Summa Teologica - II-II

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Articolo 3 - Se l'ipocrisia si contrapponga alla veracità

In 4 Sent., d. 16, q. 4, a. 1, sol. 2

Pare che l'ipocrisia non si contrapponga alla veracità.

Infatti:

1. Nella simulazione o ipocrisia abbiamo il segno e la realtà significata.

Ma in nessuno dei due elementi l'ipocrisia si contrappone a una virtù speciale: poiché l'ipocrita può simulare tutte le virtù, e anche con qualsiasi atto virtuoso, cioè col digiuno, con la preghiera, con l'elemosina, ecc., come dice il Vangelo [ Mt 6,2.5.16 ].

Quindi l'ipocrisia non si contrappone in modo speciale alla virtù della veracità.

2. Ogni simulazione pare derivare da un inganno: essa infatti si contrappone alla semplicità.

Ma l'inganno si contrappone alla prudenza, come si è visto sopra [ q. 55, aa. 3,4 ].

Quindi l'ipocrisia, che è una simulazione, non è il contrario della veracità, ma piuttosto della prudenza, o della semplicità.

3. In morale la specie viene desunta dal fine.

Ma il fine dell'ipocrisia è l'acquisto di un guadagno, o della vanagloria: infatti a commento di quel passo di Giobbe [ Gb 27,8 Vg ]: « Qual è la speranza dell'ipocrita, se non di rapinare con avarizia? », la Glossa [ ord. ] afferma: « L'ipocrita, che in latino è detto simulatore, è un rapinatore avaro, il quale mentre desidera di essere venerato come santo, ruba la lode dovuta all'altrui condotta ».

Ora, come l'avarizia e la vanagloria non si contrappongono direttamente alla veracità, così non si contrappone ad essa neppure la simulazione, o ipocrisia.

In contrario:

Ogni simulazione, come si è visto [ a. 1 ], è una menzogna.

Ma la menzogna si contrappone direttamente alla veracità.

Quindi anche la simulazione o ipocrisia.

Dimostrazione:

Come insegna il Filosofo [ Met. 10, cc. 4,8 ], la contrarietà è l'opposizione di due cose secondo la forma, dalla quale esse ricevono la specie.

Perciò la simulazione, o ipocrisia, si può contrapporre a una virtù in due maniere: direttamente e indirettamente.

L'opposizione diretta, o di contrarietà, va desunta dalla specie stessa dell'atto rispettivo, che dipende dal suo oggetto proprio.

Essendo quindi l'ipocrisia, come si è visto [ a. prec. ], una simulazione con la quale uno finge di avere una personalità che non gli appartiene, è logico che direttamente essa si contrapponga alla veracità, « con la quale », secondo Aristotele [ Ethic. 4,7 ], « uno si mostra quale è nelle opere e nelle parole ».

- Invece un'opposizione o contrarietà indiretta all'ipocrisia può essere desunta da qualsiasi accidente: p. es. da un fine remoto, o da quanto serve per compiere un atto, oppure da qualsiasi altra cosa del genere.

Analisi delle obiezioni:

1. L'ipocrita, nel simulare una virtù, costituisce in essa il suo fine non realmente, come chi intende possederla, ma solo in apparenza, per paiono di averla.

Ora, da ciò non risulta un'opposizione alla virtù suddetta, ma alla veracità: volendo costui ingannare gli altri a proposito di una data virtù.

- E anche gli atti virtuosi compiuti in tal modo non sono voluti direttamente, bensì strumentalmente, cioè come segni di determinate virtù.

In essi quindi non si riscontra un'opposizione diretta a tali virtù falsificate.

2. Come si è già spiegato [ q. 55, aa. 3 ss. ], alla prudenza si contrappone direttamente l'astuzia, che assume il compito di escogitare delle vie speciose, ma inconsistenti, per raggiungere uno scopo.

Ora, l'astuzia viene esercitata con l'inganno nelle parole e con la frode nelle azioni.

Inganno e frode che stanno alla semplicità come l'astuzia sta alla prudenza.

Ma l'inganno e la frode sono ordinati principalmente a ingannare e secondariamente, in certi casi, a danneggiare.

Perciò alla semplicità spetta direttamente di fuggire l'inganno.

E in base a ciò, come si è già visto [ q. 109, a. 2, ad 4 ], la semplicità si identifica con la veracità, ma c'è fra di esse una differenza di ragione: poiché questa virtù viene detta veracità in quanto fa concordare i segni, o espressioni esterne, con le realtà significate, mentre viene detta semplicità in quanto non tende a realtà diverse: a una cioè secondo l'apparenza esterna e a un'altra interiormente.

3. Il guadagno, o la gloria, può essere il fine remoto dell'ipocrita, come anche del bugiardo.

Perciò l'ipocrisia non viene specificata da questo fine, bensì dal fine prossimo, che è quello di mostrarsi diversi da ciò che si è.

Ci sono infatti alcuni che fingono dati o fatti straordinari solo per il piacere di ingannare, come dice il Filosofo [ l. cit. ], e come si è già notato [ q. 110, a. 2 ] a proposito della menzogna.

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