Osservazioni sulla morale Cattolica

Parte terza

I

Donde nasce, o protestanti, che gli increduli, che vivono nelle vostre comunioni, hanno per la religione cattolica lo stesso orrore; se non un po' più forte del vostro?

e che gl'increduli che vivono fra noi, sono invece ben affetti alle opinioni, ai riti protestanti, a tutto ciò insomma che vi separa da noi?

Voi dite che il motivo della vostra avversione è lo zelo per la purità del cristianesimo perduta dalla religione cattolica: come dunque la stessa avversione è ella così viva in coloro dei vostri ai quali non cale del cristianesimo?

Questi hanno certamente motivi d'un altro genere, che quello messo innanzi, e forse creduto da voi.

E noi pure diciamo che il motivo della nostra avversione al protestantesimo ( non già ai protestanti: Dio liberi! ) è l'amore del cristianesimo, della religione, quale Gesù Cristo l'ha istituita, e che non sussiste nelle Sette protestanti.

E i nostri increduli, anteponendo, senza esame, e in una loro strana ipotesi, le Sette alla Chiesa, sono una forte presunzione della verità del motivo da noi addotto: giacche mostrano che l'avversione cessa dove non vive l'amore del cristianesimo.

Tutti i nemici del Vangelo odiano sommamente la religione cattolica.

Qual carattere di questa; e qual fonte di riflessioni!

II

Montesquieu ha detto che il protestantesimo conviene più alle repubbliche, e il cattolicismo alle monarchie, e questa sentenza è stata ripetuta mille volte, ed è divenuta come una massima provata.

Questa asserzione contraddice un'altra massima ricevuta dai cattolici che la loro religione sia adatta a tutti i governi, e Montesquieu non ha cercato a stabilire che questa fosse falsa.

Egli adduce una sola prova, e questa è così picciola e così parziale che si può dire che Montesquieu ha descritto un poligono di cui non aveva osservato che un picciolo lato.

Questa prova ( l'avere il cattolicismo un Capo fuori dello stato ) dovrebbe farlo credere anzi più proprio alle repubbliche che alle monarchie, dove è essenziale al monarca il non dividere il potere con alcun altro.

Ma il vero è che è proprio ad ogni governo.

III

Le due parole Religione nazionale, parole pronunziate da alcuni con riverenza, con ammirazione, con invidia, esprimono l'ultimo grado di stravaganza e di abiezione a cui possa giungere la ragione umana.

Religione è credenza.

La credenza è bella, ragionevole, in quanto si presta alla verità;

Può esser colpevole; è certamente deplorabile, miserabile, quando si presta all'errore, credendolo verità;

E non so che mi dire se si presta a cosa alla quale, col solo nominarla, si nega il carattere di verità.

È carattere, è necessità, essenza della verità, che sia verità per tutti.

Ora, chi, in punto di religione, crede la verità, e crede, per conseguenza, che tutti dovrebbero creder come lui, fa il migliore, il più felice, anzi l'unico buono e felice uso della ragione;

Chi, in punto di religione, crede l'errore, e, appunto perchè lo crede verità, crede che tutti dovrebbero creder come lui, s'inganna nel fatto speciale, e resta nel senso comune, nella condizione più indispensabile della ragione per ciò che risguarda l'idea della verità in genere;

Chi poi dice religione nazionale, dice verità per alcuni; o, se gli paresse meglio, credenza a ciò che non è verità.

Può la ragione andar più in là, o più in giù?

O, per dir meglio, va ella dove mostrano quelle parole?

Chi le proferisce per approvarle, si rende egli conto di quel che vengono ad importare?

Sente il loro doppio ed equivoco significato?

Sceglie fra le due idee?

Le riceve entrambe?

No certissimamente; un inganno volontario di questa forza non è possibile.

Chi dice religione nazionale fa come in tante altre cose fa chi, volendo o non volendo un'idea, l'afferma nel termine consacrato ad esprimerla, e la nega con un epiteto indicante una qualità incompatibile coll'idea stessa.

IV

Quelli che da tanto tempo rinfacciano alla Religione cattolica ch'ella proibisce l'esame e tronca il progresso dei lumi fondando la cognizione sull'autorità, non riflettono che essa non proibisce di cercare che dove è impossibile di trovare, cioè nel dogma, e che favorisce l'esame in tutto il resto.

V

Quegli scrittori, i quali pretendono che la Religione dev'essere ricevuta dai popoli perchè è loro utile, e serve al mantenimento della società, etc, non si accorgono che la loro tesi non può essere adottata, perchè i popoli né vogliono, né possono ricevere la Religione come mezzo di utilità.

Non lo vogliono né lo possono, perchè nessun uomo consente a credere alcuna cosa per altro motivo, che per motivi preponderanti di credibilità.

Proponete ad un uomo di fare un'azione, provandogli che gli sarà utile, voi gli date un motivo ragionevole: proponetegli di adottare una credenza come utile, egli vi risponderà, che il suo intelletto non può piegarsi che alla ragione né ricevere che la verità.

VI

L'uomo sente d'aver bisogno d'una indulgenza infinita: dopo aver ricevuto il perdono dell'uomo ch'egli ha offeso, il suo cuore non è in pace ancora: e le colpe che non offendono gli altri uomini, ma ch'egli sente esser colpe, chi gliele perdonerà?

VII

Non é già la Religione da dirsi vera perchè necessaria, ma è necessaria perchè vera.

Coloro che dicono esser la Religione necessaria al popolo fanno ad essa più larga testimonianza che non pensano: e dicono in favore della veracità di essa più che non credono dire.

VIII

S'egli è vero ( il che però non affermerei, né vorrei credere prima di aver fatto un confronto, o sentito testimoni oculati e spassionati ), s'egli è il vero che i Cattolici siano in generale meno composti e meno gravi nelle pubbliche funzioni di Chiesa che non i Protestanti, una ragione potrebb'esser questa: che la Religione non è per questi che un esercizio di tali tempi e luoghi, quando presso i Cattolici essa va legata con tutte le loro azioni.

Quindi un Cattolico, che non sia abbastanza staccato dalle cose mondane, che fomenti passioni non direttamente dannose al prossimo, ma contrarie all'amor di Dio, che non abbia per Dio l'amore di preferenza che gli si deve, etc, sente di non essere nella dritta via, si perde d'animo e si raffredda in ogni esercizio religioso, perchè sa che questo non sarà accetto a Dio quando non sia offerto da un cuore tutto Cristiano.

Presso i Protestanti la Religione è, o mi sembra essere, più accessoria.

IX

La più parte dei Filosofi politici che scrissero dopo la metà del secolo scorso posero per assioma che la popolazione sia il fondamento della potenza, civiltà e prosperità dei popoli, e che il numero degli uomini non possa mai crescere troppo: quindi coloro che ciecamente ricevettero questo principio non dubitarono di accagionare come poco previdenti e nemiche della perfezione civile le dottrine del Vangelo che lodano e consigliano ad alcuni l'astinenza dal matrimonio.

Ma il Vangelo è eterno, e i sistemi degli uomini sono assai volte fallaci, e questo fu tale, e ormai tutti sono convinti che il celibato, come il Vangelo lo consiglia, è utile agli Stati, ed alla popolazione di essi.

X

Vi ha tali stati di società nei quali pare che le virtù negative siano le sole riservate all'uomo.

Non cooperare al male sembra il massimo della virtù.

Ora è male che l'uomo non agisca per il bene: la Religione mantiene sempre una specie di virtù attive possibili in tutti i tempi, che tengono esercitato l'uomo alle cose migliori.

San Carlo ha esercitato attività in tempi in cui pareva che non fosse possibile.

Si è detto che ha prostrati gli animi: questo giudizio suppone una dimenticanza completa della situazione degli animi a quel tempo.

XI

Coloro che non lavorano per vivere, e che abitando nelle città conversano più continuamente cogli altri uomini, ed esercitano assai più il loro ingegno, vanno senza dubbio soggetti a dolori morali ignoti al contadino e all'artigiano: ma la Provvidenza ha dato a quelli l'agio di cercare i soli veri ed utili rimedi a questi dolori; e tali rimedi sono nello studio sincero, costante, umile e profondo della religione.

XII

Fatto singolare e importante: che la Fede, prescindendo in parte da quei mezzi che la ragione usa per giungere alla persuasione, al convincimento, alla certezza, al sapere, conduce però l'intelletto a questo genere di riposo in un grado che nelle altre cose non si ottiene coi mezzi puramente razionali.

XIII

Dacché alcuni filosofi hanno voluto far misura dell'intelletto la parola, non acconsentendo a nessuna idea, che non si potesse esprimere, non è da stupirsi che abbiano poste in dubbio le verità rivelate e le verità morali, più semplici e più universalmente sentite e tenute.

Chi sa qualcosa non porrebbe in dubbio questa Filosofia, s'ella procedesse?

Ma pare ch'essa decada di giorno in giorno.

XIV

Nel discorso l'uomo che sa poco e che ha poco meditato impaccia sovente colui che sa assai e pensa molto e bene.

Questi avvezzo a pesare le sue parole, non può servirsi di molte armi che l'altro ha sempre alle mani.

L'ignorante si serve spessissimo di proposizioni generali le quali sono spesso false, spesso dubbie, spessissimo non facienti al caso; per confutarlo vi conviene risalire ad una lunga e difficile questione, e appena siete sul principio, egli con un'altra sentenza vi sbalza in un'altra questione.

« Belle cose in teoria, ma che in pratica non valgono nulla.

- Bisogna vedere gli uomini come sono e non come dovrebbero essere.

- "Non tutte le verità sono da dirsi » e tali altri modi proverbiali con cui uno sciolo crede d'aver sui due piedi convinto d'errore un uomo che ha pensato lungamente sul caso concreto di cui si fa discussione, un uomo che ha sicuramente inteso molte volte queste sentenze e che sa quanto valgono e quanto siano applicabili al caso stesso.

Quindi è che a molti ragionatori aggrada più la compagnia delle persone del volgo che quella di questi tali, perchè quelle errano per lo più soltanto intorno ai casi particolari, e non escono da questi col ragionamento, e combattendo in un più ristretto spazio si può più facilmente stringerli: dicono insomma spropositi meno estesi.

Della verità di questa osservazione ne appello a tutti coloro che hanno la disgrazia di ragionare.

XV

Per distruggere l'errore non è il più breve ne il più certo quel metodo di confutarlo a poco a poco nelle sue parti.

Oltre il tempo che vi si perde, la verità esce di rado e stentatamente da queste picciole questioni; dove chi tiene la falsa opinione vi ferma ad ogni istante con sofisticherie.

Bisogna abbandonare questo piccolp campo e fare uscire l'errore da quegli agguati e da quei bastioni ove si sta trincierato, e combattere in quello largo e chiaro della verità; esponendo quelle vere e alte opinioni che portano con sé l'evidenza, e ammesse le quali è forza le contrarie si abbandonino.

Per distruggere un falso sistema di letteratura, un falso sistema di educazione, invece di esaminarne e censurarne ogni parte, si parli dei sistemi veri e grandi; allora il pubblico, che deve esser giudice, s'accorge dal paragone quanto quelli altri sieno meschini, e quelli stessi che li difendevano si vergognano, e intendono di non poter più star sulle difese.

Ai giorni nostri alcuni sistemi erronei sono caduti, ed alcuni altri vanno sotto gli occhi nostri cadendo, in modo sensibile a chi vi ponga mente.

XVI

Uno dei caratteri singolari della Religione e di quelli per cui nulla le si può sostituire nella società, si è che a differenza delle relazioni naturali e delle leggi umane essa crea dei doveri senza che ne nasca un corrispondente diritto, il che nessuna istituzione umana può fare.

La legge non può, per esempio, dare ad uno il dovere di dare, senza dare nello stesso tempo ad un altro il diritto di ricevere.

Di là viene che ogni miglior legge produce degli inconvenienti.

Ma la Religione, p. es., istituisce per il ricco il dovere di spogliarsi del superfluo, senza dare al povero il diritto di pretenderlo, così il dovere di perdonare, senza che l'offensore possa pretendere che gli sia perdonato.

È una legge insomma, che ogni volta che si esegue fa l'effetto suo senza alcun contrasto; ecc., ecc., e il peggio che ne può accadere è ch'essa sia inutile in alcuni casi, cioè quando non viene eseguita.

XVII

A misura che le cognizioni politiche divengono generali, la politica si avvicina alla morale: perchè diventa utile il far le cose giuste, e difficile e dannoso l'appigliarsi alle ingiuste; poiché queste dispiacciono ai più, i quali sanno giudicarne più che mai.

XVIII

Talvolta l'uomo desidera di avere alcuni difetti che scorge in altrui, e che sa essere difetti, tanta è la incontentabilità dell'uomo su questa terra, e la sua disposizione a supporre la felicità in quello che non possiede.

XIX

Il ridicolo che prende di mira una professione, p. es., può ben far qualche danno alle idee o ai sentimenti di quelli che ridono, ma reca sempre uno di questi due vantaggi; che distrugge questa professione s'ella è inutile, e la migliora se è utile, o se non ha per quel tempo la potenza di distruggerla.

Il ridicolo conduce sempre al serio; perchè quegli che è beffato vuol provare che non merita le beffe; quindi o abbandona la professione cui gli vengono giuste beffe, o cerca nella sua professione la parte vera e ragionevole per la quale non potrà esser beffato.

Basta scorrere la storia delle istituzioni umane per scorgere quante di esse sieno cadute per essere state derise.

Basta contemplare i tempi presenti per vedere quante stanno crollando.

Quanto al migliorarle basti il ricordarsi che Molière colla continua derisione dei medici, migliorò assai la medicina, perchè ella è arte indistruttibile, essendo posta sopra fondamenti perpetui, che sono: le malattie, il desiderio di guarire, e la possibilità contestata dalla esperienza di guarire in certi casi con certe cure, e la possibilità dedotta da una ragionevole analogia di aumentare queste cure.

XX

Quando si parla di abitudini viziose in un popolo o in un uomo, si suole riflettere che dipendono molto dalle circostanze in cui quel popolo, p. es., è posto, e si dice: cambiate le istituzioni, le opinioni, le relazioni, ecc., e vedrete migliorarsi il costume.

Quando poi in un popolo si loda il costume come migliore che negli altri, si dice: dipende dalle circostanze tali e tali, se avessero come noi questo e questo, sarebbero viziosi come noi.

Quello che si propone come un mezzo a produrre il bene nel primo caso, si considera nel secondo come una diminuzione del valore di questo bene, tanta è la perpetua incontentabilità dell'uomo.

XXI

Quando non possiamo resistere alla forza di un ragionamento, e siamo portati al punto di dovere rinunziare alle leggi logiche o ad una nostra opinione, sentiamo come un inesprimibile malessere morale: la ragione di aver finora tenuto quella opinione, benché inadeguata ai raziocini contrari ( che si suppongono vittoriosi ) agisce al segno di mantenerci spesso in quella.

Chi supera questo contrasto si sente trasportato come in un'aria più libera, e prova una gran consolazione: è in questo Senso che la verità ci rende liberi. ( Gv 8,30-32 ).

XXII

Si legge una proposizione morale: essa è legata ad un sistema, suppone certi principi, e dà origine a certe conseguenze; non si vede il legame col sistema, e intanto senza che noi ce ne accorgiamo l'intelletto si avvicina a quel sistema: quando leggeremo un'altra proposizione di quello stesso sistema, saremo più disposti a riceverla.

A chi vuole leggere libri di scienze morali, diventa necessario conoscere i sistemi per classificare le proposizioni, vedere da quali principi vengono, e sapere che si sia opposto a quelli, per non adottare sistemi falsi a poco a poco senza avvedersene.

Quando si legge una proposizione sistematica, quanto è utile poter vedere come lo scrittore è stato condotto ad affermarla! diventa allora più facile giudicare, il che deve fare ogni lettore se non vuole adottare le idee altrui senza un esame proporzionato.

XXIII

Ogn'uomo riandando il passato, e singolarmente i tempi della infanzia e della adolescenza vede di avere ommesse assai cose che potevano condurlo ai suoi fini, di ambizione o di gloria o di dottrina, e sente con dolore di non potere più rimediare a questa sua negligenza.

La Religione, in ogni momento che l'uomo ricorra ad essa, lo consola col fargli conoscere ch'egli è in tempo di cominciare la sola via necessaria alla vera e perpetua felicità.

XXIV

Non aver dottrine recondite e particolari per alcuna classe di persone, ma insegnare pubblicamente a tutti tutta la scienza sacra che si può sapere dagli uomini: uno dei caratteri particolari e forse unici della Religione cristiana.

Altro carattere: dommi universali e perpetui; le false religioni spesso hanno prescritto ai popoli come parte di religione qualche pratica vantaggiosa a certi luoghi e a certi tempi, del che v'ha moltissimi esempi; la Religione cristiana ha sempre parlato all'uomo di tutti i luoghi e di tutti i tempi.

La Religione cristiana può sola essere universale.

XXV

La Religione cristiana è la sola che sia stata professata sinceramente per lunga successione di tempo da uomini dottissimi di vario genere; metafisici, fisici, moralisti, matematici, poeti, ecc.

XXVI

I cristiani si vergognano spesso di esercitare la loro Religione; ne credo che ciò avvenisse agli idolatri: maravigliosa contraddizione! in un paese dove la Religione cattolica è professata dal più gran numero, un uomo che si vergognerebbe di esser tenuto per irreligioso si vergogna di fare atti religiosi.

E cosa ancor più maravigliosa: il Fondatore di questa Religione ha predetto che i Fedeli soffrirebbero questa vergogna; chi ben considera questa predizione, vedrà ch'essa non è punto nella categoria delle speculazioni umane.

XXVII

Una serie di grandi uomini ha creduto il Cristianesimo.

Essi più pensarono alla morale cattolica, più la trovarono degna e grande.

Prima di credere che fossero ingannati, bisogna ben bene esaminare.

E quelli ai quali non date retta, quando vi parlano di altro, diventano oracoli quando vi presentano da un lato piccolo, falso e servile questa religione

XXVIII

Difendendo la religione si è costretti di ricorrere a principi semplici e chiari, ed opporli a quelli degli avversari.

Il lettore dice che sapeva quelle cose, e si stupisce che un uomo venga a contare cose vecchie e chiare.

Bisogna stupirsi che siano contrastate.

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