Summa Teologica - I-II

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Articolo 1 - Se la legge antica fosse buona

Infra, a. seq., ad 1, 2; In Rom., c. 7, lectt. 2, 3; In Gal., c. 3, lectt. 7, 8; In 1 Tim., c. 1, lect. 3

Pare che la legge antica non fosse buona.

Infatti:

1. In Ezechiele [ Ez 20,25 ] si legge: « Allora diedi loro perfino statuti non buoni, e leggi per le quali non potevano vivere ».

Ma una legge è detta buona solo per la bontà dei precetti che contiene.

Quindi la legge antica non era buona.

2. Come insegna S. Isidoro [ Etym. 2,10; 5,21 ], la bontà di una legge implica l'utilità di essa alla comune salvezza.

Ora, l'antica legge non era salutare, ma piuttosto mortifera e nociva.

Scrive infatti l'Apostolo [ Rm 7,8s ]: « Senza la legge il peccato è morto, e io un tempo vivevo senza la legge.

Ma sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita e io sono morto ».

E altrove [ Rm 5,20 ]: « Poi sopraggiunse la legge, così che abbondò il delitto ».

Quindi la legge antica non era buona.

3. Perché una legge sia buona occorre che ne sia possibile l'osservanza, tanto secondo la natura quanto secondo l'umana consuetudine.

Ma ciò non si verificava nell'antica legge; infatti S. Pietro [ At 15,10 ] ebbe a dire: « Perché mai continuate a tentare Dio imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? ».

Quindi l'antica legge non era buona.

In contrario:

S. Paolo [ Rm 7,12 ] afferma: « La legge è santa e giusta, e buono il comandamento ».

Dimostrazione:

Senza dubbio alcuno la legge antica era buona.

Come infatti una dottrina mostra di essere vera per il fatto che concorda con la retta ragione, così anche una legge mostra di essere buona per il fatto che concorda con la ragione.

Ora, l'antica legge concordava con la ragione.

Infatti reprimeva le concupiscenze contrarie alla ragione, come è evidente nel precetto [ Es 20,17 ]: « Non desiderare la roba del tuo prossimo ».

Inoltre essa proibiva tutti i peccati, che sono contrari alla ragione.

Perciò la sua bontà è evidente.

E questo è il ragionamento dell'Apostolo là dove dice [ Rm 7,22 ]: « Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio »; e ancora [ Rm 7,16 ]: « Riconosco che la legge è buona ».

Si noti però, con Dionigi [ De div. nom. 4 ], che la bontà ha diversi gradi: c'è un bene perfetto e c'è un bene imperfetto.

Nei mezzi ordinati al fine la bontà è perfetta quando il mezzo è tale da raggiungere per se stesso efficacemente il fine; si ha invece un bene imperfetto se esso coopera al raggiungimento del fine, ma non è sufficiente per raggiungerlo.

Una medicina perfettamente buona, p. es., è quella che guarisce il malato; è invece imperfetta quella che può dargli un sollievo, ma non la guarigione.

Ora, si deve considerare che il fine della legge umana è diverso da quello della legge divina.

Infatti la legge umana ha come fine la tranquillità temporale dello stato; ed essa lo raggiunge reprimendo gli atti esterni, così da eliminare il male che potrebbe turbare la pace pubblica.

Invece la legge divina ha lo scopo di condurre gli uomini alla felicità eterna: fine che può essere impedito da qualsiasi peccato, e non soltanto dagli atti esterni, ma anche da quelli interni.

Perciò quanto basta alla perfezione della legge umana, cioè il proibire i peccati e stabilire le pene, non basta alla perfezione della legge divina, ma questa deve rendere l'uomo perfettamente idoneo a partecipare alla felicità eterna.

E ciò non può avvenire che mediante la grazia dello Spirito Santo, la quale « riversa nei nostri cuori la carità » [ Rm 5,5 ], che è capace di compiere la legge: poiché, come dice S. Paolo [ Rm 6,23 ], « la grazia di Dio è la vita eterna ».

Ora, l'antica legge non poteva conferire questa grazia, che era riservato a Cristo: poiché, come scrive S. Giovanni [ Gv 1,17 ], « la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo ».

Perciò la legge antica è buona, ma imperfetta, secondo l'espressione di S. Paolo [ Eb 7,19 ]: « La legge non ha portato nulla alla perfezione ».

Analisi delle obiezioni:

1. Il Signore parla qui dei precetti cerimoniali; i quali sono detti non buoni perché non conferivano la grazia che monda gli uomini dal peccato, pur mostrando la loro condizione di peccatori.

Perciò si dice di proposito: « e leggi per le quali non potevano vivere », cioè della vita della grazia.

E il testo continua: « Feci sì che si contaminassero nelle loro offerte », cioè mostrai che erano contaminati, « quando offrivano i primogeniti per i loro peccati ».

2. Si dice che la legge uccideva non già in maniera efficiente, ma occasionale, data la sua imperfezione: cioè perché non conferiva la grazia con la quale gli uomini avrebbero potuto adempiere ciò che comandava, o evitare ciò che proibiva.

Quindi l'occasione non era data [ da Dio ], ma piuttosto presa dagli uomini.

Per cui anche l'Apostolo prosegue [ Rm 7,11 ]: « Il peccato, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte ».

- E per lo stesso motivo, quando si dice che « sopraggiunse la legge così che abbondò il delitto », l'espressione così che [ ut ] ha valore consecutivo, non causale: poiché gli uomini, prendendo occasione dalla legge, peccarono maggiormente: sia perché il peccato divenne più grave dopo la proibizione della legge, sia anche perché crebbe la concupiscenza; infatti siamo portati a desiderare maggiormente ciò che è proibito.

3. Non era possibile portare il giogo della legge senza l'aiuto della grazia, che la legge non dava.

Infatti S. Paolo [ Rm 9,16 ] insegna: « Non è di chi vuole, né di chi corre », volere e correre nei precetti di Dio, « ma è opera di Dio che usa misericordia ».

Per cui anche nel Salmo [ Sal 119,32 ] si legge: « Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore », donandomi la grazia e la carità.

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