediante il libero arbitrio, come appare evidente dalle cose già dette [ q. 9, a. 6, ad 3 ].

Quindi mediante il suo agire egli può meritare o demeritare presso Dio.

3. L'uomo non è ordinato alla società civile in forza di tutto il proprio essere, e di tutti i suoi beni: per cui non è necessario che ogni suo atto sia meritorio o demeritorio in ordine alla società civile.

Invece l'uomo in tutto quello che forma il suo essere, il suo potere e il suo avere dice ordine a Dio: quindi ogni atto umano, buono o cattivo, ha un merito o un demerito presso Dio, per quanto esso vale come atto.

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