Summa Teologica - II-II

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Articolo 4 - Se la Chiesa debba accogliere sempre chi lascia l'eresia

Quodl., 10, q. 7, a. 2

Pare che la Chiesa debba accogliere sempre chi lascia l'eresia.

Infatti:

1. In Geremia [ Ger 3,1 ] il Signore così parla: « Ti sei disonorata con molti amanti, ma torna pure a me ».

Ora, il giudizio della Chiesa è il giudizio di Dio, stando alle parole del Deuteronomio [ Dt 1,17 ]: « Darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio ».

Perciò anche se uno ha fornicato con l'incredulità, che è una fornicazione spirituale, deve essere accolto senz'altro.

2. Il Signore [ Mt 18,22 ] comandò a S. Pietro di perdonare al fratello che pecca non sette volte soltanto, « ma fino a settanta volte sette ».

Il che significa, secondo S. Girolamo [ In Mt ], che si deve perdonare tutte le volte che uno pecca.

Quindi tutte le volte che uno pecca ricadendo nell'eresia deve essere accolto dalla Chiesa.

3. L'eresia è una specie dell'incredulità.

Ma la Chiesa accoglie gli altri increduli che vogliono convertirsi.

Quindi deve accogliere anche gli eretici.

In contrario:

Si legge nelle Decretali [ 5, 7, 9 ] che « se si scopre che uno, dopo aver abiurato l'errore, è ricaduto nell'eresia, bisogna consegnarlo al giudizio secolare ».

Perciò la Chiesa non deve accoglierlo.

Dimostrazione:

La Chiesa, secondo il comando del Signore, deve estendere a tutti la sua carità; non solo agli amici, ma anche ai nemici e ai persecutori, stando alle parole evangeliche [ Mt 5,44 ]: « Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano ».

Ora, la carità richiede che si voglia e si compia il bene del prossimo.

Ma il bene è di due specie.

Uno è spirituale, ed è la salvezza dell'anima, che la carità principalmente ha di mira: tutti infatti con la carità devono volere questo bene agli altri.

Perciò da questo lato gli eretici pentiti, per quante volte siano ricaduti, devono essere accolti dalla Chiesa col perdono, che apre ad essi la via della salvezza.

L'altro bene invece è oggetto della carità in modo secondario: ed è il bene temporale, come la vita corporale, i beni materiali, il buon nome e le dignità ecclesiastiche o secolari.

Questo bene infatti non siamo tenuti a volerlo agli altri in forza della carità se non in ordine alla salvezza eterna, di loro stessi o di altri.

Se quindi l'esistenza di qualcuno di questi beni in un dato individuo potesse impedire la salvezza eterna di molti, la carità non ci obbligherebbe a volergli questo bene, ma piuttosto a volerne la privazione: sia perché la salvezza eterna va preferita al bene temporale, sia perché il bene di molti va preferito a quello di uno solo.

Ora, se gli eretici pentiti venissero accolti, così da conservare la vita e gli altri beni temporali, ciò finirebbe col pregiudicare la salvezza degli altri: sia perché ricadendo ancora corromperebbe gli altri, sia anche perché, restando essi impuniti, altri potrebbero cadere più facilmente nell'eresia.

Si legge infatti nell'Ecclesiaste [ Qo 8,11 ]: « Poiché non sidà una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore dei figli dell'uomo è pieno di voglia di fare il male ».

Quindi la Chiesa non solo accoglie col perdono quelli che per la prima volta tornano dall'eresia, ma li lascia in vita; e talora con delle dispense li reintegra nelle dignità ecclesiastiche precedenti, se appaiono realmente convertiti.

E sappiamo dalla storia che ciò è avvenuto spesso, per amore della pace.

Quando però i pentiti ricadono di nuovo, allora mostrano incostanza nella loro fede.

Perciò se si ravvedono vengono accolti col perdono, ma non liberati dalla pena di morte.

Analisi delle obiezioni:

1. Nel giudizio di Dio i pentiti sono sempre perdonati: poiché Dio scruta i cuori e conosce quelli che sono veramente pentiti.

Ma la Chiesa in ciò non può imitarlo.

Quindi deve presumere che non siano veramente pentiti quelli che, una volta perdonati, sono di nuovo ricaduti.

E così, senza negare loro la salvezza eterna, non li libera dal pericolo della morte.

2. Il Signore parla così a Pietro riferendosi ai peccati commessi personalmente contro di lui, e che uno deve sempre perdonare al fratello pentito.

Ma le sue parole non vanno applicate ai peccati commessi contro il prossimo o contro Dio, peccati che, secondo S. Girolamo [ Glossa ord. su Mt 18,15 ], « non spetta a noi perdonare ».

Per questi peccati dunque la misura è stabilita dalla legge, conformemente all'onore di Dio e al bene del prossimo.

3. Gli altri increduli che non hanno mai ricevuto la fede, nel convertirsi non mostrano dei segni di incostanza nella fede come gli eretici recidivi.

Perciò il paragone non regge.

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