Summa Teologica - II-II

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Articolo 3 - Se il secondo precetto del decalogo sia ben formulato

I-II, q. 100, a. 5, ad 3; a. 6; In 3 Sent., d. 37, a. 2, sol.2

Pare che il secondo precetto del decalogo non sia ben formulato.

Infatti:

1. Il precetto dell'Esodo [ Es 20,7 ]: « Non pronuncerai invano il nome del Signore » viene così spiegato dalla Glossa [ interlin. ]: « Non credere che il Figlio di Dio sia una creatura »; quindi con esso si proibisce un errore contro la fede.

E la formula del Deuteronomio [ Dt 5,11 ] viene spiegata [ Glossa interlin. ] in quest'altro senso: « Non pronuncerai invano il nome del tuo Dio, attribuendolo cioè al legno e alla pietra », con il che si vuole proibire una falsa professione di fede, che è un atto di incredulità, come anche un errore.

Perciò l'incredulità è prima della superstizione, come anche la fede è prima della religione.

Quindi questo precetto doveva precedere il primo, che proibisce la superstizione.

2. Il nome di Dio può essere pronunciato per tanti scopi: per lodarlo, per fare miracoli, e in generale per tutto ciò che noi facciamo, secondo l'esortazione di S. Paolo [ Col 3,17 ]: « Tutto quello che fate in parole e in opere, tutto si compia nel nome del Signore ».

Quindi il precetto che proibisce di pronunciare il nome di Dio invano è più universale di quello che proibisce la superstizione.

E così doveva precederlo.

3. La Glossa [ interlin. ] ci dà questa spiegazione del precetto: « Non pronuncerai il nome del Signore invano »: « cioè per nulla ».

Per cui pare che con esso si proibisca il giuramento inutile, ossia fatto senza giudizio.

Ma è molto più grave il giuramento falso, a cui manca la verità, e quello ingiusto, a cui manca la giustizia.

Dunque erano questi i giuramenti che il secondo precetto doveva proibire in modo speciale.

4. La bestemmia, come pure tutti gli altri peccati che si commettono oltraggiando Dio con le parole o con i fatti, sono più gravi dello spergiuro.

Quindi il secondo precetto avrebbe dovuto proibire piuttosto la bestemmia e gli altri peccati del genere.

5. I nomi di Dio sono molti.

Perciò non bisognava dire indeterminatamente: « Non pronunciare il nome del Signore ».

In contrario:

È sufficiente l'autorità della Scrittura.

Dimostrazione:

Nel formare una persona alla virtù, prima di gettare in essa i fondamenti della vera religione bisogna rimuovere gli ostacoli contrari.

Ora, un atto può essere contrario alla religione in due modi.

Primo, per eccesso: quando cioè si prestano atti di culto abusivi ad altre divinità; e questo è proprio della superstizione.

Secondo, per difetto, cioè per mancanza di rispetto: il che avviene quando si disprezza Dio; e ciò costituisce, come si è già visto [ q. 97, introd. ], il vizio dell'irreligiosità.

Ora, la superstizione è di ostacolo alla religione impedendo di accettare il culto di Dio.

Chi infatti è dedito a un culto illecito non può accettare simultaneamente il culto dovuto a Dio; come si accenna in quel testo di Isaia [ Is 28,20 ]: « Troppo corto sarà il letto per distendervisi, troppo stretta la coperta per avvolgervisi ».

L'irreligiosità invece è di ostacolo alla religione inquantoché impedisce di onorare Dio dopo di averlo accettato.

Ma l'accettazione di Dio con il culto che egli merita viene prima del rispetto verso di lui.

E così il precetto che proibisce la superstizione precede quello che proibisce lo spergiuro, il quale appartiene all'irreligiosità.

Analisi delle obiezioni:

1. Le interpretazioni riportate sono mistiche.

L'interpretazione letterale invece suona così [ Glossa interlin. su Dt 5,11 ]: « Non pronunciare il nome del Signore invano: cioè giurando per cose da nulla ».

2. Questo precetto non proibisce qualsiasi uso del nome di Dio, ma propriamente quello che viene fatto nel giuramento per confermare una parola umana: poiché questo uso è quello più frequente fra gli uomini.

Tuttavia si può conseguentemente intendere che da esso siano proibiti tutti gli usi sconvenienti del nome di Dio.

E così si spiegano anche le interpretazioni mistiche di cui abbiamo parlato [ ob. 1 ].

3. Si può dire che « giura per nulla » chi giura per delle cose che non esistono, cioè con dei falsi giuramenti, i quali sono detti per eccellenza spergiuri, come sopra [ q. 98, a. 1, ad 3 ] si è notato.

Quando infatti si giura il falso, il giuramento è vano per se stesso, non avendo la verità come base.

Quando invece si giura senza giudizio, ossia per leggerezza, se si giura il vero il giuramento non è vano per se stesso, ma solo dalla parte di chi lo pronunzia.

4. Come quando si istruisce una persona in una data scienza prima si danno dei princìpi generali, così anche la legge, nel formare l'uomo alla virtù, con i suoi primi precetti, che sono quelli del decalogo, ha proibito o comandato le cose che capitano più di frequente nel corso della vita umana.

E così tra i precetti del decalogo c'è la proibizione dello spergiuro, che capita più spesso della bestemmia, nella quale si cade più di rado.

5. Al nome di Dio si deve rispetto per la realtà che esprime, che è unica, e non già per i vocaboli, che possono essere molteplici.

Per questo viene usato il singolare: « Non pronuncerai invano il nome del Signore »; infatti lo spergiuro è identico qualunque sia il nome di Dio che viene pronunciato.

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