Discorso del Signore sulla montagna

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Libro I

I poveri di spirito o umili sono beati perché sono concordi con i fratelli

6.16 - Gli apostoli sale della terra …

Con molta coerenza quindi continua: Voi siete il sale della terra, ( Mt 5,13 ) mostrando che si devono ritenere insipidi coloro che, agognando l'abbondanza e temendo la scarsezza dei beni del tempo, perdono i beni dell'eternità che non possono esser dati né tolti dagli uomini.

Quindi: Se il sale diventasse scipito, con che cosa lo si potrà render salato?

Vale a dire se voi, mediante i quali si devono condire, per così dire, i popoli, per timore delle persecuzioni nel tempo perderete il regno dei cieli, quali saranno gli uomini, mediante i quali si elimini da voi l'errore, dato che il Signore vi ha scelti per eliminare l'errore degli altri?

Quindi: Non serve a nulla il sale scipito, se non per essere gettato fuori e calpestato dagli uomini.

Quindi non è calpestato dagli uomini chi soffre la persecuzione, ma chi diventa scipito perché teme la persecuzione.

Difatti non si può calpestare se non chi è sotto, ma non è sotto colui che, pur subendo molti dolori in terra, col cuore è tuttavia rivolto al cielo.

6.17 - … e luce del mondo

Voi siete la luce del mondo. ( Mt 5,14 )

Come prima ha detto: sale della terra, così ora dice: luce del mondo.

Difatti neanche prima per terra si deve intendere quella che calpestiamo con i piedi, ma gli uomini che vivono sulla terra, o anche i peccatori, perché il Signore ha inviato il sale apostolico per condirli e impedirne la putrefazione.

E qui per mondo è opportuno intendere non il cielo e la terra, ma gli uomini che sono nel mondo o amano il mondo, perché gli apostoli sono stati inviati a illuminarli.

Non può rimanere nascosta una città collocata sul monte, cioè fondata su una insigne e grande onestà, simboleggiata anche dal monte in cui il Signore sta insegnando.

E non accendono la lucerna e la pongono sotto il moggio, ma sul lucerniere. ( Mt 5,15 )

Che pensare? L'inciso: sotto il moggio è stato usato affinché s'intenda soltanto l'occultazione della lucerna, come se dicesse: nessuno accende la lucerna e la nasconde?

Ovvero anche il moggio simboleggia qualcosa, sicché porre la lucerna sotto il moggio è considerare il benessere del corpo più importante dell'annuncio della verità, al punto che non si annuncia la verità, perché si teme di soffrire qualche fastidio nelle cose spettanti al corpo e al tempo?

E a proposito è indicato il moggio, prima di tutto per la correlazione della misura, perché con essa ciascuno riceve quel che ha portato nel corpo, affinché di là, come dice appunto l'Apostolo, ciascuno riceva in cambio le opere che ha compiuto nel corpo ( 2 Cor 5,10 ) e analogamente di questo moggio del corpo si dice in un altro passo: Nella misura, con cui misurerete voi, vi sarà misurato. ( Mt 7,2 )

Inoltre i beni posti nel tempo, che si conseguono col corpo, si iniziano e passano in una certa misura di giorni che il moggio probabilmente simboleggia.

Invece i beni eterni e spirituali non sono contenuti in tale limite, poiché Dio dà lo Spirito senza misura. ( Gv 3,34 )

Pone dunque la lucerna sotto il moggio chi spegne e copre la luce della buona istruzione con le soddisfazioni nel tempo, la pone sul lucerniere chi sottomette il proprio corpo a servizio di Dio, in modo che in alto vi sia l'annuncio della verità, in basso la sottomissione del corpo.

Però mediante tale sottomissione del corpo deve splendere in alto l'istruzione che nelle buone opere si consegna a coloro che apprendono mediante le funzioni del corpo, cioè mediante la voce, la lingua e gli altri movimenti del corpo.

Quindi pone la lucerna sul lucerniere l'Apostolo, quando dice: Faccio il pugilato non come chi batte l'aria, ma castigo il mio corpo e lo induco alla sottomissione, affinché nell'istruire gli altri io non rimanga squalificato. ( 1 Cor 9,26-27 )

Penso che nelle parole di Gesù: Affinché risplenda a tutti coloro che sono nella casa, ( Mt 5,15 ) per casa s'indichi l'abitazione degli uomini, cioè il mondo stesso per quel che ha detto in precedenza: Voi siete la luce del mondo. ( Mt 5,14 )

Ovvero se per casa si vuole intendere la Chiesa, neanche questo significato è improbabile.

7.18 - Il vero fine della lode

Così risplenda, soggiunge, la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli. ( Mt 5,16 )

Se dicesse soltanto: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone, sembrerebbe che avesse stabilito il fine nelle lodi degli uomini, di cui sono avidi gli ipocriti, coloro che ambiscono gli onori e raggiungono una gloria del tutto vuota.

Contro di essi si legge: Se andassi ancora a genio agli uomini, non sarei ministro di Cristo; ( Gal 1,10 ) e del Profeta: Coloro che piacciono agli uomini sono arrossiti di vergogna, perché Dio li ha resi un nulla; e di seguito: Dio spezza le ossa di coloro che sono graditi agli uomini; ( Sal 53,6 ) e ancora l'Apostolo: Non diventiamo avidi di una vuota gloria; ( Gal 5,26 ) ed egli ancora: L'uomo invece esamini se stesso e allora in se stesso e non nell'altro troverà motivo di gloria. ( Gal 6,4 )

Quindi non ha detto soltanto: Affinché vedano le vostre opere buone, ma ha aggiunto: E diano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Perciò l'uomo non deve intendere come fine di piacere agli uomini per il fatto che mediante le opere buone piace ad essi, ma lo riferisca a lode di Dio e perciò piaccia agli uomini, affinché in lui sia resa gloria a Dio.

A coloro che lodano conviene quindi lodare non l'uomo ma Dio, come il Signore ha mostrato in quell'uomo che gli portavano davanti, sicché la folla nel caso del paralitico sanato ammirò il potere di Dio, come è scritto nel Vangelo: Ebbero timore e diedero gloria a Dio che ha dato un tale potere agli uomini. ( Mt 9,8 )

E Paolo, suo imitatore, dice: Avevano soltanto sentito dire che colui il quale una volta ci perseguitava, ora annunzia la fede che prima voleva distruggere; e glorificavano Dio a causa mia. ( Gal 1,23-24 )

7.19 - Gesù integra la Legge

Dopo aver esortato gli uditori di prepararsi a superare tutte le difficoltà per la verità e l'onestà, a non nascondere il bene che stavano per ricevere, ma ad apprendere con una amorevolezza tale da ammaestrare gli altri, riferendo le proprie opere alla gloria di Dio e non al proprio vanto, inizia a informare e insegnare quel che debbono insegnare, come se glielo chiedessero dicendo: Ecco vogliamo sopportare tutto per il tuo nome e non nascondere il tuo insegnamento.

Ma che cosa è quel che proibisci di nascondere? E perché comandi che tutte le difficoltà siano sopportate?

Forse che devi dire altre cose contrarie a quelle che sono scritte nella Legge?

No, disse: Non crediate che sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. ( Mt 5,17 )

8.20 - Il compimento della Legge

In questa proposizione si ha un doppio significato; bisogna esporre in base all'uno e all'altro.

Chi afferma: Non sono venuto per abolire la Legge ma per portarla a compimento afferma o aggiungendo quel che manca o perfezionando quel che ha.

Esaminiamo l'ipotesi che ho indicato al primo posto.

Infatti chi aggiunge quel che manca certamente non abolisce quel che trova, ma lo ratifica rendendolo più perfetto.

E per questo continua col dire: In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge un solo iota o un solo accento, senza che tutto sia compiuto. ( Mt 5,18 )

Perciò mentre si avverano i dati che sono stati aggiunti al completamento, molto più si avverano quelli che sono stati premessi per l'iniziazione.

L'inciso: un solo iota o un solo accento non passeranno dalla Legge si può interpretare soltanto come una veemente affermazione della perfezione, poiché è stata indicata dai singoli dati espressivi fra cui lo iota è il più piccolo perché si traccia con un solo trattino e l'accento è poi un certo segnetto sopra di esso.

Con queste parole egli mostra che nella Legge anche i dati più piccoli sono portati a compimento.

Poi soggiunge: Chi dunque considererà abrogato uno solo di questi più piccoli comandamenti e insegnerà così agli uomini sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli. ( Mt 5,19 )

I comandamenti più piccoli dunque sono simboleggiati da un solo iota e da un solo accento.

Chi dunque considererà abrogato e insegnerà così, cioè secondo il dato abrogato, non secondo quel che nella Legge ha trovato e letto, sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli e forse non vi sarà per niente nel regno dei cieli, in cui possono essere soltanto i grandi.

Chi invece osserverà e così insegnerà, questi sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Chi invece osserverà significa: chi non considera abrogato e insegnerà così, in base a ciò che non ha abrogato.

Se sarà considerato grande nel regno dei cieli, ne consegue che anche sia nel regno dei cieli, in cui sono ammessi i grandi.

All'argomento attiene quel che segue.

9.21 - Confronto fra Legge e Vangelo

Vi dico che se la vostra virtù non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli, ( Mt 5,20 ) cioè se non solo non osserverete i comandamenti più piccoli della Legge, che iniziano l'uomo all'onestà, ma anche questi aggiunti da me, che non sono venuto ad abolire la Legge, ma a completarla, non entrerete nel regno dei cieli.

Ma tu mi obietti: Di quei comandamenti più piccoli, mentre ne parlava in precedenza, ha detto che è il più piccolo nel regno dei cieli chi ne considerasse abrogato uno solo e insegnasse in base a questa sua abrogazione, quindi che è considerato grande chi li osserverà e così insegnerà e che per questo sarà già nel regno dei cieli, perché è grande.

E allora che bisogno c'è che si aggiunga qualcosa ai più piccoli comandamenti della Legge, se già può essere nel regno dei cieli, perché è grande chi li osserverà e così insegnerà?

Rispondo: Perciò la proposizione si deve interpretare in questo senso: Chi li osserverà e insegnerà così, sarà considerato grande nel regno dei cieli, cioè non sulla base di quei comandamenti più piccoli, ma sulla base di quelli che io dichiarerò.

E quali sono? Che la vostra virtù, afferma, superi quella degli scribi e dei farisei, perché se non la supererà, non entrerete nel regno dei cieli.

Quindi chi considererà aboliti i comandamenti più piccoli e insegnerà così, sarà considerato il più piccolo; chi invece osserverà i più piccoli e così insegnerà, non deve essere considerato ormai un grande e meritevole del regno dei cieli, però non così piccolo come chi li considera abrogati.

Affinché sia grande e meritevole del regno, deve osservare e insegnare come al presente insegna Cristo, cioè che la sua virtù superi quella degli scribi e dei farisei.

La virtù dei farisei comporta che non uccidano, la virtù di quelli che entreranno nel regno di Dio che non si adirino senza motivo.

Il non uccidere dunque è l'osservanza più piccola e chi la considererà abrogata sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli.

Chi invece adempirà di non uccidere non sarà senz'altro grande e meritevole del regno dei cieli, tuttavia è salito un gradino; si perfezionerà se non si adira senza motivo e, se avrà raggiunto questa perfezione, sarà assai più lontano dall'omicidio.

Quindi chi insegna di non adirarsi non considera abrogata la legge di non uccidere, la osserva invece, sicché tanto all'esterno, se non uccidiamo, come nel cuore, se non ci adiriamo, manteniamo l'immunità dalla colpa.

9.22 - Gradualità della colpa nel rapporto col fratello

Avete udito, continua, che fu detto agli antichi: Non ucciderai; e chi avrà ucciso, sarà meritevole del processo.

Io vi dico invece che chi si adira con il proprio fratello senza motivo, sarà meritevole del processo; chi avrà detto al fratello: Racha, sarà meritevole di condanna, chi gli avrà detto: Imbecille, sarà meritevole della geenna di fuoco. ( Mt 5,21-22 )

Che differenza v'è fra il meritevole di processo, il meritevole di condanna e il meritevole della geenna di fuoco?

Infatti quest'ultimo contesto ha un tono molto grave e fa pensare che si fanno alcune gradazioni da pene più leggere a più gravi fino a giungere alla geenna di fuoco.

Quindi se è più lieve essere meritevole di processo che meritevole di condanna, e così se è più lieve esser meritevole di condanna che della geenna di fuoco, è opportuno che si giudichi più lieve adirarsi senza motivo col fratello che dirgli racha e ancora che è più lieve dirgli racha che imbecille.

La colpevolezza in sé non avrebbe gradazioni, se anche i peccati non venissero rassegnati gradualmente.

9.23 - Esame etimologico di racha

Nel testo è usato un solo termine di significato incerto, perché racha non è né greco né latino; gli altri sono usati nella nostra lingua.

Alcuni hanno voluto derivare dal greco la traduzione di questa parola ritenendo che racha significa cencioso, perché in greco il cencio si denomina ράχος.

Tuttavia quelli, a cui si chiede come si volge in greco cencioso, non rispondono racha.

D'altronde il traduttore latino, dove ha riportato racha, poteva tradurre cencioso e non usare una parola che nella lingua latina non esiste e in greco non è usata.

È più attendibile la versione che ho appreso da un ebreo, quando l'ho interrogato in proposito.

Mi disse che è un suono che non significa qualcosa, ma esprime una emozione della coscienza.

I grammatici chiamano interiezione queste piccole parti del discorso che indicano un impulso dell'animo turbato, come quando si dice: ahi! da chi soffre e ohibò! da chi è adirato.

Sono espressioni proprie di tutte le lingue e non agevolmente si traducono in un'altra lingua.

Ed è certamente questo il motivo che ha spinto il traduttore, tanto greco che latino, a riportare il termine stesso, perché non trovava come tradurlo.

9.24 - Tre colpe e tre imputazioni

Vi sono dunque delle gradazioni in questi peccati.

Prima di tutto uno si adira e trattiene l'emozione formatasi all'interno.

Se poi il turbamento stesso strapperà a chi è adirato un suono che non ha significato, ma attesta col prorompere stesso l'emozione dell'anima, in modo che con essa si offende colui contro cui si adira, il fatto è certamente più grave di quanto l'ira insorgente si cela nel silenzio.

Se inoltre non solo si ode la voce di chi è sdegnato, ma anche la parola che indica e qualifica l'oltraggio a colui contro cui si proferisce, non v'è dubbio che è un po' di più che se si udisse soltanto l'espressione di sdegno.

Dunque nel primo caso si ha un solo dato, cioè l'ira in sé; nel secondo due, cioè l'ira e il suono che indica l'ira; nel terzo tre, l'ira il suono che indica l'ira e nel suono stesso la dimostrazione di un deliberato oltraggio.

Esamina ora anche le tre imputazioni: del processo, della condanna, della geenna di fuoco.

Nel processo si dà ancora luogo alla difesa.

Invece per quanto riguarda la condanna, sebbene sia anche processo, tuttavia l'averli distinti induce a rilevare che in questo passo differiscono per qualche aspetto.

Sembra appunto che ad essa sia di spettanza l'emissione della sentenza.

Difatti con essa non si discute con il colpevole stesso se è da condannare, ma coloro che lo giudicano s'intrattengono a trattare con quale pena è opportuno condannare chi evidentemente è da condannare.

La geenna di fuoco poi non propone come incerta né la condanna come il processo, né la pena del condannato come la condanna; nella geenna sono certe la condanna e la pena del condannato.

Si avvertono dunque alcune gradazioni nelle colpe e nella imputazione.

Ma chi può esprimere in quali termini siano invisibilmente applicate le pene ai meriti delle anime?

Si deve prestare attenzione alla differenza che si ha fra la virtù dei farisei e quella più grande che introduce nel regno dei cieli.

Quindi, poiché è più grave uccidere che rivolgere un insulto con la parola, in quella l'omicidio rende meritevole di processo, in questa è l'ira che rende meritevole di processo, sebbene sia il più lieve dei tre peccati.

In quella infatti gli uomini conducevano l'inchiesta discutendo fra di loro; in questa tutto è rimesso al giudizio divino, per il quale il destino dei condannati è la geenna di fuoco.

Chi ha detto che con una pena più grave in una giustizia più grande è punito l'omicidio, se con la geenna di fuoco è punito l'insulto, induce a pensare che vi sono diversità di geenne.

9.25 - Significati sottintesi

Senza dubbio in queste tre proposizioni si deve avvertire un sottinteso di parole.

La prima proposizione infatti contiene tutte le parole necessarie per non sottintendere nulla.

Chi si adira, dice, con un suo fratello senza motivo è meritevole di processo.

Nella seconda invece, poiché afferma: Chi poi dirà al suo fratello racha, è sottinteso: senza motivo, e così si aggiunge: Sarà meritevole di condanna.

Nella terza poi in cui dice: Chi poi gli avrà detto: imbecille, ( Mt 5,22 ) sono sottintesi due concetti: a un suo fratello e: senza motivo.

Si giustifica quindi il fatto che l'Apostolo denomina stolti i Galati che tuttavia considera come fratelli, perché non lo fa senza motivo.

Quindi in questo inciso si deve sottintendere fratello, perché del nemico si dice in seguito in qual modo anche egli deve esser trattato con una virtù più grande.

10.26 - Dono all'altare e riconciliazione …

Quindi continua: Se dunque offrirai il tuo dono all'altare e lì ti ricorderai che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti col tuo fratello e allora tornando offri il tuo dono. ( Mt 5,23-24 )

Dal testo evidentemente appare che in precedenza s'era parlato di un fratello, poiché la proposizione che segue si congiunge alla precedente con un collegamento tale che comprova la precedente.

Non ha detto infatti: Se invece offrirai il tuo dono all'altare, ma ha detto: Se dunque offrirai il tuo dono all'altare.

Se invero non è lecito adirarsi senza motivo col fratello o dirgli racha o imbecille, molto meno è lecito trattenere un qualche cosa nella coscienza, al punto che lo sdegno si volga in odio.

Si riferisce a questo anche quel che si afferma in un altro passo: Il sole non tramonti sulla vostra collera. ( Ef 4,26 )

Ci si ordina dunque che se, mentre portiamo un dono all'altare, ci ricorderemo di avere qualche rancore contro un fratello, di lasciare il dono sull'altare, avviarci a far pace con lui e poi venire a offrire il dono.

Se l'ingiunzione si prendesse alla lettera, si potrebbe forse pensare che è bene far così se il fratello è nelle vicinanze; difatti non si può procrastinare a lungo, dato che ti si ordina di lasciare il tuo dono davanti all'altare.

Se quindi venisse in mente un tal pensiero su un assente e, il che può avvenire, su di uno residente al di là del mare, è assurdo pensare che si deve lasciare il dono davanti all'altare per offrirlo a Dio dopo avere attraversato terre e mari.

Siamo quindi costretti a ricorrere a interpretazioni allegoriche, affinché questo pensiero possa essere inteso senza incorrere nel non senso.

10.27 - … e interpretazione allegorica

Per altare quindi allegoricamente, nell'interiore tempio di Dio, possiamo intendere la fede stessa, di cui è simbolo l'altare visibile.

Infatti qualunque dono offriamo a Dio, sia la spiegazione della Scrittura, o l'insegnamento, o l'orazione, o un inno, o un salmo, o un altro qualsiasi dei doni dello Spirito che si presentano alla coscienza, non gli può esser gradito se non è sorretto dalla sincerità della fede e posto, per così dire, sopra di lei stabilmente fisso, in modo che ciò che diciamo sia senza detrazioni e senza errori.

Difatti molti eretici non avendo l'altare, cioè la vera fede, invece della lode hanno detto bestemmie perché, appesantiti dalle opinioni della terra, hanno gettato in terra, per così dire, il proprio atto di devozione.

Però deve essere retta anche l'intenzione di chi offre.

Avviene talora dunque che stiamo per offrire qualcuno di tali doni nel nostro cuore, cioè nell'interiore tempio di Dio, perché dice l'Apostolo: Il tempio di Dio è santo e siete voi ( 1 Cor 3,17 ) e: Nell'uomo interiore abita il Cristo mediante la fede nei vostri cuori. ( Ef 3,16-17 )

Allora se verrà in mente che un nostro fratello abbia qualcosa contro di noi, cioè, se l'abbiamo offeso in qualche modo, allora è lui che ce l'ha contro di noi; infatti noi ce l'abbiamo con lui, se egli ci ha offesi e allora non è il caso di andare a riconciliarci, perché non dovrai chiedere scusa a lui che ti ha recato offesa, ma soltanto rimetterai, come desideri che ti sia rimesso dal Signore quel che tu hai commesso.

Si deve andare a riconciliarsi, quando ci verrà alla memoria che eventualmente noi abbiamo offeso il fratello e si deve andare non con i piedi del corpo ma con gli atteggiamenti della coscienza, affinché ti prostri con benevolenza al fratello, al quale con un pensiero affettuoso sei corso, mentre eri alla presenza di colui al quale dovrai offrire il dono.

Così infatti, anche se è presente, lo potrai rabbonire con un sincero atto di coscienza e ricondurlo all'affabilità chiedendogli perdono, se prima l'hai chiesto a Dio, perché sei andato al fratello non con un tardo movimento del corpo, ma con un rapido sentimento di affetto.

E ritornando, cioè richiamando il proposito all'atto che avevi cominciato a compiere, offrirai il tuo dono.

10.28 - Superbia e povertà di spirito

D'altronde chi si comporta in modo da non adirarsi con un suo fratello senza motivo, o da non dirgli racha senza motivo, o da non chiamarlo imbecille senza motivo e non lo si avverte con molta superbia?

Ovvero se eventualmente si è caduti in una di queste colpe, chi non chiede perdono con sentimento implorante, ed è l'unica riparazione, a meno che non si è gonfi dal soffio di una stupida presunzione?

Beati dunque i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. ( Mt 5,3 )

Ma ormai vediamo quel che segue.

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