La dottrina cristiana

Libro I

29.30 - Godiamo se tutti gli uomini amano Dio

Una parola su tutti coloro che insieme con noi possono fruire del godimento di Dio.

Una parte ne amiamo perché ci è dato aiutarli, una parte perché siamo aiutati da loro; una parte perché abbiamo bisogno del loro aiuto o perché ci è dato di soccorrere alla loro indigenza; una parte senza che noi arrechiamo loro dei vantaggi né attendiamo che ci vengano arrecati da loro.

In ogni caso dobbiamo volere che tutti amino Dio insieme con noi e a quest'ultimo fine dobbiamo riferire tutto l'aiuto che loro diamo o da loro riceviamo.

Un esempio dai teatri, templi di iniquità.

Un tale tifa per un istrione e gode della sua abilità come se si trattasse di un bene grande o addirittura del sommo bene.

Egli ama coloro che come lui lo amano, e li ama non per loro ma per colui che amano insieme in uguale misura, e quanto più brucia d'amore per quel tizio tanto più si dà da fare, con tutti i modi possibili, perché egli sia amato da un maggior numero di persone, cercando di farlo vedere a quanti più gli riesce.

Se vede qualcuno piuttosto tiepido, lo scuote quanto più può tessendo le lodi di lui.

Se poi vede uno di idee opposte, odia violentemente in lui il fatto che egli odii l'idolo del suo cuore, e con tutti i modi che ha disponibili insiste per togliergli quest'odio.

E ora a noi, uniti dal comune amore di Dio, cosa ci torna conto fare quando godere di lui è la nostra vita beata?

Da lui infatti tutti coloro che lo amano hanno l'essere e la facoltà di amarlo.

Di lui in alcun modo dobbiamo temere che, conosciuto, possa dispiacere a qualcuno.

Che se egli vuole essere amato, non è perché la cosa torni a suo vantaggio ma perché sia conferito un premio eterno a coloro che lo amano, e questo premio è lui stesso che essi amano.

Da ciò segue anche l'amore per i nemici.

Non temiamo infatti che essi ci possano rapire quello che amiamo; ma piuttosto commiseriamoli perché tanto più sono in odio con noi quanto più sono separati da colui che noi amiamo.

Che se si convertono a lui, essi dovranno necessariamente amare lui come il bene che dà loro la beatitudine e noi come compartecipi di questo bene così grande.

30.31 - Amore universale: per angeli e uomini

A questo punto sorge un problema che riguarda gli angeli.

Essi sono beati godendo di colui del quale anche noi desideriamo godere, e quanto più intimamente ne godiamo - anche se specularmente e in confuso ( 1 Cor 13,12 ) - tanto più sopportiamo con pazienza il nostro esilio e con ardore desideriamo vederne la fine.

Si può tuttavia in maniera non del tutto sragionevole porre la questione se in quei due precetti rientri anche l'amore per gli angeli.

Che infatti colui che ci ha comandato di amare il prossimo non abbia eccettuato nessun uomo, l'hanno dimostrato e il Signore nel Vangelo e l'apostolo Paolo.

In realtà, colui al quale aveva presentato questi due precetti e aveva detto che in essi si compendia tutta la Legge e tutti i Profeti non poté trattenersi dall'interrogarlo: E chi è il mio prossimo? ( Lc 10,29 )

Egli allora espose le vicende di quell'uomo, che scendeva da Gerusalemme a Gerico, incappò nei briganti, dai quali fu gravemente ferito e lasciato piagato e mezzo morto. ( Lc 10,30-33 )

Di lui inculcò che fu il prossimo solo quel tale che si prestò con misericordia a sollevarlo e a curarlo, tanto che, interrogato da Gesù, colui che aveva fatto la domanda iniziale, trasse la stessa conclusione.

A lui il Signore disse: Va' e fa' lo stesso anche tu. ( Lc 10,37 )

Da ciò - s'intende - dobbiamo comprendere che il prossimo è colui che dobbiamo servire con misericordia, se ne ha bisogno, o che dovremmo essere disposti a servire qualora ne avesse.

Dalla qual cosa già segue la conseguenza che anche colui dal quale, viceversa, dovremmo ricevere noi tali attenzioni è nostro prossimo.

Il nome " prossimo " infatti dice relazione ad altri, né si può essere prossimo se non di un prossimo.

Ora nessuno può essere eccettuato, nessuno escluso dai nostri doveri di misericordia, quando il precetto si spinge fino all'amore dei nemici.

Chi non vede questo? Lo stesso Signore dice: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano. ( Mt 5,44 )

30.32 - L'amore non fa il male a nessuno

Non diversamente insegna l'apostolo Paolo.

Dice: Infatti, non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare illecitamente, e se c'è qualche altro comandamento, si riassume in questa parola: Ama il prossimo tuo come te stesso.

L'amore del prossimo non commette alcun male. ( Rm 13,9-10 )

Che se qualcuno pensasse: l'Apostolo non ha dato tali precetti riguardo a tutti gli uomini, sarebbe costretto a confessare una cosa la più assurda e oltremodo scellerata: che cioè l'Apostolo sarebbe stato dell'avviso che non è peccato commettere adulterio con la moglie di un non cristiano e di un nemico, o di ucciderlo o di desiderare i suoi beni.

Che se è roba da matti dire cose del genere, è logico che ogni uomo è da ritenersi come prossimo, dal momento che contro di nessuno si può commettere il male.

30.33 - Amare l'uomo per amore di Dio

Orbene, se tutti coloro ai quali dobbiamo usare un doveroso gesto di misericordia o da cui dobbiamo riceverlo vanno sotto il nome di prossimo, è evidente che nel precetto in forza del quale dobbiamo amare il prossimo sono compresi anche i santi angeli.

Da loro infatti ci vengono prestati grandi tratti di misericordia, come è facile ricavare dai molti passi delle divine Scritture.

Per lo stesso motivo il nostro Dio e Signore volle chiamarsi nostro prossimo.

Difatti il Signore Gesù Cristo fa comprendere che è stato lui stesso ad aiutare quel mezzo morto che giaceva lungo la via maltrattato e abbandonato dai briganti. ( Lc 10,30-33 )

E il Profeta nella preghiera diceva: Provavo compiacenza come per il prossimo, come per il nostro fratello. ( Sal 35,14 )

Ma poiché l'essenza divina è più eccellente di noi e supera la nostra natura, il comandamento per il quale amiamo Dio è stato distinto da quello dell'amore del prossimo.

Egli infatti usa misericordia a noi in forza della sua bontà, noi ce ne usiamo gli uni gli altri per la bontà di lui.

Cioè: egli usa a noi misericordia perché possiamo godere di lui, noi ci usiamo misericordia gli uni verso gli altri, ma ugualmente per godere di lui.

31.34 - Dio si serve di noi, non gode di noi

C'è qualcos'altro a questo proposito.

Sembrerebbe ambiguo dire che noi godiamo appieno di quella " cosa " che amiamo per se stessa e che dobbiamo godere soltanto di quella che ci rende beati; delle altre soltanto servircene.

Orbene Dio ci ama, e la divina Scrittura ci sottolinea fortemente l'amore che egli ha per noi.

Come dunque ci ama? Servendosi di noi o godendo di noi?

Se godesse di noi, significherebbe che ha bisogno di un bene che siamo noi: cosa che nessuno, sano di mente, oserebbe dire.

Infatti il bene tutto intero o è lui o proviene da lui.

O che ci può essere qualcuno che abbia oscurità o dubbi sul fatto che la luce non ha bisogno del bagliore di quelle cose che lei stessa illumina?

Come in forma chiarissima dice il Profeta: Ho detto al Signore: Mio Dio sei tu, poiché non hai bisogno dei miei beni. ( Sal 16,2 )

Egli dunque non trae godimento da noi ma si serve di noi.

Poiché se non ne godesse o non se ne servisse, non trovo in che modo possa amarci.

32.35 - Che Dio si serva di noi è a nostro vantaggio

Tuttavia egli non si serve di noi come noi facciamo delle cose.

Noi riferiamo le cose di cui ci serviamo al fine di godere della bontà di Dio; Dio, quando si serve di noi, lo riferisce alla sua bontà.

In effetti, noi esistiamo perché egli è buono e, per il fatto di esistere, siamo anche buoni.

Siccome però egli è anche giusto, se saremo cattivi, non lo saremo impunemente, oltre che, per il fatto di essere cattivi, esistiamo in maniera più ridotta.

Difatti sommamente e primordialmente esiste colui che è immutabile e che poté dire con assoluta pienezza: Io sono colui che sono, e: Dirai loro: Colui che è mi ha mandato a voi. ( Es 3,14 )

Le altre cose esistenti non potrebbero esistere senza di lui, e in tanto sono buone in quanto hanno ricevuto l'esistenza.

Quell'uso dunque che si dice di Dio quando egli si serve di noi è in rapporto non ad una utilità sua ma nostra; nei suoi riguardi dice rapporto solo alla sua bontà.

Quando peraltro noi compiamo opere di misericordia e ci occupiamo di qualcuno, lo facciamo certo per suo vantaggio e questo abbiamo di mira, ma ne deriva, non so come, anche un vantaggio nostro, poiché l'opera di misericordia che eroghiamo a vantaggio del bisognoso Dio non la lascia senza ricompensa.

Questa ricompensa presa in grado sommo consiste poi nel godere pienamente di lui, o, per tutti noi che godiamo di lui, nel godere, in lui, anche di noi gli uni degli altri.

33.36 - Non riponiamo nelle creature il nostro fine

Se facciamo ciò in ordine a noi stessi, rimaniamo fermi nella via e riponiamo la speranza della nostra beatitudine o nell'uomo o nell'angelo: la qual cosa si attribuiscono l'uomo e l'angelo superbi, che godono che in loro sia riposta la speranza degli altri.

Il contrario fanno l'uomo e l'angelo santi.

Quando noi stanchi desideriamo arrestarci e riposarci in loro, essi piuttosto ci ristorano o mediante quelle risorse che hanno ricevute per noi, o magari ricorrendo anche a quelle che hanno ricevuto ( dato che di ricevere si tratta! ) per loro stessi.

E in tal modo ristorati, ci sospingono a marciare verso colui, godendo del quale siamo come loro beati.

Al riguardo grida Paolo: O che forse Paolo è stato crocifisso per voi? o in nome di Paolo siete stati battezzati? ( 1 Cor 1,13 )

E ancora: Né chi pianta è qualcosa né chi irriga, ma Dio che fa crescere. ( 1 Cor 3,7 )

E così anche quell'angelo che l'uomo stava per adorare: lo ammonisce severamente affinché adori il Signore sotto il cui potere è anche egli servo alla pari dell'uomo. ( Ap 19,10 )

33.37 - Godi pure dell'uomo, ma nel Signore

Quando godi di un uomo in Dio, godi di Dio stesso piuttosto che dell'uomo.

Godi infatti di colui che ti rende beato, e ti allieterai per aver raggiunto colui nel quale ora riponi la tua speranza.

In tal senso Paolo dice a Filemone: Sì, fratello, io godrò di te nel Signore. ( Fm 20 )

Se non avesse aggiunto: Nel Signore e avesse detto: Io godrò di te, avrebbe riposto in lui la speranza della sua felicità, anche se " godere di uno " si dice con un significato molto affine a " servirsi con piacere ".

Se infatti hai presente quello che ami, necessariamente quell'oggetto porta con sé anche del piacere; e tu, se oltrepassi quel piacere e lo riferisci a quell'oggetto dove dovrai rimanere, in realtà il primo lo usi soltanto, e, se questo lo chiami un goderne, ciò è un parlare inesatto, non appropriato.

Se al contrario ti attacchi a quell'oggetto e rimani fisso in lui, ponendo in esso il fine del tuo godere, allora si deve dire che veramente e propriamente tu godi di lui.

Ma una tal cosa non si deve fare se non nei riguardi della Trinità, cioè del bene sommo e immutabile.

34.38 - Cristo nostra via

Rifletti sulla stessa Verità, cioè sul Verbo ad opera del quale sono state fatte tutte le cose, ( Gv 1,3 ) e come egli si sia fatto carne per abitare in mezzo a noi. ( Gv 1,14 )

Nonostante questo, l'Apostolo dice: Anche se avessimo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così. ( 2 Cor 5,16 )

In effetti, il Verbo volle assumere la carne poiché volle mostrarsi non solo come possesso di chi è arrivato alla mèta ma anche come via per coloro che stanno accostandosi là dove la via comincia.

Si può riferire a questo l'espressione: Dio mi ha creato al principio delle sue vie, ( Pr 8,22 ) di modo che da lui iniziassero il cammino quanti sarebbero voluti venire [ al Padre ].

In questo contesto troviamo che l'Apostolo, sebbene ancora viatore, seguiva Dio che lo chiamava alla palma della vocazione celeste.

Dimenticando le cose che gli erano dietro e proteso verso ciò che aveva davanti, ( Fil 3,12-14 ) aveva già sorpassato il principio delle vie.

Per questo non aveva bisogno del punto da cui invece debbono iniziare e mettersi all'opera tutti coloro che desiderano giungere alla verità e trovare dimora nella vita eterna.

Così dice infatti: Io sono la via e la verità e la vita, ( Gv 14,6 ) cioè attraverso di me si viene, a me si giunge, in me si rimane.

E quando si giunge a lui si giunge anche al Padre, perché attraverso l'uguale si riconosce colui al quale egli è uguale. ( Gv 14,9 )

Legame e, per così dire, glutine è lo Spirito Santo, mediante il quale possiamo rimanere nel bene sommo e immutabile.

Da tutto questo è dato comprendere come, finché siamo in via, nessuna cosa debba trattenerci, se nemmeno il Signore, in quanto si è degnato essere nostra via, ha voluto che ci fermassimo in lui ma che passassimo oltre.

Ha voluto che non ci attaccassimo, vinti da debolezza, alle cose temporali, sebbene da lui prese e messe in opera per la nostra salvezza.

Correndo velocemente dobbiamo invece oltrepassare le cose per meritare di essere sollevati e condotti fino a lui stesso, che ha liberato dalle realtà temporali la nostra natura e l'ha collocata alla destra del Padre.

35.39 - Non perdere di vista l'economia della salvezza

Il nocciolo di tutto ciò che abbiamo detto da quando abbiamo iniziato a trattare delle " cose " è questo: comprendere come la pienezza e il fine della legge e di tutte le divine Scritture è l'amore ( Rm 13,10; 1 Tm 1,5 ) per la cosa di cui ci si ordina di godere e per la cosa che insieme con noi può godere dell'oggetto che amiamo; quanto invece all'amore verso noi stessi, non c'è bisogno di precetti.

Ebbene, affinché conoscessimo e compissimo tutto questo, dalla divina Provvidenza è stata costituita, per la nostra salvezza, tutta la presente economia temporale, della quale noi dobbiamo servirci non con un amore e gusto che in essa, per così dire, si arresti ma piuttosto che sia transitorio.

Deve esserci come una via, come un veicolo di qualsiasi genere, o come un qualsiasi altro mezzo di trasporto, o qualunque altro oggetto, chiamatelo come vi pare meglio.

Basta che s'intenda questo: le cose che ci portano dobbiamo amarle in vista di colui al quale siamo portati.

36.40 - Fine della Scrittura è l'edificio della carità. Occorre la retta interpretazione

Chiunque pertanto crede di aver capito le divine Scritture o una qualsiasi parte delle medesime, se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l'edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite. ( 1 Cor 8,1-2 )

C'è poi colui che dalle Scritture riesce a ricavare un'idea utile a costruire l'edificio della carità.

Se tuttavia risulterà che non riferisce il senso inteso in quel passo dall'autore di quel determinato libro, il suo errore non è che rechi gran danno né assolutamente lo si può chiamare menzogna.

In chi mentisce viceversa c'è la volontà di dire il falso, per cui troviamo molti che vogliono mentire ma nessuno che desideri essere ingannato.

Se pertanto uno dice menzogne scientemente e un altro le subisce inconsciamente, in un solo e identico fatto appare assai chiaramente che colui che viene ingannato è migliore di colui che dice menzogne. ( 1 Pt 3,17 )

È meglio infatti subire l'iniquità anziché commetterla.

Orbene, chi mentisce commette una iniquità; e se a qualcuno talvolta sembrerà che ci sia una menzogna utile, potrà anche sembrargli che qualche volta ci sia una iniquità utile.

Nessun mentitore infatti, quando proferisce menzogne, rispetta la fedeltà.

Egli certo esige che colui al quale mentisce gli si conservi fedele, ma lui, dicendo menzogne, non conserva la fedeltà all'altro.

Ora ogni fedifrago è un iniquo.

E quindi, concludendo, o qualche volta l'iniquità è vantaggiosa - la qual cosa è sempre impossibile - o la menzogna è sempre svantaggiosa.

36.41 - Prima di tutto si ricerchi il senso inteso dall'autore

Chi nelle Scritture la pensa diversamente da quel che pensava l'autore, siccome le Scritture non dicono il falso, è il lettore ad ingannarsi.

Tuttavia, come avevo iniziato a dire, se si inganna scegliendo una interpretazione per la quale cresce nella carità - che è il fine della legge ( 1 Tm 1,5 ) - si sbaglia come colui che per errore lascia la via ma, continuando il cammino per i campi, arriva ugualmente alla mèta dove conduceva quella strada.

Lo si deve tuttavia correggere e gli si deve dimostrare quanto sia vantaggioso non abbandonare la via, sicché non succeda che con l'abitudine di andare fuori strada si trovi costretto a percorrere vie traverse o sentieri devianti.

37.41 - La Scrittura spada a due tagli

Asserendo con faciloneria quanto non afferma l'autore del libro che legge l'interprete, il più delle volte va a finire in opinioni impossibili a conciliarsi con il contenuto del testo; e queste opinioni, se egli le condivide ritenendole vere e certe, ne risulterà che la sua interpretazione non potrà conciliarsi con la verità, e, non so come, gli succederà che, amando la sua opinione, comincerà ad essere in contrasto con la Scrittura piuttosto che con se stesso.

E questo è un male che, se lascerà serpeggiare nel suo cuore, ne sarà portato in rovina.

Noi infatti camminiamo nella fede e non nella visione. ( 2 Cor 5,7 )

Ora questa fede vacillerà se vacillerà l'autorità delle divine Scritture e, vacillando la fede, anche la carità si illanguidisce.

Difatti, se uno si allontana dalla fede, necessariamente si allontana dalla carità, in quanto non può amare ciò che non crede.

Che se al contrario crede e ama, agendo bene e obbedendo alle norme del retto vivere otterrà anche la speranza di arrivare al possesso di ciò che ama.

La fede, la speranza e la carità sono dunque le tre virtù per il cui possesso combattono ogni scienza e ogni profezia. ( 1 Cor 13,13 )

38.42 - Beni temporali e beni eterni. Desiderio e possesso

Alla fede succederà la visione, per cui contempleremo; alla speranza succederà la beatitudine, a raggiungere la quale siamo destinati; quanto poi alla carità, mentre le altre due scompariranno, essa aumenterà.

Se infatti mossi dalla fede amiamo ciò che non ancora vediamo, quanto più l'ameremo quando lo vedremo?

E se in forza della speranza amiamo quella patria dove non siamo ancora arrivati, quanto più l'ameremo quando ci saremo arrivati?

Difatti tra i beni temporali e quelli eterni c'è questa differenza: ciò che è temporale lo si ama di più prima che lo si possegga, mentre, quando se ne è in possesso diventa insignificante: non è infatti in grado di saziare l'anima, la cui sede vera e certa è l'eternità.

Ciò che è eterno invece, quando lo si è conseguito, lo si ama con più ardore che non quando era oggetto di desiderio.

A nessuno che lo desideri infatti è consentito di valutarlo più di ciò che effettivamente vale, sicché possa diminuire di valore quando lo possederà trovandolo meno pregevole.

Anzi, quanto più l'uomo viatore lo avrà stimato, tanto più lo valuterà quando sarà giunto al suo possesso.

39.43 - Fede, speranza e carità rapportate alla Scrittura

Quando dunque l'uomo è sorretto dalla fede, dalla speranza e dalla carità e ritiene tenacemente queste virtù, non ha bisogno delle Scritture se non per istruire gli altri.

E di fatto molti vivono nel deserto senza libri, illuminati da queste tre virtù.

Per costoro credo che si sia già realizzato quel che è stato detto: Si tratti di profezie, queste diverranno inutili; di lingue, queste cesseranno; di scienza, questa diverrà inutile. ( 1 Cor 13,8 )

Con tale struttura si è elevata in loro una tal mole di fede, di speranza e carità che, conseguito in qualche modo quel che è perfetto, non ricercano più ciò che è parziale: ( 1 Cor 13,10 ) perfetto dico quanto si può conseguire nella vita presente.

Difatti, in confronto con la vita futura nessun giusto o santo può dire di avere raggiunto al presente una vita perfetta.

Perciò dice: Restano la fede, la speranza e la carità, queste tre virtù; ma di esse la più grande è la carità, ( 1 Cor 13,13 ) nel senso che quando si sarà raggiunta la vita eterna, mentre le due prime spariscono, la carità rimane, si accresce e diventa più certa.

40.44 - Per esporre efficacemente la Scrittura, si richiedono fede, speranza e carità

Ne segue che quando uno avrà conosciuto che fine del precetto è la carità originata da cuore puro, coscienza buona e fede sicura, ( 1 Tm 1,5 ) se riferirà a queste tre esigenze la comprensione delle divine Scritture può accostarsi tranquillamente alla esposizione di quei libri.

Menzionando infatti la carità, vi aggiungeva: da cuore puro, perché non si amasse altro all'infuori di ciò che si deve amare.

Il richiamo alla coscienza buona ve lo aggiungeva in vista della speranza.

Difatti, se uno ha il rimorso di una coscienza cattiva, dispera di poter raggiungere ciò che crede e che ama.

In terzo luogo parla di fede sincera.

Se infatti la nostra fede sarà esente da falsità, non amiamo ciò che non si deve amare e, vivendo rettamente, speriamo ciò che in nessun modo delude la nostra speranza.

Pertanto delle cose che costituiscono il contenuto della fede ho voluto dirne quanto ritenevo fosse sufficiente, dati i limiti di tempo, perché se n'è parlato molto in altri volumi scritti tanto da noi come da altri.

Sia questo dunque l'epilogo di questo libro.

In quello che segue parleremo dei segni, nella misura che il Signore ci vorrà donare.

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