Apocalisse

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Antonino Romeo

Il tema di questo libro è profetico ( 22,6-19 ) e tratta l'argomento più consueto alla letteratura profetica: « il giorno del Signore », cioè il « giudizio » che Dio esercita sul mondo debellando e annientando gli empi e premiando i suoi fedeli.

Ma ciò che era ancora impreciso nel V. T. è ormai chiaramente determinato, dopo la predicazione cristiana; la lotta tra Dio e i suoi seguaci ( Israele ) contro i popoli infedeli si circoscrive nella lotta tra Cristo ( agnello, Verbo di Dio ) e Satana ( dragone, fiera marittima e terrestre ) con i loro rispettivi eserciti, il dramma a riprese cicliche di questa guerra totale e decisiva si chiude con la vittoria di Cristo e dei suoi, i quali vengono esaltati nell'eterno splendore della celeste Gerusalemme nuova.

La sicurezza di questa trionfale conclusione divino-cristiana della storia umana è espressa come prossimità nel tempo: l'Apoc. rivela « le cose che debbono accadere presto » ( 1,1 ).

Il tema è proclamato al suono della settima tromba ( 11,15 ); « Il regno del mondo è divenuto il regno del Signore nostro e del Cristo suo, e regnerà nei secoli dei secoli ».

Questo « giudizio di Dio » è già immanente nell'attuale società umana, si attua nella presente condizione dei cristiani e del mondo; l'èra inaugurata dal sacrificio e dalla glorificazione dell'agnello-Gesù è « escatologica », perché è l'attesa èra messianica in cui si esercita definitivamente la supremazia di Dio.

La Chiesa, nonostante la potenza e il furore degli avversari, è salva e gloriosa; il mondo, invece, a dispetto delle sue pose euforiche e trionfanti, è condannato e sgominato.

Il giudizio universale ultimo ( 19,11-20,15 ) sarà il turbinoso epilogo, catarsi e catastrofe insieme, che costituirà la transizione tra la condizione attuale d'implacabile lotta e la pace intramontabile nell'inalterabile perfezione della Gerusalemme nuova, sfolgorante della « gloria di Dio » ( 21,11.23 ).

Lungo tutto il libro si dispiegano le antitesi che esprimono, in veste varia, l'opposizione tra il regno di Dio e il regno di Satana ( le due città: la Chiesa celeste e il mondo terrestre ).

Questo dualismo morale si riaffaccia costante in coppie antagonistiche, derivate per lo più dal V. T., che simboleggiano il giudizio di Dio quale oggi è in via d'esecuzione: mistero di Cristo ( agnello ) e mistero di Satana ( dragone ), giusti schiera di Cristo e peccatori esercito di Satana ( Gog e Magog, ecc. ), Israele ed Egitto, « resto » dei fedeli e massa degli apostati, Gerusalemme e Babilonia.

In ultima analisi è la lotta tra il cielo della santità divina e la terra del peccato; ma, assicurato Satana con i suoi ostinati seguaci alla « morte seconda », senza scampo, la terra sarà redenta dal ciclo.

Il libro si presenta come una lettera indirizzata a sette Chiese della provincia d'Asia ( Efeso, Smime, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea ), le quali rappresentano la Chiesa universale.

Alle sette Chiese sono rivolti speciali moniti ( cc. 2-3 ), prima dello svolgimento della visione.

L'autore si denomina Giovanni ( 1,1.49; 22,8 ), nome che si suppone ben noto nelle Chiese d'Asia.

È l'apostolo Giovanni, il quale negli ultimi suoi anni visse ad Efeso, « fratello e compagno di tribolazione » ( 1,9 ), ed ebbe parte rilevante nel cristianesimo nascente della provincia d'Asia.

L'origine giovannea è confermata dalla tradizione unanime fin dal sec. II: qualche contestazione posteriore è dovuta a polemiche contro eretici.

L'autenticità è confermata dall'esame interno, da cui risulta che l'autore è un giudeo palestinese ( ebraismi continui, imperizia nell'uso del greco, conoscenza del tempio e delle istituzioni connesse ), e che le sue concezioni e il suo stile rispecchiano quelli del quarto Vangelo, nelle due opere prevale la visualità, il movimento drammatico che sfocia in contemplazione, il ricorso all'allegoria.

Sulle circostanze di composizione l'autore riferisce che ricevette la « rivelazione » una domenica, mentre era nell'isola di Patmos ( a circa 70 km. da Efeso ) ove era stato deportato « a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù » ( 1,9 ).

S. Ireneo ( Adv. Haer. V, 30, 3 ) attesta che ciò avvenne alla fine dell'impero di Domiziano ( ca. 95 ): così anche S. Vittorino di Pettau, Eusebio, S. Girolamo.

La data tradizionale è confermata dalla critica interna:

1) le lettere alle sette Chiese ( cc. 2-3 ) suppongono che queste comunità sono fondate da vari decenni, e l'eresia nicolaita che vi fa strage sembra aver origini remote, poiché fiorisce largamente, mentre è ancora ignorata dall'epistolario paolino;

2) dallo scritto risulta che una persecuzione violenta è già trascorsa, mitigandosi al punto che le Chiese asiatiche non vi pensano abbastanza, ma che ora cova sotto la cenere: queste circostanze corrispondono al regno di Domiziano, che perseguitò i cristiani che ricusavano il culto imperiale, infliggendo loro la deportazione, sicché le prospettive avvenire erano molto fosche.

L'interpretazione del libro, a causa dell'ininterrotto simbolismo allegorico con cui è presentato il dramma della lotta tra i due opposti, il bene e il male, Cristo e l'anticristo e le loro avverse schiere, è difficile, ed esige dall'interprete speciale « sapienza » come avverte lo stesso veggente ( 13,18-17,9 ).

L'oscurità è dovuta, al di là della forma, alla natura impenetrabile dei decreti divini ( chiusi da sette sigilli: 5,1 ), già accennata da Gesù ( Mt 11,25-27; Gv 16,12-13 ) e da S. Paolo ( Rm 11,33-36; 1 Cor 2,4-16 ).

Le difficoltà erano minori per i destinatari e per i primi lettori, che coglievano le varie allusioni a eventi e situazioni del tempo e sapevano apprezzare il simbolismo biblico-profetico.

Ma non essendosi conservata una tradizione esegetica in proposito, fin dal sec. II si formano interpretazioni aberranti, come il millenarismo basato sulla falsa concezione giudaica del messianismo temporale.

Nell'esegesi cattolica si vennero costituendo varie correnti d'interpretazione, che ancor oggi hanno difensori, benché i progressi dello studio storico-filologico provochino un progressivo ritorno all'unità degli antichi commentatori intorno al tema escatologico e al metodo ricapitolativo.

Il sistema escatologico, seguito dalla maggioranza degli esegeti cattolici ( e dei protestanti conservatori ) è il più consono al tema dell'Apoc., quale sopra è stato descritto, il più rispondente all'indole profetico-biblica.

Secondo esso il libro predice gli eventi che precedono, preparano ed accompagnano la fine del mondo ( persecuzioni e calamità, apostasia e anticristo, risurrezione « prima » e « seconda », giudizio universale e retribuzione dei buoni e dei malvagi ).

Questo sistema va però applicato tenendo conto del metodo della ricapitolazione, tradizionale anch'esso, secondo cui le visioni dell'Apoc. sono quadri senza prospettiva locale o cronologica, episodi senza progressione lineare.

Disposti in serie ciclica enunziano la conclusione o catastrofe-catarsi, fin dalle prime battute.

Sicché appaiono sullo stesso piano esseri o eventi assai diversi e distanti; viceversa, visioni che si succedono nel racconto si riferiscono allo stesso fatto, ripetono la stessa realtà o mistero: sono scene parallele che si richiamano a vicenda per integrarsi o consolidarsi nella mente del veggente come del lettore.

Questo metodo d'interpretazione, che vede nell'Apoc. un nucleo omogeneo svolto in riprese concentriche dall'inizio alla fine, è connesso all'unità del tema profetico.

L'Apocalisse dunque fissa e predice le direttrici della storia spirituale dell'umanità, dall'incarnazione alla fine del mondo, dalla prima alla seconda venuta di Cristo, senza soffermarsi alle contingenze esterne particolari.

Questo metodo esegetico elimina il pericolo di « giudaizzare », secondo l'espressione di S. Girolamo, che irretì molti scrittori ecclesiastici dei primi tre secoli, spingendoli al millenarismo.

L'Apoc. è escatologica, non già una predizione, più o meno particolareggiata, di storia universale.

Gli « ultimi tempi » cui si riferisce debbono essere intesi come li intendono i profeti prima e gli apostoli poi: sono l'èra messianica, l'èra religiosa definitiva in cui si fonderà e si svilupperà il regno di Dio ( in modo assai diverso da come speravano gli Israeliti ) sino al tempo finale.

Coloro che identificano il messaggio dell'Apoc. con la storia della Chiesa nel futuro si proclamano sostenitori dell'interpretazione profetica.

Ma essi confondono profezia con predizione della storia futura, e ne cercano gli elementi nell'episodio, nell'aneddoto di un tempo futuro relativamente allo scrittore.

Si affannano pertanto a trovare, cioè a creare più o meno ingegnosamente, un concordismo tra i termini e i simboli adibiti dal profeta e gli eventi a lui posteriori.

Per aver confuso la profezia con la divinazione o con una cronaca anticipata di eventi dispersi nel corso dei secoli, i fautori di questa interpretazione esortano gli esegeti allo studio della storia dei fatti succedutisi fino ai nostri giorni.

Ma una storia definitiva delle vicende umane non esiste, per nessun secolo, e la storiografia di ogni tempo è soggetta a evoluzioni ed involuzioni continue, sotto la pressione di propagande che oggi più che mai deformano e sopprimono la verità.

I testi, i simboli, gli eventi biblici, vanno riferiti cronologicamente solo a quei punti salienti della storia umana in cui s'inseriscono i misteri della presenza e della salvezza divina tra gli uomini, e che S. Paolo chiama « pienezza dei tempi » nella sua duplice fase ( o efficienza ) d'inizio ( incarnazione ) e di conclusione ( parusia escatologica ).

L'interprete dell'Apoc. deve quindi sforzarsi, per poterla intendere, di raffrontarla con Finterà serie dei libri sacri, specialmente profetici e simbolici, scritti prima, e non già con la colluvie delle cronache, sempre più o meno soggettive e pettegole, scritte dopo.

Bisogna così concepire « gli ultimi tempi » nel genuino senso profetico, che è quello neotestamentario: sono l'epoca messianica, compimento dell'economia salvifica, realizzatasi definitivamente con il sacrificio dell'agnello di Dio, asceso al trono di Dio donde tornerà per giudicare i vivi ed i morti.

I fedeli di Cristo sono quindi giunti alla « pienezza dei tempi » ( Gal 4,4; Ef 1,10; Mc 1,15 ) cioè alla fine dei secoli » ( 1 Cor 10,11; Eb 1,2 ); perciò « il tempo è breve » ( 1 Cor 1,29; Rm 13,11 ).

Sullo sfondo di questa prospettiva generale si distaccano alcune predizioni sul corso futuro della storia, relative alla vittoria che Cristo, con i suoi fedeli, riporterà su Satana e sul mondo che ne è schiavo e strumento.

Nell'Apoc. si condensa quell'antinomia perenne, caratteristica della prospettiva profetica, che percorre tutto il V. T. e il N. T. : il regno messianico di Dio ora è intravisto lontano, ora è annunziato imminente.

L'epilogo trionfale della vittoria definitiva di Cristo, talora appare remoto ( 6,10s; 7,1-3 ) talora prossimo nel tempo ( 1,3; 3,11; 10,7; 22,7.10 ).

Tra queste due visuali, apparentemente contraddittorie, del tempo in relazione all'eterno, e del contingente in ordine all'assoluto, non vi è inconciliabilità alcuna, esse anzi si integrano a vicenda.

Non si deve infatti confondere il regno di Cristo glorioso con la fine del mondo.

Si tratta di avvenimenti completamente diversi, che hanno in comune un solo lineamento marginale: quando scoccherà la fine dei tempi il regno di Cristo avrà raggiunto la sua pienezza e con ciò stesso avrà esaurito il suo fine ( 1 Cor 15,24-28 ).

Il regno di Dio mediante Cristo è una realtà spirituale immensa che assorbe tutta l'economia divina in seno alla storia umana e abbraccia tutti i tempi; si svolge, si, secondo un ordine di precedenza ontologica e anche cronologica ( 1 Cor 15,23 ) dalla risurrezione di Gesù fino alla « fine », ma esso è tutto presente nella « pienezza dei tempi ».

La fine del mondo, invece, comporta solo un fenomeno momentaneo, l'istante, il « batter d'occhio » ( 1 Cor 15,52 ), nel quale verrà sancita per l'eternità la gloria dell'umanità spirituale.

Occorre ancora tener conto, nell'interpretazione dell'Apoc., del suo particolare genere letterario.

Il genere apocalittico adopera visioni simboliche ed allegoriche, ricorre alla personificazione dei concetti e alla drammatizzazione dei misteri.

Non comporta, pertanto, la precisione che si esige da uno scritto storico.

Nell'interpretazione delle visioni apocalittiche bisogna raggiungere l'idea essenziale religiosa e morale che si sviluppa o si ribadisce « sotto il velame », senza indugiarsi ad attribuire un significato proprio e indipendente ai particolari del quadro scenico.

Questi elementi particolari debbono essere intesi, generalmente, solo in funzione dell'insieme che non di rado rischiarano, essi costituiscono la cornice, o il colore che serve a dar risalto ai lineamenti, oppure sono guizzi dell'« alta fantasia » ispirata che concorrono a vivificare la sceneggiatura allegorica e l'azione simbolica.


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