Romani

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Leone Algisi

È, per importanza, la prima delle lettere di S. Paolo.

La sua estensione, la Chiesa a cui fu indirizzata e soprattutto la prodigiosa ricchezza e profondità della sua dottrina sono le ragioni che la fanno mettere in testa a tutte le altre.

Ad essa hanno sempre largamente attinto i Padri della Chiesa ed i teologi; fin dall'antichità cattolici e non cattolici l'hanno fatta oggetto di ampi commenti.

Non è però una lettera facile, e gli eretici, a partire dagli antichi gnostici fino ai corifei del protestantesimo, hanno sempre potuto abusarne.

Già la seconda lettera di S. Pietro osservava che negli scritti di Paolo VI sono cose difficili « che gli inesperti e i deboli stravolgono a loro propria perdizione » ( 2 Pt 3,15-16 ) e non è difficile pensare che la nostra lettera fosse tra le più soggette a cattive interpretazioni.

La lettera si presenta come opera di Paolo ( 1,1-7 ) e tale attribuzione non è una finzione letteraria.

Sulla sua autenticità sono ormai tutti consenzienti.

In realtà, le concordi testimonianze di antichissimi scrittori cattolici ( S. Ireneo, Frammento Muratoriano, Clemente Aless., Tertulliano ecc .) ed eretici ( per es. Marcione ), il carattere spiccatamente paolino della dottrina, dello stile e del vocabolario della lettera, non consentono dubbi ragionevoli sulla effettiva origine di questo scritto dalla mente del grande apostolo.

Qualche incertezza esiste solo circa l'integrità di esso.

In alcuni manoscritti la lettera si presenta priva dei due ultimi capitoli ( 15-16 ) e, inoltre, il posto della dossologia finale ( 16,25-27 ) non è sempre fisso: a volte questa è riportata subito dopo 14,23, come conclusione della lettera, a volte è ripetuta, oltre che dopo 14,23, anche alla fine del c. 16, a volte ancora è riportata soltanto alla fine del c. 15 o del c. 16.

I migliori codici greci, tuttavia, e le più antiche versioni contengono i due capitoli ( cfr. le edizioni critiche ) e, omettendo il c. 15, si interrompe un brano unitario che continua fino a 15,13, dunque l'omissione è un fatto posteriore.

Origene attribuisce all'eretico Marcione l'omissione dei due capitoli e può darsi che alcuni codici abbiano subito l'influsso dell'eretico.

Meno importante è la questione del posto primitivo della parte finale.

La posizione attuale si presenta come decisamente migliore.

Per quale occasione e fine fu scritta?

Di tutte le lettere di Paolo, quella che fu dettata dal motivo materialmente più sproporzionato alla sua ampiezza è la nostra.

Paolo voleva solo annunciare e preparare la sua visita ai fedeli di Roma.

Aveva bisogno d'aiuto e d'assistenza per un progettato viaggio in Ispagna ( 1,10-15; 15,22-24.28 ) e un semplice biglietto poteva bastare per questo.

Consapevole però della sua missione di apostolo dei pagani, egli non poteva trascurare l'occasione di comunicare « qualche dono spirituale » a quei cristiani, e raccogliere tra loro qualche frutto ( 1,11.13; 15,15s ).

Così il suo grande cuore, impaziente di estendere « la pienezza delle benedizioni di Cristo » ( 15,29 ), senti il bisogno di darne, per così dire, un anticipo con la nostra lettera.

Un ventennio circa di apostolato tra i convertiti dal paganesimo gli aveva fatto conoscere bene quali erano i loro bisogni e quali pericoli correva la loro fede da parte di mestatori giudaizzanti ( 16,17-20 ).

Ne nacque in tal modo non una breve lettera d'occasione, ma, come anche si conveniva per la Chiesa della capitale dell'impero, alla quale i credenti guardavano con ammirazione e con grandi speranze, la più grande lettera, contenente tutto il programma del suo evangelo.

Incerti sono la data e il luogo di composizione.

Alla fine del terzo viaggio apostolico, Paolo, condotta a termine l'evangelizzazione dell'Oriente e ormai in procinto di partire per Gerusalemme per recarvi il frutto della colletta fatta fra i cristiani della Macedonia e dell'Acaia a favore dei poveri della città santa ( 1 Cor 16,1-4; At 19,21-21,19; At 24,17 ); trascorre un periodo di tre mesi a Corinto nell'inverno 56/57 ( At 20,3 ).

La lettera sembra supporre queste circostanze.

L'apostolo, che ha già predicato fin nell'Illiria ( 15,19 ), ha riempito del nome di Cristo tutto l'Oriente ( 15,23 ) e si prepara per un nuovo campo d'apostolato in Occidente.

Prima di partire per Roma, deve però portarsi a Gerusalemme con i frutti della colletta ( 15,25-28 ).

Egli, è vero, non potrà recarsi a Roma prima del 60, ma solo per particolari vicende di cui sarà vittima a Gerusalemme.

Sembra perciò difficile rimandare la composizione della lettera oltre il 58.

Un particolare poi la mette in connessione con Corinto.

Nei saluti finali ( 16,21-23 ) vengono fatti i nomi di Gaio ( 1 Cor 1,14 ), Erasto ( 2 Tm 4,20 ), Timoteo e Sosipatro ( At 20,4 ) più o meno in relazione con questa città e la sua Chiesa.

Solo alcuni vorrebbero trovare altrove il luogo di composizione della lettera e cioè nell'Asia Minore, più particolarmente in Efeso, il che anticiperebbe ancora la sua data d'origine: ma l'opinione è da giudicarsi piuttosto singolare.

I destinatari della lettera sono naturalmente i cristiani di Roma.

Quella di Roma doveva essere una comunità mista di pagani e di Giudei, tuttavia l'elemento non giudaico doveva essere prevalente.

Ciò si può dedurre non solo dal fatto che Paolo mette in risalto il suo titolo di apostolo dei pagani ( 1,5-6.13-15; 11,13 ), ma anche dal fatto che suppone dei lettori convertiti dal paganesimo ( 1,13 ); anzi, una posizione preminente dei Giudei è così poco pensabile per Roma, che l'apostolo deve raccomandare ai destinatari di non disprezzare gli Israeliti ( 11,17-25 ) e fa capire che i pagani hanno dei debiti verso i Giudei, dai quali la fede è loro giunta ( 15,25-27 ).

È interessante notare che quando l'apostolo scrisse la nostra lettera, la hiesa romana era già molto fiorente e di essa si facevano i più larghi elogi ( 1,8; 15,14; 16,19 ).

Segno che era stata fondata parecchi anni addietro.

Probabili prove, anteriori al 58, sull'esistenza di cristiani a Roma si possono ricavare dal noto testo di Svetonio ( Claudius, 25 ) riguardante un certo Cresto ( = Cristo ) causa di frequenti tumulti tra i Giudei romani, e dal frammento di un certo Thallus - conservateci da Giulio Africano - dal quale apparirebbe che la narrazione della passione di Cristo era nota e discussa a Roma intorno al 50 in ambienti della nobiltà.

Secondo alcuni autori poi le espressioni con cui Tacito ( Annali, XIII, 32 ) parla della nobile Pomponia Grecina, lascerebbero supporre che questa fosse cristiana; bisognerebbe dedurne che verso il 43 il cristianesimo già faceva conquiste nei più aristocratici ambienti di Roma.

Un'iscrizione cristiana, trovata nella parte più antica delle catacombe di S. Callisto, reca il nome d'un probabile discendente della grande matrona.

È del resto chiaro che Tacito, parlando della « moltitudine ingente » dei cristiani viventi in Roma al tempo delle persecuzioni di Nerone ( a. 64; Annali, XV, 44 ), allude a una comunità già fiorente e matura.

È assai probabile che il primo seme cristiano sia giunto nella capitale, punto d'incontro di tutte le nazionalità e religioni, assai presto; alcuni dei Romani, dimoranti temporaneamente a Gerusalemme come pellegrini, che ebbero la sorte di assistere al prodigio della Pentecoste ( At 2,10 ), potrebbero esserne stati i primi evangelizzatori.

Splendida e altissima è la dottrina della lettera il cui tema è enunciato in 1,16: « l'evangelo è potenza di Dio per la salvezza di ogni credente ».

Presentazione quindi e illustrazione del piano divino della salvezza dell'umanità e trattazione dei motivi connessi: la giustificazione mediante la fede in Cristo, offerta a tutti, Giudei e pagani; l'opera redentrice di Cristo, che ha liberato l'uomo dal peccato, dalla morte e dalla legge mosaica; il battesimo, sacramento che incorpora a Cristo, la vita cristiana, caratterizzata dalla presenza e dall'azione dello Spirito Santo nel fedele; l'amore di Dio per noi; la carità, compendio e perfezione di tutta la legge.

Un chiarimento particolare, per evitare ogni possibile fraintendimento, merita la dottrina dell'apostolo sulla fede.

La fede per Paolo è l'accettazione del messaggio evangelico della salvezza, predicato dagli apostoli, e credere significa aderire e professare il cristianesimo.

La fede è dunque un'adesione incondizionata e fiduciosa dell'intelligenza alla parola di Dio e per l'autorità di Dio ( Rm 4,17-21 ) che ci addita in Cristo l'inviato da Dio a dare per noi la sua vita ( Rm 3,25; 5,8 ), e a risorgere per far passare anche noi dalla morte alla vita ( Rm 6,8 ).

a la fede non è solo un atto dell'intelletto, bensì anche un atto della volontà, una obbedienza al messaggio evangelico ( Rm 10,16; 1,5; 16,26 ).

Non va quindi disgiunta dalla pratica della virtù, anzi è essenzialmente attiva mediante la carità ( Gal 5,6; 1 Cor 7,19 ).

Inoltre, pur avendo come condizione la predicazione ( Rm 10,14-21 ), è prodotta dallo Spirito Santo ( 1 Cor 2,4s; 1 Ts 1,3-5 ) ed è perciò grazia di Dio ( Fil 1,29; Ef 2,8s ).

Con questa fede vitale e divina, non già con le opere della legge mosaica, puramente umane, capaci solo di far inorgoglire l'uomo ( Rm 3,28; Gal 2,10 ) si ottiene il perdono dei peccati ( 1 Cor 15,17 ) e la riconciliazione con Dio ( Rm 3,24ss ).

Conferenze

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Lettera ai Romani

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Come in una corsa, la biografia di Paolo

Un capolavoro teologico e letterario del crisitanesimo

La tempesta della collera la luce della grazia

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Epistola ai Romani - prima parte

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