Atti degli Apostoli

Claudio Zedda

Questo libro, il quinto e ultimo scritto storico del N. T. dopo i Vangeli, ha nel testo originale il titolo: Atti di apostoli, senza nessun articolo.

Esso infatti non tramanda tutti gli « atti » ( = « azioni memorabili », quindi « storia » ) e neppure di tutti gli apostoli, vi si tratteggia appena l'attività apostolica di Pietro e di Paolo, i due poli intorno a cui si muove la Chiesa delle origini, e si accenna al ministero di Giovanni, Stefano, Filippo evangelista, Marco, Barnaba, Apollo e diversi altri evangelizzatori della prima ora.

Data la grande varietà di forma in cui occorre nei manoscritti antichi, il titolo non può risalire all'autore stesso, rimonta appena al cosiddetto « Frammento Muratoriano » ( poco dopo il 155 ).

Chi sia Vantare dell'opera - anonima - lo dice la tradizione più antica e la critica interna.

Il predetto Frammento Muratoriano, di origine romana, è esplicito nell'assegnarlo a Luca; Ireneo, il vescovo di Lione di origine asiatica ( m. 202 ca. ), ne cita una quarantina di passi e spesso attribuisce il libro a Luca; un po' più tardi Clemente d'Alessandria ( m. 215 ca. ) e Tertulliano ( m. dopo il 220 ) aggiungono alle testimonianze romana e gallica quelle delle Chiese alessandrina e africana.

L'esame interno del libro conferma queste testimonianze.

Il suo autore è sicuramente un compagno di Paolo se ha potuto scrivere brani in prima persona plurale ( le cosiddette « sezioni-Noi » ).

Questi poi, per argomenti linguistico-stilistici si dimostrano del medesimo autore che il resto dell'opera.

Tra i vari compagni di Paolo non si saprebbe chi scegliere meglio di Luca.

Ma specialmente l'identità di lessico e di stile tra il Vangelo di Luca e Atti, lo stesso sforzo imitativo della traduzione dei Settanta, la speciale identica collocazione nell'elenco degli apostoli del nome di Giovanni indicano che la medesima persona è l'autore di entrambe le opere.

Venuto dal paganesimo, Luca è in grado di avvertire tutta l'originalità del messaggio cristiano e non gli sono sembrati lunghi due libri per esporne le origini ( = Lc. ) e le prime attuazioni ( = Atti ).

Il contenuto, disposto in maniera da mostrare la progressiva espansione del cristianesimo prevista da Gesù stesso ( 1,8 ), segue passo passo i primi cristiani lungo il trentennio più eroico della loro storia: dal giorno dell'ascensione ( a. 30 ) fino all'arrivo di Paolo a Roma ( a. 60 ).

In questa storia delle origini cristiane si descrive anzitutto la vita della prima comunità a Gerusalemme, con le sue consolazioni e le sue difficoltà: l'atmosfera in cui essa si svolge è quasi eroica e carismatica.

Poi una persecuzione conduce all'espansione: la lapidazione di Stefano è motivo per i fedeli di sciamare fuori della capitale e far conquiste anche tra personaggi importanti e probabilmente è occasione della più celebre delle conversioni, quella di Saulo.

Uscita dalla Giudea, la nuova religione si propaga man mano nelle città costiere palestinesi e giunge fino ad Antiochia in Siria.

Con la miracolosa evasione del capo degli apostoli dal carcere si chiudono gli « atti di Pietro ».

Tutto il resto del libro è ormai consacrato agli « atti di Paolo », in altre parole alla successiva marcia dell'evangelo da Antiochia a Roma.

Passano davanti allo sguardo prima Cipro e alcune città della penisola anatolica, quelle più vicine alla Cilicia, patria dell'apostolo; poi, dopo la parentesi della conferenza di Gerusalemme, le città che s'affacciano sulle rive dell'Egeo: finalmente, dopo un secondo viaggio in Macedonia e in Grecia, Gerusalemme di nuovo e Cesarea, donde, dopo una lunga detenzione.

Paolo guadagna la meta dei suoi sogni: Roma.

Ma dovunque la diffusione dell'evangelo nel mondo è presentata sotto una luce che differenzia profondamente questo racconto da ogni altro libro di storia: la crescita del giovane cristianesimo è dovuta all'intervento di Dio.

Cosa tanto più evidente se si riflette che, pur essendo rimasto lungo tempo a Gerusalemme prima d'irradiarsi nel mondo, il messaggio cristiano non lasciò imbrigliare la sua forza di espansione dalle tendenze giudaizzanti, rigorosamente nazionalistiche, vive in quella sede.

A grandi linee la materia può esser ripartita come segue:

Introduzione, preceduta da un proemio-transizione: 1,1-11;

Prima parte ( = la Chiesa a Gerusalemme ): 1,12-8,3;

Seconda parte ( = la Chiesa nel resto della Palestina e in Siria ): 8,4-12,25;

Terza parte ( = la Chiesa dall'Oriente a Roma ): 13,1-28,31.

Nella I e II parte domina la figura di Pietro; nella III, più lunga delle altre prese insieme, campeggia quasi solitaria la persona di Paolo.

Quasi tutto, anzi, è simmetricamente distribuito tra i due protagonisti, come si vedrà nelle note: artistica disposizione della materia, rispondente a una forma letteraria cara alla classicità ( si pensi a Plutarco ), per cui l'opera storica voleva essere anche opera d'arte.

Il testo ( = 28 cc.; Lc., con 24, è più lungo ) è giunto a noi in due recensioni : una, più lunga, spesso verbosa, detta « Occidentale », e un'altra più breve e concisa, detta « Orientale » o « Alessandrina » o « Antiochena ».

Quale preferire? qual è più vicina all'originale?

Come testo, è vero, l'Occ. rimonta al il sec., mentre l'Or. è del sec. in; ma l'ipotesi che l'Occ. rappresenti il testo originale o quanto meno una sua prima edizione è oggi abbandonata.

La sua prolissità viene probabilmente da aggiunte posteriori.

D'altra parte anche il testo Or. non è del tutto originale, presentandosi in parte come una revisione più tardiva con lo scopo di nobilitare, abbreviandolo, il testo Occ.

La sua brevità da però alla maggioranza dei critici un miglior affidamento.

Una ricostruzione moderna del testo dovrà all'occorrenza tener conto di quelle che sembrino nell'Occ. le lezioni primitive, pur seguendo le linee della seconda recensione, con particolare prudenza là dove questa s'è scostata dal tenore semitico della primitiva redazione.

La lingua, come per tutto il N. T., è la lingua greca colloquiale del periodo ellenistico, la koinè, più o meno inquinata dagli idiotismi e barbarismi del complesso mondo culturale ellenistico.

Lo stile è influenzato non solo dalla personalità e dalla formazione culturale di Luca e dallo scopo stesso dell'opera, ma anche dalle sue fonti orali palestinesi ( particolarmente nella prima metà ), dalle reminiscenze bibliche che formano un sottofondo continuo, dal desiderio di imitare la versione dei Settanta.

Non mancano vecchi vocaboli greci chiamati a esprimere nuovissimi concetti: fede, risurrezione, salvezza, spirito, evangelo, vita, ecc.

Il lessico è ampio, vario, appropriato; il dettato sta a uguale distanza tra il greco forbito degli atticisti e atticizzanti dell'epoca e il greco sgrammaticato e plebeo dei papiri ( Luca usa ancora l'ottativo, sconosciuto al resto del N. T. ); sebbene non sempre ottimo, è spesso vivo, agile, talvolta pittoresco, perfino umoristico, e soprattutto, per le molte reminiscenze classiche e i termini dovuti a lunga consuetudine di cultura, adeguato alla dignità del messaggio cristiano.

Il libro narra con vigore, con gioia, persino con tenerezza ( si vedrà che folla di donne è menzionata nell'opera ) il cammino dell'idea evangelica nel mondo greco-romano.

Quanto alla data di composizione del libro, bisogna accettare come più probabili gli anni estremi 62-70.

Se Luca scrive quando era passato un intero biennio ( 28,30 ) dall'arrivo di Paolo a Roma ( = anno 60 : nota a 27,9 ), evidentemente bisogna scendere al 62 come massimo termine a qua.

Il 70 è da accettare come ultimo termine ad quem perché gli Ebrei, che dopo quell'anno non alzarono certamente molto la testa, figurano ancora come persecutori dei cristiani e specialmente perché in Atti non si allude minimamente ( nonostante il presentimento di 2,40 ) alla catastrofe della nazione giudaica e connessa distruzione del tempio di Gerusalemme ( 6 agosto 70 ).

Per di più il libro da ancora molto spazio a problemi che dopo quella data persero la loro importanza ( obbligatorietà della legge ecc. ).

S'aggiunga che i vv. finali sono quanto mai lontani dal prevedere la morte di Paolo ( per quanto egli la presagisca in 20,25 ecc. ): non è ragionevole supporre che si sarebbe taciuto un fatto così importante se fosse avvenuto.

Bisognerà quindi scendere a un'epoca anteriore a quella del martirio di Paolo ( a. 67 ), e, forse, della persecuzione di Nerone ( luglio del 64 ) se si pensa che manca nel libro un qualsiasi riferimento a una persecuzione in atto o recente della Chiesa.

Lo scopo dell'opera, dichiarato dall'A. in Lc 1,1-4 non è ripetuto nel nuovo proemio di At 1,1ss, ma non è difficile comprendere che si addica ugualmente a questo secondo scritto.

In entrambi quindi, esclusa l'intenzione puramente letteraria, si vuoi dare, tramite Teofilo ( probabilmente un romano « credente in Dio », 10,2 ), alle comunità primitive, specialmente ai catecumeni, un'istruzione sui principali fatti della storia della salvezza da Gesù fino al loro tempo.

Fine missionario, dunque, ma che non esclude altri scopi.

L'insistenza sul concetto di « testimonianza » come vanto e caratteristica della missione degli apostoli sembra sottintendere che Luca, pur non essendo dei dodici, abbia voluto a suo modo render testimonianza alla verità dei fatti evangelici e soprattutto alla persona di Gesù Cristo.

Rimane poi nel lettore del libro viva per lungo tempo l'impressione che il suo A. abbia voluto far vedere come la salvezza debba adagio adagio raggiungere, e di fatto raggiunga, ogni angolo della terra.

Infine, poiché tutto è presentato come causato dall'azione dello Spirito Santo sui primi operai dell'evangelo e su tutta la Chiesa nascente, si potrebbe credere che un fine recondito di Luca sia quello che ha fatto meritare alla sua opera l'appellativo di « Vangelo dello Spirito Santo » : mostrare che la Chiesa vive, agisce e avanza per opera dello Spirito.

Inattendibilità storica è garantita da molti fattori: la dichiarazione di coscienziosità dell'A. ( Lc 1,3s ); l'armonia del suo contenuto con la tradizione della Chiesa e gli scritti di Paolo, il suo accordo con ciò che sappiamo dagli scrittori e dai monumenti pagani, con i costumi dell'epoca, con la geografia e topografia, con l'archeologia, con la storia civile, con la cronologia e col diritto; il tono di sicurezza della persona ben informata, la sproporzione tra le varie parti e l'incompiutezza stessa del libro, difetti che una storia fabbricata avrebbe evitato.

La teologia e a mezza strada tra i Sinottici e Paolo.

Il monoteismo vi è dovunque presupposto, in due passi ( 14,15ss e 17,22-31 ) vi è anche vigorosamente difeso; circa la Trinità non si ha alcun dubbio ( passo da valorizzare ci sembra 20,28 ); ma la cristologia e la dottrina sullo Spirito S., sebbene più sviluppate che nei Sinottici, sono ancora primitive: segno indubbio d'autenticità, inquantochè Luca riproduce le cose com'erano prima dell'apporto di Paolo.

In particolare, la messianità di Gesù, questione bruciante dei primi decenni gerosolimitani, è dimostrata soprattutto con Is 53 ( essa logicamente precede il ricorso a questo e a ogni altro testo ): Gesù, più che il Logos giovanneo o la Sapienza di Paolo, è il « servo » di Jahve, la cui opera è essenzialmente soffrire in sostituzione e morire.

Ma Dio lo ha costituito Messia risuscitandolo.

La realtà e la portata messianica della risurrezione, ultimo sigillo del Padre sulla messianità di Gesù, sono dimostrate rispettivamente dalle testimonianze e dalla Scrittura in genere, e la risurrezione rappresenta per Gesù l'intronizzazione messianica, ma sempre avvenuta per la salvezza di tutti.

Così i temi principali del messaggio, sempre basati sulla Scrittura ( Lc 24,27.44 ), sono incentrati nel Cristo: egli doveva soffrire, doveva risuscitare, e la sua salvezza essere portata a tutti.

In conclusione, è per questa cristologia essenzialmente pasquale e non per l'atteggiamento verso la legge che il cristianesimo si separò dal giudaismo.

Lo Spirito S., dalla Pentecoste in poi, opera nella Chiesa esternamente ( guidandola, parlando e facendo parlare gli apostoli ) e soprattutto internamente: oltreché effonder carismi ( ma meno di quanto si legge in Paolo ), egli, trasformati e giustificati i suoi uomini, cementa la loro vita nella carità e nella concordia, ne alimenta la fede, la pazienza e l'intrepidezza.


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