La predestinazione dei Santi

A Prospero ed Ilario

1.1 - Approfondimento dei temi già trattati

Sappiamo bene che l'Apostolo ha detto nell'Epistola ai Filippesi: Scrivere le stesse cose a voi, a me non è certo tedioso, per voi invece è motivo di sicurezza. ( Fil 3,1 )

Ma nello scrivere ai Galati, comprendendo di aver fatto adeguatamente presso di essi, con il ministero della sua parola, quel che vedeva esser loro necessario: Per il resto, dice, nessuno mi arrechi molestia ( Gal 6,17 ) o, come si legge in parecchi codici: Nessuno mi sia importuno.

Le parole divine che predicano la grazia sono estremamente numerose e chiare; perciò io sopporto assai a malincuore che non ci si arrenda di fronte ad esse.

Del resto la grazia assolutamente non è più tale, se viene data secondo i nostri meriti.

Tuttavia, o figli carissimi Prospero ed Ilario, l'impegno e l'affetto fraterno per cui volete salvare dall'errore chi ha simili idee, io lo gradisco più di quanto possa esprimere, pur non osando dire di gradirlo tanto quanto dovrei.

Voi arrivate al punto da desiderare che dopo tanti miei libri e lettere sull'argomento io ne scriva ancora.

Ecco dunque che io vi scrivo di nuovo, e benché non più con voi, tratto ancora per mezzo di voi il medesimo argomento che credevo di aver svolto a sufficienza.

1.2 - La questione ancora oscura è la predestinazione dei santi

La vostra pia preoccupazione è che questi fratelli si attengano all'espressione del poeta che raccomanda: Ciascuno abbia speranza in se stesso,1 incorrendo così nella maledizione espressa non dalla poesia, ma dalla parola profetica: Maledetto ognuno che ha speranza nell'uomo. ( Ger 17,5 )

Riflettendo sulle vostre lettere mi sembra di capire che devono essere trattati nella maniera in cui l'Apostolo trattò coloro ai quali dice: E se su qualche cosa la pensate diversamente, Iddio vi rivelerà anche questo. ( Fil 3,15 )

È evidente: sul problema della predestinazione dei santi essi vanno ancora a tentoni, ma hanno ragione di ritenere che, se in qualche punto della questione la pensano diversamente, Dio possa rivelare loro anche questo, a condizione che camminino nel punto a cui sono giunti.

Perciò l'Apostolo, dopo aver detto: Se in qualche cosa la pensate diversamente, Iddio vi rivelerà anche questo; tuttavia, aggiunge, camminiamo nel punto a cui siamo giunti. ( Fil 3,15-16 )

Ma questi nostri fratelli, per i quali è in ansia la vostra pia carità, sono arrivati a credere con la Chiesa di Cristo che il genere umano nasce soggetto al peccato del primo uomo e che nessuno può essere liberato da questo male se non grazie alla giustizia del secondo Uomo.

Sono anche arrivati ad ammettere che la volontà degli uomini è prevenuta dalla grazia di Dio, e a consentire che nessuno può essere all'altezza di cominciare o di portare a termine nessuna opera buona.

La fermezza di queste convinzioni a cui sono giunti li differenzia fortemente dall'erronea teoria dei pelagiani.

Dunque, a condizione che camminino in esse e preghino Colui che dona l'intelligenza, se sulla predestinazione la pensano diversamente, Egli rivelerà loro anche questo punto; noi a nostra volta dobbiamo dedicare ad essi il nostro sentimento d'amore e il ministero della nostra parola, secondo quanto ci dona Colui che abbiamo pregato affinché esprimessimo in questa lettera le cose che possono essere adatte ed utili per loro.

Infatti che ne possiamo sapere se per caso Dio nostro non voglia realizzare questo scopo attraverso il servizio che noi siamo pronti a rendere loro nella libera carità di Cristo?

2.3 - Punto da dimostrare: la fede è un dono di Dio

Dunque in primo luogo dobbiamo dimostrare che la fede che ci fa cristiani è un dono di Dio, sempre che riusciamo a dimostrarlo con precisione maggiore di quanto abbiamo già fatto in tanti e tanti volumi.

Ecco la tesi che noi, a quanto vedo, dobbiamo controbattere: secondo i dissenzienti le testimonianze divine che abbiamo utilizzato su questo argomento servono a farci conoscere che la fede in sé e per sé dipende da noi stessi, ma il suo accrescimento lo riceviamo da Dio, come se la fede non ci fosse donata proprio da lui, ma Egli ce l'accrescesse semplicemente per questo merito: che l'inizio è partito da noi.

In definitiva non ci si distacca da quell'opinione: "La grazia di Dio viene data secondo i nostri meriti" che Pelagio stesso nel sinodo episcopale di Palestina fu costretto a condannare, come attestano gli Atti.

Non apparterrebbe cioè alla grazia di Dio il fatto che cominciamo a credere, ma piuttosto l'aggiunta di fede che per quel merito ci viene fornita, in modo che crediamo più pienamente e perfettamente.

Quindi saremo noi a dare per primi a Dio l'inizio della fede, affinché ci sia reso in ricompensa anche l'accrescimento di essa e quanto altro con la fede possiamo chiedere.

2.4 - Le testimonianze divine

Ma contro queste argomentazioni ascoltiamo piuttosto: Chi per primo ha donato a lui, perché a lui fosse reso in contraccambio?

Perché da lui e per lui e in lui sono tutte le cose. ( Rm 11,35-36 )

E dunque lo stesso inizio della nostra fede da chi proviene se non da lui stesso?

E infatti non può essere che tutte le altre cose derivino da lui eccettuata questa; ma da lui e per lui e in lui sono tutte le cose.

Ma chi potrebbe affermare che colui che ha cominciato a credere non abbia nessun merito nei confronti di Colui in cui credette?.

Ne consegue l'idea che uno acquisterebbe merito da sé e il resto sarebbe aggiunto per retribuzione divina; quindi la grazia di Dio verrebbe data secondo i nostri meriti.

Quando questa tesi gli fu rinfacciata, Pelagio la condannò da se stesso per non essere condannato.

Pertanto chiunque vuole evitare sotto ogni aspetto questa convinzione condannabile, comprenda che è stato detto secondo verità quanto l'Apostolo afferma: A voi è stato donato per favore di Cristo non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui. ( Fil 1,29 )

Il passo indica come dono di Dio l'una e l'altra cosa, perché dichiara che l'una e l'altra cosa è stata donata.

Non dice: di credere più pienamente e perfettamente in lui, ma: di credere in lui.

E non ha detto che egli stesso ha ottenuto misericordia per essere più fedele, ma per essere fedele, ( 1 Cor 7,25 ) perché sapeva di non essere stato lui a dare per primo a Dio l'inizio della fede e che l'accrescimento di essa non gli era stato dato dal Signore come ricompensa; anzi dal Signore era stato reso fedele, perché dal Signore era anche stato scelto come apostolo.

È narrato nella Scrittura come ebbe inizio la sua fede, ( At 9 ) e i passi relativi sono notissimi per la lettura solenne che se ne fa nella Chiesa.

Alieno dalla fede che perseguitava e ad essa violentemente contrario, all'improvviso vi fu convertito dalla potenza superiore della grazia.

Lo convertì Colui al quale il profeta Isaia, nella consapevolezza che così avrebbe fatto, rivolse le parole: Tu convertendoci ci vivificherai; ( Sal 85,7 ) in tal modo non solo chi non voleva credere divenne uno che lo voleva, ma addirittura il persecutore si trasformò in un essere che patì la persecuzione per la difesa di quella fede che aveva perseguitato.

Evidentemente da Cristo gli era stato donato non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui.

2.5 - Per dare inizio e perfezionamento alla fede la nostra sufficienza viene da Dio

E perciò mettendo avanti questa grazia che non viene data secondo un qualche merito, ma produce tutti i buoni meriti, dice: Non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio. ( 2 Cor 3,5 )

Facciano attenzione qui e soppesino queste parole coloro che pensano che da noi proviene l'inizio della fede e da Dio il suo accrescimento.

Chi infatti non vedrebbe che il pensare precede il credere?

Nessuno certo crede alcunché se prima non ha pensato di doverlo credere.

Infatti, per quanto repentinamente, per quanto velocemente alcuni pensieri precedano a volo la volontà di credere e immediatamente questa li segua e li accompagni quasi fosse strettamente congiunta, tuttavia è necessario che tutte le cose che si credono siano credute per il precedente intervento del pensiero.

Del resto anche credere non è altro che pensare assentendo.

Infatti non ognuno che pensa crede, dato che parecchi pensano proprio per non credere; ma ognuno che crede pensa, pensa con il credere e crede con il pensare.

Per quanto dunque riguarda la pietà religiosa ( della quale parlava l'Apostolo ) se non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio, ( 2 Cor 3,5 ) ecco appunto che non siamo capaci di credere qualcosa da soli, perché non lo possiamo senza prima pensare; ma la nostra sufficienza, con la quale cominciamo a credere, viene da Dio.

Ora, questi nostri fratelli, e lo dimostrano le vostre lettere,2 già ammettono essere vero che nessuno può da se stesso dare inizio o compimento a qualsiasi opera buona, sicché nell'iniziare e portare a termine qualunque opera buona la nostra sufficienza viene da Dio.

Allo stesso modo nessuno può da se stesso dare inizio o completamento alla fede, ma la nostra sufficienza viene da Dio, perché la fede, se non è oggetto di pensiero, non è fede; e non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi stessi, ma la nostra sufficienza viene da Dio.

2.6 - Dio, che può fare quello che ha promesso, produce la fede delle nazioni

Bisogna badare, o fratelli diletti da Dio, che l'uomo non si inorgoglisca di fronte al Signore, quando sostiene di adempiere alle promesse di Dio.

Non fu forse promessa ad Abramo la fede delle nazioni ed egli dando gloria al Signore non credette fermamente che Dio ha anche potere di operare ciò che ha promesso? ( Rm 4,20-21 )

Dunque a produrre la fede delle nazioni è lui, che ha anche il potere di fare ciò che ha promesso.

Per cui se Dio opera la nostra fede, agendo in maniera mirabile nei nostri cuori perché crediamo, bisogna forse temere che Egli non possa portare a termine il tutto e che l'uomo debba rivendicare a sé l'inizio per meritare di ricevere da lui il compimento? Non vedete?

Con questo ragionamento non si ottiene altra conclusione se non che la grazia di Dio viene data in qualche modo secondo i nostri meriti, e così la grazia non è più grazia.

A questo modo essa viene corrisposta perché dovuta, non viene donata gratuitamente: è dovuto infatti al credente che la sua fede sia accresciuta dal Signore e che l'accrescimento della fede sia ricompensa dell'inizio di essa.

Quando si dice così, non si fa attenzione che questa mercede viene corrisposta ai credenti non secondo la grazia, ma secondo un debito.

Non vedo proprio perché non arrivino ad attribuire tutto all'uomo, con questa conclusione: l'uomo stesso, che ha avuto il potere di dare inizio in sé a quello che non aveva, accresce da sé quello a cui ha dato inizio.

Non c'è altro impedimento a simile tesi se non il fatto che non ci si può opporre alle evidentissime testimonianze divine, le quali dimostrano che anche la fede, da cui trae inizio la pietà, è un dono di Dio.

Tale significato ha il passo: Dio ha dispensato a ciascuno la misura della fede, ( Rm 12,3 ) e l'altro: Pace ai fratelli e carità con fede da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo, ( Ef 6,23 ) e altri simili.

Dunque, non volendo ribellarsi a queste lampanti testimonianze e tuttavia volendo che la sua fede provenga da lui stesso, l'uomo quasi patteggia con Dio: rivendica a sé una parte della fede e ne lascia una parte a lui; ma la presunzione maggiore è che la prima parte la prende per sé, la successiva la dà a Dio e in ciò che dice essere di entrambi prima mette se stesso, poi Dio.

3.7 - L'errore di Ag.: anch'egli credette che la fede non fosse un dono di Dio

Non era questo il pensiero di quel pio ed umile dottore, voglio dire il beatissimo Cipriano, il quale ha affermato: In niente ci dobbiamo gloriare, dal momento che nulla è nostro.3

E per dimostrarlo ha usato come teste l'Apostolo quando dice: Cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?

E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto? ( 1 Cor 4,7 )

È soprattutto da questa testimonianza che anch'io personalmente sono stato persuaso, quando erravo in maniera analoga e ritenevo che la fede con la quale crediamo in Dio non fosse un suo dono, ma l'avessimo da noi stessi, e che fosse per essa che noi ottenevamo i doni di Dio con i quali vivere in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà. ( Tt 2,12 )

Io non credevo che la fede fosse prevenuta dalla grazia di Dio, in modo che per mezzo di essa venisse concesso a noi ciò che chiediamo utilmente.

Mi pareva che non avremmo potuto credere se prima non fosse venuto l'annuncio della verità; ma l'acconsentirvi dopo la predicazione del Vangelo pensavo che appartenesse a noi e che lo avessimo da noi stessi.

Alcune mie operette, scritte prima del mio episcopato, rivelano piuttosto chiaramente questo mio errore; e fra di esse c'è quella che avete ricordato nella vostra lettera,4 in cui si spiegano alcune proposizioni dell'Epistola indirizzata ai Romani.

Poi ho cominciato la revisione per iscritto di tutti i miei opuscoli.

Avevo già portato a termine due libri di quest'opera prima di ricevere i vostri scritti più estesi.

Arrivato a rivedere nel primo di questi volumi proprio il libro a cui facevate riferimento, così ne parlai: Trattai parimenti questo problema: perché Dio avesse riposto la sua scelta in uno non ancora nato, dicendogli che il maggiore gli avrebbe ubbidito, mentre nel maggiore ugualmente non ancora nato aveva riposto la sua riprovazione.

Su di esso infatti si ricorda il passo della Scrittura, benché addotto molto tempo dopo: "Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù". ( Ml 1,3; Rm 9,13 )

Giunsi allora a questa conclusione: "Dio dunque non elesse nella sua prescienza le opere di qualcuno, opere che Egli stesso deve dare; ma nella sua prescienza scelse la fede, cosicché scelse l'uomo stesso che Egli sapeva fin da prima che avrebbe creduto, per dargli lo Spirito Santo, affinché operando opere buone ottenesse la vita eterna".

Non avevo ancora scrupolosamente investigato né ancora scoperto di che natura sia l'elezione della grazia, della quale dice ancora l'Apostolo: "Un residuo fu salvato per elezione della grazia". ( Rm 11,5 )

Ma non è grazia se un qualche merito la precede: perché quello che è dato non secondo la grazia, ma secondo il dovuto, è retribuito ai meriti piuttosto che donato.

Perciò ho proseguito:"Dice infatti il medesimo Apostolo: Dio opera ogni cosa in tutti, ( 1 Cor 12,6 ) ma in nessun luogo si dice: Dio crede ogni cosa in tutti".

Poi ho aggiunto: "Dunque che noi crediamo è nostro; che però operiamo bene, è di Colui che dà lo Spirito Santo ai credenti".

Ma non lo avrei certo detto, se avessi già saputo che la stessa fede si ritrova tra i doni di Dio, che sono dati nel medesimo Spirito.

Dunque l'una e l'altra cosa è nostra grazie all'arbitrio della volontà, eppure l'una e l'altra è data attraverso lo spirito di fede e carità.

E infatti non è la sola carità, ma, come è scritto: "La carità con la fede da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo". ( Ef 6,23 )

Dissi poco dopo:"A noi infatti appartiene di credere e di volere; ma a lui di dare, a chi crede e vuole, la facoltà di operare bene attraverso lo Spirito Santo, mediante il quale si diffonde la carità nei nostri cuori".

Questo è certamente vero, ma con la stessa regola: entrambe le cose appartengono a lui, perché è lui che prepara la volontà; ed entrambe a noi, perché non avvengono a meno che noi non vogliamo.

E perciò anche quello che ho detto poi: "Perché non possiamo neppure volere, a meno che non siamo chiamati; e se dopo la chiamata avremo voluto, non basta la volontà nostra e la nostra corsa, se non c'è Dio che offre le forze a chi corre e lo fa giungere là, dov'Egli chiama"; e quel che ho poi soggiunto: "È chiaro dunque che il fatto di bene operare non è né di colui che vuole né di colui che corre, ma di Dio che ha misericordia", ( Rm 9,16 ) sono tutte espressioni corrispondenti perfettamente a verità.

Ma poco ho parlato della chiamata stessa che avviene secondo un decreto di Dio: infatti essa non è la medesima per tutti quelli che sono chiamati, ma solo per gli eletti.

Ho soggiunto poco dopo: "Come infatti in quelli che Dio ha eletto non sono le opere, me è la fede che dà principio al merito, in modo che per dono di Dio si opera bene, così in quelli che Egli condanna, danno principio al meritato castigo la mancanza di fede e l'empietà; per conseguenza attraverso il castigo stesso si opera male".

Tutte queste affermazioni sono assolute verità, però non ho creduto di dover investigare né ho dichiarato che anche lo stesso merito è un dono di Dio.

In un altro passo affermo: "Fa operare bene quello di cui ha misericordia e abbandona quello che indurisce, ( Rm 9,18 ) cosicché questi opera male; ma quella misericordia è attribuita al merito precedente come questo indurimento alla precedente empietà".

E questo è senz'altro vero; ma bisognava approfondire ancora: non poteva venire dalla misericordia di Dio anche il merito della fede?

Cioè, questa misericordia si verifica nell'uomo soltanto perché è fedele, oppure si è già verificata perché fosse fedele?

Leggiamo infatti nell'Apostolo: "Ho ottenuto la misericordia di essere fedele", ( 1 Cor 7,25 ) e non dice: perché ero fedele.

Dunque al fedele sicuramente si dona la grazia, ma questa gli era anche già stata donata perché fosse fedele.

Del tutto rettamente quindi ho detto in un altro passo dello stesso libro: "Perché se siamo chiamati a credere non in seguito alle opere, ma per la misericordia di Dio, e ai credenti è fornito il mezzo per operare bene, non si deve guardare di malocchio la misericordia concessa ai pagani".

Ma, lo ammetto, in quel passo non ho approfondito abbastanza accuratamente il problema di quella chiamata che avviene attraverso il decreto di Dio.5

4.8 - Ma fu illuminato dal Signore

Voi vedete quale fosse allora la mia opinione sulla fede e sulle opere, benché già fosse presente da parte mia la preoccupazione di dar rilievo alla grazia: ma ora mi accorgo che questi nostri fratelli sono rimasti a quella opinione; evidentemente si sono curati di leggere i miei libri, ma non di progredire insieme con me.

Infatti se si fossero presi questa cura, avrebbero trovato tale questione risolta secondo la verità delle divine Scritture nel primo dei due libri che proprio al principio del mio episcopato ho indirizzato a Simpliciano di beata memoria, vescovo della Chiesa milanese, successore di Sant'Ambrogio.

A meno che per caso questo libro sia loro sfuggito: se è così, fate che lo conoscano.

Di questo primo libro ho parlato al principio del secondo volume delle Ritrattazioni; e le mie parole sono queste: Dei libri che ho composto da vescovo, i primi due sono diretti a Simpliciano, vescovo della Chiesa di Milano, che successe al beatissimo Ambrogio.

Vi si trattano diversi problemi; due li svolsi nel primo libro traendoli dalla Lettera dell'apostolo Paolo ai Romani.

Il primo di essi è su questo passo della Scrittura: "Dunque che diremo? Che la legge è peccato? Guardiamocene", fino al punto in cui dice: "Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio attraverso Gesù Cristo, Signore nostro". ( Rm 7,7-25 )

A proposito di tale questione le parole dell'Apostolo: "La legge è spirituale, invece sono carnale" ( Rm 7,14 ) e le altre intese a dimostrare che la carne lotta con lo spirito, le ho spiegate presupponendo che lì si descriva l'uomo ancora posto sotto la legge e non ancora sotto la grazia.

Solo molto più tardi ho riconosciuto che quelle parole possono riguardare anche l'uomo spirituale ( e ciò con più verosimiglianza ).

Il secondo problema in questo libro parte dal passo ove si dice: "Non solo, ma anche Rebecca concependo da una sola unione con Isacco nostro padre", fino al punto: "Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato la discendenza, sarebbe avvenuto di noi come di Sodoma e saremmo stati simili a Gomorra". ( Rm 9,10-29 )

Cercando di risolvere questo problema ci si è sforzati di sostenere il libero arbitrio della volontà umana, ma ha vinto la grazia di Dio; l'unica conclusione possibile consiste nel riconoscere la limpidissima verità di ciò che ha detto l'Apostolo: "Chi infatti ti distingue? Cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto?". ( 1 Cor 4,7 )

E volendo mettere in rilievo proprio ciò, anche il martire Cipriano comprese tutto questo concetto sotto il titolo che dice: "In nulla bisogna gloriarci perché nulla ci appartiene".6

Ecco perché ho detto sopra che anche io stesso fui convinto principalmente da questa testimonianza apostolica, quando avevo un'opinione diversa su questo argomento; ma Dio mi rivelò la verità per risolvere questo problema mentre scrivevo, come ho detto, al vescovo Simpliciano.

Questa testimonianza dell'Apostolo dunque, che per raffrenare l'orgoglio dell'uomo ammonisce: Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?, non permette ad alcuno dei fedeli di dire: Ho una fede che non ho ricevuto.

Tutta la superbia di una tale risposta è completamente abbattuta da quelle parole.

Ma neppure così si può dire: Benché non abbia una fede perfetta, è mio però l'inizio di essa, per cui primamente ho creduto in Cristo; infatti anche qui si può rispondere: Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?

E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto?

5.9 - Cos'hai che tu non abbia ricevuto?

La convinzione dei nostri fratelli è che di questa fede non si può dire: "Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?", perché la fede continua ad avere sede nella medesima natura, sia pure viziata, che all'origine ci fu donata sana e perfetta;7 ma si comprende che questa affermazione non ha alcun valore per dimostrare ciò che sta loro a cuore, se si riflette al motivo che ha ispirato all'Apostolo quella frase.

Egli voleva ottenere che nessuno riponesse la sua gloria nell'uomo, perché erano sorti dissensi tra i Cristiani di Corinto, e qualcuno diceva: Io sono di Paolo; e un altro: Io di Apollo; e un altro ancora: E io di Cefa.

In seguito a tutto ciò si arrivò al punto che si dovette dire: Dio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i sapienti; e le cose deboli del mondo ha scelto Dio, per confondere quelle forti; e le cose umili e disprezzate del mondo scelse Dio e quelle che non sono come se fossero qualcosa per annullare quelle che sono; affinché nessuna carne si glori davanti a Dio. ( 1 Cor 1,12.27-29 )

Qui l'intenzione dell'Apostolo contro la superbia umana è piuttosto chiara: nessuno si glori nell'uomo, e quindi neppure in se stesso.

Così, dopo aver detto: affinché nessuna carne si glori davanti a Dio, per mostrare in chi l'uomo si deve gloriare, ha aggiunto: e per lui voi siete in Gesù Cristo, che da Dio fu reso per noi sapienza e giustizia, santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto: Chi si gloria, si glori nel Signore. ( 1 Cor 1,30-31 )

La sua intenzione arriva a fargli poi esprimere questo rimprovero: Infatti voi siete ancora carnali: dal momento che ci sono tra di voi emulazione e contesa, non siete forse carnali e camminate secondo l'uomo?

Se infatti qualcuno dice: Io sono di Paolo, mentre un altro: Io di Apollo, non siete forse uomini?

Che cosa è dunque Apollo? Che cosa è Paolo?

I ministri per mezzo dei quali avete creduto, e ciascuno nella misura che il Signore ha concesso.

Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio ha donato la crescita.

Pertanto né chi pianta è qualcosa né chi irriga, ma Dio che dà la crescita. ( 1 Cor 3,2-7 )

Non vedete che nulla vuole ottenere l'Apostolo se non che l'uomo sia umiliato per esaltare Dio solo?

Difatti egli dice che anche nei confronti di coloro che sono piantati ed irrigati, il piantatore e l'irrigatore non sono qualcosa, ma Dio che dà la crescita.

Anzi anche il fatto che uno pianta e l'altro irriga, egli lo attribuisce non a loro, ma al Signore, dicendo: Così come a ciascuno il Signore concesse. Io ho piantato, Apollo ha irrigato.

Dunque, persistendo nel medesimo rimprovero, giunge a dire: Pertanto nessuno si glori nell'uomo. ( 1 Cor 3,21 )

Infatti aveva già detto: Chi si gloria, si glori nel Signore. ( 1 Cor 1,31 )8

Dopo queste espressioni e alcune altre che si connettono a queste, sempre la medesima intenzione lo conduce a dire: A causa vostra, fratelli, ho rappresentato queste cose sotto l'esempio della mia persona e di quella di Apollo, affinché voi impariate da noi a non andare oltre quanto sta scritto e a non insolentire contro uno a favore di un altro.

Chi infatti ti distingue? Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?

E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non lo avessi ricevuto?. ( 1 Cor 4,6-7 )

I doni che distinguono gli uomini fra di loro.

5.10 - La fede è uno dei beni donati da Dio che distinguono uomo da uomo

Qui l'intenzione dell'Apostolo è rivolta in maniera evidentissima contro la superbia umana: nessuno si glori nell'uomo, ma nel Signore; ora sarebbe proprio assurdo, a quanto io penso, voler ravvisare nelle parole dell'Apostolo i doni naturali di Dio, sia la stessa natura integra e perfetta quale ci fu donata nella condizione primitiva, sia i residui, quali che essi siano, di questa natura ormai viziata.

Forse è per mezzo di questi doni, comuni a tutti gli uomini, che si distingue uomo da uomo?

Ma nel passo prima ha detto: Chi infatti ti distingue? e poi ha aggiunto: Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?

Evidentemente un uomo pieno di orgoglio di fronte ad un altro potrebbe dire: La mia fede mi distingue, la mia giustizia, oppure altre cose ancora.

Ma prevenendo tali riflessioni il buon Dottore dice: Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?

E da chi l'hai ricevuto, se non da Colui che ti distingue da un altro a cui non ha donato ciò che ha donato a te?

E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto?

Allora, scusate, egli che altro vuole ottenere se non che chi si gloria si glori nel Signore?

Ma nulla è tanto contrario a questo sentimento quanto il gloriarsi dei propri meriti come se uno se li fosse procurati da sé, non per la grazia di Dio; ma qui s'intende la grazia che distingue i buoni dai cattivi, non quella che è comune ai buoni e ai cattivi.

Ammettiamo pure che esista una grazia insita nella natura che ci fa esseri viventi razionali e distinti dalle bestie; ammettiamo anche che ci sia una grazia insita nella natura che ci permetta di distinguere fra gli uomini stessi i belli dai brutti, gli intelligenti dai tardi, e così via per tutte le altre differenziazioni analoghe.

Ma l'individuo che l'Apostolo contestava non si inorgogliva contro gli animali né contro un altro uomo per qualche dono naturale che anche un abietto potesse possedere; anzi, si inorgogliva attribuendo non a Dio ma a se stesso un bene appartenente alla vita moralmente buona.

E si è meritato di sentire: Chi infatti ti distingue? Cosa hai tu che non abbia ricevuto?

Ammesso che è proprio della natura umana poter avere la fede, forse le sarà proprio anche averla?

Non tutti hanno la fede, ( 2 Ts 3,2 ) anche se tutti possono averla.

Ma l'Apostolo non dice: Che cosa puoi avere senza che tu abbia ricevuto la possibilità di averlo? ma dice: Che cosa hai tu che non abbia ricevuto?

In conclusione poter avere la fede, come poter avere la carità, appartiene alla natura degli uomini; ma avere la fede, come avere la carità, appartiene alla grazia dei fedeli.

Pertanto quella natura che ci dà la possibilità di avere la fede, non distingue uomo da uomo; la fede invece distingue il credente dal non credente.

E poiché è detto: Chi infatti ti distingue? Che cosa hai che tu non abbia ricevuto? chiunque osi affermare: Ho la fede da me stesso, dunque non l'ho ricevuta, contraddice in pieno quella lampante verità: non perché credere o non credere non sia nell'arbitrio della volontà umana, ma perché negli eletti la volontà è preparata dal Signore. ( Pr 8,35 sec. LXX )

Perciò s'intendono riferite anche alla fede, che è riposta nella volontà, le parole: Chi infatti ti distingue? Che cosa hai che tu non abbia ricevuto?

6.11 - Tuttavia crede chi vuole

"Molti", si obietta, "odono la parola della verità, ma alcuni la credono, altri la contraddicono.

Dunque gli uni vogliono credere, mentre gli altri no". E chi non lo sa? Chi potrebbe negarlo?

Ma poiché per alcuni la volontà è preparata dal Signore, per altri no, bisogna senz'altro distinguere che cosa provenga dalla sua misericordia, che cosa dal suo giudizio. ( Sal 101,1 )

Quello che Israele cercava, dice l'Apostolo, non l'ha ottenuto: gli eletti l'hanno ottenuto; tutti gli altri invece sono stati accecati, come sta scritto: Dio diede loro uno spirito di ottundimento, occhi per non vedere e orecchie per non sentire, fino al giorno di oggi.

E David dice: La loro mensa diventi un laccio, un castigo e un ostacolo per loro; si oscurino i loro occhi perché non vedano e incurva per sempre le loro schiene.

Ecco la misericordia e il giudizio: la misericordia per gli eletti che ottennero la giustizia di Dio; il giudizio invece contro gli altri che furono accecati.

Tuttavia i primi credettero perché lo vollero; gli altri non credettero perché non lo vollero.

Dunque la misericordia e il giudizio si realizzarono nelle loro stesse volontà.

L'elezione perciò è dovuta alla grazia, non certo ai meriti.

Sopra infatti aveva detto: Così dunque anche in questo tempo un residuo fu salvato per elezione della grazia.

Ma se è per grazia, non è per le opere: altrimenti la grazia non è più grazia. ( Rm 11,5-10 )

Allora gli eletti hanno ottenuto gratuitamente quello che hanno ottenuto; non ci fu in precedenza un qualche loro apporto che essi donarono per primi e che fu loro ricompensato: Dio li salvò senza alcun contributo.

Ma per gli altri, che furono accecati, come è detto nel passo, il loro accecamento fu per castigo.

Tutte le vie del Signore sono misericordia e verità. ( Sal 25,10 )

Ma imperscrutabili sono le sue vie 47. ( Rm 11,33 )

Imperscrutabili sono pertanto sia la misericordia per la quale libera gratuitamente, sia la verità per la quale giudica giustamente.

7.12 - L'Apostolo dice che l'uomo è giustificato dalla fede e non dalle opere, perché la fede è data per prima

Ma forse potrebbero dire: "L'Apostolo distingue la fede dalle opere; dice che la grazia non deriva dalle opere, però non dice che non derivi dalla fede".

Sì, è così, ma è Gesù a dire che anche la fede è opera di Dio e ad ordinarci di praticarla.

Gli chiesero infatti i Giudei: Che cosa dovremo fare per compiere l'opera di Dio?

Gesù rispose e disse loro: Questa è l'opera di Dio, che crediate in Colui che Egli ha inviato. ( Gv 6,28-29 )

Dunque l'Apostolo distingue la fede dalle opere al modo in cui nei due regni degli Ebrei si distingue Giuda e Israele, benché anche Giuda sia Israele.

Perciò dice che l'uomo è giustificato in seguito alla fede, non in seguito alle opere, ( Gal 2,16 ) perché la fede è data per prima e da essa si ottengono tutti gli altri beni che in senso stretto sono chiamati "opere", in grazia delle quali si vive da giusti.

Infatti dice ancora: Per la grazia voi siete stati salvati mediante la fede, e ciò non proviene da voi, ma è dono di Dio; cioè, anche se ho detto mediante la fede, la fede non proviene da voi, ma è anch'essa un dono di Dio.

Non mediante le opere, continua, affinché per caso qualcuno non si glori. ( Ef 2,8-9 )

Infatti si è soliti dire: Certo che ha meritato di credere; era un uomo buono anche prima di credere.

Lo si potrà dire di Cornelio, ( At 10,4 ) del quale furono accettate le elemosine ed esaudite le preghiere prima che credesse in Cristo.

Eppure, ribatto, donava e pregava non senza una qualche fede.

Infatti come poteva invocare quello in cui non credeva? ( Rm 10,14 )

Se avesse potuto essere salvo senza la fede in Cristo, non sarebbe stato inviato come architetto della sua edificazione l'apostolo Pietro.

Tuttavia se non è il Signore ad edificare la casa, invano i muratori si affaticano ad edificarla. ( Sal 127,1 )

Ci si obietta: La fede proviene da noi, tutte le altre cose riguardanti la pratica della giustizia dal Signore; come se la fede non riguardasse quell'edificio.

Come se le fondamenta, ripeto, non riguardassero l'edificio!

Se invece esse gli appartengono prima e più di ogni altro elemento architettonico, invano uno si affatica ad edificare la fede predicando, se il Signore non edifica nell'intimo donando la sua misericordia.

Dunque qualsiasi opera buona abbia compiuto Cornelio, sia prima di credere in Cristo sia credendo in Cristo sia dopo avervi creduto, tutto dev'essere attribuito a Dio affinché non ci si glori.


1 Virgilio, Aeneid., 11, 309
2 Ilario, Ep. 226, 2
3 Cipriano, Ad Quir. 3, 4
4 Ilario, Ep. 226,3
5 Agostino, Retract. 1,23,2.4
6 Agostino, Retract. 2,2,1
7 Ilario, Ep. 226, 4
8 Cipriano, Ad Quir. 3,4
Indice