La dottrina cristiana

Libro I

10.10 - I puri di cuore vedranno Dio

Bisogna dunque essere in grado di godere in pienezza di quella verità che vive non soggetta a mutamenti e sapere che in tale verità Dio Trino, autore e creatore dell'universo, provvede alle cose che ha creato.

A tal fine occorre purificare l'anima perché possa fissare quella luce e restare attaccate a quello che ha veduto.

Questa purificazione consideriamola come una specie di cammino o di navigazione verso la patria.

In realtà, per avvicinarci a colui che è presente dovunque, non ci si muove con moto locale ma con buoni desideri e buoni costumi.1

11.11 - L'uomo salvato dalla debolezza di Dio

Una cosa di questo genere ci sarebbe impossibile se la stessa Sapienza non si fosse degnata abbassarsi fino alla nostra debolezza, veramente grande, e non ci avesse dato l'esempio di come vivere non scegliendo altra via che facendosi uomo, poiché noi siamo uomini.

Ora, se è pacifico che noi andando a lui operiamo saggiamente, quanto a lui e alla sua venuta fra noi, l'uomo superbo ritenne che avesse agito quasi con stoltezza.

Inoltre, siccome noi quando andiamo da lui acquistiamo vigore, si credette di lui che, venuto fra noi, si fosse come indebolito.

Viceversa, quello che in Dio è stolto è più sapiente degli uomini e quello che in Dio è debole è più forte degli uomini. ( 1 Cor 1,25 )

Essendo dunque Lui la patria, si è voluto fare per noi via per cui giungere alla patria.

12.11 Essendo [ Cristo-sapienza ] presente dovunque all'occhio interiore puro e sano, si è degnato apparire agli occhi carnali di coloro che hanno quell'occhio interiore malato e impuro.

Difatti, siccome il mondo con la sua sapienza era incapace di conoscere Dio, nel sapiente piano di Dio, egli si compiacque di salvare con la stoltezza della predicazione quelli che avrebbero creduto. ( 1 Cor 1,21 )

12.12 - Il sapiente piano di Dio rivelato a chi crede

Di Lui si dice che è venuto a noi non nel senso che abbia attraversato degli spazi ma nel senso che si è fatto vedere ai mortali in una carne mortale.

Venne dunque in un luogo dove già era, poiché egli era in questo mondo, anzi il mondo fu creato per opera sua. ( Gv 1,10 )

Gli uomini però si erano lasciati prendere dalla insana voglia di godere della creatura invece che del Creatore e, configurati con questo mondo, giustissimamente erano stati chiamati mondo. ( Rm 12,2 )

Non lo avevano quindi conosciuto, sicché l'Evangelista dice: E il mondo non lo conobbe. ( Gv 1,10 )

Nel piano sapiente di Dio pertanto il mondo non fu in grado di conoscere Dio mediante la Sapienza, poiché, in effetti, essa già stava quaggiù.

Ma allora perché venirvi se non perché Dio si compiacque di salvare quelli che credono mediante la stoltezza della predicazione?

13.12 - Il Verbo s'incarna rimanendo immutabile

E come venne a noi se non in quanto il Verbo si fece carne ed abitò fra noi? ( Gv 1,14 )

Un esempio: quando noi parliamo, affinché quel che noi abbiamo nell'animo si comunichi, attraverso gli orecchi, all'animo di chi ci ascolta, la parola chiusa nel nostro cuore diventa suono e si chiama linguaggio.

Tuttavia il nostro pensiero non si tramuta in quel suono, anzi, restando intero in se stesso, assume la forma di voce con cui penetra negli orecchi, e ciò senza subire alcuna menomazione a causa del suo mutamento.

Così è stato del Verbo di Dio: non subì alcun mutamento, ma si fece carne per abitare in mezzo a noi.

14.13 - Cristo, sapienza incarnata, medico dell'umanità

Come poi qualsiasi cura è la via per recuperare la salute, così fu della cura adottata da Dio: si rivolse a dei peccatori per guarirli e rimetterli in salute.

E come quando i medici fasciano le ferite lo fanno non alla buona ma con arte, per cui dalla fasciatura deriva non solo un'utilità ma anche una specie di bellezza, così è stato della medicina della Sapienza quando, assumendo l'umanità, si è adeguata alle nostre ferite.

Certuni li ha curati con rimedi contrari, altri con rimedi congeneri.

Si è comportata come colui che cura le ferite del corpo.

Usa, a volte, rimedi contrari, come quando applica cose fredde a ciò che è caldo, cose bagnate a ciò che è asciutto o altri simili rimedi.

Usa anche dei rimedi congeneri, come una benda rotonda a una ferita rotonda, una benda allungata per una ferita di forma allungata e, quando esegue la fasciatura, non la fa identica per tutte le membra ma fatta su misura per ogni singolo membro.

Così fece la Sapienza di Dio quando volle curare l'uomo: per guarirlo gli offrì se stessa e divenne medico e medicina.

Pertanto, siccome l'uomo era caduto a causa della superbia, per guarirlo usò l'umiltà.

Fummo ingannati dalla astuta sapienza del serpente; veniamo liberati dalla stoltezza di Dio.

Ma come Egli, che si chiamava Sapienza - era però stoltezza per quanti disprezzano Dio -, così, di nuovo, Egli, chiamato stoltezza, è Sapienza per quanti vincono il diavolo.

Noi usammo male dell'immortalità e ci procurammo la morte; Cristo, usando bene della sua condizione mortale, ha fatto sì che riavessimo la vita.

Corrotto che fu l'animo di una donna, entrò nel mondo la malattia; la salute è a noi derivata dal corpo di una donna rimasto integro.

Allo stesso sistema dei contrari è da ascriversi anche il fatto che con l'esempio delle sue virtù vengono curati i nostri vizi.

In una parola, una sorta di fasciature similari applicate alle nostre membra ferite potrebbero considerarsi l'essere Egli nato da una donna per liberare i sedotti da una donna e poi l'aver liberato, lui uomo gli uomini, lui mortale i mortali, i morti in virtù della sua morte.

A chi volesse considerare le cose con maggiore accuratezza e non fosse sospinto in avanti dalla necessità di completare l'opera intrapresa, dall'esame dei rimedi, o contrari o simili, della medicina cristiana apparirebbe una dottrina più ampia e diversificata.

15.14 - Cristo morto, risorto e giudice supremo

Noi crediamo nella resurrezione del Signore dai morti.

Questo evento insieme con l'ascensione al cielo, dà alla nostra fede l'appoggio di una grande speranza.

Colui che possedeva la vita in modo da poterla riprendere ( Gv 10,18 ) ci mostra molto efficacemente la libertà con cui ha voluto donarla per noi.

Di quale fiducia dunque non si animerà la speranza dei credenti, se considerano chi ha sofferto tanti patimenti per coloro che ancora non credevano!

Ora si aspetta che venga dal cielo giudice dei vivi e dei morti: così Egli incute ai pigri un gran timore che li fa convertire e diventare premurosi e fa sì che lo desiderino vivendo bene piuttosto che temerlo comportandosi male.

Con quali parole si potrà descrivere o con quale acume di pensiero si potrà comprendere il premio che Egli darà alla fine?

Fin d'ora per consolarci del nostro pellegrinaggio ci dà tanta ricchezza del suo Spirito, che nelle avversità della vita presente già abbiamo viva speranza e carità verso di lui, che ancora non vediamo, e ancora altri doni, propri di ciascuno, mediante i quali si arricchisce la sua Chiesa. ( 1 Cor 12,7 )

Per questi doni eseguiamo non solo senza rimostranze ma anche con gioia quello che Egli ci mostra doversi fare.

16.15 - La Chiesa corpo e sposa di Cristo

La Chiesa infatti è il suo corpo - come suggerisce l'ammaestramento dell'Apostolo ( Ef 1,23 ) -; anzi la si chiama anche sua sposa. ( Ef 5,23-32 )

Questo suo corpo dunque, dotato di molte membra che esplicano diverse funzioni, ( Rm 12,4 ) egli lo stringe con il vincolo dell'unità e della carità, che costituiscono come un segno della buona salute.

In questo tempo lo allena o lo purifica con certe sofferenze di carattere medicinale, affinché, sottraendo la Chiesa dagli influssi di questo mondo, se la unisca in eterno come sposa senza macchia né ruga o cose del genere. ( Ef 5,27 )

17.16 - Cristo, rimettendo i peccati, ha aperto la via verso la patria

È peraltro da notarsi che noi siamo in via - una via non consistente in luoghi ma in affetti - e che questa via fu un tempo sbarrata da una specie di siepe spinosa, cioè dalla malizia dei nostri peccati passati.

Cosa quindi avrebbe dovuto fare, nella sua grande liberalità e misericordia, colui che si stese a terra per noi, sicché noi potessimo tornare [ in patria ], se non condonare i peccati a quanti si sarebbero volti indietro e, crocifisso per noi, rimuovere la proibizione che ci impediva di tornare [ in patria ] e che era profondamente conficcata in noi?

18.17 - Alla Chiesa Cristo affida poteri divini

Ebbene, queste chiavi egli le diede alla sua Chiesa, di modo che tutto quello che lei avesse sciolto sulla terra sarebbe stato sciolto nel cielo e tutto quello che avesse legato sulla terra sarebbe stato legato nel cielo. ( Mt 16,19 )

Vale a dire: chiunque si rifiuta di credere che nella Chiesa gli sono rimessi i peccati non gli sono rimessi, a differenza di colui che vi crede e, correggendosi della sua malizia, se ne allontana.

Costui, tornato in seno alla Chiesa, viene guarito dalla sua stessa fede unita alla disciplina penitenziale.

Chiunque invece non crede che gli possano essere rimessi i peccati, con la sua disperazione si mette in una situazione peggiore, pensando quasi che non gli resti altro di meglio che seguitare ad essere cattivo, dal momento che non crede nel frutto della sua conversione.

19.18 - Morte e risurrezione dell'anima e del corpo

Per l'anima è una specie di morte l'abbandono della vita e della condotta che antecedentemente aveva conseguito mediante la conversione.

Allo stesso modo è per il corpo: sua morte è la cessazione della sua antecedente animazione.

Orbene, come l'anima mediante la conversione con cui dà morte alla sua perfida condotta di prima acquista una nuova e migliore forma, così anche il corpo, dopo la morte temporale alla quale tutti siamo astretti per il vincolo del peccato, è da credersi e sperarsi che, al tempo della risurrezione, si cambierà in meglio, di modo che non saranno più la carne o il sangue a possedere il regno dei cieli: cosa, questa, che sarebbe impossibile.

Questo corpo corruttibile rivestirà l'incorruttibilità e questo corpo mortale rivestirà l'immortalità, ( 1 Cor 15,50-53 ) né ci recherà alcuna molestia poiché non avrà a soffrire alcuna privazione in quanto sarà vivificato con somma quiete da un'anima beata e perfetta.

20.19 - La pena della seconda morte

L'anima di colui che non muore a questo mondo e non si decide a conformarsi alla Verità, con la morte del corpo viene coinvolta in una morte più grave e non rivivrà se non per subire delle pene, e non per cambiare la sua vita con la condizione celeste.

21.19 - Retribuzione finale dei buoni e dei cattivi

Questo contiene la fede e così è da credersi che stiano le cose: né l'anima né il corpo dell'uomo andranno completamente distrutti ma gli empi risorgeranno per subire delle pene inimmaginabili mentre i buoni risorgeranno per la vita eterna. ( Mt 25,46 )

Indice

1 Plotino, Enn. 1, 6, 8; 6, 7, 36