Summa Teologica - II-II

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Articolo 2 - Se la profezia sia un abito

Infra, q. 176, a. 2, ad 3; I-II, q. 68, a. 3, ad 3; C. G., III, c. 154; De Verit., q. 12, a. 1; De Pot., q. 6, a. 4; Quodl., 12, q. 17, a. 1; In 1 Cor., c. 14, lect. 6

Pare che la profezia sia un abito.

Infatti:

1. Secondo Aristotele [ Ethic. 2,5 ], « tre sono le cose esistenti nell'anima: le potenze, le passioni e gli abiti ».

Ma la profezia non è una potenza: perché allora si troverebbe in tutti gli uomini, avendo essi in comune le potenze dell'anima.

E neppure è una passione: poiché le passioni appartengono alle facoltà appetitive, come sopra [ I-II, q. 22, a. 2 ] si è visto, mentre la profezia, come si è detto [ a. prec. ], è un fatto di ordine conoscitivo.

Quindi la profezia è un abito.

2. Qualsiasi perfezione dell'anima che non è sempre in atto, è un abito.

Ma la profezia è una perfezione dell'anima che non è sempre in atto: altrimenti quando il veggente dorme non potrebbe essere detto profeta.

Quindi la profezia è un abito.

3. La profezia è elencata tra le grazie gratis datae.

Ma la grazia è qualcosa di abituale nell'anima, come si è visto [ I-II, q. 109, aa. 6,9; q. 110, a. 2 ].

Quindi la profezia è un abito.

In contrario:

Come insegna Averroè [ De anima 3,18 ], « l'abito è una disposizione di cui uno si serve quando vuole ».

Ora, nessuno può servirsi della profezia quando vuole, come è evidente nel caso di Eliseo [ 2 Re 3,15 ], « che essendo stato interpellato da Giosafat circa le cose future, e non avendo lo spirito profetico, fece suonare l'arpa perché mediante la lode divina », scrive S. Gregorio [ In Ez hom. 1 ], « discendesse in lui lo spirito di profezia, e riempisse la sua anima delle realtà future »

Dimostrazione:

« Tutto quello che si manifesta è luce », dice l'Apostolo [ Ef 5,13 ]: poiché come la manifestazione di una visione materiale avviene mediante la luce corporea, così la manifestazione di una visione intellettuale avviene mediante una luce intellettuale.

Perciò la manifestazione deve essere proporzionata alla luce mediante cui essa avviene come un effetto alla sua causa.

E poiché la profezia consiste, come si è detto [ a. prec. ], in una conoscenza superiore alla ragione naturale, è chiaro che per essa si richiede una luce intellettuale superiore a quella naturale della ragione, secondo l'espressione del profeta Michea [ Mi 7,8 ]: « Se siedo nelle tenebre, il Signore sarà la mia luce ».

Ora, la luce può trovarsi in un soggetto in due modi: primo, come una forma permanente, come ad es. la luce materiale si trova nel sole o nel fuoco; secondo, come una passione o impressione passeggera, cioè come la luce è nell'aria.

Ora, il lume profetico non si trova nell'intelligenza del profeta come una forma permanente: altrimenti il profeta dovrebbe avere sempre la capacità di profetare, il che è falso.

Infatti S. Gregorio [ l. cit. ] afferma: « Talora ai profeti manca lo spirito di profezia, che non sempre è a disposizione della loro mente: perché con l'esserne privati riconoscano che l'hanno per un dono, quando ne sono forniti ».

Eliseo infatti disse a proposito della donna Sunammita [ 2 Re 4,27 ]: « La sua anima è amareggiata, e il Signore me ne ha nascosto il motivo; non me l'ha rivelato ».

E la ragione di ciò sta nel fatto che la luce intellettuale esistente in un soggetto come forma permanente e perfetta offre all'intelletto principalmente la conoscenza dei princìpi di ciò che essa manifesta: come la luce dell'intelletto agente offre all'intelletto la conoscenza dei primi princìpi di quanto è conosciuto nell'ordine naturale.

Ora, il principio di quanto viene conosciuto nell'ordine soprannaturale, e che è manifestato attraverso la profezia, è Dio stesso, il quale non può essere visto nella sua essenza dai profeti.

È visto invece dai beati nella patria, avendo costoro tale lume come forma permanente e perfetta, secondo le parole del Salmo [ Sal 36,10 ]: « Nella tua luce vedremo la luce ».

Rimane dunque che il lume profetico sia nell'anima del profeta come una certa passione o impressione passeggera e transeunte.

E ciò è indicato da quelle parole dell'Esodo [ Es 33,22 ]: « Quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe », ecc.

E ad Elia fu detto [ 1 Re 19,11 ]: « Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore; ed ecco, il Signore passò ».

Come quindi l'aria esige di essere continuamente illuminata, così anche la mente del profeta ha sempre bisogno di nuove rivelazioni: come il discepolo che non ha ancora appreso i princìpi della scienza ha bisogno di essere istruito su ogni cosa.

Da cui le parole di Isaia [ Is 50,4 ]: « Ogni mattina fa attento il mio orecchio, perché io lo ascolti come gli iniziati ».

E ciò è indicato anche nelle espressioni usate dalla Scrittura per descrivere la profezia: « Il Signore ha parlato », « la parola di Dio fu indirizzata » a questo o a quell'altro profeta; oppure: « la mano del Signore si posò su di lui ».

L'abito invece è una forma permanente.

Perciò è chiaro che la profezia, propriamente parlando, non è un abito.

Analisi delle obiezioni:

1. La riferita divisione del Filosofo non abbraccia tutte le cose esistenti nell'anima, ma solo quelle che possono essere princìpi degli atti morali, i quali derivano o da una passione, o da un abito, o dalla nuda potenza, come avviene per quegli atti che sono compiuti seguendo il giudizio della ragione prima dell'acquisto dei rispettivi abiti.

- La profezia tuttavia si può ridurre a una passione: se però il termine passione viene preso per una qualsiasi ricezione, cioè come fa lo stesso Aristotele [ De anima 3,4 ] quando dice che « l'intellezione è in qualche modo una passione ».

Come infatti nella conoscenza naturale l'intelletto possibile è passivo rispetto alla luce dell'intelletto agente, così nella conoscenza profetica l'intelletto umano è passivo di fronte all'illuminazione divina.

2. Come le realtà corporee, quando cessano di subire passivamente un influsso, conservano una certa disposizione a subirlo di nuovo, come la legna già una volta infiammata facilmente si infiamma di nuovo, così anche l'intelletto del profeta, quando cessa l'illuminazione attuale da parte di Dio, conserva una certa disposizione a essere di nuovo illuminato.

E come anche un'anima, una volta eccitata alla devozione, in seguito viene riportata più facilmente al primitivo fervore: per cui S. Agostino [ Epist. 130,9.18 ] insegna che è necessario pregare spesso, affinché la devozione concepita non si estingua del tutto.

Si può tuttavia rispondere che uno è profeta anche quando cessa l'illuminazione profetica in forza della sua missione divina, secondo le parole dette a Geremia [ Ger 1,5 ]: « Ti ho stabilito profeta delle nazioni ».

3. Ogni dono di grazia eleva l'uomo a qualcosa che supera la natura umana.

Ma ciò può avvenire in due modi.

Primo, quanto alla sostanza stessa dell'atto: come p. es. fare miracoli, e conoscere « i segreti insondabili della divina sapienza » [ Sal 51,8 Vg ].

Ora, per questi atti non viene concesso all'uomo un dono abituale di grazia.

- Secondo, una funzione può superare la natura umana per il modo dell'atto e non per la sostanza di esso: come ad es. amare Dio, e conoscerlo nello specchio delle creature.

E in questo caso viene concesso il dono della grazia abituale.

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