Esposizione dei Salmi

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Salmo 119 (118)

Discorso 8

1 - [v 19.] Il popolo di Dio peregrinante sulla terra

In base alle nostre promesse la vostra Carità si attende un discorso sul seguito del vastissimo salmo che stiamo spiegando.

Manterremo la promessa soffermandoci sul verso che suona: Forestiero sono io sulla terra; non celarmi i tuoi comandamenti; ovvero, come leggono alcuni codici, ospite sono io sulla terra.

L'identico termine greco πάροιχος è stato tradotto da alcuni interpreti latini con ospite, da altri con forestiero, da altri ancora con straniero.

Ospiti sono coloro che, mancando di una propria residenza, abitano in casa d'altri; al contrario sono forestieri o stranieri coloro che provengono da altri paesi.

Sorge pertanto una questione assai complicata riguardo all'anima.

Non si può infatti pensare che siano dette del corpo le parole: Forestiero - o straniero o ospite - sono io sulla terra, poiché il corpo trae origine proprio dalla terra.

È una questione veramente profonda, sulla quale non voglio azzardare conclusioni definitive.

In effetti le parole: Forestiero - o straniero o ospite - sono io sulla terra, si potrebbero con ragione riferire all'anima, che nessuno mi auguro voglia pensare derivi dalla terra.

Ma si potrebbero applicare anche all'uomo tutto intero, in quanto per un certo tempo ebbe dimora nel paradiso, mentre non vi era più quando il Salmista pronunziava le sue parole.

Per evitare ogni controversia voglio, però, supporre che le parole del salmo non possano essere pronunziate da tutti gli uomini ma solo da coloro che hanno ricevuto la promessa d'una patria eterna nei cieli.

Comunque stiano le cose, un fatto mi consta e cioè che la vita dell'uomo sulla terra è una prova, ( Gb 7,1 ) e che i figli di Adamo sono gravati da un giogo pesante. ( Sir 40,1 )

Sicché, a volgere il discorso nel senso che più mi soddisfa, io darei la preferenza all'interpretazione secondo la quale noi ci diciamo ospiti, o stranieri, sulla terra perché ci è stata mostrata la patria celeste di cui abbiamo ricevuto la garanzia e dalla quale, una volta che ci siamo arrivati, non dovremo mai emigrare.

Tu un altro salmo un tale afferma: Ospite e pellegrino sono io presso di te, come [ lo furono ] tutti i miei padri. ( Sal 39,13 )

Non dice: " Come tutti gli uomini ", ma: Come tutti i miei padri, alludendo senz'altro ai giusti che l'avevano preceduto nel tempo e che durante il loro esilio con pio gemito avevano sospirato la patria celeste.

In riferimento a questi santi è scritto nella Lettera agli Ebrei: Nella fede morirono tutti costoro senza aver ottenuto la realizzazione delle promesse, ma vedendole e salutandole da lontano, e confessando di essere forestieri e di passaggio sulla terra.

Chi dice così mostra chiaramente che è in cerca di una patria.

Che se avessero avuto in mente quella da cui erano usciti, avrebbero avuto il tempo di ritornarvi; invece aspirano, a una migliore, vale a dire a quella celeste.

Tanto è vero che Dio non si vergogna di essere chiamato il Dio loro, avendo preparato loro una Città. ( Eb 11,13-16 )

E altrove leggiamo ancora: Finché siamo nel corpo, siamo pellegrini lontani dal Signore. ( 2 Cor 5,6-7 )

Le quali parole possono ben riferirsi non a tutti gli uomini ma solo ai fedeli, dal momento che non di tutti è la fede. ( 2 Ts 3,2 )

Difatti ci è noto come continui l'Apostolo nel brano citato.

Dopo aver detto che, finché siamo nel corpo siamo pellegrini lontani dal Signore, aggiunge: Camminiamo infatti nella fede, non nella visione. ( 2 Cor 5,7 )

Dal che si arguisce che il peregrinare di cui parla riguarda quanti camminano nella fede.

Quanto agli infedeli, al contrario, Dio non li ha notati nella sua prescienza né li ha predestinati a conformarsi all'immagine del suo Figlio: ( Rm 8,29 ) per cui essi non possono chiamarsi pellegrini sulla terra, in quanto si trovano esattamente là dove in corrispondenza alla loro carnalità dovevano nascere [ e vivere ].

Essi non hanno altrove la loro città; quindi sulla terra essi non sono deportati ma aborigeni.

Ne parla in un altro passo la Scrittura, allorché di un tizio afferma che fissò la sua dimora in prossimità della morte e negli inferi insieme con i nati dalla terra le travi della sua abitazione. ( Pr 2,18 )

Anche gli infedeli sono, è vero, pellegrini e ospiti, ma non nei riguardi della terra.

Lo sono nei riguardi del popolo di Dio, da cui sono estranei.

Viceversa, ai credenti, che godono sia pur inizialmente del diritto di cittadinanza in quella santa città che non è di questo mondo, l'Apostolo poteva dire: Voi non siete né pellegrini né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. ( Ef 2,19 )

In conclusione, sono cittadini della terra coloro che sono estranei al popolo di Dio, mentre coloro che sono cittadini in seno al popolo di Dio sono pellegrini qui in terra; anzi, tutto il popolo di Dio finché vive nel corpo è pellegrino lontano dal Signore.

Dica dunque: Forestiero sono io sulla terra; non celarmi i tuoi comandamenti.

2 - La conoscenza requisito dell'amore

Ma c'è davvero una categoria di persone a cui Dio cela i suoi comandamenti?

Non ha egli forse voluto che fossero predicati ovunque?

Oh, volesse il cielo che da tutti coloro a cui sono manifesti fossero altrettanto apprezzati!

Cosa c'è infatti di più noto del precetto che dice: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente? e dell'altro: Amerai il prossimo tuo come te stesso?

Sono i due precetti nei quali si compendiano tutta la Legge e i Profeti. ( Mt 22,37 )

E c'è forse qualcuno che non li conosca?

Li conoscono tutti i fedeli, anzi fra gli stessi infedeli c'è moltissima gente che li conosce.

In che senso allora può un fedele chiedere a Dio che non gli vengano nascosti quei precetti che, come ben gli risulta, sono noti anche agli infedeli?

Non sarà forse perché, essendo la conoscenza di Dio una cosa difficile, anche il precetto di amarlo lo si giudica difficile, standoci il pericolo di amare qualche altra cosa in vece sua?

Viceversa, nei riguardi del prossimo la conoscenza appare più facile: difatti ogni uomo è prossimo al suo simile, né si debbono esagerare le distanze fra stirpe e stirpe quando si ha in comune la stessa natura.

Peraltro anche nei confronti dei prossimo è da dirsi che non lo conosceva quel tale che domandò: Ma chi è il mio prossimo? ( Lc 10,29 )

Gli fu allora narrata la vicenda di quell'uomo che scendendo da Gerusalemme a Gerico incappò nei briganti.

Al termine del racconto lo stesso dottore che aveva posto la domanda sentenziò che prossimo di quel malcapitato fu solamente colui che gli aveva usato compassione.

Chiarissimo pertanto ne risulta l'insegnamento che chi ama il prossimo non ha da escludere nessuno in fatto di opere di misericordia.

C'è però molta gente che non conosce nemmeno se stessa, perché non è di tutti conoscere se stesso come effettivamente ci si dovrebbe conoscere.

E allora, uno che non conosce se stesso come farà ad amare il prossimo come se stesso?

Non è senza significato il particolare che si racconta a proposito di quel figlio minore che partì per una terra lontana e vi dissipò i suoi averi vivendo da scialacquatore.

Prima di concludere: Mi leverò e andrò da mio padre, ( Lc 15,18 ) egli rientrò in se stesso; e questo indica che nel suo vagabondare s'era spinto tanto oltre da abbandonare anche se stesso.

Tuttavia non gli sarebbe stato possibile tornare in se stesso se avesse perduto di sé ogni nozione; come non avrebbe potuto dire: Mi leverò e andrò da mio padre, se fosse stato completamente all'oscuro di Dio.

È vero, quindi, che di queste realtà noi conosciamo qualcosa, ma non facciamo male a chiederne ulteriore conoscenza, al fine di conoscerle sempre più profondamente.

Pertanto occorre conoscere Dio per saperlo amare; e per saper amare il prossimo come noi stessi prima occorre saper amare noi stessi nell'amore di Dio.

Ma come riuscire in questo se non si conosce né Dio né noi stessi?

Giustamente quindi si dice a Dio: Forestiero sono io sulla terra; non celarmi i tuoi comandamenti.

È logico infatti che questi comandamenti siano nascosti a quanti in terra non si sentono pellegrini.

Costoro, anche se ascoltano i precetti divini, non ne posseggono la sapienza poiché hanno il gusto per le [ sole ] cose terrene.

Viceversa, quando uno vive nei cieli, ( Fil 3,20 ) il fatto stesso di dover vivere sulla terra costituisce per lui un esilio.

Chiedano dunque, costoro, che non vengano loro celati i comandamenti di Dio per i quali si è liberati dall'esilio.

Infatti, amando Dio saranno con lui per l'eternità, e amando il prossimo faranno sì che anch'esso giunga là dove saranno loro.

3 - [v 20.] Concupiscenza cattiva e concupiscenza buona

Che cosa mai sarà possibile amare se non si ama l'amore?

Ecco pertanto questo forestiero sulla terra, dopo aver pregato Dio che non gli nasconda i suoi comandamenti ( nei quali si prescrive, o esclusivamente o soprattutto, l'amore ) dichiarare apertamente che egli vuole l'amore verso l'amore stesso.

Dice: In ogni tempo la mia anima ha bramato avere il desiderio delle vie della tua giustizia.

Passione encomiabile, questa, non riprovevole.

Non è di lei che sta scritto: Non desiderare, ( Es 20,17 ) divieto che riguarda le passioni con cui la carne si solleva contro lo spirito. ( Rm 7,7 )

Questa invece è una brama per la quale lo spirito si leva contro la carne ( Gal 5,17 ); e, se tu volessi trovare qualche passo scritturale nei suoi riguardi, troveresti: La brama della sapienza conduce al regno. ( Sap 6,21 )

E molte altre sono le testimonianze che riguardano questa concupiscenza in senso buono.

È molto interessante notare che, quando si tratta di brama in senso buono, è sempre espresso l'oggetto che si desidera; al contrarlo, se si parla soltanto di concupiscenza, senza additarne l'oggetto, ha da intendersi in senso cattivo.

Così nel passo che ho citato si dice: La brama della sapienza conduce al regno, se non avesse specificato: Della sapienza, non avrebbe certamente affermato: " La concupiscenza conduce al regno ".

Viceversa l'Apostolo scrive: Io non conoscevo la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Tu non desidererai. ( Rm 7,7 )

Non specifica quale sia l'oggetto di quel desiderio né ciò che è proibito desiderare, eppure è certo che, esprimendosi in tal modo, egli si riferisce a una brama disordinata.

Orbene, cosa desidera l'anima del nostro salmista?

Dice: In ogni tempo la mia anima ha bramato avere il desiderio delle vie della tua giustizia.

Ritengo che non ancora le desiderava quando bramava averne il desiderio.

Per " vie della giustizia " infatti noi intendiamo le azioni giuste, cioè le opere di giustizia.

Ora, se tali risultati non hanno raggiunto coloro che ne hanno il desiderio, quanto doveva distarne uno che in quel momento sentiva solo il desiderio del desiderio?

E quanto debbono esserne distanti coloro che non provano nemmeno un tal desiderio del desiderio?

4 - Amare l'amore, desiderare d'avere il desiderio

Sorprende come mai di un desiderio possa aversi la brama e come non sia in noi il desiderio quando del desiderio è in noi la brama.

Non è infatti, il desiderio, una realtà corporea dotata di bellezza, come ad esempio l'oro o la carnagione d'una persona avvenente, che essendo al di fuori dell'uomo la si può bramare senza esserne in possesso.

Chi non sa al contrario che la brama, come anche il desiderio, sono all'interno dell'uomo?

Da cui il problema: come si fa a bramare un desiderio, quasi che sia una cosa importata dal di fuori?

O anche: come può aversi la brama di un desiderio senza che si abbia lo stesso desiderio?

Poiché il desiderio, in effetti, non è altro che una brama.

Difatti desiderare equivale a bramare.

Come descrivere una tale insoddisfazione, così sorprendente e insieme così misteriosa?

Eppure si tratta di una realtà.

Immaginatevi un malato che provi della nausea e si proponga di superarla.

Mentre brama essere esente dal suo disturbo, brama certo contemporaneamente provare desiderio del cibo.

E per quanto la nausea che prova il malato sia di ordine fisico, tuttavia la brama che lo porta a desiderare il cibo, cioè a superare la nausea, è una realtà che si situa nell'animo, non nel corpo.

A determinarla non sono né la gola né il palato, il cui piacere è minimizzato dalla nausea; ma è un fatto razionale di chi vuol ricuperare la salute, ottenuta la quale prevede abbia a scomparire anche l'intolleranza del cibo.

Nulla di strano quindi che l'animo desideri perché siano suscitati nel corpo certi desideri, se è vero che si hanno casi in cui desidera l'animo senza che desideri il corpo.

Quanto però al desiderio delle vie della giustizia di Dio, come farò a bramarlo se brama e desiderio sono, in tal caso, tutt'e due nell'anima e sono tutt'e due nell'ordine del bramare?

Come fo ad avere nell'unico e identico animo la brama di un tale desiderio senza avere insieme il desiderio stesso?

O non si dovrà per caso asserire che si tratta di due e non di una sola realtà?

Perché mai dovrei io bramare il desiderio delle vie della giustizia e non bramare le stesse vie piuttosto che il loro desiderio?

Anzi, come mi sarà possibile bramare il desiderio di queste vie senza bramare le vie in se stesse, se è vero che io in tanto ne bramo il desiderio in quanto bramo la loro stessa realtà?

In effetti, se ciò corrisponde a verità, la brama che io sento è per le vie della giustizia in se stesse.

Ma allora, se le ho nella realtà e sento di averle, che bisogno ho di bramarne il desiderio?

Questo dico in quanto io non potrei bramare d'aver un desiderio per la giustizia se non bramassi la giustizia [ in se stessa ].

Non sarà quindi, questo, un caso in cui vale ciò che dicevo sopra, e cioè che occorre amare l'amore con cui si amano le cose che si debbono amare?

Come, per converso, si deve odiare l'amore con cui si amano le cose che non si debbono amare. Infatti noi [ cristiani ] odiamo quella concupiscenza per la quale la carne nutre desideri contrari a quelli dello spirito: e cos'è questa concupiscenza se non un amore disordinato? ( Gal 5,17 )

Amiamo invece quella concupiscenza per la quale lo spirito nutre desideri contrari a quelli della carne; e cos'è questa concupiscenza se non un amore santo?

E quando diciamo che una tale concupiscenza è da amarsi, cos'altro diciamo se non che è da bramarsi?

Per cui, se è bene desiderare le vie della giustizia di Dio, è bene anche avere desiderio di un tale desiderio.

Con altre parole si potrebbe dire: se è bene amare le vie della giustizia di Dio, è bene anche amare l'amore per le medesime vie di Dio.

O dovremmo, forse, trovare una qualche differenza fra " bramare " e " desiderare "?

Non nel senso che la brama non sia desiderio, ma nel senso che non tutte le brame sono desideri.

Si bramano infatti sia le cose che si posseggono sia le cose che non si posseggono, poiché è la brama a far godere all'uomo le cose che possiede, mentre col desiderio si bramano solo le cose di cui si è privi.

Cos'è dunque il desiderio se non la brama di cose assenti?

Ma quand'è che le vie della giustizia di Dio sono a noi assenti se non quando non le conosciamo?

Ovvero, dovremo considerarle come assenti quando, pur conoscendole, non le pratichiamo?

Cosa sono infatti le vie di giustizia di Dio se non le opere di giustizia che compiamo e non le sole parole che diciamo?

Intese in questo modo, esse potrebbero anche non essere desiderate in se stesse, data la debolezza dell'anima umana, mentre con la ragione speculativa ( la quale ne vede l'utilità salutare ) si potrebbe desiderare d'averne almeno il desiderio.

Capita infatti spesso che noi vediamo il da farsi ma non passiamo all'azione, e questo proprio perché non è in noi il gusto di agire, anche se proviamo il desiderio che un tal gusto ci venga.

L'intelligenza si muove più celermente, mentre l'inclinazione della volontà è nell'uomo più debole, sicché segue con lentezza e talora non segue per niente.

Il salmista pertanto bramava possedere il desiderio di certe cose che vedeva buone, nel senso che desiderava provare il gusto di quelle cose di cui vedeva la ragionevolezza.

5 - Nella vie della giustizia si procede a tappe

Notiamo ancora come non dica: L'anima mia brama avere il desiderio delle vie della tua giustizia, ma: Ha bramato.

Infatti può darsi che questo forestiero sulla terra già si trovasse nella condizione di chi ha ottenuto l'oggetto del suo desiderio e che già desiderasse in se stesse le cose di cui, a quanto ricorda, un tempo aveva bramato provare il desiderio.

Ma, se le desiderava, perché non le possedeva?

Non c'è infatti ostacolo che impedisca il possesso d'elle vie della giustizia divina all'infuori della mancanza del desiderio.

Non le si possiede, cioè, quando, pur avendone chiarissima la notizia, non se ne prova amore.

O forse già le possedeva e le praticava ( infatti poco dopo afferma: Il tuo servo si esercitava nelle vie della tua giustizia ( Sal 119,23 ) ), ma vuol mostrarci per quali tappe si arrivi alla meta?

In effetti, il primo momento è vedere quanto siano utili e oneste, successivamente occorre la brama di averne il desiderio, finalmente si richiede che questo lume cresca e che, raggiunta la [ perfetta ] salute, si provi gusto nel praticarle come prima se ne gustava la ragionevolezza.

Ormai però il presente discorso è divenuto lungo, sicché il seguito del salmo occorrerà trattarlo con maggior agio in un altro, con l'aiuto del Signore.

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