Lettera di Paolo agli Ebrei
P. Teodorico da Castel S. Pietro
La lettera agli Ebrei, ultima dell'epistolario paolino nell'ordine della Volgata, ha caratteristiche nettamente distinte dalle altre di S. Paolo.
Di queste non ha la vivacità polemica, la rapidità dei passaggi, le costruzioni irregolari e sospese, la sovrapposizione delle idee.
Non mancano le dottrine fondamentali dell'epistolario paolino, benché spesso toccate soltanto di scorcio; ma il tema proprio e i suoi sviluppi hanno un'inconfondibile originalità.
Lo scritto può definirsi una compendiosa apologià del cristianesimo, del quale dimostra la superiorità rispetto all'antica alleanza, ponendo al centro l'eccellenza del sacerdozio e del sacrificio di Cristo sul sacerdozio e sui sacrifici levitici.
Lo scopo è eminentemente pratico: ottenere la fedeltà nell'ora della persecuzione.
Questa, già sperimentata dai capi della comunità ( 13,7; 10,32 ss. ), minaccia ora tutti i membri.
Al tema della fedeltà, che ritorna da capo a fondo, tutti gli altri sono subordinati.
L'origine paolina della lettera non è sempre stata riconosciuta.
Già nell'antichità il riconoscimento fu unanime solo in Oriente; dubbi si ebbero, invece, in Occidente, sottolineati da S. Girolamo a più riprese, benché egli, in sostanza, non li condivida.
Il Frammento Muratoriano, il Canone Mommseniano, S. Ottato di Milevi elencano solo tredici lettere di S. Paolo, esclusa la lettera agli Ebrei, come tredici ne commentano l'Ambrosiastro e Pelagio.
I Concili provinciali d'Ippona ( a. 393 ) e di Cartagine ( a. 397 ) enunciano, prima, tredici lettere paoline, alle quali affiancano immediatamente la nostra come di Paolo.
S. Agostino, che nel 397 aveva enumerato quattordici lettere paoline e ancora nel 407 non annetteva eccessiva importanza alle negazioni di alcuni, dal 409 in poi non cita più la nostra sotto il nome di Paolo.
Decisamente in favore dell'origine paolina sono invece: S. Ilario di Poitiers, Lucifero di Cagliari, S. Ambrogio, Rufino, S. Paciano, Priscilliano, Mario Vittorino.
Certi dati della lettera sollevano, contro l'autenticità paolina, innegabili difficoltà, sentite già in alcuni settori dell'antica tradizione.
La lettera non porta in testa il nome dell'autore, ne ha le altre tipiche formule dell'epistolario paolino.
Sulla personalità dell'autore poco o nulla ci suggerisce ( 13,18 s. ); sembra un personaggio autorevole, perfettamente informato dei meriti e delle manchevolezze dei suoi lettori e tuttavia modesto e geloso di nascondersi: nella lettera domina solo la grandezza dell'argomento.
Le differenze dottrinali col resto dell'epistolario paolino sono, per lo più, diversità di prospettiva nello sviluppo del medesimo pensiero teologico.
Che gli argomenti propri della lettera agli Ebrei siano appena abbozzati o addirittura non toccati in altri scritti paolini, non è buona ragione per negare ogni dipendenza da S. Paolo.
Anche la lingua e lo stile differiscono radicalmente dalla lingua e dallo stile di S. Paolo.
Moltissimi vocaboli della lettera sono assenti dal resto dell'epistolario paolino.
Peculiare è anche l'uso delle preposizioni, delle congiunzioni e degli avverbi; di Gesù o Cristo, più raramente ( 10,10; 13,8.21 ) Gesù Cristo, in luogo del paolino Cristo Gesù; di Figlio ( abitualmente senza articolo ) come nome proprio di Cristo.
Da notare anche certe espressioni ( 3,3; 7,3.9.20; 9,27 ), nonché l'assenza di formule congiuntive, interrogative e di transizione, caratteristiche dello stile paolino.
L'A. rivela una formazione ellenistica nella frase e nel periodo.
Il suo stile compassato ha la solennità di una liturgia.
Non per niente la lettera ha fornito i testi per le grandi e severe ricorrenze liturgiche, soprattutto della Passione.
Per spiegare queste differenze stilistiche e di fondo già Origene pensò a un redattore: opinione ripresa dai moderni, se pure sotto diverse forme.
Il redattore è stato talora concepito come uno che prese appunti sull'insegnamento del maestro e ne fece una propria esposizione.
Così, press'a poco, si esprimeva Origene, il quale non ometteva di riferire opinioni che facevano i nomi di Luca e di Clemente Romano.
Ma quanto a quest'ultimo, la somiglianza tra la sua lettera e la nostra può spiegarsi per una semplice dipendenza di forma e di contenuto ( il suo scritto, la I Clementis, appare verso la fine del I sec. ); inoltre, proprio a Roma la nostra lettera è stata oggetto di contestazioni ( il prete romano Caio e il Frammento Muratoriano ) difficilmente conciliabili con la parte che vi avrebbe avuto il vescovo di Roma.
Positivamente i rapporti tra Paolo e Clemente Romano sono attestati solo dal problematico testo di Fil 4,3.
Sotto questo aspetto avrebbe maggiore fondatezza l'ipotesi di Luca, l'indivisibile compagno di Paolo, dello spirito e della dottrina del quale si mostrano profondamente penetrati il terzo Vangelo e gli Atti; ma le somiglianze letterarie tra questi due scritti e il nostro non sono tali da rivelare la stessa penna.
Inoltre la teologia di Luca non fa presentire la forte sintesi di questa lettera e l'ambiente da cui egli proveniva non spiega abbastanza la conoscenza del rituale ebraico e l'interessamento alle sue minute prescrizioni ( 9,1-10.19-22; 13,10 ss. ).
Barnaba, il nome del quale fu fatto già da Tertulliano e da Gregorio d'Elvira, come levita ( At 4,36 ) conosceva la teoria e la pratica della liturgia ebraica, come oriundo di Cipro non doveva essere privo di una certa cultura letteraria, e godeva, inoltre, autorità nell'ambiente palestinese ( At 9,27 ) al quale probabilmente la lettera fu destinata.
Ma non si spiega facilmente, in questa ipotesi, il colorito alessandrino e quasi filoniano del nostro scritto.
Mentre Luterò, dopo la rottura con Roma, ritenne Apollo autore della lettera agli Ebrei, e vari protestanti moderni hanno accettato questa opinione, alcuni cattolici hanno pensato a lui come redattore.
Ad Apollo non faceva difetto la cultura alessandrina, ne l'eloquenza e l'eleganza del dire ( At 18,24 ), il contatto con Paolo ( 1 Cor 3,4-10; 1 Cor 4,6; 1 Cor 16,12; Tt 3,13 ), si da poterne esprimere fedelmente il pensiero, sia pure sotto una veste del tutto personale.
È certo che i destinatari sono cristiani di origine giudaica e non di origine pagana come s'è spesso sostenuto da mezzo secolo in qua.
Lo scritto suppone una conoscenza troppo precisa dei libri sacri e del mondo giudaico per essere indirizzato a lettori d'origine non giudaica.
La maniera e i presupposti dell'argomentazione, la condizione spirituale dei fedeli, la tentazione e il pericolo a cui essi sono esposti trovano una spiegazione adeguata soltanto nell'ipotesi che si tratti di cristiani che sentono il fascino dello splendore del vecchio culto giudaico ( 13,10 ss. sarebbe una rivalsa in materia ) e sono, se non perseguitati attualmente dai loro correligionari d'un tempo, minacciati di persecuzione.
È più seducente che dimostrabile l'ipotesi secondo la quale la lettera sarebbe stata destinata a un gruppo di sacerdoti convertiti ai primordi del cristianesimo e privati, per questo, delle loro funzioni sacerdotali, spogliati dei loro beni ( 10,32 ss. ) e forse anche costretti all'esilio.
Quale sede dei destinatari sono state proposte Roma, Alessandria, Efeso ( per tacere di altre ipotesi ), ma pare non si debba uscire dalla Palestina o dalla Siria.
Nell'ipotesi che il gruppo dei lettori si trovasse esule a Cesarea o ad Antiochia, si comprenderebbe il ritorno frequente all'idea del popolo di Dio esule e pellegrino, privo di una città terrena ( 13,14 ).
L'uso della lettera da parte di S. Clemente, verso il 95 d. C., elimina l'opinione che assegnava come data di composizione il 100 circa o la fine del regno di Traiano ( m. 117 ).
Poiché il mondo giudaico è concepito come tuttora vivo e normalmente operante, è logico supporre una data anteriore alla caduta di Gerusalemme ( 70 d. C. ), della quale lo scrittore non fa cenno, mentre il fatto poteva ben servire a dimostrare la caducità delle istituzioni mosaiche.
Le allusioni a un periodo critico, imminente o già in atto ( 10,25; 10,37; 12,26 ss.; 13,13 s. ), ci richiamano agli inizi della guerra giudaica ( 67 d. C. ).
Quanto al luogo di composizione ben poco si può dire : tutt'al più che la lettera sia stata spedita da un porto italiano ( 13,24 ), quando lo scrittore progettava di recarsi con Timoteo ( 13,23 ) alla volta dei destinatari ( 13,19 ).
La canonicità della lettera è sicura; essa è stata sempre riconosciuta dalla tradizione patristica nella sua quasi totalità ed è stata definitivamente sancita dalla Chiesa nel Concilio Tridentino.