Efesini

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P. Teodorico da Castel S. Pietro

Il tema fondamentale di questa lettera è il piano divino che chiama tutti - Giudei e pagani - alla salvezza mediante l'inserzione nel Corpo di cui Cristo è il capo.

La stessa lode a Dio ( 1,3-14 ) e l'azione di grazie ( 1,15-23 ), assai diffuse a confronto dell'estensione della lettera, sono punto di partenza e parte integrante della trattazione dogmatica.

Questa ha il suo nucleo centrale nel c. 2, ma continua nel c. 3, dove, tuttavia, predomina la nota della preghiera ( vv. 14-19 ), e della lode a Dio ( 3,20s ).

Anche la parte esortativa è improntata alla teologia del Corpo mistico.

Dio ci ha prescelto da tutta l'eternità ad essergli figlioli adottivi per l'unione con Cristo.

Questo piano si attua appunto in Cristo e per Cristo, capo della Chiesa, la quale è pienezza di lui ( 1,15-23 ).

Giudei e pagani sono stati tratti dalle tenebre della colpa alla luce della vita in Cristo ( 2,1-6 ), mostrando, così Iddio la magnificenza della sua grazia, che è salvezza e nuova creazione ( 2,7-10 ).

Sul piano divino a favore dei pagani Paolo ha ricevuto particolari rivelazioni ( 3,1-7 ); per l'attuazione di esso egli soffre ( 3,8-13 ).

Difficile è l'identificazione dei destinatari della lettera.

È stato osservato che l'epistola ai Romani è più personale di questa e più aderente alla vita della comunità, quantunque Paolo, quando la scriveva, non fosse ancora andato a Roma, mentre a Efeso aveva lavorato per ben tre anni con grandi sofferenze e consolanti risultati.

Paolo sembra qui ignorare tutto dei lettori ( 1,15; 3,2; 4,21 ), il suo linguaggio è vago e generico.

S'aggiunga l'assenza, nell'indirizzo ( 1,1 ), delle parole « in Efeso » in manoscritti d'indiscutibile valore, la maniera forzata con cui Origene, S, Basilio, S. Girolamo commentano la frase monca ai santi che sono, intendendola dell'edere in Cristo.

A queste incertezze si richiamano due ipotesi emesse nei tempi moderni: la lettera o è una circolare destinata a varie comunità dell'Asia, più precisamente del retroterra di Efeso; oppure fu indirizzata, anziché ai cristiani di Efeso, a quelli di Laodicea.

La prima ipotesi, affacciata già da Teodoro Beza, è diffusa anche tra gli esegeti contemporanei; essa spiega la genericità dello scritto ma ha contro di sé il fatto che una parte considerevole della tradizione manoscritta contiene le parole « in Efeso », tanto che qualcuno ha pensato che la « circolare » uscisse dalle mani di Paolo col nome della maggiore comunità destinataria.

È dubbio, inoltre, che l'antichità conoscesse questo tipo di lettere circolari.

La seconda ipotesi, già di Marcione e molto sostenuta recentemente, parte da Col 4,16, che vuole uno scambio di lettere tra Colesse e Laodicea.

Queste comunità, evangelizzate probabilmente da Epafra, non erano ancora state visitate da Paolo, che conobbe la situazione di Colesse attraverso le informazioni di Epafra.

Si comprende così l'assenza di note personali e riferimenti alle particolari condizioni della comunità.

D'altra parte, lo scambio di lettere e le notizie fornite da Tichico ( 6,21s ), latore di quelle, avrebbero colmate le lacune dello scritto.

La scomparsa del primitivo « in Laodicea » nell'intestazione della lettera è spiegato come una « damnatio memoriae » a motivo di Ap 3,14ss

A Efeso, dove all'inizio del secondo secolo pare sia stata fatta la raccolta delle lettere paoline, « in Laodicea » sarebbe stato sostituito con « in Efeso », sia perché questa città era capitale dell'Asia, sia perché non rimproverata ( vedi però Ap 2,4s ) come Laodicea.

Marcione avrebbe conservato l'indirizzo originale.

La spiegazione della sostituzione del titolo primitivo è troppo artificiosa.

Nessuna delle due soluzioni ha per sé argomenti decisivi, tuttavia, in mancanza di meglio, ci sembra preferibile l'ipotesi della primitiva destinazione laodicena.

Se Paolo avesse voluto indirizzare una circolare a un gruppo di comunità dell'Asia anteriore, avrebbe potuto esprimersi come in 2 Cor 1,1; Gal 1,2.

Si discute anche circa l'autenticità paolina della lettera.

Essa è spessissimo citata nella più alta antichità ( Barnaba, Clemente, Ignazio d'Antiochia ), e non di rado con esplicita attribuzione a S. Paolo, anche da parte di eretici ( Valentino Basilide, Marcione), di modo che la causa potrebbe considerarsi vinta se gli oppositori dell'autenticità non giudicassero decisivi gli argomenti di critica interna.

È da notare, tuttavia, che una più equa valutazione ha determinato un sensibile ritorno di critici non cattolici a posizioni quasi tradizionali, o al riconoscimento di un fondo paolino con sovrastruttura di un discepolo dell'apostolo, o alla semplice accettazione dell'autenticità paolina.

Un esame accurato ha dimostrato che lo scritto non ha, proporzionalmente, più hapax ( vocaboli usati una volta sola ) delle altre lettere paoline, che, se certi particolari di lingua e di stile depongono per la diversità dell'autore, altri non pochi comprovano la paternità paolina; che, d'altra parte, varie particolarità lessicali si debbono al contenuto.

Il quale o ricalca e sviluppa i motivi di altre lettere paoline o, almeno, non contraddice mai l'insegnamento precedente; vi s'innesta, anzi, in continuità e coerenza di pensiero.

Contro l'autenticità della nostra lettera è addotta anche la notevole somiglianzà con quella ai Colossesi.

Si è computato che dei 155 versetti di cui consta 73 abbiano un parallelo in Col.

Avremmo quindi davanti a noi una riedizione ampliata di questa.

Una somiglianza tra due lettere scritte nello stesso periodo di tempo a fedeli che vivevano nelle stesse condizioni ambientali, esposti agli stessi pericoli non sorprenderebbe troppo, ma qui sono spesso ripetute le stesse cose quasi con le stesse parole.

E tuttavia le somiglianze sono controbilanciate da notevoli differenze nella disposizione del contenuto comune, nel fatto che, di fronte a testi che si corrispondono quasi letteralmente, altri prendono inaspettatamente forme e movenze diverse.

Cosi sta al centro delle due lettere il tema del « mistero » di cui Paolo è predicatore; ma questo punto, trattato brevemente in Col 1,26s, si sviluppa in Ef 2,11-22; Ef 3,3-12, grazie alla sovrapposizione del concetto che Giudei e pagani sono stati uniti in un unico corpo.

Nella presente lettera la funzione di Cristo capo è spiccatamente ecclesiologica, mentre in Col. è soprattutto cosmologica.

La dottrina del matrimonio è esposta qui ( 5,22-33 ) nel quadro dell'ecclesiologia, non così in Col., dove del matrimonio ( 3,18s ) e, in generale, della morale domestica ( 3,18-4,1 ) si tratta assai più brevemente.

Le somiglianze e le differenze tra i due scritti fanno conchiudere che il loro autore aveva un possesso magistrale dell'argomento e, nel trattarlo con adattamenti alle circostanze, una libertà difficilmente riscontrabile in un falsario.

La lettera ci dice poco sul luogo e tempo di composizione, data appunto la sua indole.

Nel quadro delle lettere della prigionia essa è più vicina a quelle ai Colossesi e a Filemone che a quella ai Filippesi.

La lettera ai Colossesi, che si presenta come un abbozzo della nostra, dovrebbe anzi avere una certa precedenza.

Comunque, l'intervallo di tempo tra l'una e l'altra non dovette essere molto lungo se ambedue appartengono alla prima prigionia romana ( 61-63 ) ed ebbero, con quella a Filemone, come latore Tichico ( Ef 6,21; Col 4,7s ).

Le speranze di prossima liberazione, espresse in quest'ultima, potrebbero far pensare alla fine del biennio.

Ma noi non conosciamo le possibili alternative di speranza e di delusione nel corso di quella prigionia.


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