La Trinità

Indice

Libro VIII

Proemio

1.1 - Le Persone divine distinte per le relazioni, identiche nell'essenza

Abbiamo detto altrove1 che nella Trinità si applicano in maniera propria e distinta a ciascuna delle Persone i nomi che implicano mutua relazione, come Padre, Figlio e Spirito Santo, Dono ( At 8,20; Gv 4,10 ) di ambedue, perché il Padre non è la Trinità, il Figlio non è la Trinità, né la Trinità è il loro Dono.

Invece quando si esprime ciò che sono le Persone, considerate ciascuna in se stessa, non si parla di tre al plurale, ma vi è una sola realtà: la stessa Trinità.

Così il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio; il Padre è buono, il Figlio è buono, lo Spirito Santo è buono; il Padre è onnipotente, il Figlio è onnipotente, lo Spirito Santo è onnipotente.

Tuttavia non vi sono tre dèi, tre buoni, tre onnipotenti, ma un solo Dio, buono, onnipotente:2 la Trinità stessa.

E così si dica di qualsiasi altro attributo, che non si applichi alle Persone considerate nelle loro relazioni, ma a ciascuna Persona considerata in se stessa.

Questi attributi infatti concernono l'essenza, perché in Dio è la stessa cosa essere ed essere grande, buono, sapiente e tutto ciò che si afferma di ciascuna Persona considerata in se stessa o della Trinità.

Perciò non si parla, abbiamo detto, di tre Persone o tre sostanze3 per far intendere una diversità di essenza, ma per tentare, con una sola parola, di rispondere a questa domanda: "chi sono questi Tre, o che cosa sono questi Tre?".

E tanta è l'uguaglianza in seno alla Trinità che non solo il Padre non è più grande del Figlio in ciò che concerne la divinità, ma il Padre e il Figlio insieme non sono una realtà più grande dello Spirito Santo, né ciascuna delle tre Persone, qualunque essa sia, è una realtà meno grande che la Trinità stessa.

Queste verità sono già state dette e se, volgendole e rivolgendole vi ritorniamo sopra molto spesso, ci diventeranno più familiari, ma bisogna anche usare una certa misura e supplicare Dio con pietà e con grande devozione perché apra la nostra intelligenza ed elimini dalla nostra ricerca ogni senso di ostinazione, affinché il nostro spirito possa discernere l'essenza della verità pura da ogni materia, da ogni mutevolezza.

Ora dunque, per quanto lo stesso Creatore mirabilmente misericordioso ci aiuterà, dedichiamoci allo studio di queste cose, che considereremo in modo più interiore delle precedenti, quantunque si tratti della stessa verità; sempre salva la regola che, se qualcosa resta ancora oscuro per la nostra intelligenza, non ci allontaneremo dalla fermezza della fede.

1.2 - Uguaglianza delle tre Persone divine

Affermiamo dunque che nella Trinità due o tre Persone non sono una realtà più grande di una sola di esse, cosa che non comprende la nostra esperienza carnale, ( 1 Cor 2,14 ) e questo per il motivo che, se percepisce, come può, la verità delle cose create, non può contemplare la Verità che le ha create.

Infatti, se lo potesse, questa luce corporea non le sarebbe più chiara di ciò che abbiamo detto.

Nella sostanza della verità, perché essa sola esiste veramente, una cosa non è maggiore di un'altra, se non perché è più vera.

Ora tra le cose spirituali ed immutabili, nessuna è più vera di un'altra, essendo tutte ugualmente immutabili ed eterne, e quanto si dice grande null'altro ha per ragione della sua grandezza che la propria verità.

Per questo, dove la grandezza è la stessa verità, ciò che ha più grandezza ha necessariamente più verità, e ciò che non ha più verità non ha nemmeno più grandezza.

Inoltre ciò che è più grande è anche certamente più vero, come è più grande ciò che ha più grandezza.

Là dunque è più grande ciò che è più vero.

Ora il Padre e il Figlio insieme non sono qualcosa di più vero del Padre solo o del Figlio solo.

Dunque i due insieme non sono qualcosa di più grande di ciascuno di essi preso in particolare.

E, poiché anche lo Spirito Santo è ugualmente vero, il Padre e il Figlio insieme non sono qualcosa di più grande dello Spirito Santo, perché non sono qualcosa di più vero.

Alla stessa maniera, poiché il Padre e lo Spirito Santo insieme non superano il Figlio in verità - infatti non sono qualcosa di più vero - non lo superano nemmeno in grandezza.

Così pure il Figlio e lo Spirito Santo insieme hanno lo stesso grado di grandezza, che il Padre solo, perché hanno anche lo stesso grado di verità.

Così anche la Trinità ha tanta grandezza quanta ne ha in essa ciascuna Persona.

Tra loro infatti, dove la verità è la stessa grandezza, non è più grande quella che non è più vera.

Perché nella verità per essenza si identificano tra loro la verità e l'essenza, l'essenza e la grandezza, quindi la grandezza e la verità.

Le cose dunque che in essa sono ugualmente vere, sono per forza anche ugualmente grandi.

2.3 - Dio Verità suprema

Nell'ordine materiale delle cose invece, può accadere che sia oro ugualmente vero questo e quel pezzo d'oro, ma che questo sia più grande di quello, perché qui grandezza e verità non si identificano e una cosa è essere oro altra cosa essere grande.

Così per la natura dell'anima: dire che un'anima è grande non equivale a dire che è vera, perché ha un'anima vera anche chi non è magnanimo.

Questo perché l'essenza del corpo e dell'anima non è l'essenza della stessa verità, come lo è invece la Trinità: Dio uno, unico, grande, vero, verace, verità.

Questo Dio, se ci sforziamo di pensarlo, nella misura in cui ce lo concede e permette, non pensiamolo in contatto con lo spazio, abbracciante lo spazio, come una specie di essere costituito da tre corpi.

Non si ha da immaginare in lui nessuna unione di parti congiunte, come in quel Gerione dai tre corpi, di cui parlano le favole;4 ogni immagine per cui tre sarebbero più grandi di uno solo, uno più piccolo di due, cacciamole senza esitazione dalla nostra anima: così infatti respingiamo ogni elemento corporeo.

Nell'ordine spirituale, nulla di ciò che ci si presenta come sottoposto al mutamento, dobbiamo ritenere che sia Dio.

Non è una piccola conoscenza, quando, da questo abisso, elevandoci a quella vetta riprendiamo lena, il poter conoscere che cosa Dio non è, prima di sapere che cosa è.

Egli non è certamente né terra né cielo; nulla che assomigli alla terra o al cielo, nulla di uguale a ciò che vediamo in cielo, nulla di uguale a ciò che in cielo non vediamo e forse vi si trova.

Tu potrai accrescere con l'immaginazione la luce del sole quanto ti sarà possibile, sia in volume, sia in splendore, mille volte di più o all'infinito, nemmeno questo sarà Dio.

E se ci rappresentassimo gli Angeli, puri spiriti che animano i corpi celesti, li muovono e li dirigono5 secondo un volere che è al servizio di Dio; anche se questi Angeli, che sono migliaia di migliaia, ( Ap 5,11 ) venissero riuniti tutti per formare un solo essere, Dio non sarebbe nulla di simile.

E lo stesso discorso varrebbe anche se si giungesse a rappresentarsi questi spiriti senza corpi, cosa assai difficile per il nostro pensiero carnale.

Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione ( Sap 9,15 ) e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità.

È scritto infatti che Dio è luce, ( 1 Gv 1,5 ) non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità.

Non cercare di sapere cos'è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità.

Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità.

Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene.

Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione?6

3.4 - Dio Bene supremo

Ancora una volta comprendi, se lo puoi.

Tu non ami certamente che il bene, perché buona è la terra con le alte montagne, le moderate colline, le piane campagne;

buono il podere ameno e fertile, buona la casa ampia e luminosa, dalle stanze disposte con proporzioni armoniose;

buoni i corpi animali dotati di vita; buona l'aria temperata e salubre;

buono il cibo saporito e sano;

buona la salute senza sofferenze né fatiche;

buono il viso dell'uomo, armonioso, illuminato da un soave sorriso e vivi colori;

buona l'anima dell'amico per la dolcezza di condividere gli stessi sentimenti e la fedeltà dell'amicizia;

buono l'uomo giusto e buone le ricchezze, che ci aiutano a trarci d'impaccio;

buono il cielo con il sole, la luna e le stelle;

buoni gli Angeli per la loro santa obbedienza;

buona la parola che istruisce in modo piacevole e impressiona in modo conveniente chi l'ascolta;

buono il poema armonioso per il suo ritmo e maestoso per le sue sentenze.

Che altro aggiungere? Perché proseguire ancora nell'enumerazione?

Questo è buono, quello è buono.

Sopprimi il questo e il quello e contempla il bene stesso, se puoi; allora vedrai Dio, che non riceve la sua bontà da un altro bene, ma è il Bene di ogni bene.

Infatti fra tutti questi beni - quelli che ho ricordato, o altri che si vedono o si immaginano - noi non potremmo dire che uno è migliore dell'altro, quando noi giudichiamo secondo verità, se non fosse impressa in noi la nozione del bene stesso, regola secondo la quale dichiariamo buona una cosa, e preferiamo una cosa ad un'altra.7

È così che noi dobbiamo amare Dio: non come questo o quel bene, ma come il bene stesso.

Perché bisogna cercare il bene dell'anima, non quello su cui essa sorvola con i suoi giudizi, ma quello a cui essa aderisca con il suo amore.

E chi lo è se non Dio? Non una buona anima, o un buon angelo, o un buon cielo, ma il Bene buono.

Ciò rende forse più facile la comprensione di ciò che vorrei dire.

Quando sento dire, per esempio, che un'anima è buona, vi sono due parole, e da queste due parole ricavo due idee: che è anima e che è buona.

Per essere un'anima, l'anima stessa non ha fatto nulla; infatti non esisteva ancora per agire al fine di darsi l'essere: ma per essere un'anima buona bisogna, lo vedo, che eserciti la sua volontà.

Non che il fatto stesso di essere anima non sia un bene, altrimenti come si potrebbe dire - e dire in tutta verità - che è migliore del corpo?

Ma non si dice ancora che l'anima è buona, perché le resta da esercitare la sua volontà per divenire migliore: se trascura questo esercizio, le se ne fa una colpa giustamente e si dice che non è buona.

Differisce infatti da quella che esercita la sua volontà, e poiché quella è degna di lode, questa che rimane inattiva è degna di biasimo.

Se invece l'anima si applica all'esercizio della sua volontà e diviene un'anima buona, non raggiungerà questo scopo, senza volgersi verso qualcosa di diverso da essa.

Verso che cosa dunque si volge per diventare un'anima buona, se non verso il bene, amandolo e desiderandolo e conquistandolo?

E se tornerà a distaccarsi da esso perdendo così la propria bontà per il solo fatto di distaccarsi dal bene, a meno che non rimanga in essa il bene da cui si è distaccata, non avrà più nulla verso cui volgersi di nuovo, se vorrà emendarsi.

3.5 - Bene assoluto e bene partecipato

Non ci sarebbero dunque beni mutevoli se non ci fosse un Bene immutabile.

Ecco perché quando senti parlare di questo o quel bene, che visti da un altro punto di vista possono anche non essere chiamati beni, se potrai fare astrazione dai beni, che sono tali perché partecipano al bene, per vedere il bene stesso di cui partecipano - di questo bene infatti si ha intelligenza nel momento stesso in cui si sente dire questo e quel bene - se dunque giungerai, facendo astrazione da questi beni, a vedere il bene in se stesso, vedrai Dio.

E se aderirai con amore a lui, immediatamente troverai la felicità.

Se le altre cose non si amano se non perché sono buone, vergogniamoci di non amare per attaccamento ad esse il Bene stesso per cui sono buone.

Anche l'anima, per il solo fatto che è anima, ancora prima che abbia acquistato quella bontà che proviene dalla sua conversione al Bene immutabile, l'anima, ripeto, in quanto tale, quando ci piace fino al punto che la preferiamo, se comprendiamo bene, alla stessa luce corporea, non ci piace in se stessa, ma nell'arte con la quale è stata creata.

Ivi infatti l'approviamo, dopo la sua creazione, dove appare che conveniva che fosse creata.

Cioè nella verità e nel bene assoluto; il bene che non è altro che bene, e quindi anche il Bene sommo.8

Perché un bene è suscettibile di diminuzione o di accrescimento, solo se riceve da un altro la sua bontà.

L'anima dunque si volge, per essere buona, verso il Bene dal quale riceve il suo essere anima.

La volontà si accorda con la natura per perfezionare l'anima nel bene, quando è amato, per la conversione della volontà, quel bene da cui proviene anche ciò che l'anima non può perdere nemmeno per l'avversione della volontà.

Perché, distogliendosi dal Bene supremo, l'anima cessa di essere buona, ma non cessa di essere anima e questo è già un bene superiore al corpo; dunque la volontà perde ciò che la volontà acquista.

Infatti esisteva già l'anima per voler volgersi verso Colui da cui aveva ricevuto l'essere, ma, per voler essere prima di essere, non esisteva ancora.

Questo è il nostro bene in cui vediamo che ha dovuto, o deve essere, tutto ciò di cui comprendiamo che ha dovuto o deve essere e in cui vediamo che non avrebbe potuto essere, se non avesse dovuto essere, anche ciò di cui non comprendiamo come abbia dovuto essere.

Questo bene dunque non è lontano da ciascuno di noi; in lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo. ( At 17,27-28 )

4.6 - Compito purificatore della fede

Ma per godere pienamente della presenza di questo Bene dal quale riceviamo l'essere e senza il quale non potremmo essere, bisogna tenerci presso di lui, aderire a lui con l'amore.

Fino a quando camminiamo per fede, non per visione ( 2 Cor 5,7 ) non vediamo ancora ( 1 Cor 8,2 ) Dio a faccia a faccia, ( 1 Cor 13,12 ) come dice lo stesso Apostolo; ma, se non lo amiamo fin d'ora, non lo vedremo mai.

Ma chi ama ciò che ignora? Infatti si può conoscere una cosa e non amarla, ma amare una cosa che non si conosce è possibile?

Perché, se è impossibile, nessuno ama Dio, prima di conoscerlo.

E che cos'è conoscere Dio, se non vederlo, attingerlo fermamente con lo spirito?

Dio non è un corpo, perché lo si cerchi con gli occhi di carne, ma prima di essere capaci di vedere e di attingere Dio, come egli può essere visto e attinto ( privilegio riservato ai cuori puri: Beati infatti, i puri di cuore, perché essi vedranno Dio ( Mt 5,8 ) ) se Dio non è amato per fede, ( 1 Tm 1,4 ) il cuore non potrà purificarsi per diventare capace e degno di vederlo.

Dove sono dunque quelle tre virtù che l'impalcatura di tutti i Libri santi tende ad edificare nella nostra anima: la fede, la speranza, la carità, ( 1 Cor 13,13 ) se non nell'animo di colui che crede ciò che non vede ancora e che spera e ama ciò che crede?

Si ama dunque anche ciò che si ignora ma che tuttavia si crede.

Però occorre stare attenti perché, credendo ciò che non vede, l'anima non si raffiguri qualche cosa che non esiste e dia un falso oggetto alla sua fede e al suo amore.

In questa ipotesi la carità non proverrà da un cuore puro, da una coscienza buona, da una fede non finta, che è il fine del precetto, ( 1 Tm 1,5 ) come dice ancora l'Apostolo.

4.7 - La fede implica una conoscenza

Ogniqualvolta noi crediamo a delle realtà sensibili di cui abbiamo sentito parlare e di cui abbiamo letto, ma che non abbiamo visto, è una necessità, per la nostra anima, farsi, conformemente a ciò che si presenta all'immaginazione, un'immagine dei contorni e delle forme corporee.

Sia che questa immagine corrisponda, cosa che accade di rado, sia che non corrisponda alla realtà, l'importante per noi non è di prestar fede a questa immagine, ma attingere un'altra conoscenza utile, che ci viene suggerita da questa rappresentazione.

Chi infatti, tra coloro che leggono o ascoltano gli scritti dell'apostolo Paolo, o ciò che è stato scritto su di lui, non si rappresenta nel suo animo il viso dell'Apostolo e quelli di tutti coloro i cui nomi sono ivi ricordati?

Ora, poiché fra tanta moltitudine di persone che conoscono queste Epistole, gli uni si rappresentano in un modo, gli altri in un altro i lineamenti e l'aspetto fisico di questi uomini, è ben difficile sapere chi si avvicini di più alla verità.

Ma ciò che interessa la nostra fede, non è sapere che sembianze abbiano avuto quegli uomini, ma il sapere che sono vissuti in tal modo con la grazia di Dio e che hanno compiuto quelle azioni che ci riferisce la Scrittura; ecco ciò che dobbiamo credere, ciò di cui non dobbiamo disperare, ciò che dobbiamo desiderare.

Lo stesso viso del Signore varia all'infinito, secondo le diverse rappresentazioni che ciascuno se ne fa, e tuttavia era uno solo, qualunque esso fosse.

Ma ciò che è salutare nella fede che noi abbiamo circa il Signore Gesù Cristo, non è ciò che l'anima si rappresenta, forse in maniera molto diversa dalla realtà, ma ciò che pensiamo dell'uomo secondo la natura specifica.

Abbiamo infatti impressa in noi, come una regola, la nozione di natura umana, secondo la quale riconosciamo immediatamente che è uomo, formalmente uomo, ogni essere in cui essa si realizza.

5 - Come si ama la Trinità senza conoscerla

È secondo questa nozione che si foggia il nostro pensiero quando crediamo che Dio, per noi, si è fatto uomo per dare un esempio di umiltà e per farci conoscere l'amore di Dio verso di noi. ( Fil 2,6-8 )

Per noi è utile infatti credere e ritenere con fermezza incrollabile nel cuore che l'umiltà che ha spinto Dio a nascere da donna ( Gal 4,4 ) ed a lasciarsi, fra tanti oltraggi, condurre a morte da uomini mortali, è il supremo rimedio per guarirci dal gonfiore del nostro orgoglio ed il sublime sacramento per sciogliere il reato del peccato.

E così si dica della potenza dei suoi miracoli e della sua stessa risurrezione; perché sappiamo che cosa è l'onnipotenza, crediamo in un Dio onnipotente e, secondo la conoscenza innata o acquisita per esperienza che abbiamo delle specie e dei generi, noi giudichiamo dei fatti di questo tipo, affinché la nostra fede non sia finta.

Noi non conosciamo nemmeno il viso della Vergine Maria, che, senza l'intervento di alcun uomo, rimasta intatta nello stesso parto, ha dato alla luce miracolosamente Cristo.

Non conosciamo neppure l'aspetto fisico di Lazzaro, non abbiamo visto Betania, né il sepolcro, né la pietra che il Signore ha fatto rimuovere quando egli lo risuscitò, ( Gv 11,1-44 ) né il sepolcro nuovo scavato nella roccia, da cui egli risuscitò, ( Mt 27,57ss; Mc 15,42ss; Lc 23,50ss; Gv 19,38ss ) né il monte degli Olivi da cui è asceso al cielo ( At 1,9-12 ) e tutti noi che non abbiamo visto queste cose non sappiamo affatto se siano come le immaginiamo, anzi noi riteniamo più probabile che non siano così.

Perché se l'aspetto di un luogo, di un uomo, di un corpo qualunque si presenta ai nostri occhi quale si presentava alla nostra anima, quando lo immaginavamo prima di vederlo, restiamo fortemente sorpresi dalla stranezza della cosa perché una tale coincidenza si verifica solo raramente, o quasi mai.

E tuttavia crediamo fermamente queste cose perché ce le rappresentiamo secondo una nozione specifica e generica che teniamo per certa.

Crediamo che il Signore Gesù Cristo è nato da una Vergine che si chiamava Maria, ma non crediamo che cosa sia una vergine, che cosa è nascere, e che cosa sia un nome proprio: lo sappiamo.

Se il viso di Maria sia stato come ce lo immaginiamo quando parliamo di queste cose o quando vi pensiamo, non lo sappiamo affatto, né lo crediamo.

Dunque, in questo caso, restando salva l'integrità della fede, possiamo dire: "Forse la Vergine aveva questo volto, forse non l'aveva così"; ma nessuno potrà dire: "Forse Cristo è nato da una Vergine", senza ferire la fede cristiana.

5.8 - La conoscenza della giustizia

Per questo, desiderando comprendere, nella misura in cui ci è concesso di farlo, l'eternità, l'uguaglianza e l'unità della Trinità, dobbiamo credere ( Is 7,9b ) prima di comprendere e dobbiamo vigilare che la nostra fede sia sincera. ( 1 Tm 1,5 )

È della Trinità che dobbiamo godere per vivere nella beatitudine;9 ora, se crediamo qualcosa di falso a suo riguardo, vana sarà la nostra speranza e non casta la nostra carità. ( 1 Cor 15,14-17; 1 Tm 1,5 )

Ma in che modo la fede può permetterci di amare questa Trinità che non conosciamo?

Sarà forse guidati da quella conoscenza di specie e generi che ci permette di amare l'apostolo Paolo?

Ma, sebbene l'Apostolo non abbia avuto un viso uguale a quello che ci si presenta all'immaginazione quando pensiamo a lui, e noi siamo nell'ignoranza più completa a questo riguardo, sappiamo almeno che cos'è un uomo.

Senza andar lontano, noi lo siamo ed è manifesto che anche lui lo fu e che la sua anima ha vissuto questa vita mortale unita ad un corpo.

Crediamo dunque di lui ciò che troviamo in noi, secondo la specie ed il genere che comprende tutta la natura umana.

Ma di questa trascendenza della Trinità quale conoscenza generica o specifica abbiamo noi?

Esistono forse molte altre trinità simili, alcune delle quali conosciamo per esperienza, di modo che, grazie a una regola di somiglianza impressa in noi o grazie ad una conoscenza del genere e della specie, possiamo credere che essa sia come quelle e così possiamo amare una realtà nella quale crediamo e che non conosciamo ancora, per la sua somiglianza con una realtà che conosciamo? Certamente non è così.

O forse possiamo amare, per mezzo della fede, la Trinità che non vediamo e simile alla quale non ne abbiamo mai vista alcuna, alla stessa maniera che amiamo la risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo dai morti, sebbene non abbiamo mai visto risuscitare nessun morto?

Ma che cosa sia vivere e che cosa sia morire lo sappiamo molto bene, perché noi viviamo ed abbiamo avuto occasione di vedere e sappiamo per esperienza che cosa è un morto ed un morente.

Ora, che altro è risorgere se non rivivere, cioè ritornare dalla morte alla vita? ( Gv 5,24 )

Quando dunque diciamo e crediamo che esiste la Trinità, sappiamo che cosa sia una trinità, perché sappiamo che cosa è essere tre, ma non è questo che amiamo.

Infatti una trinità la possiamo trovare facilmente, quando lo vogliamo, non foss'altro, per non parlare del resto, giocando alla morra con tre dita.

Ma ciò che amiamo non è ciò che è qualsiasi trinità, ma ciò che è questa Trinità: Dio.

Questo dunque amiamo nella Trinità, che essa è Dio.

Ora noi non abbiamo visto, non conosciamo alcun altro Dio, perché c'è un solo Dio, ( Rm 3,30 ) quello solo che non abbiamo ancora visto e che amiamo per fede.

Ma il problema consiste nel chiedersi a partire da quale similitudine, da quale comparazione con cose da noi conosciute crediamo in Dio ed anche lo amiamo ( At 17,23; Gv 1,18 ) prima ancora di conoscerlo.

6.9 - Il vero amore con il quale si conosce la Trinità

Facciamo dunque insieme un passo indietro ed esaminiamo perché amiamo l'Apostolo.

È forse perché, grazie al concetto di natura umana, che conosciamo benissimo, crediamo che fu un uomo?

Certamente no, perché altrimenti non esisterebbe ora l'oggetto del nostro amore, dato che egli non è più uomo in quanto la sua anima ( anima ) è stata separata dal corpo.

Ma ciò che amiamo in lui noi crediamo che viva ancora adesso; amiamo infatti la sua anima ( animus ) giusta.

Ed in virtù di quale norma generica e specifica, se non perché sappiamo che cos'è un'anima e che cosa è un giusto?

Che cosa sia un'anima ( animus ) noi pretendiamo di saperlo, e non senza fondamento, perché anche noi abbiamo un'anima.

Noi non abbiamo mai visto un'anima con gli occhi e non ce ne siamo formati un concetto generico e specifico a partire dalla rassomiglianza di più anime da noi viste, ma piuttosto, come ho detto, lo sappiamo perché anche noi l'abbiamo.

C'è infatti una cosa conosciuta più intimamente, che senta con più chiarezza la sua esistenza, di ciò con cui si sentono anche tutte le altre cose, cioè l'anima stessa?

Perché anche i movimenti dei corpi per mezzo dei quali percepiamo che vivono altri esseri oltre noi, noi li conosciamo per analogia con noi in quanto anche noi è grazie alla vita che muoviamo il nostro corpo, come vediamo che si muovono quei corpi.

Infatti quando si muove un corpo vivente, non si apre ai nostri occhi alcuno spiraglio per cui possiamo percepire l'anima, realtà che non si può vedere con gli occhi.

Ma noi percepiamo che c'è in quella massa corporea un principio analogo a quello che in noi muove similmente la nostra massa: questo principio è la vita e l'anima ( anima ).

Ed esso non è come un qualcosa di esclusivo della prudenza e della ragione dell'uomo, perché anche le bestie sentono che vivono non soltanto esse stesse, ma anche altre bestie in relazione con loro e sentono che anche noi stessi viviamo.

Non è che vedano le nostre anime ma sentono che noi viviamo a partire dai movimenti dei corpi e lo fanno istantaneamente e con la massima facilità per una specie d'istinto naturale.

Perciò noi conosciamo l'anima ( animus ) di qualsiasi uomo per analogia con la nostra, e per analogia con la nostra crediamo in quella che non conosciamo.

Infatti noi non soltanto sentiamo l'anima, ma possiamo anche sapere che cosa sia l'anima, considerando la nostra, perché abbiamo un'anima.

Ma che cosa sia un giusto, da che cosa lo conosciamo?

Abbiamo detto che il solo motivo per cui amiamo l'Apostolo è che egli è un'anima giusta.

Dunque noi sappiamo che cos'è un giusto, come sappiamo che cos'è un'anima.

Ma che cosa sia un'anima, come si è detto, noi lo sappiamo da noi stessi, perché c'è in noi un'anima.

Al contrario che cosa sia un giusto da che cosa lo sappiamo, se non siamo giusti?

Se nessuno sa che cosa sia un giusto se non colui che è giusto, nessuno ama il giusto se non il giusto.

Nessuno può infatti amare colui che crede giusto, precisamente perché lo crede giusto, se ignora che cosa sia un giusto, e secondo quanto abbiamo più sopra dimostrato nessuno ama ciò che crede e non vede, se non secondo una norma di conoscenza generica o specifica.

Ma allora, se ama il giusto solo il giusto, come vorrà essere giusto uno che non lo è ancora?

Nessuno infatti vuol essere ciò che non ama.

Ma perché divenga giusto colui che non lo è ancora, deve proprio voler essere giusto; e per volerlo ama il giusto.

Perciò ama il giusto anche chi ancora non è giusto.

Ma non può amare il giusto se ignora che cosa sia il giusto.

Dunque sa che cosa sia il giusto anche chi non lo è ancora.

Da dove gli deriva questa conoscenza? L'ha visto con gli occhi, o c'è forse un corpo giusto, come c'è un corpo bianco, nero, quadrato, rotondo?

Chi oserà affermarlo? Ma con gli occhi si vedono solo i corpi.

Ora nell'uomo non è giusta che l'anima e quando si dice che un uomo è giusto lo si dice secondo l'anima, non secondo il corpo.

La giustizia è una specie di bellezza dell'anima; essa rende belli gli uomini, anche molti di quelli che hanno il corpo contraffatto e deforme.

Ma come con gli occhi non si vede l'anima, così non si vede nemmeno la sua bellezza.

Da che cosa apprende dunque che cosa sia il giusto, colui che non lo è ancora ed ama il giusto per diventarlo?

Forse che i movimenti dei corpi fanno brillare certi segni i quali rivelano che questo o quest'altro uomo è giusto?

Ma da che cosa sa che quei segni rivelano un'anima giusta, se ignora totalmente che cosa sia un giusto?

Lo sa dunque. Ma da che cosa apprendiamo che cosa sia il giusto, anche quando non siamo giusti?

Se lo sappiamo per qualcosa che è fuori di noi, lo vediamo in qualche corpo.

Ma quella che vediamo non è una realtà corporea.

È dunque in noi che vediamo che cosa sia il giusto.

Quando cerco di parlarne non ne trovo l'idea altrove, ma solo in me; e se chiedo ad un altro che cosa sia il giusto, è in se stesso che egli cerca ciò che deve rispondere; e chiunque su questo punto può rispondere il vero, trova in se stesso che cosa può rispondere.

Così quando voglio parlare di Cartagine, è in me che cerco ciò che ne dirò, e in me trovo l'immagine ( phantasia ) di Cartagine;10 ma questa immagine l'ho ricevuta per mezzo del corpo, cioè per mezzo dei sensi del corpo, perché è una città in cui sono stato fisicamente presente, che ho visto, percepito con i miei sensi, di cui conservo il ricordo, cosicché ne trovo in me un verbo quando intendo parlarne.

Questo "verbo" è l'immagine ( phantasia ) che ne conservo nella mia memoria; non questo suono, queste tre sillabe che pronuncio quando nomino Cartagine, neppure il nome che penso in silenzio durante un certo intervallo di tempo; no, è ciò che vedo nella mia anima quando pronuncio queste tre sillabe o anche prima di pronunciarle.

Così pure, quando voglio parlare di Alessandria, che non ho mai visto, ne appare in me una rappresentazione immaginaria ( phantasma ).

Avendo sentito dire da molti ed essendomi persuaso, prestando fede alle descrizioni che a me se ne sono potute fare, che è una grande città, me ne sono formato con l'anima un'immagine approssimativa; questa immagine è il suo "verbo" in me, quando voglio parlarne, prima che abbia pronunciato queste cinque sillabe, questo nome che quasi tutti conoscono.

E tuttavia se io potessi far uscire questa immagine dalla mia anima e presentarla agli occhi di coloro che conoscono Alessandria, certamente o esclamerebbero tutti: "non è essa", o, se mi dicessero: "è proprio essa", ne sarei molto stupito e contemplandola nella mia anima, o piuttosto l'immagine che ne è come la pittura, non potrei da me riconoscere che è proprio essa, ma presterei fede a coloro che l'hanno vista e ne conservano il ricordo.

Ma non è così che cerco che cosa sia il giusto, né così che lo trovo, che lo vedo, né così che mi si approva, quando ne parlo, né così che approvo quando ne sento parlare, come se si trattasse di qualcosa che ho visto con gli occhi, o percepito con qualche senso corporeo, o udito da coloro che l'hanno appreso mediante la conoscenza sensibile.

Quando dico, e con piena conoscenza di causa: "L'anima giusta è quella che, regolando la sua vita e i suoi costumi secondo i dettami della scienza e della ragione, dà a ciascuno il suo",11 non penso ad una realtà assente, come Cartagine; non si tratta di una cosa di cui mi faccio un'immagine approssimativa, come Alessandria, che questa immagine corrisponda o no alla verità; ma contemplo una realtà presente, e la contemplo in me, sebbene non sia io stesso ciò che contemplo, e molti, se mi udranno parlare, mi approveranno.

E chiunque mi ascolta e mi approva con piena conoscenza di causa, vede anche lui in sé ciò che vede anche se non è egli stesso ciò che vede.

Il giusto invece quando parla di questo, vede e dice ciò che è egli stesso.

E dove lo vede anch'egli, se non in se stesso?

Ma ciò non può far meraviglia: dove potrebbe infatti vedere se stesso, se non in se stesso?

Ma ciò che stupisce è che un'anima veda in se stessa ciò che non ha visto in nessun'altra parte, se ne faccia un'idea vera e veda un'anima veramente giusta sebbene essa sia sì un'anima, ma non l'anima giusta che vede in se stessa.

Forse che c'è un'altra anima giusta nell'anima che non è ancora giusta?

E se non c'è, che anima vede in sé, quando vede e dice ciò che è un'anima giusta, cosa che non vede in un'altra parte se non in sé, mentre tuttavia essa non è un'anima giusta?

Ciò che essa vede non sarà la verità interiore, presente all'anima capace di intuirla?

Ma tutti non ne sono capaci: e quelli che sono capaci di intuirla non sono tutto ciò che intuiscono, cioè non sono anch'essi delle anime giuste, benché possano vedere e dire che cosa sia un'anima giusta.

E come potranno diventarlo, se non aderendo a questo stesso ideale che intuiscono, per modellarsi in conformità di esso e diventare anime giuste, non accontentandosi di contemplare e dire che è giusta l'anima che ordina la sua vita e la sua condotta secondo i dettami della scienza e della ragione e distribuisce a ciascuno ciò che gli spetta, ma per vivere anch'essi secondo giustizia ed improntare ad essa la loro condotta distribuendo a ciascuno ciò che gli spetta, in modo che non debbano nulla a nessuno, se non la mutua dilezione? ( Rm 13,8; Gv 13,34 )

E come si aderisce a quell'ideale se non con l'amore?

Perché dunque amiamo noi un altro uomo che riteniamo giusto e non amiamo quello stesso ideale in cui vediamo che cosa sia un'anima giusta al fine di poter diventare giusti anche noi?

O forse si deve dire che senza amare questo ideale non ameremmo colui che esso ci fa amare, ma che, fino a quando non siamo ancora giusti, l'amore di questo ideale è troppo debole per darci la forza di diventare giusti anche noi?

Dunque l'uomo che è ritenuto giusto è amato secondo la verità che contempla ed intuisce in sé colui che ama; questa verità ideale però non si ama per un motivo diverso, ma per se stessa.

Perché al di fuori di essa non troviamo nulla che le sia simile e che ci permetta, fintantoché non la conosciamo, di amarla per fede, riferendoci ad un'analogia di un essere già conosciuto.

Infatti tutto ciò che ci appare tale, è già essa stessa; o meglio non c'è nulla di simile, perché essa sola è tale, quale essa è.

Colui dunque che ama gli uomini, deve amarli perché sono giusti o perché lo diventino.

Così infatti deve amare anche se stesso: o perché è giusto, o per diventare giusto.

Allora ama il prossimo come se stesso ( Mc 12,33 ) senza alcun pericolo.

Chi si ama in maniera diversa si ama in maniera ingiusta, perché si ama per essere ingiusto, dunque per essere cattivo e di conseguenza non si ama; infatti: Chi ama l'iniquità odia la sua anima. ( Sal 10,6 )

Indice

1 Sopra 5,5
2 Ambrogio, De Spir. Sancto 3, 16, 109
3 Sopra 5,2.8.19;
Sopra 7,4.5.6
4 Virgilio, Aen. 6, 289; 8, 202
5 Cicerone, De orat. 3, 45, 177
6 Plotino, Enn. 1, 6, 8;
Ambrogio, De bono mortis 2, 5; 5, 17;
Cicerone, De rep. 6, 9, 3, 14;
Eb 11,13-16
7 Agostino, De lib. arb. 2, 16, 44-17, 45
8 Cicerone, De fin. bon. mal. 3, 1, 2;
Agostino, C. Acad. 3, 12, 27: NBA, III/1;
Serm. D.ni in monte 1, 3, 10: NBA, X/2; : NBA, II;
Retract. 1, 1,9
9 Agostino, De b. vita 4, 34: NBA, III/1
10 Porfirio, Sent. 17;
Plotino, Enn. 4, 3, 29, 22-27; 30, 3
11 Ambrogio, De off. 1, 24, 115;
Cicerone, De invent. 2, 53, 160