Summa Teologica - I-II

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Articolo 1 - Se Dio possa essere causa del peccato

I, q. 48, a. 6; q. 49, a. 2; II-II, q. 6, a. 2; In 2 Sent., d. 34, q. 1, a. 3; d. 37, q. 2, a. 1; C. G., III, c. 162; De Malo, q. 3, a. 1; In Rom., c. 1, lect. 7

Pare che Dio possa essere causa del peccato.

Infatti:

1. L'Apostolo scrive [ Rm 1,28 ]: « Dio li ha abbandonati in balìa di un'intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno ».

E la Glossa [ ord. di Agost. ] spiega che « Dio opera nei cuori degli uomini inclinando le loro volontà dove vuole, sia al bene che al male ».

Ora, fare ciò che è indegno e avere la volontà inclinata al male è peccato.

Quindi Dio è causa del peccato negli uomini.

2. Sta scritto [ Sap 14,11 ]: « Le creature di Dio sono divenute un abominio, e scandalo per le anime degli uomini ».

Ma la tentazione suole anche definirsi un invito a peccare.

Dal momento quindi che le creature sono state fatte da Dio, come si è visto nella Prima Parte [ q. 44, a. 1; q. 65, a. 1 ], sembra che Dio sia causa del peccato, provocando gli uomini a peccare.

3. Chi è causa di una causa, è causa anche dei suoi effetti.

Ora, Dio è la causa del libero arbitrio, che è la causa del peccato.

Quindi Dio è la causa del peccato.

4. Qualsiasi male si contrappone al bene.

Ora, alla bontà divina non ripugna che Dio sia causa del male della pena: infatti si legge in proposito in Isaia [ Is 45,7 ] che Dio « crea il male »; e in Amos [ Am 3,6 ]: « Avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore? ».

Perciò alla divina bontà non ripugna neppure che Dio sia causa della colpa.

In contrario:

Di Dio si legge nella Scrittura [ Sap 11,24 ]: « Nulla disprezzi di quanto hai creato ».

Ora, Dio odia il peccato, poiché sta scritto [ Sap 14,9 ]: « Sono ugualmente in odio a Dio l'empio e la sua empietà ».

Quindi Dio non è causa del peccato.

Dimostrazione:

L'uomo può essere causa del peccato, proprio o altrui, in due modi.

Primo, direttamente, piegando la volontà propria, o quella altrui, al peccato.

Secondo, indirettamente, cioè non ritraendo qualcuno dal peccato.

Per cui si legge in Ezechiele [ Ez 3,18 ]: « Se non dirai all'empio: "Tu morirai", della sua morte io domanderò conto a te ».

Ora, Dio non può essere direttamente causa del peccato né proprio, né altrui.

Poiché ogni peccato avviene per un abbandono dell'ordine che tende a Dio come al proprio fine, mentre Dio, come afferma Dionigi [ De div. nom. 1 ], inclina e volge tutte le cose verso se stesso come all'ultimo fine.

Perciò è impossibile che egli causi in sé o in altri l'abbandono dell'ordine che tende verso di lui.

Quindi non può essere direttamente causa del peccato.

E neppure può esserlo indirettamente.

È vero infatti che Dio non porge ad alcuni l'aiuto efficace per evitare i peccati.

Ma tutto questo egli lo fa secondo l'ordine della sua sapienza e giustizia, essendo egli la stessa sapienza e la stessa giustizia.

Perciò il fatto che uno pecchi non è imputabile a lui come causa del peccato: come un pilota non può dirsi causa dell'affondamento della nave per il fatto che non la governa, se non quando può e deve governarla.

Quindi è chiaro che Dio in nessun modo può essere causa del peccato.

Analisi delle obiezioni:

1. L'espressione dell'Apostolo trova spiegazione nel contesto.

Se infatti Dio abbandona alcuni ai loro reprobi sentimenti significa che costoro hanno già tali sentimenti volti a fare ciò che non si deve.

Perciò si dice che Dio li abbandona ad essi nel senso che non impedisce loro di seguirli: come si direbbe che esponiamo qualcuno [ all'offesa ] in quanto non lo difendiamo.

- Quello poi che S. Agostino scrive nel De Gratia et Libero Arbitrio [ 21 ], e che la Glossa riferisce, cioè l'espressione: « Dio inclina la volontà al bene e al male », significa che Dio inclina direttamente la volontà al bene, e la inclina al male in quanto non lo impedisce, come si è detto [ nel corpo ].

Il che però dipende sempre dai demeriti precedenti.

2. Quando si dice che « le creature di Dio sono divenute un abominio, e scandalo per le anime degli uomini », ciò non va inteso in senso causale, ma consequenziale: infatti Dio non ha fatto le creature per il male degli uomini, ma ciò è derivato dalla loro insipienza.

Perciò il testo continua: « e un laccio per i piedi degli stolti », i quali appunto per la loro insipienza usano delle creature per scopi diversi da quelli per cui furono create.

3. Gli effetti della causa seconda vanno attribuiti anche alla causa prima quando derivano da essa in conformità alla sua subordinazione alla causa prima.

Ma quando derivano dalla causa seconda in quanto questa si allontana dall'ordine della causa prima, allora non possono venire attribuiti a tale causa.

Se un servo, p. es., agisse contro gli ordini del padrone, il suo operato non potrebbe essere fatto risalire al padrone.

E similmente non si può far risalire alla causalità di Dio ciò che il libero arbitrio commette contro il comando di Dio.

4. La pena si contrappone al bene di chi viene punito, il quale viene privato di un bene qualsiasi.

Invece la colpa si contrappone al bene dell'ordine, che ha di mira Dio: perciò si oppone direttamente alla bontà divina.

Quindi non c'è paragone tra la colpa e la pena.

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