Osservazioni sulla morale Cattolica

VII. Delle controversie fra i cattolici

V'ha delle controversie inevitabili: condannarle tutte sarebbe lo stesso che dire che allorquando un errore si manifesti, bisogna permettergli di diffondersi senza combatterlo.

Se non si disputasse che contro l'errore, quale cristiano potrebbe condannare una guerra sì necessaria, desiderare che si deponessero le armi della fede, che si venisse nella Chiesa ad una pace che non sarebbe l'opera della giustizia e della verità?

Ma perchè dunque gli uomini i più zelanti della gloria della Chiesa gemono su queste controversie, le considerano come una delle piaghe più crudeli, come uno scandalo a quelli che sono fuori, e dai quali importa aver buona testimonianza?

Perchè per lo più il fine dei combattenti non è di porre in salvo le verità cattoliche, ma di combattere.

Io so bene quanti uomini veramente amici della Chiesa e cogli scritti, e colla voce abbiano piante e svergognate queste empie dissensioni, ma se una voce debole e senza autorità, ma sincera può accrescere alcun poco l'orrore contro di esse, se il ricordare lo scandalo, e le derisioni dei nemici della Chiesa, se il mostrarne l'assurdità e la mala fede può rallentare in qualche parte le animosità, risparmiare qualche ingiuria, ammorzare un sentimento d'odio, togliere da questo vergognoso campo di battaglia un solo soldato di Cristo, io stimo che ogni pacifico e sommesso figlio della Chiesa debba intendere ad un'opera sì utile.

Ben è vero che a torto i nemici della Chiesa pigliano scandalo di ciò, che a torto essi dicono: cominciate dall'intendervi fra di voi e allora vi ascolteremo; mentre nelle cose dove tutti i cattolici vanno d'accordo, e sono le essenziali, non si curano però d'ascoltarli; non pensano che, se essi volessero riconoscere la verità della religione, la gioia di tutti i cattolici sospenderebbe le dissensioni intestine, che l'azione di grazie sarebbe unanime, e che tutti i cuori si aprirebbero per stringerli nella carità di Cristo.

Questo è vero: perchè è vero che contro la Religione non vi ponno essere che pretesti; ma tocca ai cattolici il darne?

Certo, non bisogna sacrificare la verità a nessuna cosa, nemmeno alla concordia; ma qui non si tratta di sacrificare che l'odio, che la temerità, che la leggerezza; non fa nemmeno bisogno d'un altro scopo per determinarci a questo sacrificio.

Ma quale sarà il criterio per distinguere tra le dispute sostenute per la difesa del vero e quelle che si fomentano per lo sfogo delle passioni?

Dire che non si deve nelle dispute cercar altro che il vero, escludere le prevenzioni, gl'interessi particolari, l'ostinazione è ripetere un principio del quale tutti convengono, ma dal quale tutti pretendono di non dipartirsi.

Volete voi provare ad un uomo contenzioso, ch'egli non tiene le parti della verità, voi entrate nella disputa, voi vi fate parte; egli può dirne altrettanto a voi.

Vi ha però alcuni principi semplici ed incontrastabili, ma troppo dimenticati, che, applicati ad ogni caso, confonderebbero quelli che perturbassero la pace della Chiesa: perchè essi sarebbero costretti di confessare la verità di questi principi, ed essi hanno questo vantaggio che, quando uno se ne diparte, si può provargli che se n'è dipartito.

Uno dei quali principi è questo: che non si debba disputare se non si conosce il punto della questione, le opinioni dell'avversario, l'errore e la verità.

Supponiamo che prima di risolversi a contendere, ognuno esaminasse sé stesso sopra questa condizione, che ad essa si richiamassero per preliminare tutti quelli che contendono, che accusano, che condannano; non è egli vero che novantanove centesimi di quelli che pigliano parte alle dispute dovrebbero ritirarsi?

Che se volessero ostinarsi a combattere, non sarebbero essi giudicati?

Chi conterebbe più il loro voto?

Chi oserebbe averli per ausiliari?

Lo zelo, la persuasione, l'amore della verità si possono ostentare da chi non li sente in cuore; ma la scienza non si finge, e quando si pretende da chi decide su d'una questione, da chi condanna altamente e con risolutezza il suo fratello, che esponga chiaramente l'opinione erronea di colui che condanna, la domanda è tanto ragionevole che non è possibile rigettarla, è tanto chiara che non è possibile eluderla.

Si riduca così il numero dei contendenti a quelli che sanno dove stia la diversità, a quelli che per le proposizioni espresse dai loro avversari, conoscono le opinioni di essi, o che si credono in caso di dedurle dai principi manifestati da loro; gli altri, se pure hanno voglia di disputare, attendano ad informarsi e a studiare o si accontentino di pregare per gli uni e per gli altri; e chi dubiterà che le dispute non diminuiscano di quantità, di intensità e di durata?

Chi dubiterà che la verità non possa più facilmente manifestarsi, quando si diminuisca il fracasso e l'urto delle passioni?

Chi dubiterà che la moltitudine dei fedeli concorde nelle cose necessarie, e muta sulle dubbie che non ha esaminate, intenta a benedire e non a maledire, non presentasse uno spettacolo più dignitoso, più consolante che non sia quello di uomini, che uscendo dallo stesso tempio, che sperando nella stessa misericordia, che confessando la stessa miseria, si lacerano e si rimproverano, senza saper perchè?

È raro che due persone di contrario parere si fermino nella questione, cerchino pazientemente d'illuminarsi a vicenda, non sostituiscano le passioni agli argomenti; e che sarà quando le dispute saranno trattate da molti che non vi portano altro che le passioni, senza un solo argomento?

Quindi tanti cuori che, non amando, rimangono nella morte, e non lo sanno; quindi le maldicenze senza rimorsi, quindi i giudizi sulle persone senza fondamento.

Ma si dirà: la carità obbliga forse a consentire alle persone che errano nella fede?

Non mai: la carità obbliga ad amarli, a compatirli, a pregare per loro e a dissentire da loro; ma l'errore sta appunto nel condannare quelli di cui non si conosce la fede; invece di denunziarli al giudizio altrui, avvicinatevi a loro, interrogateli, e vedrete forse che invece di gridare contro di essi, non vi resta che piangere sopra di voi.

Ma, si dirà ancora, la Chiesa non ha essa usato sempre di segnalare non solo gli errori, ma le persone?

Sì: la Chiesa perchè ha l'autorità di farlo, perchè ha il dovere di farlo, perchè ha i mezzi di accertarsi della verità, perchè li pone in opera.

Ma voi non avete alcuna di queste condizioni, e questo è il vero punto di errore; voi credete di poter fare quello che compete alla Chiesa, di condannare gli erranti, e più ancora, perchè voi credete di poterlo fare senza quelle formalità indispensabili, che la Chiesa stima essenziali all'esercizio della sua autorità sui suoi figli, prescindere dalle quali essa stimerebbe un dispotismo incompatibile colla legge stessa, dalla quale il giudizio le è confidato.

Essa ha avuto sempre questa cura di condannare gli errori, e di non segnalare le persone che quando fosse richiesto dalla giustizia e dalla necessità.

Per questo essa ha sempre stimato necessario che constasse per vie legali, che la persona sosteneva l'errore, quindi ha sempre poste in opera le persuasioni, perchè lo abbandonasse; e riuscendo queste inutili, essa con gemito, e quasi a forza ha dovuto dire ai fedeli: non ascoltate quella persona, perchè la sua dottrina è opposta al testimonio della Chiesa.

Quando, p. e., la Chiesa anatemizzò Nestorio citato al Concilio e ostinato, ogni Cattolico ha saputo quali erano gli errori di Nestorio, quali le verità cattoliche ch'egli impugnava: Nestorio aveva subito un giudizio, era colpito da una sentenza, aveva tutti i caratteri di essere rigettato dalla Chiesa; ogni Cattolico condannandolo non faceva che applicare il giudizio della Chiesa.

Ma voi, voi fate il giudizio e lo applicate, voi portate la sentenza senza autorità, e senza processo, voi pretendete forse secondare le intenzioni della Chiesa; ma chi ve le ha rivelate, chi vi ha costituito giudice?

Se lo foste, dovreste temere che un odio segreto non facesse pendere la bilancia nelle vostre mani; e voi non siete giudice, e siete pieno di odio, e non temete?

La Chiesa è tratta quasi dalla necessità a condannare i suoi figli; vi si riduce da ultimo e piangendo, e voi cominciate dal condannare i vostri fratelli, e lo fate con ilarità e con indifferenza.

Se vi si domandasse quali sono le prove che avete ch'egli erri, forse non potreste dir altro se non che: io l'ho inteso dire.

Quando si pensa che questa è la sola risposta che noi porteremo alla interrogazione del Giudice infallibile, non so perchè non tremiamo.

Ma gli uomini a cui sta a cuore la giustizia e la carità, perchè si accontentano di questa risposta, perchè non si credono obbligati, non dico a difendere il fratello che è condannato dinanzi a loro, ma a domandare con che diritto, con che prova è condannato?

Chi sa quale scoraggiamento non porti talvolta nell'animo dell'innocente l'udire un suono di riprovazione contro di lui non meritato?

E perchè servire a scoraggiare gl'innocenti?

Perchè non ricordarsi che la causa del fratello assente, che non ode e che non può rispondere, è confidata all'uomo che pretende ricevere un giorno il premio della giustizia?

Essere testimonio tranquillo e volontario d'un giudizio illegittimo e ingiusto, potrebbe essere lo stesso che divenirne complice, ma è certo un dimenticarsi della fratellanza, e del coraggio cristiano.

Così per servire ad alcune passioni si eludono tante cure che la Chiesa ha posto in opera, acciocché dalle controversie ne venisse edificazione, più che scandalo, acciocché la verità trionfasse senza danno della carità.

Essa ha prescritto l'esame, lo ha confidato a persone rivestite della sua autorità: essa ha voluto che l'errore si opprimesse col testimonio costante ed uniforme della Chiesa; e le forme stesse gravi, ponderate, placide e dignitose ch'essa impiega in questo giudizio, escludessero ogni idea di contesa.

A questo le passioni sostituiscono un cicaleccio di accuse senza motivi, d'imputazioni, di declamazioni senza un risultato qualunque.

V'ha di quelli che prendono parte alle dispute per amore del vero; che, combattendo i loro avversari, si guardano dall'interpretare odiosamente le loro intenzioni, dallo spargere dubbi temerari sulla loro fede; ma quanto è raro ch'essi pure non diano scandalo ai credenti e ai miscredenti per l'acrimonia delle loro contenzioni.

Quante volte lo scoprire errori nei loro avversari, invece di essere una cagione di dolore, diventa per essi una buona ventura.

Quante volte non fanno essi vedere che il contendere coi fratelli, quando anche sia necessario, è sempre un'opera piena di pericoli!

Noi forziamo l'ingegno per cercare la soluzione delle cose astruse, mentre le idee più importanti sono rivelate manifestamente, mentre l'amore così chiaramente prescritto è così facile a risvegliarsi nel cuore.

Vi fu mai un tempo in cui fosse più necessario che la società cristiana si mostri ordinata e concorde come una schiera di prodi, che combattono per una nobile causa, e che la conoscono?

Vi fu mai un tempo in cui fosse più necessario che le tende d'Israello e i padiglioni di Giacobbe appariscano belli a coloro che salgono sulla cima del Phogor per maledirli?

Ah! possa questo avvenire, possano le maledizioni cangiarsi in benedizioni sulle loro labbra non solo, ma nei loro cuori, non solo per la gloria d'Israello, ma per la salute loro; ma dimodoché essi entrino in quel campo dove tutti sono accolti, in quel campo che non deve avere altri nemici che le passioni.

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