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Lettera 143

Scritta forse nel 412.

Agostino risponde al quesito di Marcellino sull'acqua mutata in sangue nell'Egitto ( n. 1 ); spiega poi un passo criticato dei III libro Sul libero arbitrio, dichiarando quanto peso vuole sia dato ai propri scritti ( n. 2-4 ) ed esponendo in breve le varie opinioni sull'origine dell'anima ( n. 5-7 ) anche in rapporto a una frase dell'Ecclesiaste ( n. 8-11 ).

Risolve infine il dubbio di un tale ( forse Volusiano ) circa il parto verginale di Maria ( n. 12 ).

A Marcellino, esimio signore e meritatamente insigne, a lui sommamente caro, Agostino augura salute nel Signore

1 - L'acqua del Nilo cambiata in sangue

Nel risponderti ho cercato la lettera che avevo ricevuta per mezzo del santo fratello e mio coadiutore nell'episcopato Bonifacio, ma non sono riuscito a trovarla.

Ricordo tuttavia che in essa mi chiedevi in quale modo i maghi del Faraone, dopo ché tutta l'acqua dell'Egitto era stata mutata in sangue, ne potessero trovare dell'altra, per operare un prodigio press'a poco simile. ( Es 7,20-22 )

La questione la si può risolvere in due modi: o supponendo che avessero a loro disposizione l'acqua del mare o, come è più verosimile, che in quella regione, dove si trovavano i figli di Israele, queste piaghe non si verificassero.

Questo è detto assai chiaramente in alcuni passi di quella Scrittura e ci fa pensare che cosa dobbiamo intendere anche quando non è, detto.

2 - Agostino scrive facendo progressi, fa progressi scrivendo

L'altra tua lettera recapitatami dal prete Urbano, contiene una questione propostami non dai Libri della Sacra Scrittura, ma dai libri miei, scritti Sul libero arbitrio…

Riguardo a tali quesiti non mi do eccessiva pena, poiché la mia opinione, anche se non si può difendere con evidente ragione, è solo mia, non dell'Autore di cui non sarebbe lecito criticare il pensiero, anche quando, per non averlo compreso, si ha l'impressione che sia inaccettabile.

Io perciò confesso che mi sforzo di appartenere al numero di coloro che scrivono facendo progressi e fanno progressi scrivendo.

Se quindi è stata esposta da me, troppo incautamente o con poca dottrina, qualche opinione che meriti d'essere ripresa non solo da chi è in grado di scorgerne il difetto, ma anche da me stesso in quanto ho il dovere di accorgermi almeno in seguito se veramente faccio dei progressi, non bisogna né meravigliarsene né dolersene, ma piuttosto perdonare l'errore e rallegrarsi non perché sia stato commesso, ma perché è stato riprovato.

Ha un brutto amore verso se stesso chi desidera che sbaglino anche gli altri, affinché resti nascosto il proprio errore.

Quanto è meglio e più utile che dove ha sbagliato uno non errino gli altri, affinché con i loro avvertimenti quello si liberi dell'errore e, se non vorrà liberarsene, non abbia almeno compagni nell'errore!

Se Dio, come io desidero, mi concederà di raccogliere e di spiegare in un'opera composta per questo preciso scopo tutte le mie affermazioni di tutti i miei libri che con piena ragione mi dispiacciono, allora si vedrà quanto io sia imparziale nei miei riguardi.

3 - Il vero sapiente ritratta i propri errori

Pertanto voi che mi volete molto bene, se contro coloro che mi riprendono o per malizia o per ignoranza o con intelligenza, affermate che sono talmente infallibile da non aver mai sbagliato in alcun passo dei miei scritti, vi affaticate invano né avete assunto la difesa d'una buona causa, poiché sarete facilmente confutati dal mio stesso giudizio.

Infatti dalle persone a me più care non mi piace essere giudicato come io non sono.

Di certo non amano me, ma sotto il mio nome amano un altro invece di me, se amano non ciò che io sono, ma ciò che io non sono.

Mi spiego: io sono amato da essi in quanto mi conoscono o credono di me quello che è vero; in quanto però mi attribuiscono ciò che non conoscono in me, amano invece di me un altro che suppongono sia io.

Il più grande scrittore della lingua romana, Tullio, disse di un tale: Non pronunziò mai parola che volesse rimangiarsi.1

Questa lode, per quanto alta possa sembrare, è più credibile se riferita ad un individuo assai stolto, che al perfetto sapiente.

Anche coloro che volgarmente sono detti " scimuniti ", quanto più sono lontani dal senso comune e più sono storditi e insulsi, tanto meno dicono parole che vorrebbero ritrattare; poiché è proprio degli assennati pentirsi di qualche espressione non buona o sconsiderata o inopportuna.

Ma se si può accettare per buona l'espressione di Cicerone e credere che sia esistito qualcuno che sia stato sempre saggio nel parlare e non abbia mai pronunziato parola che volesse poi ritrattare, dobbiamo con sentimento religioso, sorgente di salvezza, credere una simile cosa degli uomini di Dio, i quali parlarono per ispirazione dello Spirito Santo, piuttosto che di quel tale, esaltato in quel modo da Cicerone.

lo sono così lontano da questa perfezione che, se non avessi pronunziato alcuna parola che volessi rimangiarmi, sarei più simile a uno sciocco che ad un sapiente.

Degnissimi d'esser tenuti nel conto più alto sono invece gli scritti di colui che non pronunciò mai una parola, non dico che volesse, ma che dovesse poi rimangiarsi.

Chi non ha ottenuto ancora questo risultato, si contenti del secondo posto, quello cioè della modestia, dato che non ha potuto avere il primo posto, quello cioè della saggezza.

Siccome non è riuscito a dire esattamente ogni cosa senza doversene pentire, si penta di ciò che sa che non avrebbe dovuto dire.

4 - Agostino giudice severo dei propri scritti

Siccome dunque non corrisponde a verità quello che pensano alcune delle persone a me più care, che cioè io non abbia detto alcuna o solo poche parole che vorrei ritrattare, ma è vero piuttosto che forse ne ho dette più di quante credono i miei detrattori, non mi lusinga la frase di Tullio, in cui dice: Non pronunziò mai nessuna parola che desiderasse non aver detta, ma mi angustia addirittura il detto di Orazio: La parola una volta uscita di bocca non è più in grado di tornare indietro.2

Ecco perché tengo presso di me i libri che trattano questioni delicatissime, e cioè Sulla Genesi e Sulla Trinità, più a lungo di quanto voi desiderate e tollerate, affinché se è inevitabile che essi contengano dei concetti meritevoli di riprovazione, siano se non altro meno di quanti potrebbero essere qualora venissero pubblicati in fretta e furia, senza rifletterci sopra.

Poiché voi, come mostra la vostra lettera ( e me l'ha confermato per iscritto il santo mio fratello e collega di vescovado Fiorenzo ), mi spingete a pubblicarli perché io possa difenderli mentre sono ancora in vita, dato che sono già stati fatti segno a critiche da parte dei miei avversari mordenti, o da parte dei miei amici poco intelligenti.

Voi dite ciò perché non supponete che in quei libri vi siano asserzioni che possano essere criticate con fondate ragioni: altrimenti mi esortereste non a pubblicarli, ma piuttosto a correggerli con maggiore diligenza.

Io però tengo presenti più i giudici veri e severi per rettitudine, tra i quali voglio in primo luogo porre me stesso, affinché nelle loro mani capiti che possa essere criticato solo ciò che è potuto sfuggirmi dopo un esame per quanto si voglia scrupoloso.

5 - L'origine dell'anima nel De libero arbitrio

Stando così le cose, l'opinione avanzata nel terzo libro dell'opera Sul libero arbitrio, trattando della stessa sostanza razionale, è espressa nel modo seguente: " Nei corpi inferiori, dopo il peccato, l'anima è costituita in modo da governare il corpo in cui risiede non del tutto secondo la propria volontà, ma come permettono le leggi dell'universo ".

Coloro che pensano che io abbia espresso, un'opinione quasi definitiva e sicura sull'anima umana, considerino attentamente che essa proviene o dai genitori per propagazione o che nelle azioni della sua vita superiore e celeste si macchiò di peccato, si da meritare di essere racchiusa nella carne corruttibile.

Essi potranno allora vedere che le parole sono state da me così diligentemente soppesate che, tenendo per certa la verità di cui sono ben persuaso: che cioè dopo il peccato del primo uomo sono nati e nascono gli altri uomini nella carne infetta dal peccato, per guarire la quale è venuto sulla terra il Signore nella somiglianza della carne del peccato, per il resto tutte le mie parole suonano in modo da non pregiudicare nessuna delle quattro opinioni che spiegai in seguito ordinatamente e distintamente senza confermarne alcuna ma, messane da parte la discussione, precisai lo scopo dell'argomento che stavo allora trattando, che cioè, qualsiasi di quelle opinioni fosse la vera, senza dubbio doveva essere lodato Dio.

6 - Come è governato dall'anima il corpo dopo il peccato

Infatti sia che tutte le anime si propaghino da quell'unica ( del primo uomo ), sia che ne venga creata una per ogni persona, sia che create fuori del corpo vi siano introdotte da Dio, sia che vi entrino spontaneamente: non c'è dubbio che questa creatura razionale, cioè la natura dell'anima umana, stabilita dopo il peccato nei corpi inferiori o terreni, non governa il suo corpo interamente, secondo la propria volontà, dato che persiste il peccato del primo uomo.

Io non ho detto " dopo il suo peccato " o " dopo aver peccato ", ma semplicemente: dopo il peccato, affinché qualunque di queste due opinioni " il peccato personale " o " il peccato del progenitore della stirpe ", discutendo apparisse in seguito chiara - qualora fosse possibile - e risultasse il giusto motivo per cui avevo detto: Dopo il peccato l'anima stabilita nei corpi inferiori, non governa il corpo completamente secondo la propria volontà.

Difatti non solo la carne ha desideri contrari allo spirito, ( Gal 5,17 ) ma essendo noi oppressi, gemiamo, ( 2 Cor 5,4 ) e il corpo che si corrompe appesantisce l'anima. ( Sap 9,15 )

Chi potrebbe enumerare tutti gl'inconvenienti e le molestie della debole nostra carne?

Questi spariranno di certo quando il nostro corpo corruttibile si sarà rivestito dell'incorruttibilità, in modo che la parte mortale venga assorbita dalla vita. ( 1 Cor 15,53s )

Allora l'anima governerà completamente a suo arbitrio il corpo spirituale, mentre ora non lo governa completamente ma come vogliono le leggi dell'universo, mediante le quali è stabilito che i corpi nascano e muoiano, crescano e invecchino.3

L'anima del primo uomo, benché prima del peccato non avesse un corpo spirituale, ma solo dotato di vita animale, nondimeno lo governava a suo arbitrio.

Dopo il peccato però, ossia dopo ché fu commesso il peccato, in quella carne da cui si doveva propagare la carne del peccato, l'anima razionale fu organizzata nei corpi inferiori in guisa da non poter governare il corpo a suo arbitrio.

Se poi gli avversari non si rassegnano ancora ad ammettere che i bambini, pur esenti da ogni peccato personale, sono tuttavia già carne del peccato e che per guarirla è necessario il battesimo, ossia la grazia medicinale del Signore, venuto in somiglianza di carne del peccato, non hanno alcun motivo di adirarsi, neppure per queste mie parole, poiché, se non erro, è ben noto che la medesima carne, benché sia inferma non per sua colpa ma per natura, cominciò a nascere dopo il peccato, dato che Adamo non fu creato in questo stato, ma non generò alcuno prima del peccato.

7 - Agostino esitante nell'abbracciare una soluzione del problema

I miei censori cerchino altre idee da riprendere giustamente non solo negli scritti pubblicati con troppa fretta, ma anche negli stessi libri che trattano del " libero arbitrio ".

Non nego che vi troveranno delle manchevolezze e mi renderanno così un beneficio: poiché se quei libri non possono essere corretti in quanto sono già andati per le mani di molti, li posso correggere almeno io, che sono ancora in vita.

Le idee invece da me espresse con tanta cautela da non pregiudicare nessuna delle quattro opinioni o ragioni sull'origine delle anime, possono essere criticate solo da coloro che reputano degna di biasimo questa mia stessa esitazione riguardo ad un argomento tanto oscuro.

Contro costoro non mi difendo col dire che faccio bene ad esitare in tale questione, tanto più che non dubito che l'anima è immortale, ma non come Dio, che è l'unico a possedere l'immortalità, ( 1 Tm 6,16 ) sebbene in un modo suo particolare, e sono fermamente convinto che l'anima è una creatura, non la sostanza del Creatore; allo stesso modo la penso su tutto ciò che ritengo in modo sicurissimo circa la natura dell'anima.

Siccome ad agire cosi mi costringe solo l'oscurità delle questioni intricatissime circa l'origine dell'anima, diano una mano piuttosto a me che confesso i miei dubbi, e che anelo di conoscere la verità su questo argomento.

M'insegnino, se possono, o mi mostrino se hanno appreso con sicura ragione qualcosa circa questo punto o l'hanno creduto in base a evidentissime affermazioni della S. Scrittura.

Se si adduce una ragione, per quanto si voglia sottile, contro l'autorità delle Sacre Scritture, una simile ragione trae in errore a causa dell'apparenza della verità; infatti non può essere vera.

Se d'altro canto, a una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l'autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire non ciò che trovò nelle Scritture, ma ciò che trovò in se stesso, come se fosse in esse.

8 - Un passo dell'Ecclesiaste e l'origine dell'anima

Per esempio, fa attenzione a ciò che sto per dire.

Alla fine del libro intitolato " Ecclesiaste ", nel passo dove si parla della dissoluzione dell'uomo, che avviene per mezzo della morte, che separa l'anima dal corpo, la Scrittura dice così: E la polvere torni alla terra, com'era; e lo spirito torni a Dio, che lo ha dato. ( Qo 12,7 )

Il significato di questa affermazione della Scrittura è fuor di ogni dubbio sicuro né inganna alcuno con falsità.

Ma se qualcuno volesse intenderla in modo da tentar di ricavarne una prova della propagazione delle anime, che cioè tutte le altre deriverebbero - secondo lui - da quell'unica data da Dio al primo uomo, sembrerebbe suffragare questa opinione ciò che nel passo è detto della carne, sotto il termine di polvere, poiché certamente in questo passo " polvere " e " spirito " vanno intesi solo nel senso di corpo e di anima.

Egli potrebbe quindi affermare che l'anima ritorna a Dio, poiché deriverebbe il suo essere per propaggine dall'anima infusa da Dio al primo uomo, allo stesso modo che la carne torna alla terra, propagandosi anch'essa dalla carne, che nel primo uomo fu plasmata di terra.

Da ciò che sappiamo con evidenza a proposito della carne potrebbe dunque qualcuno sostenere che la stessa cosa dovremmo credere sulla propagazione dell'anima che invece è occulta.

Non è circa la propagazione della carne che ci sono dubbi, i quali invece esistono circa la trasmissione dell'anima.

Eppure le due questioni, nel passo che si vuole addurre a prova, sono espresse in modo che la uguale disposizione delle parole dell'una spieghi le parole dell'altra: cioè, la carne torni alla terra, come era, poiché da essa fu presa quando si creò il primo uomo; lo spirito torni a Dio, che lo creò quando sulla faccia dell'uomo, che aveva plasmato, alitò il soffio di vita e l'uomo si mutò " in anima vivente ", ( Gen 2,7 ) in modo che dai due principi si svolse la propagazione dei due elementi: l'anima e il corpo.

9 - Le opinioni sull'origine dell'anima e il detto passo

Se è vera tuttavia la seconda ipotesi, che cioè le anime, senza propagarsi dall'unica di Adamo, ma create in un altro luogo, Dio ne dà una a ciascun uomo, a questa ipotesi si adatta anche la frase della Sacra Scrittura: Lo spirito torni a Dio che lo diede.

Sembra dunque che solo le due restanti opinioni vadano escluse.

Se in ciascun uomo infatti, quando è creato, si formasse un'anima propria, pare che non si sarebbe dovuto dire: Lo spirito torni a Dio che lo diede, ma " a Dio che lo creò ".

Il verbo diede, suona come se, per così dire, esistesse già al di fuori ciò che si potesse dare.

Siccome poi è detto: torni a Dio, cercano di mettermi alle strette insistendo sul termine " torni " e dicendo: " Come può l'anima tornare dove non è mai stata prima? ".

I critici asseriscono che si sarebbe dovuto dire: " Si diriga o vada verso Dio " piuttosto che " torni a Dio ", se è da credere che questo spirito non fu mai prima presso Dio.

Così pure non è facile spiegare come le anime spontaneamente entrino nei corpi, dal momento che è scritto che Dio diede lo spirito.

Per questi motivi, come ho già detto, stando alle parole del testo, codeste due opinioni incontrano serie difficoltà: vale a dire tanto quella per cui si crede che ciascuna anima è creata in ciascun corpo, quanto l'altra per cui si crede che le anime entrino spontaneamente nei corpi.

Al contrario, le parole del testo si adattano senza difficoltà alle prime due opinioni: che le anime si propagano per trasmissione, da una sola; oppure che, create prima e già costituite da Dio, sono date ai singoli corpi.

10 - Possibile una diversa interpretazione del passo

Nondimeno i difensori dell'opinione, per cui si crede che le anime hanno origine nei singoli corpi, potrebbero sostenere che dello spirito ( termine usato invece di anima ) è detto: Dio lo diede, allo stesso modo che è detto giustamente che ci diede gli occhi, gli orecchi, le mani o qualsiasi altro membro del corpo, senza che avesse già creato queste membra al di fuori né le tenesse in deposito in altro luogo, per darle, cioè per adattarle e unirle insieme quando occorresse, ma le creò lì nel corpo stesso, al quale si dice che le " diede ".

Non vedo che cosa si potrebbe rispondere a chi ragionasse così, salvo che non si adducessero affermazioni scritturistiche contrarie o una ragione inconcussa per rigettare questa opinione.

Allo stesso modo, quelli che credono che le anime entrino da se stesse nel corpo, intendono la frase: Dio diede lo spirito al modo stesso che è detto: Dio li abbandonò alla concupiscenza del loro cuore. ( Rm 1,24 )

Rimane un solo verbo che faccia difficoltà nell'espressione: torni a Dio, e cioè " tornare ": non si sa come spiegare che le anime tornino dove non erano prima se sono create ciascuna nel proprio corpo: è questo termine a creare difficoltà a una delle quattro opinioni.

Ma neppure per questo solo termine penso debba rigettarsi alla leggera quell'opinione, poiché forse potrebbe dimostrarsi che la S. Scrittura si sia espressa giustamente secondo un suo abituale modo di esprimersi, dimostrando che il ritorno dello spirito creato a Dio si debba intendere come verso l'autore che l'ha creata, e non verso colui presso il quale era da principio.

11 - Come risolvere il problema dell'origine dell'anima

Ho scritto queste cose affinché chi desideri dimostrare e difendere una delle quattro opinioni riguardanti l'anima, adduca tali prove tratte dalle Scritture accolte dall'autorità ecclesiastica, che non possano essere interpretate in modo diverso, come ad esempio che Dio creò l'uomo, o fornisca una ragione sicura da non ammettere contraddizione alcuna, o questa sia giustamente reputata come una pazzia, come se uno dicesse: " nessuno può conoscere la verità o sbagliare, se non è vivente ".

Per capire quanto sia vera questa asserzione non è necessaria l'autorità delle Scritture; lo stesso senso comune la proclama vera con così lampante evidenza che chiunque osasse contraddire sarebbe ritenuto matto da legare.

Se in una questione tanto oscura riguardante l'anima, qualcuno riuscisse a dare prove così convincenti, aiuti la mia ignoranza: se non può, non incolpi la mia esitazione.

12 - La verginità di Maria: fatto unico ma reale

Circa la verginità di Maria Santissima, se tutto ciò che ne ho scritto non riesce a convincerti, bisogna negare tutti i fatti miracolosi accaduti nel corpi.

Se non si crede a tale verginità perché si avverò una sola volta, chiedi all'amico, che ha dei dubbi a tale proposito, se negli scritti profani non abbia trovato qualche fatto che sia accaduto una sola volta, a cui si è prestata fede non per la vana credenza che si ha nelle favole, ma in base alla fedeltà della storia.

Interrogalo, te ne prego.

Se dirà di non aver trovato nessun esempio nella storia profana, bisogna ricordargliene qualcuno; se invece dirà di si, la questione è risolta.

Indice

1 Cicer., Fragm. Inc. 1, 11 Mullër
2 Horat. Ep. ad Pis. (Ars poëtica) 390
3 Sallust., Iugurt. 2, 3