Summa Teologica - III

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Articolo 3 - Se il corpo di Cristo nel sepolcro si sia ridotto in polvere

Infra, q. 53, a. 1, ad 1; In 3 Sent., d. 21, q. 1, a. 2; Comp. Theol., c. 234; In Ioan., c. 2, lect. 3

Pare che il corpo di Cristo nel sepolcro si sia ridotto in polvere.

Infatti:

1. Come è un castigo del peccato originale la morte, così lo è pure la riduzione in cenere; poiché al primo uomo dopo il peccato fu detto [ Gen 3,19 ]: « Tu sei polvere, e in polvere ritornerai ».

Ora, Cristo subì la morte per liberarci dalla morte.

Quindi il suo corpo doveva ridursi in cenere per liberare noi dall'incenerimento.

2. Il corpo di Cristo era della stessa natura del nostro.

Ora, il nostro corpo subito dopo la morte comincia a decomporsi e si dispone a putrefarsi: poiché al calore naturale subentra il calore estraneo, che causa la putrefazione.

Pare quindi che lo stesso fenomeno sia dovuto accadere nel corpo di Cristo.

3. Come si è detto sopra [ a. 1 ], Cristo volle essere sepolto per dare agli uomini la speranza di risuscitare anche dal sepolcro.

Perciò egli doveva subire anche l'incenerimento per dare la speranza di risorgere dalle ceneri.

In contrario:

Nei Salmi [ Sal 16,10 ] si legge: « Non lascerai che il tuo Santo veda la corruzione »; parole che, secondo il Damasceno [ De fide orth. 3,28 ], escludono la corruzione consistente nel dissolversi degli elementi.

Dimostrazione:

Non era conveniente che il corpo di Cristo andasse in putrefazione, o che comunque si riducesse in cenere.

Poiché la putrefazione di un dato corpo deriva dalla fragilità della sua natura, che non è più in grado di conservarlo nella sua integrità.

Ora la morte di Cristo, come si è detto sopra [ q. 50, a. 1, ad 1 ], non doveva avvenire per l'infermità della natura, perché non si credesse che non era volontaria.

Per cui egli volle morire non di malattia, ma per dei supplizi inflitti dall'esterno, a cui si era assoggettato spontaneamente.

Perciò Cristo, affinché la sua morte non fosse attribuita all'infermità della natura, non volle che il suo corpo fosse soggetto in qualche modo alla putrefazione e alla dissoluzione, ma per mostrare la virtù divina volle che restasse incorrotto.

Da cui le parole del Crisostomo [ Contra Iud. et Gent. 9 ]: « Per gli altri uomini che compirono grandi cose, le gesta arrisero mentre erano vivi, ma morti loro perirono con essi.

In Cristo invece avvenne tutto il contrario: prima della croce tutto in lui è mesto e debole, ma dopo che fu crocifisso tutto divenne splendido, perché tu riconosca che non fu crocifisso un puro uomo ».

Analisi delle obiezioni:

1. Cristo, essendo immune dal peccato, non era soggetto né alla morte né all'incenerimento.

Tuttavia egli affrontò la morte volontariamente per la nostra salvezza, per le ragioni che sopra [ q. 50, a. 1 ] abbiamo ricordato.

Se però il suo corpo si fosse assoggettato alla putrefazione o al dissolvimento, ciò avrebbe piuttosto danneggiato l'umana salvezza: poiché non si sarebbe creduto che in lui ci fosse la potenza di Dio.

Per questo il Salmista [ Sal 30,10 Vg ] mette nella sua bocca queste parole: « Quale vantaggio dalla mia morte, mentre scendo nella corruzione? ».

Come per dire: « Se il mio corpo va in putrefazione, l'utilità della mia morte andrà perduta ».

2. Il corpo di Cristo, per la sua natura passibile, era in condizione di putrefarsi: sebbene in lui fosse escluso il debito della putrefazione, che è dovuto al peccato.

Ma la virtù di Dio preservò il corpo di Cristo dalla putrefazione, come anche lo risuscitò dalla morte.

3. Cristo risorse dal sepolcro per la potenza divina, che non è soggetta ad alcun limite.

Perciò il fatto di risorgere dal sepolcro bastava a provare che gli uomini per virtù divina sarebbero risorti non solo dai sepolcri, ma anche da qualsiasi incenerimento.

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