Isaia

Angelo Penna

La serie dei libri profetici si apre con Isaia.

Non è rispettato l'ordine cronologico, ma è facile rilevare quanti siano i motivi che conferiscono al libro del figlio di Amoz ( 1,1 ) - da non confondersi con il profeta Amos - un posto di primo ordine.

Egli è il più antico dei quattro profeti maggiori, il primo per l'ampiezza del volume e, senza dubbio, il primo per la bellezza poetica e per la sublimità degli oracoli.

La vita di Isaia è molto meno nota di quella di Geremia, ancora meno noi conosciamo la sua psiche.

A differenza del profeta di Anatot, egli evita di scandagliare la sua anima e di tramandare episodi autobiografici.

Di solito si assegna la nascita di Isaia verso il 760/750 a. C.

Nel 740/739, anno della morte del re Ozia, Isaia è già insignito del carisma profetico, che eserciterà durante i regni di Jotam, Akhaz ed Ezechia, ossia fino al principio del secolo VII a. C.

Data la sua familiarità con la corte di Gerusalemme, si crede che appartenesse all'aristocrazia cittadina.

Già Girolamo, meravigliato per la bellezza del libro, lo pensava un letterato fine e un uomo di studio.

Si accenna alla moglie profetessa ( 8,3 ) e si ricordano due suoi figli dai nomi simbolici ( 7,3; 8,3 ).

Del resto anche il nome di Isaia racchiude un programma e un simbolo, esso significa Jahve salva.

La prima attività di Isaia sferzò in modo particolare i vizi dei contemporanei, specialmente le loro tendenze idolatriche e l'ingiustizia sociale.

Il benessere materiale, che contrassegnò il lungo regno di Ozia, aveva prodotto una notevole rilassatezza morale e indifferenza religiosa.

Sotto Akhaz ( 735-716/15 ), spirito scettico e poco felice nella politica di amicizia con l'Assiria, Isaia ebbe una parte più attiva nella storia del tempo.

Durante la guerra siro-efraimita ( 734 ), ossia della coalizione antiassira ( regno di Samaria e Damasco, seguiti da altri minori, come Filistei, Ammoniti, Idumei e Arabi ) contro il regno di Giuda, Isaia contribuì molto a sostenere il morale del popolo.

I successi della lega furono numerosi ( 2 Cr 28,5s.17s; 2 Re 16,6 ).

Isaia insistette invano presso il re perché si affidasse completamente a Dio con una conversione sincera.

Akhaz preferì ricorrere all'aiuto del re assiro Tiglat-Pileser III, che effettivamente sconfisse la lega, ma impose al regno di Giuda un vassallaggio più o meno larvato.

Questo si accentuò nel 722, quando l'Assiria distrusse il regno d'Israele.

Akhaz ed Ezechia mantennero l'indipendenza pagando tributi ( 2 Cr 28,20s ).

La stretta relazione politica, intanto, si trasformava in una specie di ponte culturale.

Gli occhi del profeta vedevano un pericolo di paganesimo, che si infiltrava sempre più tra il popolo ebraico.

Non si poteva aspettare da Akhaz, che diede alcuni esempi clamorosi di sincretismo religioso ( 2 Re 16,10-18 ), un intervento autoritario per frenare il diluirsi del concetto monoteistico e il lento declino della religione pratica.

Per questo Isaia interviene ripetutamente per protestare contro la politica assiriofila, che implicava una sfiducia in Dio, e per inveire contro i mali morali.

Ma non è sempre facile determinare quali oracoli siano da riferire a questo periodo di tempo.

Ezechia è considerato uno dei re più pii di Giuda.

Non sappiamo in quale misura il profeta influì su tale condotta.

Purtroppo il libro di Isaia ( cc. 36-39 ) parla di Ezechia solo in occasione dell'invasione di Sennacherib e menziona soltanto un incontro diretto del profeta con il re ammalato; ma è facile intravedere una relazione amichevole tra i due.

Tuttavia anche Ezechia ricevette i rimproveri del profeta per la politica di alleanza con l'Egitto.

Il re, infatti, al principio si mantenne neutrale, pur continuando a riconoscersi subordinato all'Assiria.

A poco a poco, però, si lasciò persuadere dai vari staterelli confinanti e specialmente da un'ambasciata del lontano Merodach-Baladan di Babilonia e dalla speranza di un efficace intervento dell'Egitto.

Il re assiro, Sennacherib, liquidò prima Merodach-Baladan in oriente, quindi compì una spedizione in grande stile verso l'occidente.

In Giudea egli espugnò tutte le città importanti, eccettuata Gerusalemme, e vinse le truppe inviate dal Faraone per sostenere la lega.

Ma, per un fatto straordinario ( 37,36s ), la capitale del regno di Giuda fu salva.

L'avvenimento era stato predetto da Isaia, il quale condannava il ricorso all'Egitto, ma non negò mai l'assistenza al re in angustia ( 37,6s ).

È l'ultima notizia biografica in nostro possesso.

Secondo una tradizione ebraica ( Eb 11,37 ), Isaia sarebbe stato martirizzato sotto il regno di Manasse.

Il libro di Isaia ci fa intravedere le condizioni morali e sociali di questo periodo storico.

È ovvio, però, che il quadro dedotto dalle parole del profeta potrebbe risultare storicamente manchevole o errato.

Isaia è un riformatore morale, che di solito non perde parole per elogiare o descrivere il bene o il lato encomiabile di una persona o di una nazione.

Tuttavia le gravi colpe da lui riprese sono corroborate dalla testimonianza dei libri storici, che fanno presupporre che uno strato notevole della popolazione era permeato da un singolare amalgama di concetti e di usi superstiziosi e pagani ( 1,11ss; 2,6; 3,2s ), mentre si abbandonava a ingiustizie sociali ( 1,17.21; 3,14s; 5,23; ), all'ubriachezza ( 28,7s ) e ad altri vizi.

Contro la leggerezza delle donne di Gerusalemme il profeta compone una satira ( 3,16-24; 32,9 ), che non ha nulla da invidiare agli scrittori di questo genere letterario, sempre numerosi presso qualsiasi popolo.

A questo mondo in fermento, a causa dell'instabilità politica, e in profonda angustia per la mancanza di una fede sicura e per il dilagare dei vizi sociali Isaia annunciò il suo messaggio.

Egli sferzò senza pietà le colpe individuali e collettive, ma, soprattutto, cercò di inculcare una fede illimitata in Dio.

Isaia è il profeta della fede, non tanto nel senso astratto teologico, quanto piuttosto in quello di un suscitatore instancabile di entusiasmo e di speranza nell'aiuto divino.

In una visione grandiosa egli contempla la storia unicamente come l'evolversi nel tempo di eterni decreti di Dio.

I grandi imperi, come l'Assiria ( 10,5 ), non sono che strumenti nelle mani di Dio.

La fiducia nell'intervento soprannaturale è accompagnata da un altissimo concetto della santità divina.

Quest'ultimo è l'elemento che risalta di più nella visione, che sanzionò la chiamata profetica ( 6,3 ), e influenza tutti gli oracoli di Isaia, il quale ama definire Dio il Santo d'Israele.

Ma Isaia è anche chiamato « il profeta evangelista » e specialmente « evangelista della passione », tante e così chiare sono le profezie messianiche, anche se nella loro segnalazione gli esegeti moderni sono molto più cauti degli antichi.

Secondo questo libro meraviglioso, il Messia nascerà da una vergine ( 7,14 ), sarà Dio e uomo ( 9,6; 11,1ss ), predicherà in Galilea ( 8,23-9,2 ), compirà miracoli ( 35,4-6 ), soffrirà ( 53,1ss ) per redimere tutti gli uomini ( 42,1-7; 49,1-6 ).

Infine insistendo sul resto d'Israele Isaia prelude la teologia paolina, come è espressa da Rm 9,29.

Egli è il profeta della religione universale, quando descrive Gerusalemme come centro religioso del mondo ( 2,2; 60,1ss ).

Tutti i popoli riconosceranno la paternità di Dio, sulla quale si hanno espressioni bellissime ( 63,7-64,11 ).

Isaia - come del resto gli altri profeti - non compose di getto il libro.

Questo si formò a poco a poco mediante il succedersi e il riunirsi delle varie collezioni di oracoli.

Per la parte dei cc. 1-35 ne sono state individuate diverse, su alcune delle quali vengono sollevate forti obiezioni circa la loro autenticità, in modo particolare nei riguardi della sezione dei cc. 24-27 ( Apocalisse di Isaia ) e di taluni oracoli contro le nazioni.

I cc. 36-39, che chiudono la prima parte del libro, provengono con tutta probabilità da 2 Re 18,13-20,19, ma con notevoli cambiamenti.

Ma il problema assillante, specialmente nel campo cattolico, è quello riguardante l'autenticità della seconda parte del libro ( cc. 40-66 ).

In favore dell'unità d'autore milita innanzi tutto la tradizione.

Il libro è citato molto spesso nel N. T., che lo attribuisce tutto a Isaia senza la minima distinzione fra la prima e la seconda parte.

Per il tempo anteriore al cristianesimo possiamo risalire almeno al sec. in a. C., ritrovando sempre i segni di una tradizione in favore dell'unità dell'A.

La versione greca, infatti, attribuisce tutto il libro a Isaia; la medesima cosa fa Sir 48,24s

È l'argomento della tradizione giudaica e cristiana, alla quale bisogna riconoscere il suo valore.

Altri argomenti sono desunti dallo stile ( alcune espressioni sono comuni, specialmente si insiste sulla perifrasi Santo d'Israele, che è rarissima fuori del libro di Isaia ) e dai concetti ( idea del resto d'Israele; universalità della religione futura; teodicea ecc. ).

Altro argomento è dedotto dalla bellezza e sublimità della seconda parte, che - se tolta a Isaia - si dovrebbe ascrivere a un autore sconosciuto.

Ora si presenta alquanto imbarazzante questa dimenticanza del nome nella tradizione, se si pensa che anche scritti molto inferiori e brevissimi sono giunti a noi con l'indicazione dei loro autori ( cfr. Nahum; Abdia ecc. ).

Infine i difensori dell'opinione tradizionale si fanno forti del carisma profetico, che può riferirsi a cose passate, presenti e future senza alcuna limitazione di tempo.

Bisogna riconoscere che ben pochi, fuori del campo cattolico, credono all'unità dell'autore del libro di Isaia.

Senza accennare nemmeno a quanti hanno sezionato l'opera in innumerevoli frammenti, quasi quanti ne sono stati segnalati per il Pentateuco, ricordiamo l'opinione dominante.

In genere si ascrive a Isaia - spesso con tagli considerevoli non sempre giustificabili - la prima parte, mentre la seconda si suddivide in due ( cc. 40-55 e 56-66 ).

Il grosso dei cc. 40-55 sarebbe stato composto verso il 539, poco prima del ritorno da Babilonia quando già era sorto l'astro di Ciro ( 546 ca. ) da un ignoto denominato « Deutero-Isaia » o

« Secondo-Isaia »; i cc.

56-66 ( « Trito-Isaia » ) sarebbero di un'epoca più tardiva ( verso il 400 a. C. ).

Non tutti sono convinti di questa sottodivisione; essa poggia soltanto sul diverso sfondo dei due gruppi di cc. ( esilio di Babilonia oppure in Gerusalemme dopo il ritorno ).

Un medesimo autore avrebbe potuto comporre, con breve intervallo di tempo, le due sezioni, che non differiscono molto dal lato stilistico o per altri motivi.

L'argomento fondamentale per una simile opinione, che separa per lo meno di due secoli le due parti del libro di Isaia, può essere formulato in doppio modo.

Si può partire dal concetto dell'impossibilità filosofico-teologica della profezia e quindi affermare che la visione di una liberazione imminente da Babilonia con l'esplicita menzione di Ciro ( 44,28; 45,1 ) era inconcepibile prima che le strepitose vittorie del re persiano lasciassero presagire a un Israelita entusiasta la caduta di Babilonia.

Naturalmente i sostenitori di un tale principio non vedono nel libro nessuna delle profezie messianiche segnalate da tanti autori, cominciando da quelli del N. T.

È la posizione che intese combattere in modo particolare la Pontificia Commissione Biblica ( 28 giugno 1908 ) quando emise i responsi in favore dell'unità dell'autore.

L'argomento, però, si può presentare anche sotto una forma strettamente storico-letteraria.

Non si intende affatto negare l'esistenza del carisma profetico e neppure affermare che i cc. 40-66 non contengano alcuna rivelazione circa il futuro.

Proprio in essi ( 42,1-7; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12 ) si leggono i famosi carmi del servitore di Jahve.

Anzi anche il ritorno è presentato non come la speranza di un entusiasta, ma come la realizzazione di una vera profezia già accennata da Ger 25,11 e da Ez 4,6 e ampiamente svolta dal profeta che compose i cc. 40-66 del libro di Isaia.

L'argomento principale di quest'opinione, perciò, va segnalato nel fatto che i profeti - per i quali non si pretende fissare alcun limite temporale nelle loro visioni - in realtà parlavano ai loro contemporanei riferendosi ai fatti di tutti i giorni, supponendo la loro condizione reale.

Ora in tutta la seconda parte del libro di Isaia si parla sempre a esuli in Babilonia oppure a essi subito dopo il ritorno.

Non si ha neppure un accenno o allusione ad avvenimenti storici, che rispecchino la situazione anteriore al 586.

Che cosa avrebbero potuto comprendere di questo « ritorno dall'esilio » i contemporanei di Isaia, quando Babilonia - eccettuato l'effimero regno di Merodach-Baladan - non esisteva neppure come stato indipendente?

Come dovevano accogliere un profeta, il quale, mentre li sosteneva con ardore perché non temessero la coalizione siro-efraimita e neppure il potente esercito di Sennacherib, che devastava la Giudea, li apostrofava per ben 27 cc. come esuli disgraziati lungo i fiumi mesopotamici, mettendo sotto i loro occhi la visione di Gerusalemme distrutta come una realtà passata?

Lo sfondo storico, insomma, presuppone l'esilio babilonese, come la prima parte presuppone chiaramente i tempi di Akhaz e di Ezechia.

Altre ragioni per la composizione verso il 539 sono segnalate nel progresso dottrinale, nello stile e nel fatto che nessun influsso sembra abbia esercitato questa sezione sui profeti Geremia ed Ezechiele.

Si osservi che, quando i contemporanei di Geremia si trovano indecisi sul modo di trattarlo a causa delle sue profezie sulla distruzione della città, essi si richiamano a un testo di Michea ( Ger 26,18s ).

Essi mostrano di ignorare che un contemporaneo di Michea, il grande Isaia, aveva già parlato lungamente anche di avvenimenti posteriori alla distruzione della città e del tempio.

È ovvio che per un credente esiste una grave difficoltà contro la presente spiegazione nelle affermazioni bibliche posteriori ( Sir e N, T. ), le quali suppongono l'autenticità di Isaia, oltre che nella continuità della tradizione.

Tuttavia è certo che gli autori del N. T. non intesero affatto imporsi una questione letteraria.

Essi non facevano altro che citare ciò che per tutti era il « libro di Isaia ».

Del resto è noto come in proposito usino grande libertà, attribuendo magari un testo composito con brani di diversi libri ad un unico autore e adattando le parole ai loro scopi particolari.

Più delicata è la questione suscitata da Sir 48,24s, che parla sicuramente della « persona di Isaia ».

Ma il medesimo libro ( Sir 48,8 ) attribuisce a Elia quanto in realtà fu opera di Eliseo.

Sembra che il Siracide fosse guidato dall'idea, non peregrina fra gli Ebrei antichi, che tutto l'albero o lo sviluppo di una corrente si possa considerare già nella sua radice.

Così vediamo che il raccoglitore dei Proverbi li presenta tutti come di Salomone ( Pr 1,1 ), pur sapendo benissimo che in realtà essi contengono varie recensioni anche posteriori.

È l'iniziativa che conta. Tutte le leggi, perciò, saranno ritenute per mosaiche, come tutto il libro di Geremia, comprese le parti biografiche redatte dal segretario Baruch, sarà ascritto a tale profeta.

In pratica avremmo un'opera diretta a consolare gli esuli, la quale fu pubblicata come una continuazione ideale del libro di Isaia.

Ciò fu fatto, non ingannando i lettori o ascoltatori immediati, ma sviluppando veramente alcune idee madri del grande profeta ( resto d'Israele; fede in Dio santissimo ecc. ).

Si può parlare di un vero discepolo lontano, che intende ripetere - con differenze notevoli - quanto Isaia aveva fatto durante il periodo della supremazia assira.

In questa maniera non ripugna neppure l'idea che i cc. 56-66 fossero composti da un discepolo alquanto più recente.

Sono tanti anelli che si ricongiungono al profeta del tempo di Akhaz e di Ezechia.

È possibile che all'unione delle diverse parti contribuisse anche un fattore estrinseco.

Secondo una notizia del Talmud ( Boba Batra 146 ), infatti, l'ordine dei profeti maggiori nei manoscritti ebraici era: Geremia, Ezechiele, Isaia.

Potrebbe darsi che al libro di Isaia ( cc. 1-39 ) seguisse l'opera dell'anonimo ( cc. 40-66 ), che poi fu considerata parte integrante del libro di Isaia.

Nel medesimo trattato ( 15a ) si afferma che il libro di Isaia fu composto, insieme con Prov., Cant. ed Eccle., da Ezechia e dal suo collegio.

È una notizia peregrina ben poco attendibile, eccettuato in qualche modo il caso del libro dei Prov.; ma essa testimonia anche quanto sia poco scientifico trasformare in dogma esegetico un'opinione degli antichi Ebrei sull'autenticità letteraria di un'opera.

È una questione per nulla facile, la cui soluzione va ricercata con serietà scientifica e con profondo senso di venerazione per la parola di Dio e per l'insegnamento della Chiesa.

È bene avvisare che essa non pregiudica affatto il carattere ispirato dell'opera.

Tutto il libro di Isaia è ugualmente ispirato, sia esso o no uscito tutto dallo stilo del contemporaneo di Akhaz e di Ezechia.

E sarebbe un peccato perdersi in un'interminabile discussione critica invece di gustarne le pagine meravigliose.

Conferenze

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Libro di Isaia

Card. Gianfranco Ravasi

Un rotolo profetico composto da tre mani

I re Ezechia o il Messia?

Un arcobaleno di oracoli profetici

Il secondo Isaia cantore del nuovo esodo da Babilonia

I quattro carmi del Servo del Signore

Don Claudio Doglio

Libro di Isaia

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